Peggiore delle stragi solo l’abuso che se ne fa celebrandole

Dal manifesto

         Peggiore dell’orrenda strage di 44 anni fa nella stazione di Bologna è stata solo la celebrazione che ha ritenuto di farne il presidente dell’associazione delle vittime, Paolo Bolognesi, con un comizio -più che un discorso- nel quale la matrice neofascista di quell’eversivo attacco alla democrazia italiana è stata usata per avvertirne e denunciarne le propaggini nell’attuale governo. “l’eredità”, ha titolato il manifesto.

Meloni con Macron a Parigi

La premier Giorgia Meloni da Parigi, reduce da una missione in Cina, per niente quindi “isolata” nel mondo come la dipingono gli avversari in Italia, ha reagito con la durezza che l’attacco meritava, prendendosela non con le vittime -come le ha rimproverato la segretaria del Pd Elly Schlein- ma con chi ne aveva abusato per la polemica di giornata, diciamo così.

Dalla Stampa

         Ha scritto bene sulla prima pagina della Stampa nella sua “analisi” il professore Giovanni Orsina, che spero non rischi per questo né la cattedra universitaria né la collaborazione al giornale storico di Torino e poi anche della famiglia Agnelli: “Fin quando la storia d’Italia sarà interpretata e strumentalizzata politicamente come ha fatto ieri Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Bologna, non potremo mai sperare di riuscire a metabolizzare il nostro passato. E fino a quel momento -ha insistito Orsina- sarà pure impossibile chiedere con un minimo di credibilità a Giorgia Meloni e al suo partito di recidere i residui fili emotivi che ancora li legano alle vicende del neofascismo, perché sarà loro fin troppo facile sottrarsi accusando i propri accusatori di disonestà intellettuale e faziosità”.

Dalla Repubblica

         Di opposto e purtroppo significativo tenore è quell’”oltraggio a Bologna” rimproverato alla Meloni dall’ancora gemella della Stampa, che è la Repubblica, e rafforzato in un editoriale di Massimo Giannini il cui titolo basta da solo a capirlo: “Quei camerati schiavi del passato”. Nei cui “album di famiglia” – per ripetere un’immagine usata da Rossana Rossanda ai tempi delle brigate rosse, nel 1978, per lamentarne la provenienza dal Pci nel frattempo entrato nella maggioranza governativa di cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc- si dovrebbero e potrebbero trovare le tracce degli stragisti di Bologna del 1980.

         Massimo Giannini, proveniente proprio dalla Stampa e poi trasmigrato a Repubblica, ne è stato direttore dall’aprile 2020 al 6 ottobre del 2023. L’editoriale di oggi sulla Repubblica aiuta forse a capire il motivo della sostituzione al vertice del giornale torinese. Dove dubito che con lui l’analisi -ripeto- del professore Orsina avrebbe avuto quanto meno la collocazione, la visibilità e quant’altro di oggi. Non scrivo altro pensando anche alle condizioni in cui si trova la cosiddetta grande informazione in Italia: tanto apodittica quanto di parte, cioè tossica.

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Giovanni Toti è libero, ma il trattamento mediatico rimane da detenuto

Da Libero

Nelle guerre -fredde, calde o roventi che siano, secondo le circostanze e i gusti di chi le cataloga- c’è ancora la possibilità che le parti si scambino i prigionieri, come abbiamo appena visto con un certo sollievo.

         In quella che non possiamo chiamare guerra fra la magistratura e la politica italiana senza rischiare chissà quale cervellotica denuncia, ma possiamo definire tranquillamente un grave squilibrio fra l’una e l’altra, avendolo denunciato a suo tempo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova di Bettino Craxi a proposito degli effetti delle famose “Mani pulite” del 1992 e anni successivi, non c’è possibilità di sperare neppure in una tregua.

         Giovanni Toti, che ha appena potuto uscire dagli arresti domiciliari di una novantina di giorni grazie al fatto di essersi dimesso in modo “irrevocabile” dal mandato di presidente della sua regione conferitogli direttamente dagli elettori, ha potuto scoprire ieri leggendo i giornali, anche alcuni ai quali aveva concesso interviste, che la sua è una libertà relativa. Non più provvisoria, per carità. come una volta il codice aveva la faccia tosta di chiamarla quando veniva concessa in attesa del processo, e come mi capitò di provarla personalmente nel 1985, accusato di violazione del segreto di Stato prima di essere prosciolto; non più provvisoria, ripeto, ma pur sempre relativa.

