Tanta fatica per così poco, in fondo, nel sondaggio di fine anno

Cecilia Sala,la giornalista italiana arrestata in Iran

         Tra aperture di porte sante, segnali putiniani da Sibilla Cumana sulla guerra in Ucraina, il misterioso, forse ricattatorio  arresto della giornalista italiana Cecilia Sala in Iran, l’ormai abitudinaria scoperta di fine anno  del monocameralismo,  bocciato referendariamente nel 2016 ma impostosi di fatto  col bilancio approvato da una Camera e ratificato in pochi giorni  dall’altra a suon di voti di fiducia, i soliti retroscena delle altrettanto solite scalate sul vuoto, come quella  di ritorno al Viminale attribuita a Matteo Salvini assolto dall’accusa di aver fatto male il ministro dell’Interno nel 2019, addirittura sequestrando immigrati clandestini;  tra tutto questo, dicevo, era naturale che passasse quasi inosservato l’ultimo sondaggio del 2024. Che è stato chiuso il 20 dicembre dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli, steso su due intere pagine del Corriere della Sera del 27 dicembre, alla riapertura delle edicole dopo la pausa natalizia di 48 ore, e richiamato con una certa enfasi in prima.

Dal Corriere della Sera di ieri

         I numeri, cioè i risultati, giustificano la sproporzione fra lo spazio ad essi dedicato dal principale giornale e le scarse reazioni, a dir poco, raccolte.  Sì, rispetto alle elezioni politiche del 2022 il partito di destra di Giorgia Meloni è rimasto in testa alla classifica generale, prima salendo dal 26 al 28,8 per cento delle elezioni europee di giugno scorso e poi scendendo al 27,6 delle intenzioni di voto del 20 dicembre. E’ sempre un punto e mezzo abbondante in più, d’accordo, in poco di due anni ma solo questo.

Elly Schlein

         Il Pd dell’antagonista della Meloni, Elly Schlein, è salito dal 19,1 al 22,5, cioè di tre punti e mezzo scarsi, ma a giugno scorso nelle elezioni europee era salito al 24,1. Dove non è riuscito quindi a restare, anche se in alcune regioni ha vissuto l’ebbrezza autunnale del 30 e 40 e più per cento.

Giuseppe Conte e la sua Olivia

         Più contento del Pd della Schlein potrebbe sentirsi, nonostante i funerali celebrati dal suo fondatore e ormai ex garante Beppe Grillo, il movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Che, sceso dal 15,4 delle elezioni politiche del 2022 al quasi 10 per cento delle europee di giugno scorso, è risalito al 13,3 del 20 dicembre: una cifra da capogiro rispetto al 4,6 della Liguria e al 3,5 dell’Emilia Romagna. Se ha davvero tirato un sospiro di sollievo mangiandosi il panettone, e consolato anche la compagna Olivia per i debiti dell’albergo di famiglia, Conte qualche motivo lo ha pur avuto. Anche se non deve allargarsi troppo e pensare, magari, di sorpassare la Schlein nella inesorabilmente improbabile corsa a Palazzo Chigi, almeno in questa legislatura.

Matteo Salvini e Antonio Tajani

         Che dire poi, in particolare nel centrodestra stavolta, della tanta fatica compiuta per niente, nel tentativo di sorpassarsi a vicenda, dalla Lega di Matteo Salvini e dalla Forza Italia di Antonio Tajani?  La prima è scesa dall’8,8 all’8,6 per cento. La seconda è rimasta ferma all’8,1 dopo avere sognato per il 9,6 raccolto col partitino di Marcello Lupi nelle europee di giugno.

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La sospetta smania di pace di Putin nell’Ucraina da lui messa a ferro e a fuoco

Dal Corriere della Sera

         Spero che sul pessimismo della ragione avvertito o praticato dal mio amico Paolo Mieli prevedendo oggi sul Corriere della Sera il sostanziale crollo dell’Ucraina, fra la “distrazione” dell’Europa, nella guerra che da quasi tre anni conduce Putin, ora deciso a “chiuderla” piuttosto che “congelarla”, venga smentito dall’ottimismo non dico della ragione, gramscianamente, ma della casualità.

