Gianfranco Pasquino boccia l’offensiva contro le sorelle Meloni per le nomine

Dal Dubbio

Come una pasquinata dell’omonima, celeberrima statua parlante della vecchia Roma che troneggia dietro Piazza Navona, Gianfranco Pasquino ha rovesciato una salutare secchiata di buon senso sulle polemiche provocate dall’ipotesi, prospettata dal direttore del Giornale, di un’inchiesta giudiziaria combinata con una campagna politica contro Arianna Meloni, la sorella della premier e dirigente di spicco del suo partito. Che in un eccesso -per me- di difesa ha negato di essersi occupata di nomine e simili di competenza del governo. Come se avesse fatto davvero qualcosa di sconveniente e per giunta sanzionabile giudiziariamente occupandosene davvero, o solo mettendoci il becco con consigli, pareri, solleciti, raccomandazioni al confine del reato di traffico d’influenze, pur ridimensionato da una recentissima legge più nota per l’abolizione di un altro reato: quello di abuso d’ufficio.    

L’editoriale di Domani

         Con la dottrina di un ex professore universitario di scienza della politica e l’esperienza di un senatore, eletto a suo tempo per tre legislature da vero indipendente di sinistra nelle liste del Pci e successive edizioni, Gianfranco Pasquino ha fatto un’autentica lezione dalle colonne di Domani a protagonisti e attori della tragicommedia, chiamiamola così, del caso Arianna Meloni. Cui ha finito per contribuire la sorella Giorgia facendo da controcanto ad una difesa della congiunta ben oltre i limiti che il caso meritava. E merita tuttora, visto che la polemica continua con rilanci più o meno da acquazzoni di un’estate ormai rotta.

Pasquino su Domani

         “Chi e come nella maggioranza -ha scritto Pasquino- sceglierà le persone da reclutare e da promuovere nelle cariche disponibili è un problema che riguarda quasi esclusivamente la maggioranza stessa. Delegare a una persona di famiglia, a una sorella, a un amico, a un collaboratore fidato è, prima di tutto, assolutamente comprensibile. In secondo luogo, non prefigura e non costituisce reato a meno che, in estrema sintesi, i reclutamenti non si caratterizzino come fattispecie di voto di sambio. Se sono soltanto errori sarà nell’interesse di chi ha nominato procedere a rettificarli il prima possibile con opportune sostituzioni”, essendo e rimanendo sua la responsabilità di quella scelta.

         “Gridare frequentemente e ossessivamente al “fuoco al fuoco” rischia di essere controproducente…e diseducativo”, ha ricordato Pasquino alle opposizioni, “peggio quando si rincorrono per scavalcarsi in denunce esagerate e implausibili, ma anche in concessioni furbette”.

Pasquino su Domani

         “Fuori dalla brutta estate del nostro scontento -ha concluso Pasquino- c’è molto da fare per migliorare il funzionamento della democrazia parlamentare, per l’appunto riportando con ostinazione e virtù la politica in Parlamento che, se formato da ina legge elettorale decente, dimostrerebbe tutte le sue qualità e potenzialità istituzionali, e di rappresentanza dei cittadini”. Per quanti danni -mi permetto di osservare- esso abbia subito in una lunghissima campagna di delegittimazione populistica, con le forbici sventolate in piazza, e tradotte addirittura in una riforma costituzionale, per ridurne la consistenza e i costi. Ogni allusione ai grillini e a chi è andato loro appresso in questa deriva è naturalmente voluta.

Le sorelle Meloni

         La funzione dirigenziale svolta da Arianna Meloni nel maggiore partito di governo rafforza il ragionamento e le osservazioni controcorrente di Pasquino rispetto all’andazzo di certe polemiche e di un certo modo di fare politica. Ragionamento e osservazioni peraltro riscontrabili anche in un’intervista del non dimenticato Antonio Di Pietro a Libe

La statua parlante a Roma

Ciò che la sorella della premier e la stessa premier hanno curiosamente dimenticato o sottovalutato finendo per prestarsi nella polemica agli strafalcioni istituzionali e logici delle opposizioni, è l’articolo 49 della Costituzione. Esso dice, testualmente: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. E della politica nazionale fa parte anche l’azione di governo, comprensiva del diritto e della responsabilità delle nomine che competono all’esecutivo. Non mi pare che ci voglia molto a capirlo, signori e signore delle opposizioni, e persino -ripeto- del governo.