         E’ bastato infatti che Toti si lamentasse della vicenda giudiziaria che lo ha costretto -ripeto- a dimettersi irrevocabilmente perché qualcuno scrivesse e titolasse contro di lui perché -letteralmente- “spara sulle Procure”.

         E’ bastato che all’ex governatore della Liguria, come si usa chiamare questa figura istituzionale sperando di non finire ai domiciliari perché in effetti gli spettava solo il titolo di presidente, qualcuno attribuisse, a torto o a ragione, il desiderio, l’idea, la tentazione -chiamatela come volete- di candidarsi alle elezioni politiche del 2027, fra più di tre anni, quando si spera che il processo per direttissima in cantiere contro di lui per corruzione avrà prodotto una sentenza, per trovarselo accusato sulla prima pagina del Fatto Quotidiano -e dove sennò?- di “brigare” per farsi eleggere al Parlamento. “Brigare”, ripeto, anche con qualche espediente più ravvicinato, come se fosse scontata una sua condanna definitiva anche all’interdizione dai pubblici uffici.

Giovanni Toti al Foglio

         Eppure il prudente Toti -lo dico non per contestarglielo, per carità, aspettandomi da lui chissà quale condotta di sfida, ma solo per sottolinearne la cautela diplomatica, diciamo così- ha resistito alle provocazioni dei colleghi giornalisti che gli parlavano nelle interviste del “ricatto” di cui poteva essersi sentito vittima vedendosi rifiutare la libertà prima delle dimissioni dal mandato ricevuto dagli elettori. Non se l’è presa col pubblico ministero o con la giudice, o con entrambi, che l’avevano accusato di non capire la gravità delle accuse rivoltegli, ma con la politica, cioè -sino a prova contraria- con la categoria cui ha scelto di appartenere dopo la sua esperienza giornalistica. “In questa storia -ha detto testualmente al Foglio– la politica è la vera perdente perché, più che abbandonato dai colleghi ho percepito questa estrema timidezza della politica, che invece dovrebbe avere più stima di sé, più coraggio, e più voglia di dire e di urlare: sono un potere da rispettare, perché eletto dal popolo”. Ben detto, caspita. E detto in altro modo in un’aula parlamentare pure dal ministro della Giustizia Carlo Nordio quando, parlando anche delle investiture elettorali di chi finisce sotto indagini e processo, ha confessato di avere letto e riletto la penultima ordinanza sfavorevole a Toti senza capirla: lui, pur abituato a letture di altissima filosofia e teologia.

Giuseppe Santalucia, presidente dell’associazione dei magistrati

         Naturalmente il ministro è incorso, per questa confessione, nella puntuale bocciatura a mezzo stampa del presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, Giuseppe Santalucia. Che non per questo sarà stato scambiato per un nuovo Hitler dal guardasigilli, reduce da una rievocazione commossa ed entusiastica in cinque puntate, sul Foglio, di Winston Churchill nel 150.mo anniversario della nascita del maggiore artefice, forse, della vittoria nella seconda guerra mondiale. Ma temo che la fatica di Nordio contro la pratica giustizialista non sarà meno dura di quella del “guerriero” britannico da lui appena celebrato come storico.  

Pubblicato su Libero

Giovanni Toti meno libero dei 24 prigionieri scambiati fra Stati Uniti e Russia

I prigionieri americani liberati

A conferma della dabbenaggine o dell’estrema furbizia attribuita al diavolo che fa la pentola ma non  il coperchio, per cui ciò che vi si mette dentro può essere scoperto al solo volerlo vedere, non so se sia più clamoroso o divertente l’infortunio in cui è incorso il sistema giudiziario italiano restituendo la libertà a Giovanni Toti, dopo una novantina di giorni di arresti domiciliari, mentre in Turchia Stati Uniti e Russia si scambiavano 24 prigionieri. È stata la più grande operazione di questo tipo dopo la cosiddetta guerra fredda. E nel pieno di altre guerre per niente fredde su cui si possono, anche per questa circostanza, nutrire speranze di contenerle in qualche modo, a dispetto delle peggiori apparenze e minacce.