Da Repubblica

         Sarebbe uno spettacolo ben triste, peggiore di un incubo, quello di un’Europa che il giornalista inglese Bill Emmott, già direttore del mitico Economist, immagina persino tentata dall’idea di spingere il presidente ucraino Zelensky a dimettersi, a godersi finalmente una “meritata” vacanza, per rimuovere l’ostacolo alle trattative con Putin costituito appunto da una sua partecipazione. L’’uomo del Cremlino        si era proposto di rimuoverlo e persino ammazzarlo in una quindicina di giorni di cosiddetta “operazione speciale”, nel febbraio del 2022. Adesso  si accontenta, diciamo così, di contestarne la legittimità per la scadenza di un mandato che non ha potuto rinnovare con libere elezioni  nella sua terra messa a ferro e fuoco proprio da Putin.

Il premier slovacco Fico con Putin

         Un incubo, dicevo. Osceno, aggiungerei, anche nella scelta che Putin ha fatto del terreno in cui dovrebbe svolgersi la trattativa, cioè la resa, dell’Ucraina.  A Bratislava, Capitale della Slovacchia preferita nelle stanze del Cremlino, fra gli Stati membri dell’Unione Europea, all’Ungheria di Viktor Orban, pur tanto espostosi in questi anni a favore di Putin.

         Il presidente slovacco Robert Fico, da non confondere col quasi omonimo italiano a 5 Stelle aspirante più modestamente alla presidenza della regione Campania, è appena corso a Mosca per lasciarsi preferire dal despota.

Giorgia Meloni

         Fra gli elementi dell’ottimismo che ho chiamato “delle casualità” per contrapporle -ripeto- al pessimismo della ragione di Paolo Mieli, mi piacerebbe mettere o vedere bene in evidenza la premiership italiana di Giorgia Meloni. Così diversa da quelle alquanto ammaccate e disattente sempre -per ripetere un termine di Paolo Mieli- del francese Emmanuel Macron e del tedesco Olaf Scholz. Sarebbe bello che Putin inciampasse, appunto, nel passo della Meloni. Ancora più bello se vi inciampasse anche Donald Trump, oltre Atlantico. Mai dire mai in politica. Ma forse non solo in politica.

Solo 2 in 78 anni e mezzo di Repubblica le crisi di governo in tempi natalizi

Oscar Luigi Scalfaro

         Trent’anni fa la Repubblica visse la sua prima crisi natalizia di governo. Silvio Berlusconi aveva dovuto dimettersi il 22 dicembre, dopo soli sette mesi mal tollerati dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, così attivo nei tentativi di liberarsene da parlarne anche con il cardinale Camillo Ruini. Il cui dissenso forse non lo sorprese, ma di certo non lo dissuase dal perseguimento della crisi, sino a garantire all’insofferente Umberto Bossi che non avrebbe corso il rischio delle elezioni anticipate se avesse rotto l’alleanza di centrodestra che aveva vinto le elezioni del 1994.

Lamberto Dini

         E infatti, una volta aperta la crisi, dopo tre settimane Scalfaro l’avrebbe chiusa con la formazione del governo di Lamberto Dini, ministro del Tesoro con Berlusconi.  Le elezioni arrivarono non dopo qualche mese, come lo stesso Berlusconi accusò poi il Capo dello Stato di avergli promesso, ma il 21 aprile del 1996. Dopo che  l’opposizione al centrodestra si era organizzata in una coalizione di cosiddetto centrosinistra federata all’insegna grafica dell’Ulivo da un Romano Prodi incoronato, diciamo così, in una manifestazione politica da Massimo D’Alema. E approdato a Palazzo Chigi il 15 maggio scommettendo di durare sino al 2001, cioè per tutta la durata della legislatura. Ma cadde già il 9 ottobre 1998. Gli successero, prima delle elezioni ordinarie, lo stesso D’Alema in due edizioni di governo e un Giuliano Amato in versione politica assai diversa dal 1992, quando era stato designato a Palazzo Chigi da un Bettino Craxi ancora operativo. Cui lo stesso Scalfaro aveva negato la nomina attenendosene il coinvolgimento, dopo un incontro col capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli, nelle indagini chiamate “Mani pulite” sul finanziamento illegale dei partiti, corruzione, concussione e quant’altro.