Pubblicato sul Dubbio

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E’ guerra anche sotto le cinque stelle, dichiarata dallo stesso Beppe Grillo

Dal Tempo

         In questa estate pur spezzata dai temporali le guerre aumentano. L’elenco si allunga: dall’Ucraina a Gaza e a Sant’Ilario, a Genova, dove Beppe Grillo dalla sua postazione elettronica ha dichiarato guerra appunto a Giuseppe Conte, come ha titolato Il Tempo. Una guerra sulla strada dell’assemblea costituente programmata in ottobre dall’ex premier per ridefinire tutto del Movimento di cui ha assunto la presidenza dopo avere perso quella del Consiglio dei Ministri.

Dal blog di Beppe Grillo

       Da fondatore e garante dei valori delle 5 Stelle, pur a contratto come consulente per la comunicazione, Grillo ne ha sentito e denunciato in pericolo “Il Dna”. Come un generale Vannacci qualsiasi quando scrive e parla delle abitudini o normalità italiane compromesse da gente di colore, omosessuali e vari rimediandosi del “coglione” dall’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Che per questo si è beccato una multa contestandola per poter ribadire la sua offesa in un processo.

Giuseppe Conte

  Conte al “coglione” contro Grillo non è arrivato, e probabilmente non arriverà mai, ma sembra ben deciso a difendere il suo percorso di cambiamento. Che non esclude la rinuncia, o “l’archiviazione”, come la chiama il manifesto, a ciò che il fondatore considera invece irrinunciabile: il simbolo, il nome del movimento e il limite dei due mandati elettivi alle Camere. Oltre i quali, secondo Grillo, l’attività parlamentare diventerebbe “un mestiere” e non un’esperienza tanto più apprezzabile eticamente quanto temporanea, a garanzia del ricambio o rinnovamento della classe dirigente, che mancherebbero in tutte le altre forze politiche. Siano ad una specie di variante della “diversità” del Pci a suo tempo vantata da Enrico Berlingue

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano

         Alla registrazione di questa guerra di Sant’Ilario, chiamiamola così, quasi una guerra civile perché tutta interna al movimento, non ha potuto sottrarsi , con un titolo in prima pagina in cui si parla tuttavia solo di “scontro”, un giornale molto in sintonia con le 5 Stelle come Il Fatto Quotidiano, spesso anticipatore delle sue decisioni o ispiratore.

Dal Fatto Quotidiano, pagina 6

         Come per consolarsene, a voler essere maliziosi, il giornale diretto da Marco Travaglio oggi offre al suo interno, a pagina 6, la rappresentazione di un altro partito scosso da divisioni, contrasti, tensioni e simili. Sarebbe naturalmente Forza Italia della buonanima di Silvio Berlusconi, il cui figlio secondogenito avrebbe programmato la replica della discesa in campo politico del padre, inevitabilmente ridimensionando quanto meno la figura dell’attuale segretario Antonio Tajani, nonché vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri. “Pronta la truppa”, ha titolato Il Fatto facendo nomi e cognomi di quanti starebbero già preparando il campo a livello locale e nazionale a “Pier Silvio”. Di cui bastano e avanzano anagraficamente i due nomi datigli dal padre.

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Temporali d’agosto sulle sorelle Meloni, e loro dintorni

Da Repubblica

         Sarò franco, al solito, sino alla provocazione contro me stesso, su questa storia del complotto ai danni delle sorelle Meloni, e dintorni, caduta sulla cronaca politica come uno degli acquazzoni sull’Italia in questa estate che si è finalmente rotta, anche del caldo che ci ha procurato. “Un complotto all’italiana” -ha scritto il consumatissimo e ottimo Filippo Ceccarelli su Repubblica- “di sicurezza, di famiglia e di masseria”. Ma soprattutto di carta, aggiungerei, perché di una notizia giudiziaria, o solo paragiudiziaria, non ne ho avvertita sinora una, e neppure mezza, per quanto sia facile, anzi facilissimo, imbattersi in Italia in un avviso di garanzia o arresto non sempre ad orologeria, qualche volta anche a caso, senza collegamenti seri con i calendari politici sempre intensi, fra elezioni, convegni, passaggi parlamentari delicati, eventi persino internazionali.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         L’accennata provocazione contro me stesso è la condivisione di quanto ha scritto sul Fatto Quotidiano –e non è la prima volta che accade, per cui comincio davvero a preoccuparmi- Marco Travaglio scrivendo proprio del timore avvertito dalle parti meloniane di una contestazione del famoso traffico d’influenze, pur appena ridotto da una legge  approvata, intestata al ministro della Giustizia Carlo Nordio e promulgata, ad Arianna Meloni:  la sorella anagraficamente maggiore ma politicamente minore della premier Giorgia. Una sorella “dirigente di partito -ha scritto Travaglio- che fa ciò che fanno tutti da sempre e non risulta che riceva in cambio soldi o altre utilità”. Anche se l’interessata ha smentito di essersi mai occupata di nomine, magari anche di avere detto la sua su qualcuna di quelle fatte o da fare in sede di governo nelle consultazioni politiche, e partitiche, che di solito le precedono o acccompagnano.