Dal Fatto Quotidiano

         Diversamente però dai prigionieri scambiati fra Stati Uniti e Russia, che tornano a casa in condizioni di sicurezza, Toti ha riacquistato una libertà relativa. Non è più provvisoria, come quella che si concedeva una volta in attesa del processo, ma relativa sì, ripeto. Già oggi, per esempio, a meno di 24 ore dal rilascio, dalle sue foto sul cancello o sul terrazzo di casa finalmente accessibili liberamente, dalle sue prime interviste, Toti è stato colpito da una specie di fatwa del giornale che riesce sempre a rappresentare meglio di tutti i malumori, a dir poco, delle Procure e uffici più o meno attigui. Alludo naturalmente al Fatto Quotidiano, che ha titolato: “Appena uscito, Toti già briga per il Parlamento”. Cui vorrebbe candidarsi alla prima occasione, fra tre anni, o ancor prima se il governo dovesse davvero crollare di referendum o d’altro, come sperano i loro avversari.

Dal Foglio

         Non ha capito insomma, il povero, ingenuo, imbelle Toti -secondo i gusti- che le dimissioni “irrevocabili” da governatore della Liguria presentate per affrontare in libertà il processo per direttissima che gli stanno allestendo andrebbero intese dalla politica in generale. Perché nel nostro sistema giudiziario, dopo il capovolgimento degli equilibri intervenuti all’epoca di “Mani pulite”, secondo una certificazione rilasciata al Quirinale dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova di Bettino Craxi, è la politica tutta intera ad essere stata sottomessa, e finita sotto processo: prima sulle piazze all’annuncio di un avviso di garanzia o di un arresto “cautelare”, e poi nei tribunali, nei loro tempi più lunghi e anestetizzanti. Anzi, tanto anestetizzati che le eventuali, pur frequenti assoluzioni perdono anche la dignità e le dimensioni di una notizia.

Il ministro Carlo Nordio

         Toti riuscirà magari anche lui a dimostrare di avere preso le sue decisioni da governatore della Liguria senza lasciarsi corrompere da nessuno, ma l’idea di poter tornare o continuare ad essere un politico, diciamo così, normale, deve togliersela dalla testa per come il sistema giudiziario italiano -ripeto- è cambiato da più di una trentina d’anni. A meno che Carlo Nordio, come scrivo altrove, non diventi nel suo campo il Churchill che studia ed ammira.

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Il modello Churchill nella lotta di Carlo Nordio al giustizialismo

Dal Dubbio

Nella perfidia che finisce per penetrare in ogni lavoro, come il giornalismo, che si svolge sui confini fra il reale e l’immaginario, il vero e il verosimile, la scena e il retroscena, la certezza e il dubbio, voglio pensare che il buon Carlo Nordio abbia voluto cogliere l’occasione offertagli dal Foglio come studioso e appassionato di Winston Churchill, in previsione del 150.mo anniversario della nascita, per togliersi qualche sassolino infilatosi nelle scarpe con le polemiche sulla sua attività di ministro della Giustizia. Ch’egli svolge con la solita franchezza, sino a dichiarare in Parlamento di avere letto e riletto un’ordinanza di tribunale senza riuscire a capirla. E tanto meno, penso, a condividerla.

Churchill evocato da Nordio sul Foglio del 31 luglio

Ciò ha procurato al Guardasigilli un’intemerata del presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, Giuseppe Santalucia, e il dileggio del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che da un po’ di tempo ha cominciato a contare metaforicamente i bicchieri o le bottiglie di vini e liquori che Nordio beve, piacendogli gli uni e gli altri, e ad attribuire ai loro effetti le sortite, iniziative e quant’altro che abbiano la sfortuna di non essere condivise da “lor signori”, togati e non, direbbe la buonanima di Fortebraccio. Che, beato lui, arrivato ai comunisti dalla Dc, non riuscì a vivere del tutto la stagione giustizialista del Pci. E quando scriveva appunto di “lor signori” sull’Unità si riferiva ai padroni tradizionali, rigorosamente di destra, senza minimamente pensare a quelli, come i magistrati, che ora dispongono ancor più dei cittadini. Ne controllano trojanianamente i telefoni e gli incontri, li possono arrestare prima ancora di processarli, magari assolverli dopo anni senza scusarsene, anzi continuando a fare più o meno indisturbati le loro carriere e sentendosi minacciati dal solo fatto di essere criticati o -come accennavo nel caso di Nordio ripreso da Santalucia- non compresi nelle loro ordinanze, o simili.

