Il fantasma di Berlusconi irrompe nella campagna elettorale

Dal Dubbio

Sbaglio o Matteo Salvini ha un po’ mollato nella campagna elettorale per le europee il generale Roberto Vannacci, pur voluto così fortemente nelle liste da avere provocato una mezza rivolta nella Lega? Il generale, per carità, continua ad esporsi e a guadagnarsi l’attenzione dei grandi giornali. Il Corriere della Sera, ad esempio, gli ha appena mandato appresso un inviato nel Bolognese, Nino Luca, per raccoglierne anche i sospiri. Ma Salvini -ripeto- sembra essersene un po’ distaccato. E non credo per paura dei leghisti che non hanno nascosto l’intenzione di mettere nel contenzioso del dopo-elezioni con lui anche la forzatura che hanno avvertito nella sostanziale imposizione del candidato che viene ormai chiamato come il mondo del suo primo libro: “al contrario”.

Matteo Salvini e Roberto Vannacci d’archivio

         Salvini sembra avvertire maggiormente da qualche giorno non più il problema di togliere voti alla Meloni sulla destra -dove peraltro la premier si è appena guadagnata qualche parolina gentile della francese Marine Le Pen, che pare abbia smesso di rimproverarle chissà quali accordi presi sottobanco in Europa con Ursula von der Leyen per una conferma alla presidenza della Commissione di Bruxelles- ma il problema di evitare il sorpasso di Antonio Tajani. Che si è proposto di classificarsi al secondo posto nel centrodestra rivendicando l’eredità di Silvio Berlusconi. Un’eredità invece che Salvini gli contende in qualche modo, non lasciandosi scappare un’intervista o un discorso per ricordare “Silvio”, come lo chiama, e rimpiangerlo. Cosa, questa, che una volta tanto il vecchio e insofferente Umberto Bossi non può contestargli perché del compianto fondatore di Forza Italia egli era diventato quasi un amico intimo, dopo il tempestoso inizio dell’alleanza politica ed elettorale, interrotta alla fine del 1994 per paura di esserne fagocitato. E su pressione confessata dallo stesso “senatur” dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Marta Fascina al Giornale di ieri

         Silvio qua e Sllvio là, dice Salvini, come si canta di Figaro nel “Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini. Al punto che forse non a caso Marta Fascina, l’ultima quasi moglie di Silvio, appunto, si è lasciata intervistare dal Giornale ora parzialmente di famiglia per dire non più tardi di ieri: “Auspico un buon risultato per Forza Italia, anche e soprattutto come tributo alla memoria del suo leader fondatore a cui tutti dobbiamo gratitudine e riconoscenza. Se siamo ciò che siamo lo dobbiamo tutti a lui. Ma Forza Italia, quale partito che Silvio ha condotto con orgoglio nel Partito Popolare Europeo, la grande casa della democrazia e della libertà, ad esito di queste elezioni sarà sicuramente nella tolda di comando dell’Europa dei prossimi 5 anni”.

         Ma Salvini e la Fascina non sono i soli a evocare Berlusconi nella corsa al voto dell’8 e 9 giugno a sostegno dei loro rispettivi partiti. Lo ha appena evocato in una intervista a Repubblica, e non per la prima volta, Matteo Renzi per contestare, come candidato al Parlamento europeo, alla “falsa” candidata Giorgia Meloni, che rimarrà rigorosamente a Roma, la dabbenaggine di non avere appreso la lezione del Cavaliere di navigare nelle acque del Partito Popolare. Dove però neppure Renzi, altro aspirante erede dei voti di Berlusconi, ha intenzione di nuotare o viaggiare preferendo notoriamente la compagnia del presidente francese Emmanuel Macron, e scommettendo su Mario Draghi al vertice dell’Unione.

Matteo Renzi a Repubblica di ieri

         Renzi ha tuttavia pasticciato un po’ nella ricostruzione del tuffo di Berlusconi nelle acque per lui salvifiche del Partito Popolare Europeo. Sarebbero stati, in particolare, “Helmut Kohl e Jose Maria Aznar -ha raccontato l’ex premier toscano- a spedire il giovane Agag”, imprenditore spagnolo, “da Silvio Berlusconi per coinvolgerlo nel Ppe” apprezzandone la consistenza elettorale  in Italia e quindi l’utilità, praticamente, di annetterla a livello continentale. No, le cose non andarono esattamente così. L’operazione di aggancio di Berlusconi al Partito Popolare Europeo fu condotta in Italia dall’allora alleato e democristiano doc Pier Ferdinando Casini. Che ne è rimasto orgoglioso anche dopo avere rotto con “Silvio”, come anche lui chiamava il Cavaliere, ed essersi accasato come ospite nelle liste del Pd per rimanere in Parlamento, ormai da veterano, o quasi.