Sempre Travaglio sul Fatto Quotidiano

         In un estremo atto di generosità, conoscendo l’opinione che Travaglio ha dell’interessato, come del migliore presidente del Consiglio italiano dopo la buonanima di Camillo Benso conte di Cavour, il direttore del Fatto Quotidiano ha riconosciuto a Giorgia Meloni di essere stata vista “come Conte”, il “Giuseppi” dell’allora presidente americano Donald Trump, “un’intrusa dalle elite più putride, use a scalzare gli outsider tramite qualche infiltrato”. “Ma Conte -ha precisato Travaglio- aveva la sfortuna di avere Renzi in casa”, che riuscì a fargli perdere Palazzo Chigi nel 2021 spedendovi Mario Draghi con la complicità, diciamo così, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Lei -ha aggiunto il direttore del Fatto riferendosi alla Meloni- ha la fortuna di averlo fuori” questo maledetto Renzi, ora attratto dal cosiddetto campo largo dell’alternativa al governo in carica. “Perciò, più che dall’esterno” la premier “dovrebbe guardare all’interno della sua maggioranza”, perché “gli unici complotti che funzionano sono gli autocomplotti”, visto che obiettivamente non mancano divisioni e simili nel centrodestra, o destra-centro.

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Dove Pier Silvio Berlusconi vorrebbe spingere Forza Italia

Da Repubblica

Con un’analisi delle sue, ragionata e dettagliata, Ezio Mauro su Repubblica ha visto e indicato nei recenti interventi dei due figli maggiori di Silvio Berlusconi, ma soprattutto di Pier Silvio, “la metamorfosi” di Forza Italia in una nuova Democrazia Cristiana, destinata a soffrire l’alleanza con la destra sin forse a doversene prima o poi separare.

Dal Fatto Quotidiano

Allo stesso Pier Silvio Berlusconi invece Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio ha attribuito il giorno prima, sparandolo in prima pagina, questo “ordine” alla sua Mediaset non so se complementare o cos’altro rispetto all’analisi dell’ex direttore di Repubblica: “Più spazio ai dem nel talk show”. Dem intesi naturalmente come Partito Democratico, dove notoriamente convivono, bene o male, post-democristiani e post-comunisti, anche se i primi sono diminuiti da quando è segretaria Elly Schlein.

Dal Dubbio

  Gli ordini dalle parti del Biscione normalmente si eseguono, pur non mancando eccezioni clamorose come nel caso dell’ex compagno di Giorgia Meloni, e collega giornalista Andrea Giambruno, sorpreso l’anno scorso fuori onda in comportamenti inopportuni negli studi televisivi, poi trasmessi con gli effetti a tutti noti. Cioè con la fine della relazione sentimentale della premier col padre di sua figlia Ginevra, per niente preclusiva -si assicura negli ambienti qualificati, diciamo così- di rapporti amichevoli fra la Meloni e i figli ed eredi di Berlusconi, anche ora che questi ultimi stanno scuotendo Forza Italia per una maggiore autonomia dalla destra nella maggioranza. Ciò almeno secondo la rappresentazione che si sta facendo della vicenda sui maggiori giornali con contributi di esponenti anche del partito lasciato dal compianto Berlusconi nelle mani del fidato Antonio Tajani. Che ha dovuto aggiungere alle sue fatiche di governo, tra guerre fredde, calde e roventi, il fastidio di allontanare quanto meno il sospetto di essere in difficoltà a casa sua.

Sono cose, d’altronde, che capitano in politica. Capitavano già ai tempi della cosiddetta prima Repubblica dei partiti molto tradizionali e forti: per esempio nella Dc, dove le correnti ogni tanto si decapitavano da sole con clamorose rotture fra capi e delfini, veri o presunti. Figuriamoci se si possono evitare ora che i partiti sono meno tradizionali, meno forti e più personali, o personalizzati, con tutti gli inconvenienti anche umorali che ne derivano.

