Meloni smentisce il disimpegno di Trump dal sostegno all’Ucraina

         In attesa della conferenza stampa tradizionale del presidente del Consiglio nel passaggio da un anno all’altro, annunciata per il 9 gennaio, Giorgia Meloni ha concesso una lunga intervista al supplemento 7 del Corriere della Sera della quale è particolarmente rilevante il passaggio riguardante la posizione italiana sulla guerra in Ucraina in relazione a quella del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Giorgia Meloni al Corriere della Sera

         Le premier ha voluto smentire la rappresentazione di una possibile divaricazione con la Casa Bianca sulle prospettive del conflitto in corso da quasi tre anni in Ucraina dicendo: “Ho letto le ultime dichiarazioni del presidente eletto degli Stati Uniti Trump. Cito testualmente:: “Putin dovrebbe pensare che è arrivato il momento (per fare la pace) perché ha perso. Quando perdi 700 mila persone, è il momento”. “Voglio arrivare ad un accordo e il solo modo di arrivarci è quello di non abbandonare (l’Ucraina)”.

         “Sono parole – ha proseguito la premier italiana- totalmente sovrapponibili a quelle che ho ripetuto, a nome dell’Italia, in molte occasioni. Abbiano sempre detto che l’unico modo per giungere ad una pace è costringere la Russia in una situazione di stallo, perché non c’è alcuna possibilità di pace se non l’equilibrio delle forze in campo, e se la Russia ha campo libero nell’invasione dell’Ucraina. Questo è quello che sostiene l’Italia e che dicono anche gli Stati Uniti”.

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Le dannate e prevedibili complicazioni della vicenda di Cecilia Sala

L’ingegnere iraniano Adenini

         Prudenze, silenzi, reticenze e quant’altro anche dei giornali, e non solo delle cosiddette autorità, non sono dunque bastati -com’era del resto facile aspettarsi- ad evitare le complicazioni di ogni tipo della vicenda di Cecilia Sala. Che è la giornalista italiana sequestrata dal regime di Teheran per cercare di scambiarla con un iraniano arrestato in Italia su richiesta degli americani che ne vogliono l’estradizione negli Stati Uniti per terrorismo. E’ un ingegnere -Adenini, chiamiamolo così accorciando il suo lungo e complicato nome e cognome- che naturalmente contesta la qualifica di terrorista e vuole essere considerato solo “un accademico”, cioè un professore. Ma un professore, un super esperto di droni, delle loro confezioni, delle loro attrezzature, del loro commercio, del loro uso nelle varie guerre nelle quali è coinvolto il suo paese. La copertura che gli fornisce il regime iraniano dovrebbe quindi intendersi di carattere culturale, spettante appunto ad un “accademico”.

         Questo professore di droni ha già ottenuto in Italia qualche trattamento di riguardo per soddisfare il regime iraniano. In particolare, egli è stato trasferito da una iniziale destinazione carceraria di sicurezza  in Calabria a quella di Opera, in Lombardia, Dove le rappresentanze diplomatiche iraniane gli hanno già trovato un alloggio in cui aspettare l’espletamento delle procedure per una estradizione che esse naturalmente si aspettano alla fine negata dal governo nella persona del ministro della Giustizia. Che ha ancora l’ultima parola in una materia in cui ormai la magistratura può vedere contraddette le sue valutazioni da un’autorità politica.

la madre di Cecilia Sala all’uscita da Palazzo Chigi

         Se le pur perduranti condizioni di detenuto di Andini sono migliorate, quanto meno, anche ai fini della sua assistenza legale,  quelle di Cecilia Sala in Iran sono rimaste, a dir poco, preoccupanti. Tanto che le autorità politiche che seguono la vicenda non possono più contenere una situazione efficacemente descritta dalla madre di Cecilia uscendo da Palazzo Chigi dopo un incontro con la premier Giorgia Meloni, fra un vertice e l’altro operativo sulla vicenda. La signora ha reclamato la precedenza che spetta alle persone rispetto ai cotechini, ai vini e altri prodotti tipici italiani di cui proteggiamo il commercio. Un monito appropriato, per quanto educatamente accompagnato col riconoscimento e l’apprezzamento del lavoro a Palazzo Chigi.

