La politica in vacanza, non la fantasia nelle redazioni dei giornali

         La politica in vacanza, anch’essa sotto l’ombrellone, ora che le Camere hanno smaltito gli arretrati, o ne hanno rinviato la gestione all’autunno, è quanto di più illusorio si possa annunciare. La politica e le sue propaggini, o origini, informative continuano inesorabilmente a lavorare, diventando magari ancora più fantasiose del solito. Supplendo appunto l’immaginazione a ciò che potrebbe mancare per motivi stagionali.

Giorgia Meloni

         Ne ha dato un esempio ieri un giornale quasi di nicchia, come si dice nel nostro ambiente per la sua limitata diffusione nelle edicole, peraltro sempre meno numerose, ma di buona risonanza come Il Foglio. Al cui direttore Claudio Cerasa deve essere sfuggito il piede non so se più sulla frizione o sull’acceleratore facendo del dichiarato “pettegolezzo” su un argomento non da poco come quello delle elezioni americane e di ciò che si aspetta la premier italiana. O comunque le conviene.  

Claudio Cerasa sul Foglio di ieri

         “Tra i meravigliosi pettegolezzi estivi che animano da giorni i sonnolenti palazzi della politica -ha scritto testualmente Cerasa- ce n’è uno che riguarda una convinzione profonda maturata dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.  Una convinzione non virgolettabile, come si dice, neppure attribuibile, neppure confessabile ma che spiega bene qual è il bivio internazionale di fronte al quale si trova il capo del governo italiano: che fare con Donald Trump?”.

         Il dichiaratamente “non virgolettabile”, e quindi non dimostrabile, sarebbe la propensione della Meloni per una vittoria di Kamala Harris, la vice presidente uscente, sull’ex presidente ma nuovamente aspirante Trump nella corsa alla Casa Bianca.

Giorgia Meloni al settimanale Chi

         Sentite, anzi, rileggete con me invece il virgolettato della Meloni, comprensivo di maiuscole, minuscole e punteggiature, in una intervista al settimanale mondadoriano Chi uscito ieri ma noto già il giorno prima al Foglio che ne aveva anticipato una parte:   “Tutti sanno che sono presidente dei Conservatori europei, e che tra i partiti esterni all’Europa che aderiscono ai conservatori ci sono anche i repubblicani americani, quindi le mie preferenze sono note”. Cioè sono per Trump, il candidato dei repubblicani. Non c’è pettegolezzo che possa smentire una così chiara preferenza, ripeto, della Meloni per Trump.

Kamala Harris

         E’ una “preferenza”, quella della Meloni per l’ex presidente di nuovo in corsa, e aiutato paradossalmente anche dal cecchino che lo ha mancato di qualche millimetro, completata ma non smentita dalla successiva precisazione della premier: “Questo però non mi ha impedito di lavorare bene con l’amministrazione democratica di Biden perché tra grandi Nazioni alleate i rapporti non cambiano con il mutare dei governi. Saranno gli americani a scegliere”. E se sarà eletta invece Kamala Harris la premier italiana saprà o vorrà andare d’accordo anche con lei, pur se “non la conosco”, ha avvertito lei stessa, pur essendo da quasi due anni la prima alla Casa Bianca, con Biden, e l’altra a Palazzo Chigi.  Capito, Cerasa?  

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La democrazia sulfurea delle bollicine contrapposta a quella delle urne

Da Libero

Provate a chiudere gli occhi e ad immaginare la Camera e il Senato, con tutti gli altri palazzi politici intorno, ma anche sopra, sino al Quirinale, poggiati come i Campi Flegrei su quel vulcano che da Napoli raggiunge Monte di Procida, al centro del quale c’è quel Lago d’Averno che Virgilio avvertì come la bocca degli Inferi. E’ quello che ho fatto dopo avere letto una lunga intervista al Fatto Quotidiano rilasciata da Gustavo Zagrebelsky, presidente della Corte Costituzionale per nove mesi nel 2004, e perciò tuttora emerito.

Il duello televisivo fra Zagrebelsky e Renzi nel 2016

Egli si porta così bene i suoi 81 anni da poterne prevedere la guida della campagna referendaria contro il premierato, quando vi si arriverà, come già fece nel 2016 contro la riforma costituzionale voluta dal governo di Matteo Renzi. Il quale si confrontò con lui in televisione battendolo, secondo il giudizio espresso da Eugenio Scalfari su Repubblica fra la sorpresa di buona parte della redazione e dei collaboratori esterni, ma venendone battuto poi nelle urne.