Mario Monti e Silvio Berlusconi

         La seconda e ultima crisi di governo in tempi natalizi sarebbe arrivata solo il 21 dicembre 2012 con le dimissioni del governo tecnico di Mario Monti, preludio alle elezioni cui avrebbe partecipato a sorpresa lo stesso Monti, per quanto nominato senatore a vita già prima di diventare presidente del Consiglio, con liste di centro moderato risultate utili solo a impedire una vittoria di Berlusconi, mancata per pochi voti, e una sua realistica scalata al Quirinale.

         Chi pensa -con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi nelle condizioni eccezionali di stabilità riconosciutele a livello anche internazionale, e in quelle assai precarie delle opposizioni a campo variabile- ad un’altra crisi fra luci e lucette dell’albero di Natale prima dell’esaurimento ordinario della legislatura in corso sogna chiaramente ad occhi aperti.   

Il Viminale conteso e appeso fra le palle dell’albero di Natale

         I due giorni di assenza natalizia dei giornali dalle edicole, sempre più ridotte di numero ma anche sempre meno disponibili ai calendari e ai sacrifici di una volta, quando i quotidiani raggiungevano i loro lettori puntuali quasi come l’alba o il tramonto, hanno fortunatamente interrotto la curiosa corrida attribuita a Matteo Salvini. Rappresentato come smanioso di tornare al Viminale  dopo la sua assoluzione con formula piena in primo grado -spero senza ricorso- dal’accusa di avere addirittura sequestrato come ministro dell’Interno più di cinque anni fa 147 migranti clandestini, facendoli trattenere a bordo della nave spagnola che li aveva soccorsi in mare per scaricarli solo sulle coste italiane.  

Giorgia Meloni

         Questa smania di Salvini, con tutte le reazioni negative attribuite alla premier Giorgia Meloni persino con parole virgolettata nelle solite cronache più meno retrosceniste, e insinuazioni anche sul Quirinale ancora più contrario di Palazzo Chigi, è stata più una montatura che una notizia. Più palle appese all’albero di Natale che una rappresentazione di fatti reali.

Matteo Salvini e Matteo, anche lui, Piantedosi

Non di sua iniziativa, ma sempre in risposta a qualche giornalista più malintenzionato che curioso, Salvini aveva solo detto dopo l’assoluzione a Palermo che il Ministero dell’Interno gli “era rimasto nel cuore”. E aggiunto che “se un domani la sorte mi riportasse al Viminale”, dove fa il ministro quello che gli era stato il Capo di Gabinetto, tuttora in eccellenti rapporti con lui, “sarei una persona felice, ma sono contento di quel sta facendo Piantedosi”. Peraltro Matteo come lui. Col quale ha firmato festosamente, tra fotografi e telecamere da spreco, una convenzione per la sicurezza delle stazioni e simili.

Il Viminale

         Nel proporre e condurre una polemica o un caso di panna montata -come una volta Eugenio Scalfari defini “l’avvocato” Gianni Agnelli che aveva osato dissentire da un suo consiglio- sono stati scomodati anche gli archivi dei giornali, compreso quello del Corriere della Sera. Sulle cui pagine ho visto ristampata, quasi come la prova diabolica della rivalsa perseguita dall’interessato, la foto del giuramento di Matteo Salvini al Quirinale, il 1° giugno del 2018, da vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, appunto, del primo governo di Giuseppe Conte. Uno scoop differito, chiamiamolo così, per non dire di peggio, come meriterebbe questa pratica, più che professione, giornalistica.

L’apertura della Porta Santa

         Lasciatemi esprimere l’auspicio che dopodomani i giornali, privilegiando le immagini e contorni della Porta Santa aperta dal Papa, non torneranno nelle edicole continuando a raccontarci questa frottola del Viminale rivendicato da Salvini e negatogli da una Meloni infastidita. Che gli ha concesso già troppo assecondandone il progetto, perseguito come ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, del ponte sullo stretto di Messina. Un ponte che gli avversari vorrebbero crollasse già in costruzione, magari solo per limitarne i danni. Purtroppo l’opposizione, al singolare, è anche questo.