Dal Foglio

         Purtroppo alla complicazione della situazione in cui si trova Cecilia Sala si è aggiunta quella del clima politico per una protesta levatasi, nella sua penultima sortita, da Matteo Renzi per non essere stato sufficientemente coinvolto nella consultazione delle opposizioni da parte del governo. Lui vuole un “tavolo” ben visibile in cui risulti anche la presenza e quant’altro del suo partito. “Parla Renzi”, ha titolato Il Foglio registrandone proteste, richieste, critiche e via opponendosi. Egli  parla forse un po’ troppo, come troppo è stato taciuto da troppi  all’inizio di questa vicenda.

Quando si moltiplicano i già numerosi specchi del Quirinale

Dal Dubbio

Per quanta tempestività e scaltrezza politica ci abbia messo la premier Giorgia Meloni per apprezzare pubblicamente il messaggio televisivo di Capodanno del presidente della Repubblica, nonostante il “dispiacere” attribuitole da Monica Guerzoni sul Corriere della Sera per “le ombre su sanità e detenuti”, l’intervento di Sergio Mattarella non ha potuto sottrarsi al gioco degli specchi. Che, già numerosi di loro al Quirinale sulle pareti alle quali sono appesi, si moltiplicano nelle interpretazioni mediatiche e politiche delle parole, dei gesti e, a volte, persino dei silenzi del Capo dello Stato.  E Mattarella è moroteo, di famiglia, anche in questo, cioè nella gestione dei silenzi quando decide di ricorrervi. O dei tempi, come quelli che, per esempio, dilata al massimo quando si tratta di controfirmare e promulgare provvedimenti che non lo convincono. La firma allora arriva davvero in extremis.

Dal manifesto

         Chi ha graffiato maggiormente con i titoli questa volta è stata probabilmente l’Unità del mio amico, ed ex direttore del Dubbio, Piero Sansonetti proponendo il messaggio di Mattarella come “sfida al governo”. Di fronte alla quale impallidisce “lo sprono” visto e proposto dal manifesto. Ma non ha scherzato neppure Domani, il giornale dell’irriducibile editore Carlo De Benedetti, indicando nel messaggio di Mattarella “il controcanto a Meloni”. Che pure assai prudentemente non solo ha apprezzato le parole di Mattarella ma ha anche rinviato al 9 gennaio, credo, la tradizionale conferenza stampa di fine anno, o inizio del nuovo, del presidente del Consiglio, rigorosamente al maschile neutro.

Giorgio Napolitano

         Mattarella, per come lo conosco, e credo di averlo capito in tanti anni di militanza politica, la sua, e di professione giornalistica, la mia, avrà fatto spallucce incurvandole ulteriormente. E magari si sarà pure divertito a immaginare le reazioni ai quattro messaggi augurali di San Silvestro che mancano all’epilogo del suo secondo mandato al Quirinale. Saranno alla fine quattordici: la durata più di un regno che di una Presidenza della Repubblica. Un regno peraltro neppure cercato, perché tutti ricordano le resistenze opposte da Mattarella alla rielezione: opposte sinceramente, non per finta o calcolo, come qualcuno pure riuscì a scrivere o insinuare quando maturò la sua conferma dopo inutili tentativi dei partiti di trovargli un successore. Come, del resto, si era già verificato due anni prima alla scadenza del primo mandato di Giorgio Napolitano, chiamato “Re Giorgio” per il suo dichiarato e orgoglioso interventismo nell’esercizio delle sue funzioni. Ho visto scrivere in questi giorni o ore anche di “Re Sergio”, ma non mi suona francamente bene come “Re Giorgio”.

