In congedo il generale Agosto, con tutte le guerre in corso….

Dal Dubbio

Abituata alle crisi ministeriali in estate e alle sue soluzioni spesso solo provvisorie, grazie ad espedienti trovati all’ultimo momento per affrontare i problemi con maggiore calma e con altri governi    di più ampio respiro, come si diceva nei partiti, la politica italiana si inventò già negli anni Cinquanta -ahimè, del secolo scorso- la figura del generale Agosto. Che soccorreva il presidente della Repubblica nella soluzione della crisi di turno. Un generale che parlava rigorosamente e solamente italiano.

         Bettino Craxi, che proprio d’agosto, il 4 del 1983, formò il suo primo governo, ma due anni prima aveva partecipato al salvataggio di Giovanni Spadolini fra il 7 e il 23 agosto col famoso “bis” o “fotocopia”, cambiò il nome del generale da Agosto a Ferragosto. E così anche noi cronisti politici ci abituammo a chiamarlo, attribuendogli spesso con la nostra fantasia imprese magari superiori o persino diverse a quelle da lui effettivamente compiute, sia pure sul piano già di per sé immaginifico o metaforico.

         L’estate politicamente italiana più torrida rimane quella del 1964, sessant’anni fa, appena tornata di attualità sui giornali con gli articoli rievocativi di Lino Jannuzzi, scomparso nella settimana scorsa.  

Antonio Segni

Lino nel 1967 ricostruì la crisi di tre anni prima scrivendo sull’Espresso – e procurando anche al direttore Eugenio Scalfari una condanna vanificata solo dalla loro elezione a deputati nelle liste del Psi voluta cautelativamente da Pietro Nenni- di un “colpo di Stato” ordito più o meno consapevolmente  fra il presidente della Repubblica Antonio Segni e il comandante dell’Arma dei Carabinieri, il generale Giovanni De Lorenzo, destinato a diventare pure lui parlamentare, ma nelle liste della destra missina.

         In verità, nell’estate del 1964 la crisi con la quale Segni era stato alle prese ricevendo le dimissioni di Aldo Moro il 26 giugno, e mettendo nel conto il ricorso ad un altro presidente del Consiglio di tutt’altro segno politico, anche a costo di affrontare disordini di piazza, in agosto era stata già bella che risolta, avendo potuto Moro formare il suo secondo governo, con gli stessi partiti di centrosinistra, il 22 luglio. Ma in agosto, appunto, vi fu di quella crisi uno strascico drammatico sul piano umano e politico.

         Il 7 agosto furono ricevuti da Segni al Quirinale Moro e il ministro degli Esteri Giuseppe Saragat. Che andarono a sottoporgli una lista di ambasciatori predisposta per un’apposita riunione di governo, secondo una prassi imposta da Giovanni Gronchi. Che non si riteneva per niente obbligato a controfirmare quelle ed altre nomine, per esempio dei prefetti, senza averle prima conosciute e condivise. 

Giuseppe Saragat

         In quella lista del 7 agosto 1964 non c’era un diplomatico di cui al Quirinale si attendeva la promozione e una destinazione molto importante. Segni se ne dolse. E mentre Moro cercava di rabbonirlo, o assicurargli che non sarebbero mancate occasioni per soddisfarne le attese, Saragat sbottò con una sfuriata. Nella quale rimproverò a Segni di avere gestito la pur ormai chiusa crisi di governo in un modo che avrebbe potuto costargli anche un processo per alto tradimento davanti alla Corte Costituzionale.

Saragat e Moro nel 1964

Segni, che già soffriva di pressione alta, balbettò una protesta prima di perdere i sensi e cadere a terra. Non si sarebbe più ripreso. Ne fu accertato dopo qualche mese l’impedimento e a fine anno fu eletto dal Parlamento al suo posto proprio Saragat, con una regia dietro le quinte di un Moro che anche per questo cadde nel suo partito, la Dc, in una fase di logoramento o sofferenza, a dir poco. Da cui -tragedia nella tragedia- sarebbe uscito dopo qualche anno solo per poco, sequestrato e ucciso dalle brigate rosse nel 1978 tra misteri non tutti ancora risolti, per quanti processi si siano svolti e inchieste parlamentari siano state condotte.  