Ripreso da http://www.startmag.it

L’ultima stoccata di Luciano Violante ai magistrati “combattenti”

Dal Dubbio

Con la solita, generosa e inconsapevole copertura del compianto Giulio Andreotti, convinto che a pensare male si facesse peccato già ai suoi tempi ma s’indovinasse, non vedo solo stanchezza per il suo “impegno intensissimo, seppure molto gratificante” nella decisione annunciata da Giuseppe Santalucia di rinunciare a proporsi per un secondo mandato quadriennale alla presidenza dell’associazione nazionale dei magistrati. Ora che si è praticamente esaurito il primo, e non credo proprio che gli sarebbe mancato e gli mancherebbe l’appoggio per un secondo. Che sarebbe tuttavia per lui ancora più intenso, ma non so francamente anche se più gratificante dell’altro, con la sfida che il sindacato delle toghe, in una recente assemblea a Roma, ha lanciato al governo nella prospettiva di scioperi e referendum abrogativi contro la riforma della giustizia intestatasi dal guardasigilli Carlo Nordio.

         Le cose sono cambiate di parecchio non solo e non tanto rispetto all’inizio del primo mandato di Santalucia, ma rispetto a una trentina d’anni fa, quando i rapporti fra politica e giustizia si ribaltarono con le piazze che sognavano e reclamavano sempre più arresti eccellenti, di giorno e di notte, nella lotta alla pratica diffusa del finanziamento illegale dei partiti.

La più recente assemblea dei magistrati nella sede della Cassazione

Si sono avvicendate persino più edizioni della Repubblica: quella vera, con sede al Quirinale, non quella di carta. E le assoluzioni sono diventate più numerose, frequenti e clamorose. Come quelle appena raccolte dai due Mattei della politica in corso: Salvini dopo essere stato processato per sequestro di persona, addirittura, avendo ritardato cinque anni fa lo sbarco di 147 migranti clandestini da una nave spagnola che li aveva soccorsi in mare e non voleva lasciarli in altri porti che non fossero italiani, e Renzi dopo essere stato neppure processato ma pre-processato, in una udienza  appunto preliminare durata più di due anni, per i finanziamenti pur registrati alla sua corrente.

         L’insospettabile Luciano Violante, già magistrato, già esperto della giustizia del Pci che una trentina d’anni fa era il più schierato con la magistratura inneggiata sulle piazze, già presidente della Camera, incorso negli anatemi dell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga, ha appena avvertito i suoi ex colleghi in una intervista alla Verità che debbono decidersi a cambiare registro. D’altronde, senza arrivare ai giorni nostri, già qualche anno dopo le famose “Mani pulite” di rito ambrosiano Violante aveva avvertito che prima o poi qualcuno sarebbe “intervenuto” a riequilibrare i rapporti fra giustizia e politica.

         Pur nel dissenso, anche lui, dalla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e dal sorteggio per la composizione del Consiglio Superiore della Magistratura, Violante ha detto che le toghe “non possono essere controparte di nessuno, tanto meno del governo”. E ancor meno “organizzare un referendum” superando ulteriormente da “combattenti” quel “senso della misura” necessario a “tutti”.

Pubblicato sul Dubbio

La guerra italiana dei trent’anni fra magistratura e politica

Da Libero

Fra la rinuncia di Giuseppe Santalucia alla presidenza dell’associazione nazionale dei magistrati che si appresta -guarda caso- ad una offensiva di scioperi e referendum contro la riforma del giustizia,          le assoluzioni eccellenti sempre più numerose e frequenti e un’intervista dell’insospettabile Luciano Violante alla Verità contro i suoi ex colleghi “combattenti”, ormai senza più “senso della misura”, mi sono sentito ributtato indietro di una trentina d’anni. A quando tutto cominciò. Come se si stesse chiudendo un cerchio. E sapete qual è il volto che di più mi è tornato  e mi torna alla mente? Quello di Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici e persino Ninì per quell’amico speciale che gli fu per qualche tempo il sindaco di Milano Paolo Pillitteri, recentemente scomparso.

         Sono tornato indietro ai giorni in cui l’allora sostituto procuratore della Repubblica s’impose alla mia attenzione di direttore del Giorno per quel cartello appeso, anzi ostentato alla porta del suo ufficio milanese in tribunale per dissociarsi dalle proteste dei colleghi, invece associati al loro sindacato, che protestavano contro il presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Al quale credo che sarebbe piaciuta la riforma della giustizia all’esame ora del Parlamento, comprensiva di quella separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici di recente condivisa pubblicamente anche da Di Pietro. Che da anni, si sa, non è più magistrato e neppure politico, come decise di diventare fra le perplessità neppure tanto nascoste del suo ormai ex superiore Francesco Saverio Borrelli.