         Il guaio di questo che sarei tentato di chiamare il tradizionale, ormai, gioco degli specchi attorno al Capo dello Stato, e ai suoi interventi, è che qualcosa alla fine resta, nell’immaginario politico., delle rappresentazioni finalizzate al perseguimento degli obiettivi di chi si spinge troppo oltre nelle interpretazioni. E nello stesso racconto. E ciò a detrimento, a mio avviso, della Politica, con la maiuscola. E della dialettica che l’accompagna e la caratterizza e si traduce prevalentemente in lotta. Nella quale invece dovrebbe essere interesse di tutti di non coinvolgere una figura di garanzia come quella del Capo dello Stato.

Pubblicato sul Dubbio

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La vigilanza continua dei professionisti dell’antifascismo

Da Libero

Altro che “gli 80 anni dalla Liberazione” che il Capo dello Stato verso la conclusione del suo messaggio televisivo di San Silvestro ha “evocato contro ogni amnesia definendola fondamento della Repubblica e presupposto della Costituzione”, come ha sottolineato il quirinalista principe Marzio Breda sul Corriere della Sera. Per Antonio Scurati, e la Repubblica, quella di carta, che li ha sparati sulla prima pagina del primo numero di questo 2025, debbono contare i 100 anni che trascorrono proprio oggi dal discorso alla Camera nel quale Benito Mussolini ai assunse tutta la responsabilità del delitto di Giacomo Matteotti e segnò “la nascita del fascismo”. Che tuttavia, sempre su Repubblica ma del 22 ottobre 2024, era già nato due anni prima con la marcia su Roma e la chiamata di Mussolini al Quirinale per la formazione del governo.

         Scurati non lo ha scritto ma i lettori ai quali egli ha voluto rivolgersi lo hanno capito o avvertito lo stesso. Quell’aula in cui Mussolini fece nascere o rinascere il fascismo esiste ancora. E vi prende ogni tanto la parola dallo stesso banco la premier Giorgia Meloni, con la sua vivacità oratoria e i numeri forti della fiducia che si fa confermare ogni volta che decide di chiederla, fortunatamente senza doversi assumere la responsabilità di qualche delitto. Ma vantandosi dei successi che il suo governo consegue e della miserabile fine di tutte le disgrazie pronosticate dalle opposizioni al suo arrivo a Palazzo Chigi.

Leonardo Sciascia

         Questa del fascismo per niente finito, anche nella coda più velenosa della guerra civile, con la Liberazione evocata da Mattarella ai dieci milioni di telespettatori che l’hanno visto e sentito la sera del 31 dicembre scorso, non è solo un’ossessione di chi lo vuole fare sopravvivere e lo intravvede ovunque. E’ qualcosa di più. E’ una professione, come quella dell’antimafia a suo tempo brillantemente denunciata e descritta da Leonardo Sciascia, che si rimediò per questo del mafioso, o quasi. Come oggi si rimedia del fascista chiunque dubiti -cominciano a vedersene e sentirsene anche fra le opposizioni- del fascismo evocato come attuale sul piano culturale e politico.

Carlo Donat-Cattin

         Fascista è stato sino alla caduta, diciamo così, spontanea del Muro di Berlino anche chi semplicemente era anticomunista. Come il mio compianto amico Carlo Donat-Cattin, la cui storia e formazione di sinistra venne soppressa nella rappresentazione politica e mediatica quando si mise di traverso sulla strada dell’”ineluttabile” accordo di governo -diceva Ugo La Malfa, propiziandolo- fra democristiani e comunisti. Lui, Carlo, fingeva di riderne spavaldamente, ma vi assicuro che ne soffriva nell’intimo quasi quanto della terribile avventura terroristica del figlio Marco.