Pubblicato sul Dubbio

Proposto a Nordio un sorteggio dimezzato per i magistrati al Consiglio Superiore

Il ministro della giustizia Carlo Nordio

Questi sono giorni cruciali, dietro le quinte, nella preparazione della riforma costituzionale sulla giustizia anticipata dal guardasigilli Carlo Nordio al recente congresso dell’associazione nazionale dei magistrati dopo una riunione a Palazzo Chigi con la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario Alfredo Mantovano, altri esponenti del governo e gli esperti dei partiti della maggioranza. Una riforma finalizzata, fra l’altro, a separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e a dividere conseguentemente in due sezioni il Consiglio Superiore della Magistratura. Una riforma alla quale il sindacato delle toghe ha annunciato una irriducibile opposizione di natura “culturale e costituzionale” contando sull’aiuto promesso al congresso dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dal presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. Che ha avvertito l’ombra addirittura di Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2, e del suo piano di cosiddetta rinascita della prima Repubblica, destinata invece al sostanziale ghigliottinamento giudiziario del 1992 e anni successivi, completato politicamente col passaggio dal sistema elettorale proporzionale a uno misto di proporzionale e maggioritario.

Il costituzionalista Michele Ainia

         Una parte aggravante della riforma Nordio, secondo il sindacato delle toghe, è costituita dal sorteggio nella formazione del Consiglio Superiore della Magistratura per non farlo dipendere, nella decisiva parte maggioritaria costituita dalle toghe, dal gioco delle correnti che ormai contano e si muovono come partiti.

Dalla prima pagina di Repubblica di ieri

         Un costituzionalista assai accorto alle ragioni, sensibilità, resistenze e quant’altro dell’associazione dei magistrati, Michele Ainis, autore del libro sulla “Capocazia” addebitata alla Meloni, ha avanzato su Repubblica di ieri una proposta di compromesso sul sorteggio per evitare “l’umiliazione” del sindacato delle toghe: ricorrervi solo per metà della rappresentanza oggi elettiva dei magistrati, lasciando l’altra metà alla sostanziale selezione delle correnti. Ma anche questa metà sottratta alla correntocrazia andrebbe limitata, applicando il sorteggio ai “migliori”, classificati evidentemente dal Consiglio Superiore uscente “per laboriosità, per correttezza, per l’indice di decisioni confermate in appello”, non potendosi “correre il rischio -ha scritto il costituzionalista- di sorteggiare un Totò Riina con la toga”. Evidentemente, ve ne sono di poco raccomandabili.

Il testo di Ainis

         Una modifica è stata proposta anche per la minoranza cosiddetta laica del Consiglio Superiore, cioè per quella eletta dal Parlamento in seduta congiunta. Che dovrebbe spettare per metà alla maggioranza governativa di turno e per metà all’opposizione, mentre oggi -secondo i calcoli di Ainis- dei dieci consiglieri  sfornati a più riprese dalle Camere, la maggioranza se ne “accaparrerebbe” sette. Finirà anche Ainis, con questa proposta di trattativa, nel cono d’ombra del defunto Licio Gelli? Chissà.

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Freno di Mattarella sui decreti-legge e attacchi alla Meloni in festa per un ergastolano

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

         Se non è o non sarà una stretta del Quirinale sui sei decreti-legge in arrivo fra mercoledì prossimo e il 29 maggio dal governo poco manca o mancherà alla “sorveglianza” annunciata in un titolo dal Corriere della Sera, forte anche di una corrispondenza di Marzio Breda dal Colle. Sorveglianza o “faro”, come ha preferito titolare Il Messaggero scrivendo sempre di una maggiore verifica presidenziale dei “casi straordinari di necessità e d’urgenza” nei quali l’articolo 77 della Costituzione consente al governo di adottare provvedimenti di immediata applicazione, da convertire in leggi dal Parlamento in sessanta giorni.

Dalla prima pagina della Verità

         Il giornale diretto da Maurizio Belpietro, La Verità, di una cui festa la premier è stata recentemente ospite con tanto di intervista di orgogliosa rivendicazione della sua attività di governo, ha definito quello attribuito al Quirinale contro i decreti-legge in arrivo, fra i quali uno sulla sanatoria di piccoli abusi edilizi, “un blitz pe il voto”. Studiato cioè in coincidenza con la fase terminale della campagna elettorale europea e amministrativa di giugno per aiutare praticamente le opposizioni.