Sc coppia d’archivio Scalfari-Renzi

         Definita quella derivante da un’elezione diretta del presidente del Consiglio una “politica autoritaria”, che “scende dall’alto e si stende sulla società, sugli individui e i loro diritti, e le loro diverse articolazioni economiche e culturali, associazioni, partiti, sindacati….insomma un potere conformativo, per non dire repressivo, a cascata, dall’alto verso il basso”, il professore di scuola giuridica e storica rigorosamente torinese le ha contrapposto e preferito “la politica partecipata”. Che “si muove dal basso e procede verso l’alto…come una corrente alimentata da tante bolle sorgive che confluiscono e producono energia, ciascuna secondo la propria consistenza”.  Siamo a Procida, appunto.

Gustavo Zagrebelsky al Fatto del 6 agosto

         Come con le ciliegie, che purtroppo sono verso l’epilogo della loro stagione, e di cui si dice che a mangiarle l’una tira l’altra, il professore ha proposto la politica “come l’arte non del comando ma della sintesi”. Ed ha riconosciuto con un certo dispetto, dall’alto della sua sapienza e dottrina, che “la democrazia del vincitore è bella perché è semplice”, ma troppo semplice, e naturalmente pericolosa. “La democrazia della sintesi -ha avvertito- è ancora più bella perché è difficile, complicata, faticosa”. Di una fatica e complessità che tuttavia andrebbero, anzi sono preferite, come dimostra la bocciatura referendaria della riforma costituzionale di Renzi, e domani di Meloni chissà,  da chi “teme l’arrivo dei vincitori, quali che siano le loro bandiere”.

         Lui, intanto, il professore, pur sapendosi districare per dottrina tra tanta confusione e complessità scrivendone o parlandone ai lettori, come prima facendo le sue lezioni agli studenti, che cosa fa nella pratica elettorale, quando è chiamato a votare non contro una riforma ma per un partito o per l’altro della democrazia delle bollicine, chiamiamola così?  Par di capire che si astenga. O comunque riconosca le ragioni di chi appunto si astiene.

         “Come tanti astenuti, anche Lei è perplesso, professore?”, gli ha chiesto l’intervistatrice Silvia Truzzi. “Certo che sì”, ha risposto. E aggiunto, sempre all’insegna delle bollicine: “Amiamo i perplessi. Solo che le perplessità devono essere momenti di passaggio alle convinzioni…..Atrimenti sono astenie, pericoli mortali per la democrazia”, cui si approda -temo-  proprio ragionando e indottrinando come il professore.

Il compianto Francesco Cossiga

         Ricordo ancora con nitidezza una chiacchierata verso la fine degli anni Ottanta al Quirinale con Francesco Cossiga. Che si sfogò con me contro la “superbia scientifica”- la chiamava così- del presidente da poco emerito della Corte Costituzionale Leopoldo Elia. Cui in fondo non aveva mai perdonato di avergli, volente o nolente, conteso dietro le quinte la Presidenza della Repubblica alla scadenza del mandato di Sandro Pertini. “Ma ve n’è uno ancora più superbo di lui”, mi disse facendomi il nome di Gustavo Zagrebelsky. Che nel 1995 sarebbe stato nominato giudice costituzionale dal suo successore Oscar Luigi Scalfaro sul Colle più alto di Roma. Che acume, oltre che passione per la politica, non credo del modello Procida, quello del mio compianto amico Cossiga.

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Le ….vacanze romane di Giovanni Toti, rigorosamente in auto

Gregory Peck e Audrey Hepburn nel celebre film del 1953

         Non si poteva certo chiedere a Giovanni Toti – “sceso” ieri nella Capitale dalla sua Liguria dopo una novantina di giorni di arresti domiciliari per prepararsi non tanto al processo che lo aspetta a novembre quanto alle elezioni regionali anticipate di ottobre, se non accorpate a quelle del mese successivo programmate in Emilia-Romagna e in Umbria-  di replicare su una Vespa le vacanze romane di Gregory Peck con Audrey Hepburn nel celebre film di 71 anni fa. Lui si è mosso rigorosamente in auto. E di cinematografico ha offerto solo un aspetto molto sorridente, nonostante tutto.

Giovanni Toti con Matteo Salvini

         L’ormai ex governatore della Liguria, dimessosi irrevocabilmente dal mandato conferitogli dagli elettori proprio per affrontare da libero il processo per corruzione con finanziamenti addirittura trasparenti, ha fatto nella Capitale le visite politiche del caso con gli alleati del centrodestra. La più importante delle quali è stata con il leader della Lega e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini nella sede di quello che era una volta il Ministero dei Lavori Pubblici, e ora delle Infrastrutture. Visite che hanno smentito la rappresentazione fatta delle sue dimissioni da Matteo Renzi, nella sua nuova veste di aspirante al cosiddetto campo largo dell’altrettanto cosiddetto centrosinistra, come di un passaggio politico avvenuto per difetto di sostegno convinto degli alleati.