Aldo Moro

         Se non avesse fatto in tempo a morire per mano dei brigatisti rossi, sarebbe finito a destra anche un altro mio amico, Aldo Moro. Vi sarebbe finito se nel 1979 e anni successivi avesse preso atto del ritiro dei comunisti dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale e avesse concorso con Bettino Craxi -e gli stivaloni infilati ai suoi piedi nelle vignette di Repubblica– alla ripresa del centrosinistra, per giunta allargato ai liberali nella formula pentapartitica gestita dallo stesso Craxi e poi da Giulio Andreotti. Non parliamo poi del presunto fascismo di quest’ultimo, che nei primi anni Settanta guardava con indulgenza gli elettori democristiani “in libera uscita” -diceva- verso il Movimento Sociale di Giorgio Almirante: fiducioso, anzi certo, di poterseli riportare a casa.

         Per fortuna tutti costoro sono morti, ripeto, e sepolti. E persino sempre più spesso rimpianti. Sennò sarebbero finiti., nei e coi tempi di uno Scurati forse inconsapevole, in quel pentolone attorno al quale danzano come forsennati gli antifascisti di professione, che cercano di riprendersi così  del trauma di una destra al governo cento anni dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio alla Camera. Non poveretti, ma poveracci, come dicono a Roma.

Pubblicato su Libero

La rincorsa sulla strada dell’antifascismo dopo il messaggio di Mattarella

         Che tempistica, signori. Il presidente Sergio Mattarella apre in anticipo nel suo decimo messaggio televisivo di San Silvestro a reti unificate -pur nell’apparente disattenzione dei cronisti e persino dei commentatori- le celebrazioni degli 80 anni dalla Liberazione e oggi la Repubblica, quella di carta, torna nelle edicole riesumando dagli archivi la foto del discorso di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cento anni fa, per ricordare con la firma di Antonio Scurati “la nascita di una dittatura”. Latente, diciamo così, dalla marcia su Roma del 1922 ma poi esplosa, sfacciatamente vantata da Mussolini assumendosi la responsabilità del delitto Matteotti, compiuto dai suoi sicari il 10 giugno 1924.

         Se ottanta sono gli anni che stanno a cuore al Capo dello Stato per ricordarne la fine, cento sono quelli che, pur assegnati alla “Cultura” nel titolo sovrapposto alla foto di Mussolini di un secolo fa alla Camera, l’antifascismo militante di Repubblica ha voluto ricordare con le sue connessioni esplicite o implicite al governo in carica di destra-centro guidato da Giorgia Meloni.  Ha voluto e vuole perché le rievocazioni, e tutte le emozioni politiche che esse intendono alimentare, continueranno. Già domani sul supplemento Venerdì della stessa Repubblica verrà riproposto in copertina un Mussolini minaccioso e fiero di essere “tornato”.

         Questa è un po’ una rivincita  culturale, anch’essa, e politica per Libero, che nell’ultimo numero del 2024 aveva provocatoriamemte promosso e proposto Mussolini, nelle effigie scultoree da regime, come “l’uomo dell’anno”, denunciandone l’ossessione che di lui ha la sinistra proiettandola sulla destra guidata, con il governo, dalla Meloni. La quale, potrà anche essere stata la prima a complimentarsi pubblicamente con Mattarella per i suoi richiami al patriottismo nel messaggio ultimo di San Silvestro, ma rimane nell’immaginario di quella sinistra una specie di controparte dell’uomo del Colle.

Dall’Unità

         “Mattarella sfida il governo su migranti, spese militari e carceri”, ha titolato l’Unità del mio amico Piero Sansonetti sul presidente della Repubblica. “Mattarella fa il controcanto a Meloni”, è il titolo di Domani, il quotidiano col quale Carlo De Benedetti cerca di consolarsi ogni giorno del torto fattogli dai figli di liberarsi di Repubblica, addirittura vendendola agli eredi di Gianni Agnelli.