Non so francamente se sia vero l’”ordine” -ripeto- attribuito a Pier Silvio Berlusconi, e magari smentito prima che voi passiate leggermi, di aprire di più le sue reti e salotti televisivi ad ospiti del Pd, sorpassando in questo caso se stesso dopo l’approdo a Mediaset di Bianca Berlinguer, non certo indifferente ai ricordi e ai sentimenti politici di suo padre Enrico. So però che dalle parti del Pd, nonostante le tante esperienze politicamente condominiali giù vissute con Berlusconi in persona all’epoca delle “larghe intese”, protette al Quirinale prima da Giorgio Napolitano e poi dal successore Sergio Mattarella, quando si parla e si scrive del compianto Cavaliere si avvertono mal di pancia anche rumorosi. Come quello scappato su Repubblica di sabato scorso a Massimo Giannini scrivendone beffardamente come dell’”unto del Signore”. Sempre meglio, per carità, dello “psiconano” gridato sulle piazze e nei teatri da Beppe Grillo quando il Cavaliere era vivo -salvo invidiarne poi i voti da morto e rinfacciarli a Giuseppe Conte- ma pur sempre dileggiante. E perfino blasfemo per i credenti, vista l’opinione che si continua a coltivare del compianto Cavaliere, abituato del resto ad immaginarsi da solo camminare sulle acque.  

Pubblicato sul Dubbio

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Il trittico delle celebrazioni di quest’anno: De Gasperi, Togliatti e Berlinguer

Esattamente 70 anni fa moriva Alcide Gasperi, che ne aveva 73 ed era già passato alla storia come il protagonista della ricostruzione italiana dopo il disastro della seconda guerra mondiale, e il vincitore dello scontro elettorale col fronte popolare dei comunisti e dei socialisti di soli 6 anni prima, il 18 aprile 1948. Era stata sua anche la scelta dell’alleanza atlantica avversata dai comunisti, che però nel 1976 se ne sarebbero sentiti protetti anch’essi nei rapporti con Mosca.

Attilio Piccioni

         Con un occhio rivolto alle cronache di questi giorni, anzi di queste ore, in cui la premier si sente oggetto di troppe attenzioni giudiziarie con familiari ed amici, sarebbe forse il caso di ricordare di Alcide De Gasperi anche l’avventura capitatagli di avvertire le prime commistioni fra cronache politiche e giudiziarie. L’anno prima della sua scomparsa era scoppiato il caso della morte di Wilma Montesi, in cui fu coinvolto, e alla fine arrestato ma poi assolto, Piero Piccioni. Che era il figlio di Attilio, costretto alle dimissioni dalle sue cariche di governo ed escluso dalla gara per la successione politica a De Gasperi.

Palmiro Togliatti

         Dieci anni e due giorni dopo la scomparsa di De Gasperi, il 21 agosto 1964, morì Palmiro Togliatti, lo storico segretario del Pci che ne era stato il maggiore antagonista, sino a proporsi sulle piazze di cacciarlo a calci in culo -testuale- dalla guida del governo se gli fosse riuscito il colpo di sconfiggerlo nelle urne. Esse si rivelarono invece, per quanto ad altissima affluenza, meno piene delle piazze, secondo una celebre e delusa constatazione del leader socialista Pietro Nenni, uscitone ancora peggio dei comunisti.  

         Anche i sessant’anni dalla morte di Togliatti vanno ricordati per riconoscergli il merito di avere accettato la sconfitta politica e di avere nella sua prima, precedente esperienza di governo come ministro della Giustizia con lo stesso De Gasperi un rapporto di correttezza esemplare, alla luce di quanto accade oggi, col cosiddetto potere giudiziario. E’ vero, come dicono i suoi critici, che egli vide nella magistratura anche una delle “casematte” da occupare ma è ancora più vero, in termini anche di tempo, che con l’amnistia egli tolse l’antifascismo -di cui tanto si abusa oggi sul piano della propaganda e della lotta politica- dal terreno di un uso improprio da parte della magistratura. Negargli questo merito sarebbe disonesto.

Enrico Berlinguer

         Così come sarebbe disonesto attribuire al più famoso e storico dei suoi successori alla guida del Pci, Enrico Berlinguer, del quale invece è ricorso quest’anno il quarantesimo anniversario della morte, magari forzando il significato della “diversità” e della “questione morale” da lui rivendicate; sarebbe disonesto, dicevo, attribuirgli una condivisione o partecipazione alla strumentalizzazione del potere giudiziario. Vi avrebbero provveduto con spietata spregiudicatezza i suoi successori, nel Pd e versioni o edizioni successive.