         Di Pietro si trova, sia pure da ex, nei riguardi dell’associazione nazionale dei magistrati presieduta dall’uscente Giuseppe Santalucia critico come con l’associazione nazionale dei magistrati presieduta nel 1991 da Giacomo Caliendo, e poi da Mario Cicala, e poi da Elena Paciotti, e via via scalando con  Edmondo Bruti Liberati, Luca Palamara e -ripeto e concludo- Giuseppe Santalucia.

         Lui, Di Pietro, il molisano ruspante che ha rappresentato nell’immaginario collettivo e politico la magistratura di punta delle “Mani pulite” ambrosiane, che faceva sognare i manettari ghigliottinando la cosiddetta prima Repubblica, in una cosa è riuscito come in un miracolo: a sottrarsi alla storia e ai tentacoli dell’associazione nazionale dei magistrati. Ne ha visto da lontano-  “distinto e distante”, avrebbe detto Cossiga con una certa soddisfazione, dopo qualche delusione procurata da Di Pietro anche a lui- la crescita nella sua impropria, diciamo pure arbitraria dimensione politica. Trattata da più di un presidente della Repubblica, e non solo dall’immediato successore di Cossiga, che fu il collega di partito Oscar Luigi Scalfaro., come una istituzione, più che un sindacato. Con tanto di presenze deferenti ai suoi congressi e di promesse di non firmare questa o quella legge sgradita, a cominciare da quella forse o finalmente davvero in arrivo della separazione delle carriere fra toghe inquirenti e giudicanti. Ne ho almeno personalmente viste in più di trent’anni di tutti i colori, e sotto ogni maggioranza, di centrodestra o centrosinistra, e variazioni o deviazioni più o meno tecniche.

Claudio Martelli

         D’altronde, a rimanere estranei alla crescente politicizzazione dell’associazione dei magistrati, avvertita una volta come eversiva anche da Claudio Martelli, che pure si guadagnò da Francesco Saverio Borrelli l’apprezzamento di migliore ministro della Giustizia da lui visto all’opera, non è stato solo Tonino di Montenero di Bisaccia. Furono, essendo entrambi scomparsi, e di che morte, i poveri Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

         Ora che il cerchio si è chiuso o sta chiudendosi, con l’associazione nazionale dei magistrati negli accampamenti sindacali e referendari delle proteste di più di 30 anni fa contro Cossiga e oggi contro la premier Giorgia Meloni avvertita come “più pericolosa” persino del temutissimo e pluriprocessato Silvio Berlusconi, c’è solo da augurarsi che la politica sappia e voglia procedere finalmente sulla sua strada. E riequilibrare un rapporto con la giustizia per troppo tempo sbilanciato. E a tal punto da essersi risolto per la magistratura in un progressivo calo della credibilità o popolarità, tanto è finito per essere avvertito dal pubblico per quello che è: sbilanciato, appunto, contro una politica che se ha perso anch’essa la fiducia popolare, come dimostra il crescente astensionismo, lo deve forse pure alla debolezza che ha dimostrato a lungo nella difesa di quel primato che è scritto nella Costituzione non meno dell’antifascismo implicito -dicono gli specialisti con o senza parrucca accademica- tanto decantato e opposto al presunto fascismo di ritorno visto nella Meloni.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 26 dicembre

La giustizia italiana tra assoluzioni e rinunce eccellenti

Da Repubblica

         Diffido francamente di quella bomba  di carta che mi sembra, francamente, il “duello sul Viminale” gridato da Repubblica enfatizzando, a dir poco, il rimpianto, le aspirazioni e quant’altro attribuiti a Matteo Salvini dopo l’assoluzione piena ottenuta nel processo di primo grado per gli sbarchi di migranti clandestini ritardati nel 2019 dall’allora ministro dell’Interno. Che perciò vorrebbe tornare ad esserlo se ne avesse la pur improbabile occasione.

Dal Corriere della Sera

Mi colpisce di più il pur meno vistoso annuncio sulla prima pagina del Corriere della Sera riguardante l’associazione nazionale dei magistrati. Il cui presidente Giuseppe Santalucia ha deciso di lasciare, di non riproporsi alla imminente scadenza del suo mandato quadriennale.