Da Carlo Nordio sul Foglio

Nella quinta e conclusiva puntata della sua rievocazione di Churchill, che a 74 anni, quanti ne ha oggi il ministro della Giustizia, ebbe la forza, il coraggio, la fortuna di sconfiggere Hitler, non certo da solo ma con qualche serio contributo, Nordio ne ha così ricordato e riassunto la vita: “Morire a novant’anni nel proprio letto, dopo aver ingurgitato vagonate di champagne e intere botti di wisky, e dopo aver intasato i polmoni con migliaia di sigari, è già un record che spiazza le sempre più petulanti raccomandazioni per una vita ecologica e un’astinenza certosina”, così apprezzate forse da Travaglio.

“Se il corpo -ha ancora scritto Nordio di Churchill- fu così favorito, il cervello e il cuore lo furono anche di più. Aveva un’immaginazione fertile e illimitata, controllata dalla razionalità e da un realistico buon senso. Per trovare un’anima che ardesse così intensamente e così a lungo, bisogna risalire a Napoleone. E per trovare un politico che scriva la storia tanto bene quanto l’ha fatta, bisogna evocare Giulio Cesare. Ma abbiamo già esaurito la scorta dei nostri aggettivi. Non ci resta che attribuirgli l’omaggio finale di Shakespeare: “This was a man”. Questo fu un uomo”.

L’immagine storica di Winston Churchill

Pur se qualcuno sta cercando di crocifiggerlo alla croce ereditata delle carceri sovraffollate, anche di suicidi, auguro sinceramente e personalmente a Nordio di vincere churchillianamente la sua guerra per una riforma davvero garantista della giustizia in Italia. Egli ha recentemente espresso l’augurio di potersi godere il riposo, ma al termine -ha precisato- del suo mandato di ministro della Giustizia, che scadrà come quello del governo fra più di tre anni. Anche se qualcuno ha ineffabilmente scritto in questi giorni di vedere le elezioni sempre meno lontane e più vicine.

Pubblicato sul Dubbio

Il referendum contro le autonomie differenziate, e la Meloni, sale sulla mongolfiera

Dal Fatto Quotidiano

         C’è vita dunque a sinistra, si sono detti da quelle parti all’annuncio delle 500 mila firme, tra fisiche e digitali, raccolte in soli dieci giorni dai promotori del referendum abrogativo della legge sull’attuazione delle autonomie differenziate regionali, introdotte paradossalmente dalla stessa sinistra nel 2001 nella Costituzione.  Quando si pensava di potere sottrarre così la Lega di Umberto Bossi alla tentazione di tornare nel centrodestra di Silvio Berlusconi. Cosa che invece avvenne regolarmente.

         Certo, per vincere il referendum e sperare di vedere traballare il governo di Giorgia Meloni, specie ora che anche Matteo Renzi ci conta, occorre che ad andare alle urne e a votare contro la legge “spaccaItalia”, come l’hanno chiamata le opposizioni, vadano a milioni, e non a centinaia di migliaia, come per firmare la richiesta della verifica. Ma da cosa, debbono aver detto gli ottimisti di quelle parti, può nascere cosa, invertendo il corso dei referendum falliti per mancanza del cosiddetto quorum di partecipazione.

Dalla Ragione

  Alla Repubblica, quella di carta, hanno addirittura smontato la prima pagina per mettere la notizia delle 500 mila firme sopra quella dell’eliminazione in Iran del capo di Hamas, “centrato” da Israele, come ha titolato con soddisfazione in Italia La Ragione di Davide Giacalone. Che deve essere ragionevolmente convinto, appunto, che il terrorista -ripeto- “centrato” abbia sulla propria coscienza, se davvero ne aveva una, un bel pò, se non tutte quelle decine di migliaia di palestinesi morti a Gaza perché sotto le loro case, le loro scuole, i loro ospedali capi e militanti di Hamas avevano sistemato e tuttora detengono i missili da lanciare contro Israele.