Da Libero

         Questo 2025 rischia di diventare davvero quello che Mario Sechi, il direttore di Libero, compiacendosi della sua provocazione di fine del 2024, ha definito oggi il “Cabaret Mussolini”.  Spero che in questo gioco nessuno si faccia del male. O non se ne faccia troppo, specie sul versante di quelli che hanno cercato di proteggersi sotto il mantello delle Cultura, con la maiuscola. Che è come la Patria, in nome della quale si compiono notoriamente anche le maggiori nefandezze.

Mattarella apre in anticipo le celebrazioni degli 80 anni dalla Liberazione

         Verso la conclusione di un messaggio televisivo a reti unificate inevitabilmente scontato, dopo tutti gli auguri ricevuti e ricambiati sotto i soffitti del Quirinale nelle solite udienze del periodo natalizio, il Capo dello Stato ha voluto aprire con un certo anticipo le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della Liberazione che ricorrerà il 25 aprile. “Fondamento della Repubblica -ha detto il presidente Sergio Mattarella- e presupposto della Costituzione, che hanno consentito all’Italia di riallacciare i fili della sua storia e della sua unità” dopo la lunga dittatura fascista e le code ancora più tossiche dell’occupazione nazifascista e della guerra civile.

Dal Quirinale

         “Una ricorrenza importante”, ha insistito Mattarella osservando che “reca con sé il richiamo alla liberazione”, questa volta al minuscolo,”da tutto ciò che ostacola libertà, democrazia, dedizione all’Italia, dignità di ciascuno, lavoro, giustizia”. Un ostacolo che evidentemente perdura  a 80 incompiuti dalla Liberazione, di nuovo al maiuscolo, a 78 anni e mezzo dalla nascita della Repubblica e a 77 dall’entrata in vigore della sua Costituzione.

         Se vi sono ancora “ostacoli” lungo questa strada, ripeto, della “libertà, democrazia, dedizione all’Italia, dignità di ciascuno, lavoro, giustizia”, mi sembra difficile prendersela solo o soprattutto con un governo nel quale tante parti dell’opposizione avvertono puzza di fascismo. Se ci sono ritardi, permanenti pericoli o carenze, le cause e le responsabilità vanno cercate molto più indietro.  Anche per restituire o confermare  alla “politica” -unico passaggio nel quale Mattarella l’ha menzionata- “il compito alto che le compete” di custodire e soddisfare i “valori che animano la vita del nostro Paese, le attese delle persone, le nostre comunità”. Valori -ha insistito il presidente della Repubblica- che “si esprimono e si ricompongono attraverso l’ampia partecipazione dei cittadini al voto che rafforza la democrazia, attraverso la positiva mediazione delle istituzioni verso il bene comune, il bene della Repubblica”. Ma la partecipazione al voto, come si sa, lascia sempre più a desiderare. E le istituzioni non sempre mediano. O non mediano abbastanza, come dimostra lo stato dei rapporti fra la magistratura e non solo il governo ma anche il Parlamento, destinatario anch’esso della minaccia di sciopero levatasi dall’associazione delle toghe contro la riforma della giustizia all’esame delle Camere.

         “Buon anno a tutti”, ha comunque concluso il Capo dello Stato nel suo decimo messaggio di San Silvestro, terzo del suo secondo mandato.  

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Meloni-Trump e Schlein-Renzi nelle due foto emblematiche dell’anno in uscita

         Più che fatti, vorrei proporvi due foto per rappresentare la politica italiana dell’anno che se ne va con affaccio su quello che arriva. La prima, e più recente, o meno distante, è quella dell’incontro a Parigi, il 9 dicembre scorso, tra Donald Trump, reduce dalle elezioni presidenziali americane vinte con nettezza, e la premier Giorgia Meloni. La seconda, memo recente, è quella dell’abbraccio, sul campo di una partita di calcio amichevole e di beneficenza giocata tra politici e cantanti il 17 luglio scorso, fra la segretaria del Pd Elly Schlein e Matteo Renzi. Che le aveva appena passato la palla per una rete però nulla, tirata in fuori gioco contro la porta. Cosa, quella, che avrebbe già dovuto indurre ad una certa prudenza nell’immaginazione degli effetti.