Antonio Tajani

         Anche il leader forzista e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, non avendolo potuto incontrare per i suoi impegni di ministro degli Esteri in questi giorni e in queste ore di guerre, ha voluto far sentire la propria voce a sostegno di Toti denunciando la coincidenza inquietante di per sé, ma non avvertita in sede giudiziaria, fra la campagna elettorale d’autunno in Liguria e il processo che l’ha innescata. Non avvertita, dicevo, in sede giudiziaria e neppure dalla stampa o, più in generale, da quella parte non piccola dell’informazione da più di trent’anni appiattita anche sulla scenografia dei processi e degli arresti disposti ben prima dei rinvii a giudizio, spesso mancati peraltro nella storia, per esempio, delle “Mani pulite” di memoria o di rito ambrosiano.

Toti a Roma

         Qualcuno avrà continuato ad avvertire negli incontri romani dell’ex governatore, pur dichiaratamente incerto anche di un suo futuro ancora politico, e non di un ritorno alla professione giornalistica, chissà quali manovre o brighe -ha titolato giorni fa il Fatto Quotidiano-  per approdare in Parlamento addirittura in questa stessa legislatura, senza neppure attendere le elezioni ordinarie del 2027. D’altronde già Humphrey Bogart in un altro celebre film diceva a Casablanca nel 1942: “E’ la stampa, bellezza”. Diventata poi anche il titolo di alcune rassegne televisive di giornali, del ciclo in cui non si butta mai niente.

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Almeno per ora, la Meloni non c’entra con la caduta e quant’altro delle Borse

Da Repubblica

         Avviso ai naviganti nelle acque della politica italiana già intorpidite dalle polemiche stagionali sugli anniversari delle stragi nere, con tanto di certificazioni giudiziarie, o ai frequentatori dei boschi esposti sempre ai rischi di incendi, e non solo alle incursioni recenti degli orsi: con  la caduta delle Borse, al plurale e al maiuscolo, anzi il crollo, il panico che le ha accompagnate, i falò che bruciano fra le tasche di chi negli investimenti finanziari gioca pesante rischiando,  con   tutto questo che ha alimentato i titoli delle prime pagine di oggi Gorgia Meloni non c’entra. E neppure il suo ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, e tanto meno quella stazza di pacioso ministro degli Esteri che è ormai diventato anche fisicamente il vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani.

Dal Giornale

         Magari non c’entrerà neppure, o del tutto, la maledetta intelligenza artificiale con la quale ha preferito prendersela il governativo Giornale delle famiglie Angelucci e Berlusconi, ma la Meloni questa volta non c’entra proprio, neppure per chi di solito dall’opposizione la vede in ogni angolo buio o sfortunato del Paese. Anche nei suoi recenti viaggi all’estero la premier si è fermata in Cina, senza spingersi in Giappone, dove la Borsa di Tokio ha avuto la caduta peggiore, quasi di sei volte superiore, se non ho calcolato male, a quella di Milano. Dove neppure, rientrata in Italia, la premier peraltro si è spinta, quasi sentendo puzza  di bruciato e temendo di lasciare un’impronta.

Federico Fubini sul Corriere della Sera

         Pur non volendoci scherzare sopra come Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX, che aspetta fiducioso che qualche borsa gli cada addosso con i soldi che ancora contiene, possiamo tranquillamente consolarci leggendo sul Corriere della Sera Federico Fubini. Il quale ha scritto che “se si mettono da parte i social media, se si taglia fuori il rumore di fondo, la vicenda che si si delinea” nei mercati finanziari di tutto il mondo “è meno semplice e forse -per il momento- meno drammatica di quella che presentano i più o meno interessati profeti di sventura”.

Dal Foglio

         Stefano Cingolani sul Foglio, dove sono stati appena celebrati i primi 650 giorni del governo Meloni con giudizi cerchiobottisti di un direttore scrupoloso di avvertire che “non ama” l’esecutivo in carica; Stefano Cingolani, dicevo, ha scritto che “la tempesta era attesa da tempo” nelle Borse e ne ha indicato le cause nel “freno delle big tech, la crisi cinese, il voto Usa e, ovviamente, i venti di guerra”. Sui quali Giuseppe Conte in Italia, sorpassando la segretaria del Pd Elly Schlein nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, accusa notoriamente la Meloni di soffiare. Ma forse così egli cerca di distrarsi solo da Beppe Grillo che soffia contro di lui, come un gatto stanco dalla sua postazione di “garante dei valori”, per quanto remunerato come consulente della comunicazione, di sopportarlo da così tanto.