Dal Corriere della Sera

Nel proposito dichiarato di “evitare ogni personalizzazione”, Santalucia ha detto che “è giusto che altri prendano le redini della rappresentanza” delle toghe. Che tuttavia in un’assembla svoltasi di recente nel “Palazzaccio” romano della Corte di Cassazione ha inasprito l’agitazione contro la riforma della giustizia proposta dal governo al Parlamento, sino a mettere in cantiere anche il ricorso allo sciopero.

         La rinuncia di Santalucia -eccellente un po’ come le assoluzioni che hanno sconfessato le accuse al già ricordato Salvini e all’altro Matteo della politica italiana, Renzi, per finanziamento illegale della sua corrente- sembra un po’ la rinuncia di un generale a guidare l’ultimo assalto delle sue truppe.

Dalla Verità

         Una coincidenza ancora più clamorosa è tuttavia quella fra la rinuncia annunciata da Santalucia e un’intervista nella quale Luciano Violante, già magistrato, già responsabile dei problemi della giustizia del defunto Pci, già presidente della Camera, ha ricordato ai suoi ex colleghi che “non spetta alle toghe riformare la giustizia”, ma al Parlamento. “Parola di Violante”, ha titolato in prima pagina La Verità.

Violante alla Verità

         I magistrati sul piede di guerra “non possono essere controparte di nessuno, tanto meno del governo. Così come -ha aggiunto Violante- mi sembra un errore che siano loro a organizare l’eventuale referendum abrogativo”, anch’esso minacciato contro la riforma. “In questo modo -ha aggiunto Violante parlando sempre dell’associazione dei magistrati -diventa protagonista di un conflitto. I cittadini devono avere fiducia nei magistrati, che perciò non possono comportarsi da combattenti. Serve il senso della misura, per tutti”.

Luciano Violante

         Dubito, personalmente, che questo “senso della misura” prevarrà. Come sospetto, probabilmente a torto, che ne dubiti pure il presidente uscente dell’associazione che ha deciso di lasciare. Ma il monito di Violante è l’ultimo passo compiuto dall’ex presidente della Camera sulla strada intrapresa da tempo per riequilibrare i rapporti fra la politica e la giustizia saltati a favore della seconda una trentina d’anni fa con mani presumibilmente “pulite”.

La corsa ai paradossi per sminuire o rovesciare l’assoluzione di Salvini

Meloni e Salvini

Tra i paradossi offerti dalle reazioni all’assoluzione con formula piena di Matteo Salvini dalle accuse di omissione d’atto di ufficio e sequestro di persone -avendone bloccato per una ventina di giorni nel 2019 da ministro dell’Interno lo sbarco da una nave spagnola che le aveva soccorse in mare col proposito di scaricarle in Italia e in nessun altro posto- il maggiore resta quello del leader leghista liberato, ancor più da quelle accuse, dalla prospettiva politicamente più comoda per lui di un condannato ingiustamente. Avvolto chissà per quanto altro tempo nella figura di un perseguitato capace per questo di raccogliere consensi e voti nell’area elettorale del centrodestra, a discapito dei partiti alleati cominciando da quello della premier Giorgia Meloni. Che proprio per questo si sarebbe protetta garantendogli il massimo della copertura politica in caso di condanna nei vari gradi di giudizio.

Tanto, con i tempi della giustizia italiana fisiologicamente lenti come un’anziana e malmessa lumaca, sarebbe stato possibile scommettere su un processo capace, fra appello e Cassazione, di protrarsi per tutta la legislatura corrente e oltre. Come del resto potrebbero sperare o scommettere i giustizialisti ancora convinti della colpevolezza di Salvini e fiduciosi nel ricorso della Procura di Palermo contro la sconfitta pur piena subìta in primo grado.

Dal Foglio

Non meno grande tuttavia è il paradosso, sposato anche dal Foglio in un lungo articolo del suo direttore Claudio Cerasa, secondo cui -testuale, in un titolo stampato in rosso- Salvini sarebbe stato assolto, “il salvinismo no”. Condannato dall’alleata e superiora Meloni con una politica di contenimento dell’immigrazione condotta e riuscita non bloccando navi o sbarchi alla maniera di Salvini, appunto.