         Il resto è cronaca, chissà quando destinata a diventare storia.

L’opposizione ormai antropologica del Partito Democratico

Dal Foglio di ieri

Mi è capitato ogni tanto di dissentire da Claudio Cerasa, il direttore del Foglio al quale piace essere border line fra gli schieramenti che si alternano alla guida del Paese in una versione forse troppo spesso pasticciata del bipolarismo. Che, per quanto preceduto dalla lunga contrapposizione fra la Dc e il Pci cominciata con le elezioni del 18 aprile 1948, esordì nella cosiddetta seconda Repubblica con la vittoria del centrodestra improvvisato nel 1994 da Silvio Berlusconi e la sconfitta dell’altrettanto improvvisata e “gioiosa macchina da guerra” dell’ultimo segretario comunista, e primo-post comunista, Achille Occhetto.

         Come ad ogni acrobata di rispetto capita anche a Cerasa di cadere, fra esibizioni e allenamenti, dal filo su cui cammina. E persino di essere insultato dal solito Marco Travaglio, sul Fatto Quotidiano, che gli contesta antipaticamente il titolo di studio di ragioniere. Antipaticamente, per me, perché quello era anche il titolo di studio di mio padre.

Dal Foglio di ieri

         Ebbene, per quanto -ripeto- mi sia capitato ogni tanto di dissentire, ho trovato impeccabile il processo politico che Cerasa ha fatto ieri al Pd per “l’opposizione che non sa fare”. O per tutte “le occasioni perse” nella corsa in cui maggioranza e opposizioni fra di loro, o ciascun partito all’’interno dell’una o delle altre, sono o dovrebbero sentirsi impegnate democraticamente a “dettare l’agenda”, cioè a far prevalere il tema o problema più produttivo, almeno elettoralmente.

Claudio Cerasa

         Giustamente il direttore del Foglio ha lamentato “le occasioni” -ripeto- che il Pd, forse per non dispiacere a Giuseppe Conte e a quel che gli rimane del Movimento 5 Stelle, si è lasciato scappare di inserirsi nei contrasti esistenti nella maggioranza di governo sui temi delle carceri sovraffollate sino all’indecenza, della cittadinanza, delle pensioni, delle cosiddette autonomie differenziate ormai avviate sul percorso referendario, persino della politica estera dopo le incursioni ucraine in territorio russo, anziché viceversa come dall’inizio della guerra scatenata da Putin.

Dal Corriere della Sera di oggi

         Mi chiedo tuttavia se è solo per paura di Conte, spintosi oggi sul Corriere della Sera a sfidare i forzisti sul percorso parlamentare dello “ius scholae” per la cittadinanza, che il Pd della Schlein si sia lasciata perdere e si perda tutte queste “occasioni”. E non invece per una sua natura ormai culturale, strutturale, istintiva, antropologica, chiamatela come volete.

Massimo Giannini su Repubblica di ieri

  Ciò impedisce al Pd della Schlein, per esempio, di considerare Forza Italia, pur così frequentemente diversa dai suoi alleati di governo, un’interlocutrice non liquidabile per l’origine da quell’”unto del Signore” come ieri Massimo Giannini su Repubblica ha continuato a chiamare, cioè a sfottere, la buonanima di Silvio Berlusconi. La ciliegina – direi per tornare in qualche modo a Cerasa direttore del Foglio e alla sua firma grafica- sulla torta di una politica incapace di liberarsi delle sue peggiori, livorose catene.  

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Fra gli scampoli della vacanza di Giorgia Meloni in Puglia

         Ciascuno in fondo ha in politica la sua Gaza, e forse anche più di una. E non necessariamente strappandosi vesti e capelli, specie ora che l’amministrazione americana, operante anche mentre i contendenti della Casa Bianca se le dicono e se le danno di tutti i colori, ha cercato di diffondere ottimismo sui negoziati per una tregua in quella terra, e dintorni. Che è affollata di macerie, di morti e di ostaggi, ancora, del terrorismo palestinese e di chi finge di ignorare questa realtà scambiando gli israeliani, cioè gli ebrei, per i nuovi genocidi.