Stefano Cappellini su Repubblica

Con linguaggio quasi epico in questa torrida estate Stefano Cappellini, sempre su Repubblica, ha così raccontato le gesta dei raccoglitori di firme per il referendum salito sulla mongolfiera delle opposizioni: “Niente ha potuto l’ombrellone, l’anticiclone, il solleone. Sono centinaia di migliaia in pochissimi giorni le italiane e gli italiani corsi a sottoscrivere la proposta referendaria per l’abrogazione dell’Autonomia differenziata” e -augurabilmente per loro- di un governo che, fra gli altri torti, se non il principale, ha quello di essere stato mandato a Palazzo Chigi dagli elettori nel centenario della marcia fascista su Roma. Per cui una “ducia”, come Carlo Rossella chiama la premier in carica, è potuta succedere al duce 79 anni dopo la sua bocciatura nel Gran Consiglio del 25 luglio 1943 e la rimozione finalmente disposta dal Re, dopo avergliene permesse francamente troppe. E pagandone poi, giustamente, anche lui gli effetti con l’abdicazione nella inutile speranza di salvare la Monarchia dal referendum del 1946.  

Le guerre …di carta di Giorgia Meloni dalla lontanissima Cina

Da Repubblica

         Giorgia Meloni, diavola di una donna e di una premier, dalla lontana Cina dove si è avventurata con la figlia avrebbe dunque compiuto l’imprudenza, rimproveratale immediatamente dagli avversari, di irrompere nelle cronache belliche che sconvolgono il mondo per scatenare la sua guerra, per quanto solo di carta, contro tre giornali italiani, in particolare, che ce l’avrebbero con lei, portatori di interessi non solo cartacei. Sarebbero la Repubblica, che ha risposto al fuoco sparando sull’attacco della Meloni; Domani, il quotidiano di Carlo De Benedetti , che ha risposto rimproverandole di avere violato la rete di protezione appena stesa dal Quirinale sul giornalismo, e il Fatto Quotidiano. Tutti accomunati dalla premier nella “distorsione” di un dossier della Commissione Europea sullo stato di diritto dei paesi dell’Unione, fra i quali l’Italia sarebbe fra le peggiori.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Nella guerra, ripeto, di carta aperta dalla Meloni sparando da Pechino missili di lunghissima gittata, capaci di coprire la distanza di 8.156 chilometri da Roma, sede dei tre giornali presi di mira, si è aperta una gara tra le vittime su chi è stato danneggiato di più o più ingiustamente. Il Fatto Quotidiano, in particolare, nella conclusione dell’editoriale del direttore Marco Travaglio,  che non poteva ignorare naturalmente la notizia bellica del giorno, si è vantato di essere fra i tre l’unico portatore di interessi sani. Quelli solo dei suoi lettori, che ogni giorno si mettono in fila davanti alle edicole per acquistare la loro copietta e consolarsi della libertà ancora concessa loro di essere informati a dovere. Gli altri, i lettori di Repubblica e di Domani, sono invece condannati all’informazione filtrata attraverso gli affari, o affaracci, dei loro proprietari.

Dal Foglio

         Le cronache belliche, sempre di carta, così riferite sono tuttavia incomplete. Mancano del missile a suo modo sparato e affidato al Foglio dall’eurodeputato socialista spagnolo Juan Fernando Lopez Aguillar. Che da presidente della competente commissione della ormai passata edizione del Parlamento di Strasburgo si è assunta tutta o buona parte della responsabilità del dossier distorto, secondo la Meloni, dalle cronache e dalle interpretazioni dei giornali italiani e delle opposizioni. Ed ha ammonito, come esponente della maggioranza che ha confermato il 18 luglio Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles, che per la sua “reazione spropositata” la premier italiana “la pagherà in Ue”, intesa come Unione Europea.

L’editoriale di Repubblica

  E’ un po’ anche quello che si aspetta il direttore di Repubblica in persona, Maurizio Molinari, avendo titolato il suo commento all’attacco di Meloni: “Se Giorgia si allontana dall’Europa”.

         Surclassati da tanto furore polemico e frastuono di colpi d’artiglieria stampata, chissà che cosa si inventeranno i professionisti della guerra e del terrorismo per riprendersi già domani le prime pagine dei giornali italiani in conflitto col governo Meloni.

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I novanta minuti e più di Giorgia Meloni in Cina con Xi Jinping

Gianni Cuperlo

         Quei novanta minuti e più di incontro con Xi Jinping a Pechinoa meno che non si voglia considerare anche il presidente della Cina un rimbambito, come è stato liquidato quello uscente degli Stati Uniti d’America non solo dal “nostro” Marco Travaglio, ma anche da amici del partito democratico prodigatisi per impedirgli di ricandidarsi- sono la smentita più evidente della rappresentazione che di Giorgia Meloni fanno i suoi avversari in Italia. Di una premier cioè “isolatasi” in Europa e sul punto di cadere col suo governo e con la sua maggioranza. Una caduta così precipitosamente prevista o annunciata da Massimo Cacciari, per esempio, che pure il suo amico Gianni Cuperlo, in onda ieri sera su la 7, si è sentito in dovere di smentirlo e di richiamarlo ad una realtà ben diversa, per quanto non manchino neppure per lui problemi alla coalizione di centrodestra. Come d’altronde non ne  mancano al campo fotografico, e intermittente nelle piazze, di un’alternativa di centrosinistra estesa sino a Matteo Renzi, o alla sua penultima edizione.