Da Domani

La Meloni -sempre secondo questo racconto o questa rappresentazione dei fatti riproposta oggi dal giornale debenedettiano Domani scrivendo di una “irrilevanza politica” ormai di Salini- starebbe limitando gli sbarchi, alla faccia del leader leghista ancora sulle coste col cannocchiale in mano, riducendo le partenze dalle coste africane o da altre parti con un’azione combinata a livello europeo. In particolare con la nuova commissione di Bruxelles presieduta da Ursula von der Leyen, composta anche da un commissario e vice presidente italiano come Raffaele Fitto contro cui -guarda caso-  gli eurodeputati di Salvini hanno votato ritrovandosi con altre componenti radicali della destra continentale.

Se la Meloni avesse davvero condannato e sconfitto il salvinismo inteso come politica dei porti chiusi all’’immigrazione clandestina, dovrebbe poter contare sul consenso, per esempio, del Pd. Che invece ne contesta progetti e iniziative. Perché? E’ qui che casca l’asino del paradosso proposto dai critici e dagli avversari del Salvini condannato dalla premier, corsa anche in Lapponia per contenere anche da lontano il suo vice leghista in Italia. 

Ripreso da http://www.startmag.it  

Se l’accusa a Salvini rinunciasse al ricorso in appello contro l’assoluzione

Da Libero

Non lo sto scrivendo io, ma lo ha scritto ieri sulla Stampa l’ex capo della Procura della Repubblica di Milano Edmondo Bruti Liberati. Lo ha scritto commentando l’assoluzione di Matteo Salvini a Palermo, ma un po’ anche quella dell’altro Matteo -Renzi- a Firenze. “Il processo è una pena, ma la lentezza è una pena doppia”.

         Lenti, lentissimi sono stati il processo a Salvini per il sequestro di 147 migranti, contestatogli dall’accusa per essere stati trattenuti più di cinque anni fa per una ventina di giorni sulla nave spagnola Open arms, e l’udienza preliminare -ripeto: l’udienza preliminare, senza neppure il rinvio al giudizio- a carico di Matteo Renzi e amici accusati di avere praticato con la fondazione Open il finanziamento illegale della loro corrente, praticamente travestita da partito. O viceversa, come preferite.

Edmondo Bruti Liberati

         Il processo a Salvini, dopo l’inchiesta e l’autorizzazione del Senato concessa per la disinvolta decisione del MoVimento 5 Stelle di ritirare all’ex ministro dell’Interno la copertura concessagli invece per un’analoga vicenda precedente del pattugliatore italiano Diciotti, è durato “oltre tre anni con sole 24 udienze”, ha osservato Bruti Liberati. L’udienza preliminare contro Renzi e amici è durata oltre due anni e non ricordo bene quante udienze. Un’enormità, in entrambi i casi, che Renzi e Salvini, stavolta in ordine alfabetico, hanno subìto con una pena personale, familiare, mediatica e politica sopravvissuta al loro proscioglimento e assoluzione, rispettivamente.

         Questo in un sistema giudiziario impostato semplicemente sulla logica e sull’umanità, da non confondere con il lassismo, dovrebbe bastare e avanzare per indurre l’accusa a rinunciare a prolungare la pena dei prosciolti o assolti ricorrendo all’appello e poi, magari, anche alla Cassazione. E dovrebbe ridurre l’arroccamento giustizialista attorno alla barriera levata a suo tempo dalla Corte Costituzionale bocciando un tentativo di limitare il ricorso contro le assoluzioni. Neppure la Consulta, purtroppo, nell’ondata termidoriana della giustizia e della politica prodotta dal clima, a dir poco, delle “Mani pulite” di una trentina d’anni fa è riuscita a impermeabilizzarsi, Ne è stata travolta anch’essa.

Matteo Renzi

         Ora il rischio che corrono non solo Renzi, i suoi amici e Salvini, sempre in ordine rigorosamente alfabetico, ma l’intero Paese, con la maiuscola, è che la pena doppia dei tempi lunghi -come l’ha chiamata Bruti Liberati- venga metaforicamente triplicata e ancor più indicando nel proscioglimento del primo e nell’assoluzione del secondo la prova che il sistema giudiziario funzioni com’è. E non serva perciò alcuna riforma:  dalla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri al contrasto della degenerazione delle correnti della magistratura, e delle  ricadute sulla composizione e sul funzionamento dell’omonimo Consiglio Superiore.