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Più allargano il campo della sinistra e più protestano i loro elettori

Dal Dubbio

Era già noto il fatto che in politica l’aritmetica fa cilecca, per cui non è detto che due più due equivalgano a quattro.   

         Rimase celebre nella storia della sempre più lontana e rimpianta prima Repubblica il flop dell’unificazione socialista realizzata nel 1966, auspice Aldo Moro a Palazzo Chigi, che pensava di rafforzare così il suo centro-sinistra ancora col trattino. Tornarono insieme il Psi del vice presidente del Consiglio Pietro Nenni e il Psdi di Giuseppe Saragat, trasferitosi due anni prima al Quirinale subentrando all’impedito Antonio Segni. I due elettorati tuttavia non si sommarono, e in fondo neppure i due partiti, che infatti tornarono a separarsi nel 1969 provocando, fra l’altro, la caduta del secondo governo di centrosinistra, senza più il trattino, formato da Mariano Rumor succedendo a Moro.

         Anche alle coalizioni elettorali succede un po’ come alle unificazioni, nel senso che i votanti non si sommano come i dirigenti dei loro partiti vorrebbero. Lo ha appena verificato Antonio Noto in un sondaggio commissionatogli da Repubblica sul cosiddetto campo largo, esteso sino a Matteo Renzi dopo una partita “del cuore”, con abbraccio finale, in cui l’ex premier aveva passato la palla alla segretaria del Pd Elly Schlein facendole segnare un gol, ma fuori gioco, cioè inutil, contro una squadra di cantanti.

         Dal sondaggio di Noto è uscito non solo confermato il carattere divisivo, sul piano degli elettori, di un’alleanza fra il Pd e le 5 Stelle, ma anche aggravato con l’eventuale allargamento a Renzi e, sia pure separatamente, a Carlo Calenda.

         Se, per esempio, un’alleanza fra Pd e 5 Stelle non piace al 24 per cento degli elettori piddini e al 40 per cento degli elettori grillini o contiani, che già non sono più assimilabili come prima, aggiungendo Renzi alla combinazione l tensioni aumentano. La partecipazione dell’ex premier alla combinazione è contestata dal 71 per cento degli elettori piddini e dall’81 per cento degli elettori pentastellati ancora considerati ottimisticamente uniti. Calenda risulta meno indigesto, ma non di tanto: al 57 per cento degli elettori piddini e all’80 per cento degli elettori delle 5 Stelle.

A Matteo Renzi più no che sì nel sondaggio di Noto su Repubblica

         Manca nella ricerca sondaggistica di Antonio Noto il riscontro – obiettivamente più difficile per l’estrema confusione esistente nell’area dell’ex terzo polo sperimentato nelle elezioni politiche di due anni fa- delle reazioni degli elettorati separati di Renzi e di Calenda se davvero confluissero nel cosiddetto campo largo. Ma penso che se si fosse avventurato anche in questo tipo di ricerca Noto avrebbe riscontrato effetti ancora più divisivi. Gli stessi Renzi e Calenda, d’altronde, per la propensione ad accordarsi con Pd e 5 Stelle si sono visti contestate le loro leadership, già ammaccate, dai parlamentari che sono riusciti insieme a portare in Parlamento nel 2022. Figuriamoci dai loro elettori.

         I numeri insomma non sembrano francamente promettenti per questo campo largo di cui tanto si parla e si scrive da tempo, nonostante l’ottimismo che cerca di diffondere nei salotti televisivi l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Che vede crescere la pianta dell’”alternativa” -come la chiama- al governo e alla maggioranza in corso.

Dubito, francamente che le cose siano messe meglio sul piano preferito o raccomandato di recente da Goffredo Bettini: l’uomo che ha un po’ sussurrato all’orecchio di tutti i cavalli del Pd e scommette adesso sul campo largo come “sentimento”, riconoscendo pure lui che la “sommatoria” dei partiti e dei loro elettorati non è scontata. Sentimento, ripeto. E’ una bella parola, ceto, ma pur sempre una parola in un campo come la politica, dove prevale la convenienza, non sempre generale. 

Pubblicato sul Dubbio

Pure l’amore, o qualcosa di simile, per il “campo largo”? No.