Dalla Repubblica

         Dedicare più di novanta minuti ad un’ospite, con tutto quello che il presidente cinese ha da fare nel suo enorme Paese, per consentirne “il bluff”, come l’ha definito nel suo titolo di prima pagina la Repubblica di carta, o una esibizione “da equilibrista”, come ha titolato Il Foglio, non mi pare francamente da Xi Jinping. A meno- ripeto- che non si scambi pure lui per un rimbambito. Che magari ha scambiata davvero Meloni, come l’ha rappresentata in Italia il quotidiano pentastellato ufficiale La Notizia, per una edizione maschile di Marco Polo avventuratasi in Oriente.

Dal Foglio

         Tranquilli, il governo italiano è regolarmente in carica. Il presidente della Repubblica ha preso tanta pioggia a Parigi, assistendo alla fantasmagorica manifestazione di apertura delle Olimpiadi, ma è tornato a Roma in buona salute. E non ha nella sua agenda alcuno scioglimento anticipato delle Camere. Le opposizioni, pur essendo riuscite a inserire anche la Liguria nel pacchetto elettorale d’autunno a livello regionale, hanno ancora molto da lavorare, costruire, demolire e poi cercare di ricostruire per diventare l’alternativa che Pier Luigi Bersani pettina come una bambola quando riesce a distrarsi dallo spettacolo della mucca penetrata e vagante nella sede del Pd, al Nazareno.  

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Quel processo alla politica nelle piazze contestato da Aldo Moro

Dal Dubbio

Più degli scritti di Aldo Moro dalla prigione “del popolo” in cui lo avevano rinchiuso le brigate rosse prima di ucciderlo – missive evocate da Domenico Giordano sul Riformista- la lettera di Giovanni Toti dai suoi arresti domiciliari e, più in generale, la vicenda giudiziaria che gli è già costata senza un processo la carica di presidente della Regione Liguria, e a quest’ultima l’amministrazione liberamente eletta dai cittadini, mi ha ricordato il discorso pronunciato da Moro a Montecitorio, a Camere riunite congiuntamente, il 9 marzo 1977 per il caso Lookheed.  Quello degli aerei di trasporto militare venduti dall’omonima società americana all’Italia con tangenti che sarebbero poi costate la condanna dell’ex ministro della Difesa Mario Tanassi da parte della Corte Costituzionale. Che era allora competente, su stato d’accusa del Parlamento, a giudicare reati ministeriali, e non solo -come adesso- il presidente della Repubblica per alto tradimento o attentato alla Costituzione.  

Mimmo Pinto

         In quel discorso l’allora presidente della Dc, difendendo non solo il suo  amico e collega di partito Luigi Gui, uscitone indenne, ma anche Mario Tanassi, in quanto “alleato”, come tenne a precisare, protestò contro il lottacontinuista Mimmo Pinto, eletto nelle liste di Democazia proletaria.  Che era intervenuto prima di lui nella discussione avvertendo quanti avevano avuto la disavventura di governare che sarebbero potuti anche scampare ai tribunali ma non alle piazze. Esse sarebbero state con loro severissime. “Noi non ci faremo processare in piazza”, gli rispose Moro affidandosi al “potere penetrante dei giudici”: quelli dello Stato di diritto e della Costituzione.

Aldo Moro

         Già ministro della Pubblica Istruzione, della Giustizia, degli Esteri, cinque volte presidente del Consiglio, per non parlare dei cinque anni trascorsi alla guida della Dc come segretario e dell’esperienza di professore universitario, fra l’altro, di filosofia del diritto, il povero Moro era destinato a morire dopo più di un anno, condannato da un fantomatico tribunale del popolo, oltre che dalla debolezza, a dir poco, dello Stato che avrebbe dovuto proteggerlo. E solo grazie a quella terribile fine personale si risparmiò lo spettacolo successivo non solo della sua Dc e dei suoi alleati ma della politica, in genere, processata sulle piazze. Ma processata, paradossalmente, a sostegno di procedimenti avviati da una magistratura per niente imbarazzata di un aiuto così scandaloso e di per sè eversivo.