         La foto di Trump con la Meloni è indicativa del ruolo di interlocutore privilegiato del nuovo presidente americano che la Meloni ha garantito e garantisce al governo italiano nell’Europa contrassegnata dalle crisi del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco uscente Olaf Scholz, destinato a lasciare il campo dopo le elezioni anticipate già fissate in Germania per febbraio.

         Il legame anche di empatia personale fra Trump e Meloni, propiziato anche dai rapporti ugualmente empatici, e precedenti all’elezione del presidente americano, fra la stessa Meloni ed Elon Musk, è stato già messo alla prova dal regime iraniano con la vicenda della giornalista italiana Cecilia Sala. Che è sotto sequestro e detenzione, al tempo stesso, in Iran per cercare di scambiarla, praticamente, con un iraniano appena arrestato in Italia, su ordine di cattura internazionale, e rappresentato eufemisticamente anche dalle nostre cronache giudiziarie e politiche come un ingegnere “esperto” di droni, così abbondantemente usati nelle guerre alle quali il regime degli ayatollah partecipa a suo modo.

         Questo ingegnere “esperto” di droni dovrebbe essere salvato, nei propositi iraniani, dall’estradizione negli Stati Uniti, che lo vorrebbero processare con altri, per potere poi tornare libero alle sue specialità tecniche, commerciali e quant’altro. Alla Meloni si è praticamente chiesto, dietro tutte le ipocrisie delle quali è capace anche la libera informazione italiana, di fare ingoiare a Trump il rospo di una mancata estradizione per ordine consentito al ministro della Giustizia Carlo Nordio.

         Quella di Matteo Renzi -passando all’altra foto dell’anno- è una mezza estradizione, per niente sgradita e perseguita però dall’interessato per passare dall’ormai fallito campo del terzo polo a quello di cosiddetto centrosinistra alternativo al centrodestra. Dove la Schlein lo vorrebbe ma Giuseppe Conte e la sinistra radicale di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni no. E da questo conflitto aperto a sinistra l’una a guadagnarne è naturalmente la Meloni. Che può fare spallucce all’araba fenice dell’alternativa per questa legislatura, ma forse anche dopo.  

Le reticenze non dovute al regime iraniano sul sequestro di Cecilia Sala

Dal Dubbio

Francesco Merlo, collegato con lo studio televisivo di Marianna Aprile e Luca Telese, de la 7, deveavere pensato a Eugenio Scalfari quando ha ribadito i dubbi appena espressi su Repubblica sulla sostanziale copertura che il giornalismo italiano sta dando alla vicenda della giovane collega Cecilia Sala. Che il regime iraniano ha odiosamente sequestrato, incarcerandola, per strappare al governo italiano -diciamolo senza infingimenti- il rifiuto all’estradizione chiesta dagli Stati Uniti per un ingegnere arrestato a Malpensa, di doppia nazionalità, iraniana e svizzera. Un ingegnere “esperto”, eufemisticamente, in droni usati nelle guerre in corso cui partecipa a suo modo, direttamente e indirettamente, l’Iran degli ayatollah. 

         Se il mio amico Francesco Merlo ha pensato a Scalfari parlando genericamente degli scomparsi maestri della nostra professione presumibilmente in sofferenza dove potrebbero seguirci, io ho pensato a Indro Montanelli e agli anni trascorsi insieme al Giornale. Quando, per esempio, il terrorismo contava anche sull’informazione per portare avanti le sue scellerate campagne. Ci ho pensato e mi son detto che sì, anche lui, Montanelli, non se ne sarebbe stato zitto di fronte a quella forma di complicità, aiuto, distrazione che è stata chiesta e concessa di fronte ai guai nei quali Cecilia Sala -sia chiaro- non si è messa ma è stata messa dal regime iraniano che ha deciso così indecentemente di usarla per cercare di non privarsi di qualcuno un po’ più consistente di un esperto in droni e simili. E in ciò a cui servono.