Goffredo Bettini il 1° agosto

Vantatosi di avere “inventato già dieci anni fa il campo largo”, dove ora egli vorrebbe vedere insieme elettoralmente tutte le opposizioni al governo di Giorgia Meloni, dal Pd alle 5 Stelle, dalla sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratojanni a Carlo Calenda, da +Europa di Emma Bonino a Matteo Renzi, già inutilmente combinatisi nelle elezioni europee di giugno, il loquacissimo Goffredo Bettini l’ha messa di recente addirittura sul piano dell’amore, o quasi. Egli ha teorizzato “non una somma di partiti, piuttosto un sentimento”.

Da Repubblica di ieri

        Dev’esserci rimasto male, poverino, nel leggere ieri su Repubblica i risultati di un sondaggio affidato sul campo largo, appunto, all’Istituto di ricerca diretto da Antonio Noto. Un sondaggio che deve avere sorpreso lo stesso giornale committente per averlo relegato a pagina nove con un richiamo in prima che diceva: “Pd e 5 Stelle: elettori scettici sull’apertura a Renzi e Calenda”. Soltanto scettici?  E vi sembra comunque poco per un’alleanza o combinazione elettorale che dovrebbe contendere il governo al centrodestra a trazione meloniana, cioè al destra-centro che Silvio Berlusconi fece in tempo a vedere realizzato prima di morire l’anno scorso?  

Antonio Noto

         Dal sondaggio di Antonio Noto è risultato che degli elettori del Pd il 76 per cento è favorevole all’alleanza col Pd e il 24 no, il 79 per cento a favore dell’alleanza con verdi e sinistra e il 21 no, il 76 per cento a favore dell’alleanza con la Bonino e il 24 no, il 43 per cento a favore dell’alleanza con Calenda e il 57 per cento no, il 29 per cento a favore dell’alleanza con Renzi e il 71 no.

Giuseppe Conte

         Degli elettori pentastellati, già in crisi per conto loro a causa dei rapporti personali fra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, il 60 per cento è favorevole ad un’alleanza col Pd e il 40 contrario, il 54 per cento a favore dell’alleanza con verdi e sinistra, secondo lo schema in corso di sperimentazione nell’Europarlamento, e il 46 per cento contrario, il 43 per cento a favore dell’alleanza con la Bonino e il 57 per cento contrario, il 20 per cento a favore dell’alleanza con Calenda  e l’80 per cento contro, il 19 a favore della compagnia con Renzi e l’81 contro.

Carlo Calenda

         Degli elettori della sinistra radicale di verdi e rossi, cresciuti a sorpresa nelle votazioni europee di giugno, il 67 per cento è soddisfatto dei rapporti col Pd e il 33 no, il 69 per cento soddisfatto della compagnia dei grillini e il 31 no, il 73 per cento di una compagnia della Bonino e il 27 contrario, il 26 per cento favorevole a un eventuale rapporto con Calenda e il 74 contrario, il 13 per cento disposto a sopportare Renzi e l’87 per cento no.

L’abbraccio a sorpresa fra Renzi e Schlein

         Quanto a sentimenti, caro Bettini, senza approfondire quelli di chi si è lasciato attrarre dal terzo polo nel rinnovo delle Camere due anni fa, gli elettorati sono messi male, mi pare, sulla strada di un incontro, o di un “sentimento”. Auguri lo stesso, comunque, per il campo assai presuntivamente largo, a questo punto.

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E così fuori dalla direzione del Pd un altro proveniente dalla Dc

Da Libero

Sommersa dalla schiuma giudiziaria di Genova, dove è scattato quello che l’amico Piero Sansonetti sulla insospettabile Unità ha chiamato “Piemmerato”, inteso come potere dei magistrati d’accusa, ma anche dei giudici, di decapitare una regione e mandarla ad elezioni anticipate, è passata praticamente inosservata un’altra tappa compiuta dal Pd sul percorso del ridimensionamento della componente di origine democristiana.

David Ermini

         Di provenienza scudocrociata è infatti l’avvocato David Ermini, già parlamentare del Nazareno, già vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura fra il 2013 e il 2018, sotto la presidenza di Sergio Mattarella, e costretto in pochi giorni, tra interventi privati e pubblici, alle….volontarie dimissioni dalla direzione nazionale del partito, avendo preferito conservare la presidenza appena assunta della Spininvest. Che è “la holding -ha raccontato e spiegato con precisione Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, attingendo al suo archivio insieme giornalistico e giudiziario- del gruppo di logistica portuale che fa capo ad Aldo Spinelli e al figlio Roberto, entrambi indagati e il primo tuttora agli arresti con l’accusa di aver corrotto l’allora presidente Giovanni Toti” della regione Liguria.