Massimo Boldi

         Ha le sue Gaze, al plurale, anche Giorgia Meloni, proposta dal vignettista del Foglio nella richiesta di lasciarle godere gli ultimi giorni di vacanza in Puglia, ormai la sua Puglia, senza “deprimerla” con i problemi che le crea persino chi la elogia, a quanto pare, come il suo scoperto, confesso estimatore Massimo Boldi. Che sta facendo perdere le ultime remore a sinistra nell’assalto quotidiano di reazione alla premier italiana.

Dal Corriere della Sera

         Fra le Gaze, sempre al plurale, della Meloni, sorvolando sulle grane che le creano gli alleati di governo polemizzando sugli argomenti più diversi, ciascuno alle prese -credo- con problemi di identità, che non sono solo quelli dei forzisti sferzati adesso anche dal co-fondatore superstite del partito che è Marcello Dell’Utri; fra le Gaze, dicevo, della Meloni la notista del Corriere della Sera Monica Guerzoni ci ha proposto oggi quella della Commissione europea che sta tessendo come una tela, in vacanza pure lei, la teutonica Ursula von der Leyen nella sua seconda versione, o edizione.

Meloni e Fitto d’archivio al Senato

         Fra un pisolino e l’altro immaginato dal vignettista del Foglio la premier tiene i suoi “contatti”, come li chiama la Guerzoni, “sulla trattativa per il nome di Raffaele Fitto da inserire nella Commissione” di Bruxelles. Dove il ministro dovrà portarsi sulle spalle, e cercare di non esserne schiacciato, un debito pubblico che proprio in questi giorni si è ulteriormente avvicinato nei calcoli della Banca d’Italia ai tremila miliardi di euro. Roba da schiantare un toro. Ma noi italiani anche ai tori più scatenati sappiano fare le pernacchie, bravi come siamo a fare aumentare insieme le entrate fiscali e le evasioni. E in questo destra e sinistra, lasciando da parte il centro ormai evanescente dell’una e dell’altra, si equivalgono. Anche se lo negano nei loro rispettivi campi, più o meno larghi, pasticciati e incolti che siano.

         Per questo giorno del lungo ponte di Ferragosto, in attesa dei temporali rinfrescanti promessi dai meteorologi, credo che possa bastare.

L’estate rovente e l’autunno caldo del partito berlusconiano

Dal Dubbio

Li ho conosciuti entrambi, Marcello Dell’Utri e Gianfranco Miccichè. Non so se siano ancora legatissimi come allora, ai tempi in cui lavoravano a Pubblitalia, lui da capo e l’altro da quasi attendente per la creazione di Forza Italia sfidando gli amici che sconsigliavano a Silvio Berlusconi l’avventura politica. Dalla quale temevano che i problemi del Cavaliere sarebbero aumentati e non diminuiti.

Berlusconi e Miccichè

         So che ci sono stati passaggi dell’attività politica di Miccichè negli ultimi anni, quando si allontanò una prima volta dal partito azzurro, non condivisi da Dell’Utri per racconto pubblico dello stesso Miccichè. Mi ha però colpito la sovrapponibilità di due interviste che essi hanno rilasciato a due giorni di distanza, ancora fresche di stampa, che penso non siano state gradite, per il loro contenuto, per il loro giudizio su Forza Italia e per le interpretazioni cui si prestano, da Antonio Tajani. Che guida il partito e contemporaneamente ricopre importanti incarichi di governo come solo certi leader della Dc erano riusciti a fare, per esempio Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita, finendone tuttavia entrambi danneggiati.

Miccichè a Repubblica del 13 agosto

         “Oggi nel centrodestra – ha dichiarato alla Repubblica del 13 agosto Miccichè raccontando e motivando l’abbandono questa volta definitivo del partito azzurro- non si può neppure parlare di diritti civili. Vietato. Quella di Meloni è una destra che sta rimuovendo i valori del congresso di Fiuggi. Sta facendo repressione. E’ ovvio che la maggior parte degli esponenti di Forza Italia che hanno una concezione riformista e liberale della vita stia male”.

         Le posizioni di Lega e Fratelli d’Italia “sono becere e contro la logica della Costituzione”, ha dichiarato Marcello Dell’Utri parlando al Foglio del 15 agosto della situazione nelle carceri, che lui conosce bene per esservi stato non da parlamentare in ispezione, come si dice del deputato o del senatore che le visita, ma da detenuto, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. E dove qualcuno lo vorrebbe ancora rimandare, ultraottantenne, per stragismo o qualcosa del genere.