         Ecco, è proprio in questa rappresentazione riduttiva di quell’uomo, e di ciò che gli sta dietro e intorno, in un orribile intreccio internazionale, in difesa del quale il regime iraniano si è mobilitato usando come ostaggio una giornalista colpevole solo della professione che esercita, e delle circostanze del tutto casuali che l’hanno voluta in quei giorni in Iran piuttosto che altrove, che io trovo personalmente non condivisibile il comportamento scelto da noi, suoi colleghi, in Italia nella presunzione di proteggerla di più e meglio. E non mi si venga a invocare per favore, il garantismo per giustificare la pretesa del regime iraniano di considerare quell’ingegnere, appunto, solo e non più di un esperto in droni e simili.

         Il garantismo è quello che pratichiamo ogni giorno qui, sul Dubbio, raccontando e commentando ciò che accade, non quello che vorrebbe imporre all’Italia e al suo governo, e non solo al giornalismo italiano, il regime iraniano.

Pubblicato sul Dubbio

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Qualche impresa impossibile nel pur festoso contesto di fine anno

         Voglio dedicare questo penultimo giorno dell’anno a qualche impresa impossibile, almeno nel contesto in cui si muovono gli interessati. E comincio dal più alto in grado sul piano istituzionale, che è il Capo dello Stato.

Cecilia Sala

         Sergio Mattarella è alle prese col consueto messaggio di Capodanno a reti unificate cercando parole, concetti e quant’altro nuovi o diversi da quelli che ha trattato nei giorni e nelle scorse settimane incontrando autorità, diplomatici, giornalisti parlamentari e via via scorrendo l’elenco dei suoi ospiti al Quirinale. Certo, la cosiddetta attualità qualcosa gli ha lasciato a disposizione, come la clamorosa provocazione del regime iraniano di arrestare una giornalista italiana, Cecilia Sala, per poterla scambiare con un iraniano di cittadinanza anche svizzera, trafficante di droni e simili nelle guerre in cui l’Iran è impegnato direttamente e non. Costui è stato legittimamente arrestato in Italia su mandato di cattura internazionale degli americani, che ne attendono l’estradizione.

Francesco Merlo

         Vedremo se e come il capo dello Stato vorrà o potrà esporsi su questo fronte, che è costato ieri sera in televisione, in onda su la 7, una imbarazzata e imbarazzante esperienza al collega Francesco Merlo. Coraggiosamente invitato a spiegare le perplessità espresse sulla sua Repubblica sul contributo che il giornalismo ha voluto dare alla politica nell’azione fiancheggiatrice di questa sfida iraniana, ma trovatosi solo fra gli ospiti e i due conduttori della trasmissione. Che ad un certo punto non vedevano l’ora di ringraziarlo e scollegarlo dallo studio.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa

         Ma torniamo, o continuiamo nel nostro ragionamento risalendo all’inizio e passando dal presidente della Repubblica al presidente del Senato Ignazio La Russa. Il quale all’indomani del “camerata” e del sordo ricevuto in aula da Matteo Renzi ha cercato, in una intervista al Corriere della Sera, di declassarsi addirittura a “vigile urbano” del traffico interno a Palazzo Madama per spiegare come e perché si sia contenuto nella seduta, peraltro in diretta televisiva. E non si è detto per niente offeso, salvando quel poco che resta dei suoi rapporti con Renzi, senza i quali, perdurando allora una certa diffidenza o resistenza di Silvio Berlusconi, documentata anche da immagini d’aula, La Russa non sarebbe riuscito ad essere eletto alla presidenza del Senato, almeno così presto in apertura della legislatura partorita dalle elezioni vinte nel 2022 dal centrodestra.