Giovanni Pellegrino

         La rinuncia dell’avvocato Ermini alla direzione nazionale del Pd è stata così poco volontaria, e convinta, che nel comunicarla al presidente Stefano Bonaccini l’interessato ha fatto le sue rimostranze. Non so, francamente, come accolte intimamente dal destinatario, al di là dell’elogio fatto della generosità e del senso di responsabilità o opportunità manifestato dall’ormai ex dirigente del partito. Presumo le abbia accolte invece con particolare sollievo il maggiore candidato -al momento- del cosiddetto centrosinistra alla presidenza della Liguria, l’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando: il primo, secondo i racconti giornalistici, ad essere intervenuto su Ermini per  esprimergli tutta la sua sorpresa, a dir poco, per essersi esposto, volente o nolente, al sospetto di potere coprire o quant’altro responsabilità degli indagati della Spininvest nella vicenda già costata la presidenza della regione e circa tre mesi di detenzione domiciliare a Giovanni Toti: il supercorrotto, secondo l’accusa, con poco più di settantamila euro di finanziamento regolarmente denunciato. E per ciò stesso -ha dichiarato al Dubbio un giurista di appartenenza al Pd noto come Giovanni Pellegrino, già presidente della commissione delle immunità al Senato e della commissione d’inchiesta parlamentare sulle stragi- meritevole di essere valutato senza pregiudizi negativi, salvo il giudizio finale che uscirà dal processo.

         Mentre risultano alle cronache le doglianze di Ermini con Bonaccini, non ne risultano -né scritte né verbali- con la segretaria del Pd Schlein, che Il Tempo diretto ora dall’ex parlamentare piddino Tommaso Cerno con la vivacità e l’ironia che mi ricordano un po’ quelle di Mario Sechi quando io vi collaboravo, ha appena soprannominato SfasciastElly. E ciòperché impegnata a “scaldare la piazza e dividere il Paese” con polemiche su “Telemeloni e stragi”, compresa quella nella stazione di Bologna del 2 agosto 1980, quando l’attuale premier aveva appena tre anni. E due all’epoca del delitto Pecorelli, appena riproposto sul Corriere della Sera all’attenzione dei lettori per i suoi misteri irrisolti.

Giuseppe Fioroni

         Se si è risparmiato di farlo, Ermini non ha sbagliato ad evitare un approccio, chiamiamolo così, con la segretaria del Pd perché -potrei sbagliare, e in questo caso le chiederei scusa volentieri- non mi è parsa molto sensibile da quando ha assunto la guida del Nazareno alle sensibilità, presenze e quant’altro di donne e uomini provenienti dalla Dc. Di cui alcuni usciti clamorosamente dal partito proprio per questo, a cominciare dall’ex ministro Giuseppe Fioroni.

Marco Tarquinio

         Non mi è sfuggita, per carità, l’attenzione riservata dalla Schlein a cattolici e post-democristiani, presumo, come l’ex direttore di Avvenire Marco Tarquinio, appena eletto come indipendente nelle liste del Pd al Parlamento europeo. Ma grazie -temo- soprattutto al dichiarato pacifismo che nel caso del conflitto in corso in Ucraina sarebbe possibile realizzare o soddisfare, almeno allo stato delle cose, dandola vinta alla Russia di Putin. E non scrivo altro.

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Dietro, e sotto, la rinuncia di David Ermini alla direzione del Pd

Dal Tempo

         La pur breve, debole resistenza opposta alla richiesta di dimissioni dalla direzione del Pd da David Ermini, già vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura col presidente Sergio Mattarella dal 2018 al 2023, ha procurato all’interessato una lezione etica, diciamo così, con presunzione però giuridica, del solito Marco Travaglio. Che non gli perdona, fra l’altro, di essersi doluto del sacrificio scrivendone al presidente tuttora del partito Stefano Bonaccini. Non o non anche alla segretaria Elly Schlein, penso, perché troppo presa in questo periodo dalla caccia al fascista, tanto da essersi procurata sul Tempo dall’ex parlamentare del Pd Tommaso Cerno, che lo dirige con brillantezza, il sarcastico soprannome di “Sfascistelly”. Inteso come Elly, appunto, impegnata – “dalle stragi a Telemeloni”- a inanellare accuse “estive” di fascismo alla premier per “scaldare la piazza e dividere il Paese”.

Marco Travaglio sul Fatto

         A costare ad Ermini, su pressione soprattutto dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando in corsa per la guida della regione Liguria, la partecipazione alla direzione del Pd è stata la presidenza, offertagli ed accettata con una remunerazione attribuita dallo stesso Travaglio in centomila euro l’anno, della Spininvest. Che è così stata correttamente definita dal direttore del Fatto Quotidiano. “la holding del gruppo di logistica portuale che fa capo ad Aldo Spinelli e al figlio Roberto, entrambi indagati e il primo tuttora agli arresti con l’accusa di avere corrotto l’allora presidente Giovanni Toti”. Che si è irrevocabilmente dimesso dalla presidenza della regione ligure per ottenere la libertà sottratta anche a lui una novantina di giorni fa.