Immagini da Gaza

         Di fronte alle crisi politiche italiane contrassegnate dalla figura del generale Ferragosto di ricordo o denominazione craxiana, per quanto non se ne siano mancate poi altre abbastanza accidentate, come quella del governo di Mario Draghi, dimessosi il 21 luglio di due anni fa, può essere di una certa consolazione il fatto che quel generale abbia smesso di parlare solo italiano. Se ne avverte il bisogno a più alto livello, geografico e linguistico, con tutte le guerre in corso e le paure che ne scaturiscono.

In Italia per sedare i pasticci e i guai che certamente non mancano alla politica, pur stabilizzata da un governo che si considera nelle affermazioni quotidiane della premier Giorgia Meloni il più solido fra quelli europei, basta molto meno di un generale.

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Il ministro della Difesa scrive al Corriere della Sera sul mistero ucraino

Dal Riformista

         Imitato, inseguito e quant’altro dal Riformista con un titolo di copertina sull’Italia che “si è persa”, di vista ed ascolto, sulla guerra in Ucraina dopo che il paese aggredito e invaso più di due anni ha portato le sue reazioni di difesa agli sconfinamenti in territorio russo sgraditi, quanto meno, al ministro della Difesa d’Italia Guido Crosetto e al ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, il Corriere della Sera ha cercato oggi di andare incontro al governo con un titolo di prima pagina e una lettera, sempre in prima, dello stesso Crosetto.

Dal Corriere della Sera

         Il titolo attribuisce alla premier, blindatasi nella sua vacanza in Puglia col telefono però rovente, secondo cronache e retroscena, la precisazione o assicurazione, come preferite, senza virgolette, che la linea sull’Ucraina non cambia. Ma a capirla, questa linea, dopo che due ministri del peso della Difesa e degli Esteri, per non parlare di altri esponenti, diciamo così, minori della maggioranza hanno indicato negli “sconfinamenti” dell’Ucraina una complicazione, quanto meno, della guerra e precisato l’inutilizzabilità, in questa operazione, delle armi fornite dall’Italia al governo di Kiev.

         A Camere chiuse per ferie non c’è da attendersi a breve informative del governo e quant’altro, d’altronde neppure sollecitate dalle opposizioni, anch’esse divise sulla questione ucraina. E forse non è un male perché chissà che cosa verrebbe fuori da una discussione.

Dal Corriere della Sera

         Nella lettera che il ministro della Difesa ha ritenuto di dovere scrivere al Corriere della Sera per rispondere all’editoriale dell’ex direttore Paolo Mieli che esordiva ieri con “vatti a fidare dell’Italia come alleato”, si legge che “gli ucraini, a partire dal loro presidente Zelensky, ci considerano affidabili, seri e saldi nell’azione”. Si ringrazia insomma il presidente ucraino di avere avuto la cortesia, la diplomazia e altro di non essersi posto anche lui in pubblico i problemi, i dubbi, gli interrogativi dell’editorialista ed ex direttore, due volte, del giornale italiano più diffuso. Un po’ poco, sembra di poter dire a prima vista, limitandosi alla prima pagina del Corriere.

Nella lettera il ministro Crosetto ha lamentato il carattere sarcastico, approssimativo e poco informato, secondo lui, dell’editoriale di Mieli. Che ha reagito con bonomia invidiabile anche per un diplomatico che Crosetto peraltro non è. Paolo si è dichiarato “confortato” della considerazione attribuita agli ucraini di noi italiani ancora affidabili, seri e saldi. E ha ricambiato auguri di buon Ferragosto, rigorosamente al maiuscolo, anche in un’occasione incidentata  come questa.

Il Corriere della Sera fa le pulci al governo sulla guerra in Ucraina

L’editoriale del Corriere della Sera

         Sul Corriere della Sera, di cui è stato non una ma due volte direttore, ed è tuttora un editorialista di punta, Paolo Mieli è intervenuto con inusitata durezza, almeno per la sua abitudine di infarcire di ironie e attenuanti le sue osservazioni critiche, contro le reazioni delle competenti autorità di governo -ministro della Difesa Guido Crosetto e degli Esteri Antonio Tajani, sinora nel silenzio di Palazzo Chigi- allo “sconfinamento ucraino in territorio russo”. “Vatti a fidare dell’Italia come alleato”, ha esordito letteralmente Mieli. Che, essendo anche uno storico, sa bene quante altre volte l’Italia si sia guadagnata questa esclamazione chiudendo le guerre su fronti opposti a quelli iniziali.