Elly Schlein in piazza a Genova contro Toti

         Che cosa è stata se non un processo in piazza quella manifestazione svoltasi a Genova per reclamare le dimissioni di Giovanni Toti da presidente della Regione Liguria che non erano ancora riusciti a strappargli magistrati d’accusa e giudici trattenendolo agli arresti domiciliari con ordinanze che neppure un ministro della Giustizia come Carlo Nordio, già pubblico ministero, è riuscito a capire, e tanto meno a condividere. Una piazza, quella di Genova, che ha voluto anticipare, fra l’altro, quel campo largo o addirittura larghissimo dell’alternativa al governo attuale in cui – al pari di Davide Varì- non mi capacito come potrà mai riconoscersi, con quale e quanta disinvoltura, un garantista dichiarato come Matteo Renzi. Una disinvoltura, la sua, pari appunto a quella che addebito a magistrati che si lasciano silenziosamente sostenere dalle piazze nell’esercizio delle loro funzioni “penetranti”, come le definiva -ripeto- il povero Moro.

Francesco Saverio Borrelli e i suoi sostituti in Galleria a Milano

         Nella mia non breve esperienza professionale di giornalista ho visto e sentito solo un magistrato dichiaratamente preoccupato, se non addirittura angosciato, degli applausi che raccoglieva in piazza con i suoi collaboratori. Fu -gliene va riconosciuto il merito, pur non avendo personalmente condiviso gran parte delle sue scelte- il capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli agli inizi di quella falsa epopea chiamata nel 1992 “Mani pulite”. L’epopea che sconvolse in modo irreparabile i rapporti fra politica e giustizia voluti dai padri costituenti, che si staranno rivoltando nelle loro tombe, o urne cinerarie, a vedere a che cosa quei rapporti siano stati ridotti.

Dalla lettera di dimissioni di Toti

         Cadrà purtroppo nel vuoto anche il sobrio auspicio  espresso da Toti nella sua lettera da detenuto ai domiciliari, in quasi rigoroso stampatello, dimettendosi irrevocabilmente davanti alla piazza plaudente, che si traccino finalmente “regole chiare e giuste per la convivenza tra giustizia e politica all’interno del nostro sistema democratico”. Il debito al giustizialismo non sarò mai pagato del tutto, e da nessuno.

Pubblicato sul Dubbio

Meloni scrive alla “cara Ursula” contro le menzogne lasciate scrivere sull’Italia da Bruxelles

Dall’Ansa

         Dalla Cina, dov’è in missione ufficiale, la premier Giorgia Meloni ha disposto la diffusione di una lettera scritta alla confermata presidente della Commissione Europea, che chiama amichevolmente Ursula, per dolersi pubblicamente delle “distorsioni a uso politico” fatte “per la prima volta” della relazione annuale che dal 2020 la stessa Commissione pubblica sullo stato di diritto dell’Unione. Le cui “raccomandazioni finali nei confronti dell’Italia non si discostano particolarmente da quelle degli anni precedenti”. Eppure quest’anno a leggerle “qualcuno -ha scritto la premier- si è spinto perfino a sostenere che in Italia sarebbe a rischio lo stato di diritto” e “la libertà di informazione in particolare nella Rai”.

Ancora dall’Ansa

         Ma “l’attuale Governo e la maggioranza che lo sostiene -ha precisato la presidente del Consiglio-non si sono ancora avvalsi della normativa vigente per il rinnovo dei vertici aziendali” radiotelevisivi. “Gli attuali componenti del Consiglio d’Amministrazione della Rai -ha continuato la Meloni- sono stati nominati nella scorsa legislatura da una maggioranza di cui Fratelli d’Italia”, cioè il partito da lei guidato, “non era parte”, per cui “non si comprende come si possa imputare a questo Governo una presunta ingerenza politica nella governance della Rai.