Ancora Travaglio sul Fatto

         Dove Travaglio si è fatto prendere la mano dalla pratica giustizialista, ricorrendo cioè ad espressioni da condanna implicita o auspicabile, è in questo successivo passaggio dell’editoriale: “L’idea che chi ricopre cariche di partito non possa presiedere il gruppo di un detenuto per corruzione è considerata lunare anche da chi da trent’anni finge di voler proibire i conflitti d’interesse e poi lo non lo fa mai perché dovrebbe vietare pure i propri”.  In quel “gruppo di un detenuto per corruzione” c’è tutta la distorsione informativa, concettuale, direi addirittura antropologica, della detenzione intesa non come una misura cautelare disposta in pendenza di indagini ma come stato di reclusione e basta, avvertita come un anticipo, un assaggio di pena.

         So bene che queste osservazioni sono liquidate dai manettari come sofisterie, come processi alle intenzioni, come espedienti polemici. Ma è proprio in questa liquidazione la drammatica serietà e pericolosità del giustizialismo: così innaturato da diventare inconsapevole. Ma non agli occhi di chi è un avvocato, come Ermini, ed è stato, ripeto, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, di provenienza per sua sfortuna democristiana in un partito sempre più chiaramente insofferente verso quel tipo di origine e cultura.

Peggiore delle stragi solo l’abuso che se ne fa celebrandole

Dal manifesto

         Peggiore dell’orrenda strage di 44 anni fa nella stazione di Bologna è stata solo la celebrazione che ha ritenuto di farne il presidente dell’associazione delle vittime, Paolo Bolognesi, con un comizio -più che un discorso- nel quale la matrice neofascista di quell’eversivo attacco alla democrazia italiana è stata usata per avvertirne e denunciarne le propaggini nell’attuale governo. “l’eredità”, ha titolato il manifesto.

Meloni con Macron a Parigi

La premier Giorgia Meloni da Parigi, reduce da una missione in Cina, per niente quindi “isolata” nel mondo come la dipingono gli avversari in Italia, ha reagito con la durezza che l’attacco meritava, prendendosela non con le vittime -come le ha rimproverato la segretaria del Pd Elly Schlein- ma con chi ne aveva abusato per la polemica di giornata, diciamo così.

Dalla Stampa

         Ha scritto bene sulla prima pagina della Stampa nella sua “analisi” il professore Giovanni Orsina, che spero non rischi per questo né la cattedra universitaria né la collaborazione al giornale storico di Torino e poi anche della famiglia Agnelli: “Fin quando la storia d’Italia sarà interpretata e strumentalizzata politicamente come ha fatto ieri Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione familiari delle vittime di Bologna, non potremo mai sperare di riuscire a metabolizzare il nostro passato. E fino a quel momento -ha insistito Orsina- sarà pure impossibile chiedere con un minimo di credibilità a Giorgia Meloni e al suo partito di recidere i residui fili emotivi che ancora li legano alle vicende del neofascismo, perché sarà loro fin troppo facile sottrarsi accusando i propri accusatori di disonestà intellettuale e faziosità”.

Dalla Repubblica

         Di opposto e purtroppo significativo tenore è quell’”oltraggio a Bologna” rimproverato alla Meloni dall’ancora gemella della Stampa, che è la Repubblica, e rafforzato in un editoriale di Massimo Giannini il cui titolo basta da solo a capirlo: “Quei camerati schiavi del passato”. Nei cui “album di famiglia” – per ripetere un’immagine usata da Rossana Rossanda ai tempi delle brigate rosse, nel 1978, per lamentarne la provenienza dal Pci nel frattempo entrato nella maggioranza governativa di cosiddetta solidarietà nazionale con la Dc- si dovrebbero e potrebbero trovare le tracce degli stragisti di Bologna del 1980.

         Massimo Giannini, proveniente proprio dalla Stampa e poi trasmigrato a Repubblica, ne è stato direttore dall’aprile 2020 al 6 ottobre del 2023. L’editoriale di oggi sulla Repubblica aiuta forse a capire il motivo della sostituzione al vertice del giornale torinese. Dove dubito che con lui l’analisi -ripeto- del professore Orsina avrebbe avuto quanto meno la collocazione, la visibilità e quant’altro di oggi. Non scrivo altro pensando anche alle condizioni in cui si trova la cosiddetta grande informazione in Italia: tanto apodittica quanto di parte, cioè tossica.