         In particolare, oltre a distinguersi dalla linea indicata dai responsabili dell’Unione Europea e, singolarmente, dai nostri principali alleati, comprensivi delle esigenze politiche e militari dello “sconfinamento” ucraino in territorio russo, senza più limitarsi a difendersi dagli sconfinamenti russi, il ministro della Difesa si è guadagnato  il rimprovero di Mieli di avere messo “sullo stesso piano” le due invasioni, quasi accreditando il sarcasmo di Michele Ainis quando ha osservato che a questo punto meriterebbe un sostegno militare italiano anche la Russia di Putin. E mettendo in imbarazzo quella parte del Pd, a sinistra e all’opposizione, che sostiene l’Ucraina anche a costo di compromettere il progetto coltivato ora pure da Matteo Renzi di un campo largo e alternativo al governo in carica.

Crosetto e Tajani

         Alla “voce flebile” di Tajani d’accordo con Crosetto nell’avvertire nello sconfinamento ucraino un rischio di aggravamento della guerra e di un allontanamento delle trattative di pace, Mieli non ha voluto concedere neppure l’attenuante delle difficoltà in cui si trova il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri per la situazione interna del suo partito. Che i figli di Silvio Berlusconi, volenti o nolenti, gli stanno complicando.

Le conclusioni di Paolo Mieli sul Corriere della Sera

         Alla fine, prendendosela solo con l’imponente ministro della Difesa, e con la sua pretesa di considerare le armi italiane fornite agli ucraini indisponibili per certi tipi di attacco ai russi, l’editorialista del Corriere ha scritto: “Crosetto non è il primo e, temiamo, non sarà l’ultimo a tirarsi indietro quando all’orizzonte si intravede il rischio di sconfitta. E sarebbe un’ingiustizia far pesare sulle sue spalle un giudizio così severo sull’affidabilità del nostro Paese. Ma è pur vero che in momenti come questo da un piccolo dettaglio si vede di che stoffa sono fatte le nostre classi dirigenti. Purtroppo, quasi sempre la stessa”. Parole durissime, di fronte alle quali forse la Meloni in vacanza in Puglia si consolerà solo pensando al fatto di essere stata appena inclusa per fortuna da Biden nelle consultazioni telefoniche sugli sviluppi nell’altro fronte bellico su cui l’Italia è impegnata, pur non sentendosi in guerra con nessuno: quello in Medio Oriente.

Il racconto un pò omerico del campo largo coltivato a sinistra

Dal Dubbio

Pur abituata da tanto tempo all’incertezza di come chiamare un progetto nuovo, o magari solo di ristrutturazione dell’esistente, come dimostra “la Cosa”, con la maiuscola, attorno alla quale lavorò Achille Occhetto quando decise di sottrarre il suo Pci alle macerie del muro del Berlino e di chiamarlo in altro modo, la politica si è lasciata sorprendere dal problema del nome all’alternativa che Pier Luigi Bersani, rinunciando una volta tanto alle sue note e divertenti  metafore, propone nei salotti televisivi.

L’esordio del governo Meloni al Quirinale

Mi riferisco naturalmente all’alternativa al centrodestra, come in tanti ancora continuano a chiamare quello che invece con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi è diventato “destra-centro”. E solo i familiari, quelli veri, che lo frequentavano davvero senza bisogno di passare per i segretari o le segretarie o i cerchi più o meno magici di turno, sanno quanto Silvio Berlusconi avesse faticato ad accettarlo o chiamarlo così. E ciò, ammesso e non concesso che lo abbia mai chiamato davvero così dopo la pur scontata, anzi scontatissima vittoria elettorale dei fratelli d’Italia nelle elezioni leggermente anticipate del 2022. Destinate peraltro a sfociare, per dannate circostanze di calendario istituzionale, fra insediamento delle Camere, consultazioni al Quirinale e nomine da parte del presidente della Repubblica, nella formazione del governo della Meloni il 22 ottobre, a ridosso del centenario della marcia fascista su Roma datata 28 ottobre 1922.