Dal Messaggero

         Se questo fosse o dovesse rivelarsi l’esito o il risvolto delle sconfitte subite dall’accusa in questa piacevole sorpresa trovata con qualche giorno di anticipo dai garantisti sotto l’albero di Natale, sarebbe una tragica beffa. Una specie di eterogenesi dei fini. Un omaggio non alla giustizia ma a chi la usa, anzi ne abusa in politica. Una smentita della speranza accesasi in qualche titolo di giornale -non di più- sulla fine della “via giudiziaria” alla lotta politica per fare nei tribunali ciò che non riesce nelle urne, o in Parlamento. +

Ah, se l’accusa si passasse una volta tanto la mano sulla coscienza decidendo di lanciare finalmente un segnale di spontanea, volontaria distensione, chiamiamola così, dopo una così lunga stagione di avvelenamento dei pozzi della giustizia e dei suoi rapporti con la politica.

Pubblicato su Libero

Le assoluzioni eccellenti e a sorpresa sotto l’albero di Natale

Salvini e Renzi d’archivio

         Non bisogna dunque salire sino a Berlino con Bertold Brecht per trovare il giudice che sappia e voglia salvare il mugnaio di Postdam a rischio d’ingiustizia. Si può anche scendere a Firenze, dove Matteo Renzi ha trovato il giudice che, sia pure in tre anni, ha prosciolto lui e dieci amici nella cosiddetta udienza preliminare da un’ostinata accusa di illecito finanziamento. O scendere ancora più giù, sino a Palermo, dove un altro celebre Matteo della politica italiana -il leghista Salvini- è stato assolto dopo tre anni di processo, e a più di cinque di distanza dai fatti, dall’accusa di avere addirittura sequestrato come ministro dell’Interno quasi 150 migranti trattenendoli per una ventina di giorni su una nave spagnola che li aveva soccorsi in mare, decisa a  sbarcarli solo sulle coste italiane.      

Salvini con l’avvocato e senatrice Bongiorno

Sono due vicende, quelle di Renzi e di Salvini, a epilogo provvisoriamente positivo in un sistema giudiziario che generalmente produce più paura che fiducia: E a riformare il quale qualsiasi governo ci abbia provato ha dovuto rinunciarvi, o quasi, perché nessuna maggioranza -dico nessuna- è riuscita a resistere compatta all’arroccamento conservatore e castale dell’associazione nazionale dei magistrati. Per la quale separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri sarebbe eversivo, al pari di una reale, non fittizia  responsabilità civile delle toghe, paragonabile a quella di altri che rispondono personalmente dei loro errori.         

La vignetta del Corriere della Sera

Alla lunghissima udienza preliminare che ha scagionato Renzi ed amici non si sarebbe dovuti neppure arrivare se le indagini fossero state condotte ragionevolmente. Così come non si sarebbe dovuto arrivare al processo contro Salvini per la “Open arms” se l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo partito non avessero adottato il sistema dei due pesi e misure: proteggendo lo stesso Salvini dalle accuse giudiziarie per i ritardati sbarchi dal pattugliatore italiano “Diciotti” e non da quelle successive riguardanti la nave spagnola. E ciò perché fra la prima e la seconda vicenda era intervenuto un cambiamento dei rapporti personali e politici fra Conte e Savini nell’ambito dello stesso governo.

Dal manifesto

Paradossalmente i due Mattei rischiano di pagare cara la soddisfazione che hanno avuto nel primo giro della loro giostra giudiziaria perché i sostenitori del cosiddetto partito dei magistrati, politicamente trasversale, troveranno proprio nella pronuncia del giudice contro la posizione dell’accusa la dimostrazione della loro convinzione che il sistema giudiziario funzioni. E non ci sia quindi motivo di riformarlo. Una reazione, questa, che potrebbe anche essere non dico condivisa, ma almeno compresa se nei casi di Renzi e di Salvini l’accusa, considerando il tempo abbondante avuto per tentare il processo e la condanna, rinunciasse all’appello. Ma è un’ipotesi assai improbabile, come l’auspicio dell’”arma spuntata dei tribunali” espresso dal manifesto accanto al “buco nell’acqua” di Palermo.

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