Dell’Utri al Foglio del 15 agosto

         “Gli eredi di Berlusconi stanno ispirando Forza Italia”? , è stato chiesto a Dell’Utri dopo recenti interviste dei due figli maggiori dell’ex presidente del Consiglio e la decisione di Tajani di condividere e affiancare i radicali nella battaglia per carceri all’altezza di un paese civile. E lui: “Questo non glielo so dire. So che sono delle riflessioni molto giuste e positive. Conosco Marina e Pier Silvio e so bene come la pensano. Sono persone molto intelligenti e attente alla società civile. Poi non so se Forza Italia sarà capace di ascoltarli”. E alla domanda sulla possibilità di un loro “futuro impegno in prima persona nel partito” ha risposto: “Credo che una cosa del genere non avverrà mai”.

         Sollecitato a parlare praticamente dello stesso problema, Miccichè ha detto al Foglio due giorni dopo: “Marina esprime il pensiero di suo padre, che ho visto piangere davanti alla tragedia di migranti morti in mare mentre si dirigevano sulle coste adriatiche. Ma non credo che lei e Pier Silvio abbiano interesse a fare politica”.

Miccichè a Repubblica del 13 agosto

         Ancora Miccichè parlando dei rapporti tra Forza Italia e gli alleati di destra, peraltro dopo che già il vice presidente azzurro della Camera Giorgio Mulè si era pubblicamente posto quasi lo stesso problema: “Berlusconi non avrebbe mai permesso quello che sta accadendo. Questa Forza Italia non è quella di Berlusconi, è anonima e succube degli alleati di governo. Ma Lei ricorda i nomi dei ministri di Forza Italia? Si conosce solo Tajani. Basta questo per dire che c’è qualcosa che non va. Le scelte le fanno gli altri”.

Berlusconi e Dell’Utri

         E’ accaduto anche in altre estati roventi climaticamente di annunciare, prevedere e quant’atro autunni ancora “caldi” politicamente. Il prossimo minaccia di esserlo in particolare per Forza Italia, più ancora che per il governo assediato, secondo le opposizioni, dal referendum promosso contro la legge delle cosiddette autonomie differenziate, pur innescata dalla riforma costituzionale voluta in materia regionale dalla sinistra nel 2001, come ha appena ricordato al Dubbio Gianfranco Rotondi. E’ una Forza Italia in crisi d’identità, pare, sia per Dell’Utri sia per Miccichè: uno non so se facendone ancora parte, l’altro appena uscitone, ripeto, definitivamente. E abbastanza clamorosamente.

Pubblicato sul Dubbio

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Anche Clemente Mastella si affaccia sul campo largo della Schlein

Dal Foglio di Ferragosto

Gli addetti alla commercializzazione delle feste dovrebbero inventarsi  l’uovo di Ferragosto, dopo quello di Pasqua cui siamo abituati, perché la sorpresa è prepotentemente entrata nelle tradizioni politiche di questa stagione. L’ultima l’ha riservata proprio  Clemente Mastella in una intervista al Foglio proprio di Ferragosto con la quale si è guadagnato anche il soprannome di Mastelly, ricavato dalla somma del suo cognome e del nome della Schlein: la segretaria del Pd alla quale il sindaco di Benevento si è offerto per concorrere come Matteo Renzi al cosiddetto ma un pò fantomatico campo largo dell’alternativa al governo di Giorgia Meloni.

Dall’intervista di Mastella al Foglio

“Schlein non l’ho sentita”, ha precisato Mastella. E neppure ci ha giocato insieme in una partita di beneficienza calcistica come Renzi. “Io però -ha detto l’uomo allevato nella scuderia democristiana e campana del compianto Ciriaco De Mita- sono sempre a disposizione quando si tratta di costruire. Che sia a livello locale, regionale o nazionale. Ma ci devono essere le condizioni”. Quali?  “Per esempio, Schlein -ha risposto- potrebbe iniziare a dire al Pd di Benevento di parlare con Mastella anziché fare accordi con esponenti del centrodestra locale”, evidentemente contro di lui. Che pure con gli “oltre centomila voti” sostanzialmente personali, o familiari, ha già permesso alla sinistra di vincere elezioni anche a livello nazionale diventando per questo guardasigilli con Romano Prodi. Sino a quando i magistrati non colpirono la moglie presidente del Consiglio regionale campano, indussero lui a dimettersi da ministro, trascinarono appresso nella caduta l’intero governo e provocarono le elezioni anticipate. Storie di normale amministrazione, si potrebbe dire nella politica da quando i suoi rapporti con la Giustizia, generosamente con la maiuscola, furono rovesciati nel 1992 con l’inchiesta “Mani pulite” sul finanziamento abitualmente illegale dei partiti. E i reati connessi perseguiti dai magistrati a suon di manette: dalla corruzione alla concussione.