A Repubblica, quella di carta, la corazzata  della flotta mediatica d’opposizione, quell’incrocio di date,  quell’intreccio di storia e cronaca politica fu vissuto come un incubo, mi ha raccontato un collega che vi lavora.

Elly Schlein

Anche se Goffredo Bettini si è vantato di recente di avere chiamato lui per primo “campo largo” quello contro il centrodestra, quando esso si era praticamente formato preventivamente con la formazione del secondo governo di Giuseppe Conte, e prima ancora che quel presidente del Consiglio fosse sempre da lui indicato come il punto di riferimento più avanzato dei progressisti italiani, credo che la maternità spetti ad Elly Schlein dopo il suo arrivo alla segreteria del Pd succedendo ad Enrico Letta. Che il campo largo rivendicato da Bettini lo aveva sepolto affrontando come aveva voluto, cioè restringendo i confini delle alleanze a sinistra, le elezioni anticipate -ripeto- sopraggiunte alla crisi del governo di Mario Draghi.

Giuseppe Conte

Ma, una volta sentitolo pronunciare dalla Schlein, che pure aveva segnato nel Pd quella “discontinuità” che egli aveva reclamato per riprendere i contatti interrotti l’anno prima, Conte ebbe da eccepire. E reclamò che si considerasse e si chiamasse “giusto”, più che largo. Gli interessava più la qualità che la consistenza, la dimensione e quant’altro dello schieramento da allestire.

Titolo su Domani del 10 agosto

Quando il confronto politico, come lo chiamiamo noi giornalisti scimmiottandone protagonisti e attori, ha reso incontrovertibilmente largo il campo bersaniano dell’alternativa, esteso sino a Matteo Renzi, smanioso di parteciparvi giocando anche a pallone con la Schlein, si è scoperto che gli manca “il tavolo”. Ne ha scritto, in particolare, la collega di Domani Daniela Preziosi attribuendo alla segretaria del Pd una certa stanchezza di partecipare a manifestazioni, cortei e simili con i possibili alleati e voglia invece di riunirli finalmente attorno a un tavolo, appunto, per cominciare a stendere un programma. O qualcosa che gli assomigli. Un tavolo concreto, che risparmi a lei la fine di Penelope e ai pretendenti quella dei proci.

Il caso ha voluto che il richiamo omerico della collega di Domani alla Schlein-Penelope abbia coinciso con la pubblicazione su ItaliaOggi di un’arguta vignetta di Claudio Cadei su Matteo Renzi rappresentato come il cavallo inventato da Ulisse per penetrare a Troia ed espugnarla distruggendola. Diavolo di un Cadei. Che ci abbia fregato tutti nell’analisi e nell’epilogo di tutta questa lunga vicenda del campo lungo? La Campeide, direi, della sinistra.  

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Finite le distrazioni olimpiche, Macron dovrà ora decidersi a trovare un governo alla Francia

Emmanuel Macron

         Ora che ha finito di distrarsi con le Olimpiadi a Parigi, dove peraltro gli italiani sono riusciti a guadagnarsi 40 medaglie di cui 12 d’oro migliorando persino il risultato di quattro anni fa a Tokio, il presidente francese Emmanuel Macron riuscirà a concentrarsi sul problema irrisolto del nuovo governo col quale chiudere la partita elettorale anticipata delle elezioni svoltesi il 7 luglio nel loro secondo turno? Si accorgerà che, oltre all’acqua della Senna rimasta ancora troppo sporca dopo tutti i soldi spesi per farvi svolgere le gare, la Francia dispone di un governo in carica solo per gli affari ordinari, e ora post-olimpici, che contrasta un po’, diciamo così, con l’ambizione di un Paese tanto forte e stabile da potersi ancora dividere con la Germania, peraltro anch’essa in una certa difficoltà, la gestione dell’Europa?

Romano Prodi

Qui, in Europa, le opposizioni italiane nella loro solita specialità disfattistica denunciano, celebrano, festeggiano “l’isolamento” o “l’irrilevanza” del loro Paese, come ha appena preferito dire Romano Prodi a Repubblica parlandone in veste anche di ex presidente del Consiglio e di ex presidente della Commissione Europea. Carica, quest’ultima, rimediatagli a suo tempo da Massimo D’Alema per compensarlo del dispiacere procuratogli succedendogli personalmente a Palazzo Chigi nel 1998, circa un anno e mezzo dopo che il professore vi era arrivato con l’Ulivo  battendo nel 1996 Silvio Berlusconi in versione ridotta del centrodestra, essendosene ritirata la Lega di Umberto Bossi.  