Dalla Stampa

         L’aspetto curioso, intrigante e quant’altro di questa lettera della premier italiana contenente elementi incontrovertibili di verità sta nella destinazione. E’ stato ed è solo uno sfogo amichevole della Meloni con “Ursula” –“uscendo dall’angolo” in cui si è sentita, ha titolato La Stampa- per “le distorsioni ad uso politico” del rapporto della Commissione uscente, sempre presieduta dalla von der Leyen, o la confezione stessa di quel rapporto, prestatasi ad una lettura così negativa per il governo che lei guida, con la regolare fiducia del Parlamento, dal 2022? Ecco, è questa la domanda inevitabile non solo per un giornalista o per un politico ma per chiunque legga la missiva fatta diffondere dalla premier, avvertendone in qualche modo l’urgenza. O facendola avvertire, poco importa se a torto o a ragione in quel clima sempre liquido, o gassoso, in cui vive e si sviluppa quello che chiamiamo confronto politico.  

La “cara” Ursula von der Leyen

         Sarebbe interessante a questo punto sapere se la destinataria della lettera, in vacanza ma alle prese con la formazione della nuova Commissione di Bruxelles, risponderà e in che modo all’amica. Che attende peraltro di sapere da lei, per quanto non votata a Strasburgo dalla destra italiana, quali deleghe, cioè competenze, saranno destinate all’Italia nella nuova Commissione considerandone il ruolo di Paese fondatore dell’Unione, le dimensioni e le condizioni di stabilità non comuni dopo le elezioni europee e nazionali dei quasi due ultimi mesi.

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L’epistolario di Beppe Grillo e Giuseppe Conte sulle loro 5 Stelle

Dall’Ansa

         Con tutta la cautela consigliata, o imposta, dai misteriosi algoritmi di alcuni canali social che rimuovono da qualche tempo post, cioè articoli, considerati troppo forzati o polemici, mi limito a riferire che Beppe Grillo e Giuseppe Conte, rispettivamente e dichiaratamente “garante dei valori” e presidente del MoVimento 5 Stelle, si sono scambiati pubbliche lettere sull’”evidente crisi di consenso” di cui – secondo Grillo- soffre il partito, o come altro si debba o voglia chiamare.

Dal Corriere della Sera

         Grillo si è lamentato di non essere stato consultato sull’”assemblea costituente” del movimento annunciata da Conte. Che, precisando di volerlo così “riossigenare”, ha rivendicato la procedura adottata senza averne prima parlato col “garante” per tutelare la piena “legittimità”, se non la si vuole chiamare sovranità, dell’assise.

Da Repubblica

         Per carità, i due -il “garante”, ripeto, e il “presidente”- torneranno probabilmente a sentirsi e persino a incontrarsi convivialmente, magari nello stesso ristorante in cui già un’altra volta chiusero un loro contenzioso col conto pagato dall’ospite, essendo stato il locale scelto dall’altro. Ma il confronto polemico, per quanto ignorato dalle prime pagine di alcuni giornali solitamente attenti alla cronaca politica come il manifesto e Domani, è una notizia non irrilevante per un movimento il cui titolare partecipa ogni tanto con foto e altre immagini a quel cosiddetto “campo largo” di quella che l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, vista la sofferenza che questa denominazione procura a Conte, suggerisce continuamente di chiamare semplicemente “alternativa” al governo in carica. I cui tre anni ancora di mandato, sino alla scadenza ordinaria della legislatura, sarebbero “troppo lunghi da passare” -dice sempre Bersani- per non prevederne una fine prematura. Teniamoci pronti, ha raccomandato di recente Goffredo Bettini, compagno politico di vecchia data di Bersani, pensando ad elezioni anticipate cui è pronto a partecipare da alleato del Pd -pensate un po’- anche Matteo Renzi nella sua ultima, o penultima edizione.

Dal Fatto Quotidiano

         Grandi cose potranno quindi maturare a sinistra: non necessariamente col consenso di Beppe Grillo, ma questa volta senza che Conte si lasci per forza stoppare e condizionare dal “garante -ripeto- dei valori” del movimento pentastellato. Che, in quanto tali, come quelli ai quali intestò il suo movimento anche Antonio Di Pietro prima di rinunciarvi, come era già accaduto per la sua esperienza di magistrato, sono sempre di un’assolutezza solo verbale, più presunta che reale.   Grandi cose, dicevo. Ma forse anche meno o per niente grandi, se basate solo sul presupposto di un suicidio francamente improbabile del governo e della maggioranza in carica, per quanto anch’essi abituati a viaggiare in una certa turbolenza persino ostentata, specie dai due vice presidenti del Consiglio chiamati formalmente ad affiancare la premier.  

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