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Giovanni Toti è libero, ma il trattamento mediatico rimane da detenuto

Da Libero

Nelle guerre -fredde, calde o roventi che siano, secondo le circostanze e i gusti di chi le cataloga- c’è ancora la possibilità che le parti si scambino i prigionieri, come abbiamo appena visto con un certo sollievo.

         In quella che non possiamo chiamare guerra fra la magistratura e la politica italiana senza rischiare chissà quale cervellotica denuncia, ma possiamo definire tranquillamente un grave squilibrio fra l’una e l’altra, avendolo denunciato a suo tempo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova di Bettino Craxi a proposito degli effetti delle famose “Mani pulite” del 1992 e anni successivi, non c’è possibilità di sperare neppure in una tregua.

         Giovanni Toti, che ha appena potuto uscire dagli arresti domiciliari di una novantina di giorni grazie al fatto di essersi dimesso in modo “irrevocabile” dal mandato di presidente della sua regione conferitogli direttamente dagli elettori, ha potuto scoprire ieri leggendo i giornali, anche alcuni ai quali aveva concesso interviste, che la sua è una libertà relativa. Non più provvisoria, per carità. come una volta il codice aveva la faccia tosta di chiamarla quando veniva concessa in attesa del processo, e come mi capitò di provarla personalmente nel 1985, accusato di violazione del segreto di Stato prima di essere prosciolto; non più provvisoria, ripeto, ma pur sempre relativa.

         E’ bastato infatti che Toti si lamentasse della vicenda giudiziaria che lo ha costretto -ripeto- a dimettersi irrevocabilmente perché qualcuno scrivesse e titolasse contro di lui perché -letteralmente- “spara sulle Procure”.

         E’ bastato che all’ex governatore della Liguria, come si usa chiamare questa figura istituzionale sperando di non finire ai domiciliari perché in effetti gli spettava solo il titolo di presidente, qualcuno attribuisse, a torto o a ragione, il desiderio, l’idea, la tentazione -chiamatela come volete- di candidarsi alle elezioni politiche del 2027, fra più di tre anni, quando si spera che il processo per direttissima in cantiere contro di lui per corruzione avrà prodotto una sentenza, per trovarselo accusato sulla prima pagina del Fatto Quotidiano -e dove sennò?- di “brigare” per farsi eleggere al Parlamento. “Brigare”, ripeto, anche con qualche espediente più ravvicinato, come se fosse scontata una sua condanna definitiva anche all’interdizione dai pubblici uffici.

Giovanni Toti al Foglio

         Eppure il prudente Toti -lo dico non per contestarglielo, per carità, aspettandomi da lui chissà quale condotta di sfida, ma solo per sottolinearne la cautela diplomatica, diciamo così- ha resistito alle provocazioni dei colleghi giornalisti che gli parlavano nelle interviste del “ricatto” di cui poteva essersi sentito vittima vedendosi rifiutare la libertà prima delle dimissioni dal mandato ricevuto dagli elettori. Non se l’è presa col pubblico ministero o con la giudice, o con entrambi, che l’avevano accusato di non capire la gravità delle accuse rivoltegli, ma con la politica, cioè -sino a prova contraria- con la categoria cui ha scelto di appartenere dopo la sua esperienza giornalistica. “In questa storia -ha detto testualmente al Foglio– la politica è la vera perdente perché, più che abbandonato dai colleghi ho percepito questa estrema timidezza della politica, che invece dovrebbe avere più stima di sé, più coraggio, e più voglia di dire e di urlare: sono un potere da rispettare, perché eletto dal popolo”. Ben detto, caspita. E detto in altro modo in un’aula parlamentare pure dal ministro della Giustizia Carlo Nordio quando, parlando anche delle investiture elettorali di chi finisce sotto indagini e processo, ha confessato di avere letto e riletto la penultima ordinanza sfavorevole a Toti senza capirla: lui, pur abituato a letture di altissima filosofia e teologia.

Giuseppe Santalucia, presidente dell’associazione dei magistrati

         Naturalmente il ministro è incorso, per questa confessione, nella puntuale bocciatura a mezzo stampa del presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, Giuseppe Santalucia. Che non per questo sarà stato scambiato per un nuovo Hitler dal guardasigilli, reduce da una rievocazione commossa ed entusiastica in cinque puntate, sul Foglio, di Winston Churchill nel 150.mo anniversario della nascita del maggiore artefice, forse, della vittoria nella seconda guerra mondiale. Ma temo che la fatica di Nordio contro la pratica giustizialista non sarà meno dura di quella del “guerriero” britannico da lui appena celebrato come storico.  

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