Dal Foglio

L’isolamento della Meloni, alla quale si rimprovera soprattutto di non avere fatto votare dai deputati della sua parte politica la conferma della pur amica Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione di Bruxelles, decisa dai soliti come se non ci fossero state il 9 giugno elezioni europee di segno diverso dal passato, consiste per ora nelle vacanze che la premier ha deciso di trascorrere con amici e familiari in Puglia. “Una Meloni europeista sotto l’ombrellone”, ha riferito e commentato Il Foglio, che pure ha raccontato recentemente di “non amarla” in un bilancio ambivalente dei primi 650 giorni di governo stilato dal direttore Claudio Cerasa. Quanto davvero o incisivamente europeista, e quindi non isolata, si vedrà quando, magari trattando anche sotto quell’ombrellone nei dovuti modi consentiti dall’elettronica, la premier riuscirà a concordare con l’amica -ripeto- rimasta alla presidenza della Commissione europea le deleghe del rappresentante spettante all’Italia. Il tutto peraltro in un contesto internazionale non caldo ma rovente, più ancora dell’estate che attraversiamo, per le guerre che si svolgono ai confini, se non dentro la stessa Europa: dall’Ucraina a Gaza e dintorni.

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Atto secondo, e non ultimo, dell’abuso di critica al Capo dello Stato

Dalla Stampa

         In quel governo accusato oggi dalla Stampa di “farsi scudo del capo dello Stato”, ringraziato pubblicamente dal ministro della Giustizia Carlo Nordio di avere firmato la legge che abolisce il reato di abuso d’ufficio, e rende meno facile in prospettiva il ricorso al carcere nella fase pur preliminare delle indagini, c’è qualcosa di critico che va oltre lo stesso governo. E’ inutile, o ipocrita, negarlo o fare finta di niente.

Se il governo si fa scudo, in modo presumibilmente arbitrario, del capo dello Stato, quest’ultimo evidentemente glielo consente, risparmiandogli le proteste ogni tanto levatesi dal Quirinale quando ad usarlo come scudo hanno tentato le opposizioni, politiche o mediatiche che fossero.

Dal Fatto di ieri

         Più esplicitamente di oggi sulla Stampa era stato ieri il solito Fatto Quotidiano, in un editoriale del suo direttore Marco Travaglio, a rimproverare al presidente della Repubblica “un segno di debolezza dinanzi all’arroganza delle destre e dei loro complici calendiani e renziani (quelli che intanto vorrebbero entrare nel centrosinistra), che si erano financo permesse di mettergli fretta via Twitter” a firmare la legge intestata a Nordio. E a permettere “grazie a quella firma” che “chi abuserà del suo potere per favorire i soliti noti e danneggiare chi non ha santi in paradiso sa di poterlo fare impunemente col consenso del capo dello Stato”.

I critici lamentano infine che quanti sono stati già condannati per abuso d’ufficio possano liberarsi degli effetti senza le procedure ormai impraticabili dell’amnistia e dell’indulto, occorrendo a questo scopo dal 1992 una legge “deliberata a maggioranza dei due terzi di componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”. Parole, testuali, dell’articolo 79 della Costituzione, modificato nello spirito giacobino dell’epoca di “Mani pulite”, quando le Camere si ridussero spontaneamente anche l’immunità voluta dai costituenti, memori di quanto il fascismo  avesse voluto e potuto fare contro i parlamentari d’opposizione.  Dopo l’assassinio del deputato socialista  Giacomo Matteotti, appena intervenuto contro il governo, Mussolini volle assumersene spavaldamente la responsabilità a Montecitorio, nella colpevole indifferenza di una Monarchia ormai suicida. E destinata non a caso a perdere il referendum popolare del 1946.