Dopo l’offerta di Mastella si aspettano, come dopo quella di Renzi, le reazioni sofferte delle altre presunte o aspiranti componenti del campo largo. Che tanto più si estende tanto meno diventa o appare “giusto”, per esempio, all’ex premier e ora presidente solo del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte.

La vignetta di Claudio Cadei su ItaliaOggi del 13 agosto

Da queste incursioni, chiamiamole così, nel campo dell’alternativa al centrodestra, o destra-centro, è già nata una vignetta che ho definito “omerica” di Claudio Cadei su ItaliaOggi che ha immaginato Matteo Renzi come il cavallo inventato da Ulisse per sconfiggere finalmente Troja penetrandovi con l’inganno. A quella è seguita un’altra vignetta di Cadei, sempre su ItaliaOggi, meno omerica, dove Renzi si lancia nella piccola e traballante piscina mobile della Schlein e Conte per svuotarla. Renzi o anche Mastella, dopo l’uovo di Ferragosto del sindaco di Benevento.  

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Un inedito agosto italiano, disturbato solo dall’invasione dei turisti stranieri

Dal Corriere della Sera

         Anche il buon Antonio Polito, sul Corriere della Sera, si è lasciato tentare dal paragone fra questo “Agosto italiano” politicamente tranquillo e quelli precedenti quasi abitualmente tesi, contenuti solo dall’omonimo generale che soccorreva i presidenti della Repubblica nelle soluzioni delle crisi. “Nell’incendio del mondo -ha scritto l’editorialista del maggiore giornale nazionale- una tranquilla estate italiana. Dalla tragedia dei delitti di mafia alla farsa del Papeete, spesso la stagione calda è stata la misura delle nostre crisi. Nell’estate del 2011 -ha ricordato Polito come apice delle tensioni agostane- la corsa dello spread, che segnala la differenza di credibilità finanziaria tra noi e la Germania, stava per buttarci fuori dall’Europa”.

  Finì invece, anche se Polito non lo ha ricordato, per essere buttato fuori dopo qualche mese da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi, sostituito col suo stesso consenso da Mario Monti, pur se dopo qualche tempo, alla vigilia delle elezioni del 2013, lo contestò e denunciò di essere stato rovesciato con una mezza congiura internazionale, più particolarmente europea, inutilmente contrastata dagli americani. Ma è acqua passata.

Titolo di Domani

         Per tenere in piedi o riproporre la  rappresentazione di un agosto politicamente e domesticamente  turbolento, simile a molti altri del passato, il giornale di Carlo De Benedetti, Domani,  si è dovuto inventare in prima pagina un titolo di questo tipo sui “timori” che starebbero rovinando l’estate al governo: “Mattarella e Meloni, due anni di gelo”. E così il Quirinale sarebbe, per la premier nonostante tutto in vacanza in Puglia, l’unico ghiacciaio italiano, o del mondo, che resiste agli aumenti delle temperature.  

Polito sul Corriere della Sera

         Con i piedi, e altro ancora, ben saldi sulla terra Polito ha ricordato che in un mondo dove si inseguono le guerre e le invasioni, o sconfinamenti com’è chiamato in particolare quello delle truppe ucraine in territorio russo dopo due anni e mezzo di resistenza agli aggressori condotta solo nei confini nazionali, “l’unica invasione straniera” in Italia “è quella dei turisti. Benedetti per i soldi che portano, ma soffocanti per la vita di città troppo fragili e troppo poco attrezzate, non in grado di reggerne con civiltà l’abbraccio senza far pagare il prezzo ai residenti italiani. Che quest’anno -ha ricordato Polito cedendo a qualche osservazione di rammarico- sono andati meno in vacanza o per minor tempo o a causa dell’onda lunga dell’inflazione e di prezzi sempre più alti”.

La vignetta del Corriere della Sera

         All’”Agosto italiano” una volta tanto tranquillo in altra parte della prima pagina il Corriere ha opposto quello di Putin, rappresentato dal vignettista Emilio Giannelli alla presidenza di un “Consiglio di guerra” sopra una didascalia in cui si spiega, o si racconta, che “gli ucraini avanzano, i generali arretrano”.  Dopo avere già mancato nel febbraio del 2022 la conquista del paese limitrofo in un paio di settimane, se non di meno ancora, programmate al Cremlino.

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