Dalla Stampa

         Renzi, dal canto suo, pago di uno scontro cercato anche per accreditarsi nel campo dell’alternativa al centrodestra dove ha deciso di collocarsi, e di restare nonostante l’ostilità di Angelo Bonelli, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni, in ordine rigorosamente alfabetico, ha affidato alla Stampa il suo ultimo -ma sarebbe il caso di chiamare penultimo- progetto. Che è di “ricreare il Centro”, a sinistra, senza tuttavia guidarlo, visto che non riesce ad andare d’accordo con nessuno. Vasto programma, diceva la buonanima di Charles De Gaulle.

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Tempo di concerti, e di stecche, di fine anno pur tra le guerre…

Dal Corriere della Sera

         In tempi -non dimentichiamolo- di concerti di fine anno, programmati ed eseguiti ad ogni livello nonostante il ferro e il fuoco delle guerre che continuano, persino aumentando di ferocia, ci possono anche stare le stecche. Come quelle che hanno offerto alle cronache i due Mattei della politica italiana che sono Renzi e Salvini, questa volta in ordine non solo alfabetico.  

Ignazio La Russa

         Renzi nell’aula del Senato ha colto l’occasione del solito, rapido esame del bilancio dello Stato in un sistema che già lui da Palazzo Chigi avrebbe voluto rendere monocamerale a Costituzione modificata, e che i successori avrebbero introdotto di soppiatto, a Costituzione invariata; Renzi, dicevo, ha colto l’occasione del suo intervento per dare del “camerata” al presiedente dell’assemblea Ignazio La Russa. Che aveva osato interromperlo in diretta televisiva. Del camerata e anche del sordo per non avere avvertito i “rumori” che dai banchi della maggioranza disturbavano le critiche di Renzi al governo e alla manovra finanziaria, contenente anche un intervento contro i suoi guadagni di conferenziere e altro all’estero.

         Ai battibecchi d’aula sono seguiti quelli fuori d’aula, comprensivi di un comunicato del presidente destinato ad archiviare davvero la pagina di quasi complicità fra lo stesso Renzi e La Russa con la quale si era aperta nel 2022 la legislatura in corso. Quando il secondo, come sanno ormai anche le pietre a Palazzo Madama, fu eletto alla Presidenza del Senato, seconda carica dello Stato, fra le resistenze di Silvio Berlusconi con l’appoggio dei renziani coperti dal voto segreto.

         Ora, nelle vesti ormai scelte e vantate in pubblico di partecipe di una pur improbabile alternativa al centrodestra, viste le divisioni che permangono fra le opposizioni, Renzi può anche inserire lo scontro con la Russa nelle prove a favore della sua nuova collocazione politica. Ma chissà se basterà a sopire la vigilanza che continua ad esercitare contro di lui, ancora sotto le insegne delle cinque stelle, quel Giuseppe Conte che non gli ha mai perdonato di avergli fatto perdere Palazzo Chigi per spingervi Mario Draghi.

Matteo Salvini

         La stecca di Salvini, l’altro Matteo, è consistita invece in un’altra delle sue dichiarazioni da ministro delle Infrastrutture che è tornata ad alimentare cronache e retroscena del suo rimpianto del Viminale. Che sembra cresciuto da quando egli ha visto nell’assoluzione con formula piena, appena avuta a Palermo dall’accusa giudiziaria di avere sequestrato come ministro dell’Interno, più di cinque anni fa, quasi 150 migranti clandestini ritardandone lo sbarco dalla nave spagnola che li aveva soccorsi col proposito di portarli in Italia, e in nessun altro paese bagnato dalle acque del Mediterraneo. “Ne parlerò con Giorgia”, è tornato a dire Salvini pensando al Viminale e riferendosi alla Meloni. Che però sembra avere ben altro per la testa, forse non a torto perché non siamo solo in tempi di concerti e di stecche.

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