Dal Corriere della Sera di ieri

Per essere onesto e franco sino in fondo, considero un abuso offensivo nei riguardi del capo dello Stato anche la vignetta di ieri del Corriere della Sera in cui Emilio Giannelli gli faceva firmare la legge intestata a Nordio col piede, anziché con la mano, sopra il titolo di “obbligo di firma”. Che in Costituzione esiste solo se una legge rinviata alle Camere dovesse essere approvata “nuovamente”. In tutti gli altri casi quella del presidente della Repubblica è una firma in totale libertà di coscienza.  Un ripasso dell’articolo 74 della Costituzione è consigliabile anche ai vignettisti.

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Il Quirinale reale e quello immaginario, dalla scena al retroscena

Da Repubblica

         E così, prima di andare in ferie pure lui, anche se negli ultimi momenti utili sul piano costituzionale, il presidente della Repubblica ha firmato la legge che, fra l’altro,  abolisce il reato di abuso di ufficio. E che alcuni, sentendo puzza addirittura di “Stato canaglia”, speravano egli rinviasse invece alle Camere. O la firmasse accompagnandola con una lettera di osservazioni spendibile nella cronaca politica come contributo all’opposizione al governo.

         Di Sergio Mattarella sono destinati a rimanere nella storia politica non i suoi presunti abusi ma quelli compiuti da retroscenisti e simili nell’attribuirgli continuamente un’azione di sabotaggio, o quasi, del governo di Giorgia Meloni. Della quale non sono mai bastate le smentite, e i racconti della collaborazione sempre trovata al Quirinale ogni volta che ha avuto o avvertito problemi. 

Dal Corriere della Sera di ieri

         L’ultima che è stata attribuita al presidente della Repubblica, non so francamente se per eccesso più di zelo verso la fonte o altro, è “la sorpresa”, come ha titolato ieri il Corriere della Sera, per un incontro chiestogli dal ministro della Giustizia Carlo Nordio sui problemi delle carceri, del loro sovraffollamento, delle tragedie che vi avvengono. Una sorpresa che stride fortemente, logicamente, politicamente, umanamente con quanto lo stesso Mattarella ha detto a proposito della questione penitenziaria nell’incontro recente con la stampa parlamentare per la consegna del tradizionale ventaglio anche a lui, e non solo ai presidenti delle Camere.

Mattarella alla cerimonia del Ventaglio

         “Vi è un tema -ha detto testualmente il capo dello Stato in quell’occasione- che sempre più richiede una vera attenzione: quello della situazione nelle carceri. Basta ricordare le decine di suicidi, in poco più di sei mesi, quest’anno. Condivido con voi una lettera che ho ricevuto da alcuni detenuti di un carcere di Brescia: la descrizione è straziante. Condizioni angosciose agli occhi di chiunque abbia sensibilità e coscienza. Indecorose per un Paese civile qual è e deve essere l’Italia. Il carcere non può essere il luogo in cui si perde ogni speranza, non va trasformato in palestra criminale”.

Dichiarazioni di Crosetto

         A e di chi ha potuto soltanto immaginare, dopo parole del genere, un fastidio del capo dello Stato ad una richiesta di parlarne da parte del Guardasigilli si può dire che “il vero giornalismo in agosto va in vacanza”, come ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto commentando i retroscena che hanno attribuito anche a lui divergenze con Mattarella sulla giustizia e dintorni.  

Mattarella e Crosetto

“Non attaccherei mai Mattarella, che considero un pilastro della nostra Nazione, non solo per il ruolo istituzionale che riveste in questi anni ma anche per la sua storia e per l’amicizia che mi lega a lui”, ha detto il ministro della Difesa. Le cui parole non basteranno, temo, a chiarire i suoi rapporti col Quirinale e dintorni a certi giornalisti dei quali si può ben dire anche, con un vecchio proverbio, che non c’è sordo peggiore di chi non vuole sentire.   

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Tutte le sorprese di Matteo Renzi…in onda televisiva

Lilli Gruber ed Enrico Mentana

         Con Lilli Gruber, ora in ferie non so se al mare in attesa di andare in montagna, dalle sue parti altoatesine, o viceversa, erano “otto e mezzo” di nome – un orario difeso dalla conduttrice come una guerriera, anche a costo di dare del maleducato ad Enrico Mentana che sforava col suo telegiornale- e di audience. A volte anche di più di otto e mezzo, secondo l’argomento e l’ospite, in genere da strapazzare anche quando è solo contro tutti.  

La puntata del 6 agosto in onda su la 7

         Con Marianna Aprile e Luca Telese, in ordine rigorosamente alfabetico, oltre per ragioni di galanteria pur non più tanto di moda in questi tempi bizzarri, si va invece all’incirca alla stessa ora “in onda” di nome e di fatto. L’audience rispetto alla “mezz’ora” delle altre stagioni è invece inferiore, ma sempre di tutto rispetto: circa il sette per cento. Ma il 6 agosto scorso si è quasi dimezzato scendendo ad un 4 rivelato dal Fatto Quotidiano: sospetto con qualche soddisfazione perché di collegamenti col giornale di Travaglio la coppia Aprile-Telese in genere non ne fa, diversamente dalla Gruber.

         La differenza il 6 agosto non l’ha fatta però il mancato collegamento col giornale di Travaglio ma la presenza nello studio televisivo di un Matteo Renzi particolarmente debordante. E anche carino con la vice direttrice della Stampa Annalisa Cuzzocrea, seduta accanto a lui, che gli aveva tirato la volata nell’inseguimento della segretaria del Pd Elly Schlein raccogliendone, in una intervista, la promessa di liberare il cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra dai veti risalenti ai tempi di Enrico Letta. Veti a cominciare naturalmente da quello contro Renzi, spesosi poi in una partita del cuore, di nome e di fatto, con un passaggio di palla proprio alla Schlein perché segnasse un gol, per quanto fuori gioco e perciò annullato.

Dal Fatto Quotidiano

         Per quanta vivacità verbale e mimica ci abbia messo, per quanti calcoli alla mano abbia fatto per dimostrare che di solito si vince più facilmente insieme che separati, a meno che l’insieme non sia troppo confuso e quindi elettoralmente indigesto, Renzi non è riuscito a tenere su l’audience. E si è beccato dal Fatto Quotidiano -chissà se nell’intimo anche dai conduttori della trasmissione- l’accusa di “non essere più una calamita né per gli elettori né per gli spettatori”.

Dalla Verità

         Ancora più feroce con lui è riuscito però ad essere sulla Verità Maurizio Belpietro, che forse non gli ha ancora perdonato di averlo fatto litigare anzi rompere con l’editore di Libero ai tempi del referendum sulla riforma costituzionale, destinato peraltro a costare Palazzo Chigi a chi pure due anni prima, sempre da Palazzo Chigi, aveva portato il Pd nelle elezioni europee a più di un 40 per cento di voti irripetibile, quasi democristiano.  “Misteri della fede- Renzi, più interviste che voti: piace solo ai giornalisti”, ha titolato personalmente Belpietro sulla sua Verità, ripeto.  

La trasparente preferenza di Meloni per Trump travisata dai retroscenisti

Dal Dubbio

In una lunga intervista a Chi molto intrigante sul piano personale, sul piano cioè dei suoi problemi di donna, di madre, di separata “definitivamente” dal pur meraviglioso padre, il migliore che potesse capitare alla loro comune bambina, la premier italiana non si è sottratta a questioni politiche rilevantissime per il suo governo, la sua maggioranza, gli interessi del paese che governa.

Kamala Harris

         Richiesta, per esempio, di pronunciarsi sulla corsa alla Casa Bianca ora che si è ritirato il presidente uscente, il democratico Joe Biden, e la gara è fra Trump e la vice di Biden, Kamala Harris, la Meloni ha testualmente risposto: “Tutti sanno che sono presidente del Consiglio dei conservatori europei, e che tra i partiti esterni all’Europa che aderiscono ai conservatori ci sono anche i repubblicani americani, quindi le mie preferenze sono note”. Note cioè a favore dei repubblicani statunitensi il cui candidato alla Presidenza è l’ex presidente Donald Trump, che in Italia quindi non raccoglie l’appoggio, le simpatie e quant’altro solo del vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini.

Meloni con Biden

         E’ una “preferenza” -ripeto- quella della Meloni che -ha precisato responsabilmente la stessa premier-  “non mi ha impedito di lavorare bene con l’amministrazione democratica di Biden, perché tra grandi Nazioni alleate i rapporti non cambiano col mutare dei governi. Saranno gli americani a scegliere. E sono certa che comunque vada, continueremo a lavorare bene con gli Stati Uniti”.

         Sono grato come giornalista di lungo corso per la trasparenza con la quale la Meloni ha dichiarato la sua “preferenza”, ripeto ancora, per i repubblicani degli Stati Uniti e per il loro candidato alla Casa Bianca. Grato perché mi risparmia la tentazione un po’ dietrologica  di altri colleghi di attribuirle la solita doppiezza del politico, uomo o donna che sia, di dire una cosa e pensarne un’altra. Di attribuirle, in particolare, il sostegno palese a Trump e sottinteso alla concorrente Harris, che lei peraltro ha tenuto anche a precisare di “non conoscere”, per quanto vice presidente in carica degli Stati Uniti.

Aldo Moro a Terracina nell’estate del 1968

         Di questa nostra mania o abitudine professionale -scusatemi il plurale maiestatis- di sdoppiare il politico di turno, facendogli dire una cosa e pensare o desiderare un’altra, feci personalmente le spese tanti anni fa, esattamente nell’estate del 1968, insieme al compianto collega Guido Quaranta, in un incontro a Terracina con Aldo Moro. Del quale, estromesso da Palazzo Chigi con un governo “balneare” affidato al pur amico e collega di partito Giovanni Leone, non si riusciva a sapere, capire e quant’altro quale atteggiamento avrebbe assunto nella preannunciata sessione autunnale del Consiglio Nazionale della Dc. Dove si sarebbe consumata clamorosamente la rottura dell’ormai ex presidente del Consiglio con i suoi colleghi dorotei di corrente e il passaggio all’opposizione interna, accettando la sfida a chi avrebbe saputo, voluto o potuto aprire di più il centro-sinistra all’opposizione comunista.

         Moro, che stava riflettendo appunto su questo ed altro, di carattere anche personale, ci accolse sul lungomare di Terracina, accennando alla scorta di non allontanarci, nel suo solito modo cortese. Che non gli impedì però ad un certo punto di perdere la calma e di abbandonarsi ad uno sfogo contro “voi giornalisti -disse, pur conoscendo le personali simpatie che Guido e io non avevamo nascosto nei suoi riguardi scrivendone, rispettivamente, su Paese sera e Momento sera– che anziché aspettare le decisioni dei politici avete la presunzione di anticiparle”.

         Dopo qualche tempo Guido e io, che a Terracina ci eravamo sentiti in imbarazzo, ci consolammo raccogliendo dallo stesso Moro, una sera davanti ad un cinema romano, uno sfogo mirato contro l’allora direttore del Corriere della Sera Giovanni Spadolini, che pure nel 1974 sarebbe diventato ministro del suo quarto governo.  

Giovanni Spadolini

In un editoriale domenicale dedicato ad una temuta “Repubblica conciliare” Spadolini ne aveva visto e indicato  un segnale in un voto espresso dall’ex premier in commissione alla Camera, con i comunisti, a favore della promozione agli esami di Stato a parità di voti. “Ma io -ci spiegò Moro- ho solo condiviso per gli esami di Stato un principio di diritto penale”, di cui egli era peraltro professore universitario.

Pubblicato sul Dubbio

Addio a Lino Jannuzzi, maestro di giornalismo e di vita

Mi mancava già da tempo per una di quelle malattie che ci sottraggono gli amici già in vita, ma la notizia della morte di Lino Jannuzzi, procuratagli da una polmonite a 96 anni, non è per questo meno dolorosa anche per il giornalismo. Che Lino ha onorato come pochi altri, non lasciandosene distrarre anche quando è stato parlamentare. E ha saputo essere trasversale pure in Parlamento, come un buon radicale, di scuola pannelliana e autenticamente garantista, della cui radio non a caso fu il primo direttore.

Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi

         Grazie, Lino, di tutte le cose, a cominciare dall’arguzia e dall’ironia, che ci hai insegnato. Grazie del tuo calore, del tuo intuito, dei fatti e delle passioni, delle ossessioni civili che hanno fatto di te “un caso unico”, come ti ha riconosciuto in un breve, toccante ricordo sul Foglio Giuliano Ferrara. Che ha saputo accettare da te anche i rimproveri non permessi ad altri se non al prezzo di durissime reazioni e della interruzione dei rapporti personali, in una logica totalizzante della sua originaria formazione culturale e politica.

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