La senatrice a vita Elena Cattaneo

         Un’altra coincidenza, forse più appropriata, è quella fra la maggiore attenzione attribuita al Quirinale e un recente intervento della senatrice a vita Elena Cattaneo nella discussione a Palazzo Madama sul cosiddetto premierato. Criticato dalla Cattaneo anche perché destinato, secondo lei, per un surplus di potere o influenza del presidente del Consiglio sul Parlamento ad aggravare “la malattia” di cui soffrono le Camere da tempo per i troppi decreti-legge di cui debbono occuparsi con priorità.  

         Si era giustamente notato, a proposito della diagnosi formulata dalla senatrice Cattaneo, biologa e scienziata, che una certa sovrabbondanza di decreti-legge è stata consentita dai presidenti della Repubblica succedutisi nel tempo. Le cui prerogative vengono pur difese dai critici del premierato ritenendo che siano destinate ad essere ridotte con l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

Il titolo del Fatto Quotidiano sull’accoglienza della Meloni a Chico Forti

         La grana, chiamiamola così, dei decreti-legge raggiunge la premier Meloni nel momento in cui è incorsa, forse non a torto, nelle polemiche delle opposizioni guidate dal Fatto Quotidiano contro l’accoglienza personalmente riservata da lei all’ergastolano italiano Chico Forti, condannato per omicidio e autorizzato a scontare il resto della pena, dopo 24 anni di detenzione a Miami, nel carcere per ora di Verona. Un’autorizzazione che gli Stati Uniti hanno concesso con la dovuta ammissione di colpa da parte del detenuto, che aveva sempre negato la responsabilità del delitto attribuitogli da una giuria popolare di cui un’esponente poi si è pentita.

         La vicenda è oggettivamente controversa. E la premier l’ha cavalcata -nel senso di rivendicare il merito di una estradizione non concessa su richiesta di altri governi italiani- nella presunzione che le opposizioni, proprio perché impegnatesi in questa direzione in passato, non potessero eccepire.

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Lo stato di “non belligeranza” di Mattarella raccontato dal Foglio

Non dico la guerra, ma la guerricciola di carta tra il Quirinale e Il Foglio sulla lettura dell’attacco della senatrice a vita Liliana Segre al premierato non è finita con la smentita che dietro quell’attacco ci fosse l’ispirazione, la mano, la manina o chissà cos’altro del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al quale la Segre deve il pur meritato, anzi meritatissimo laticlavio conferitole nel 2018 dall’attuale Capo dello Stato.  

Dalla prima pagina del Foglio di ieri

         Non solo il direttore del Foglio Claudio Cerasa nella posta del suo giornale ha declassato a “rettifica” la smentita opposta dall’ufficio stampa del Quirinale anche in difesa dell’onorabilità della senatrice a vita, che vive naturalmente di pensiero autonomo. Ma il giorno dopo -cioè ieri- Simone Canettieri è tornato sull’argomento in prima pagina per una registrazione così svogliata, a dir poco, della reazione di Mattarella da essere stata forse peggiore dell’altro intervento retroscenista firmato da Carmelo Caruso.  

         Quello del Capo dello Stato è diventato già nel titolo del secondo tempo della partita, diciamo così, un “no comment” alla riforma del premierato proposta dal governo e inoltrata a suo tempo al Parlamento con la dovuta “autorizzazione” del presidente della Repubblica richiesta dalla Costituzione. Poi, nel testo dell’articolo, il “no comment” è diventato uno stato di “non belligeranza” di Mattarella. Come quello adottato da Mussolini fra il 1939 e il 1940, prima del suicidio dell’associazione alla guerra di Hitler che lo sciagurato Duce riteneva ormai vinta dai nazisti. Ed era invece ancora agli inizi, con tutto quello che ne sarebbe derivato. Un linguaggio, quello della “non belligeranza”, non proprio felice, direi, nei riguardi di un Capo dello Stato che si tratterrebbe quindi sulla strada dell’adesione all’opposizione praticata in varie sedi, parlamentare e di piazza, contro l’elezione diretta del presidente del Consiglio.

Dall’interno del Foglio di ieri

         In più, insistendo nella rappresentazione di un rapporto difficile, a dir poco, fra il Quirinale e Palazzo Chigi, l’articolista del Foglio si è mostrato informato -si vedrà a tempo debito se a torto o a ragione- di resistenze, paure e quant’altro del presidente della Repubblica sulla legge, questa volta ordinaria, all’esame del Parlamento sulle cosiddette autonomie differenziate. Che furono messe in Costituzione da chi oggi le contesta con la riforma dell’articolo 115 nel 2001, all’epoca del secondo governo di Giuliano Amato, succeduto ai due di Massimo D’Alema, tutti a maggioranza non certamente di centrodestra. E questo giusto per ricordare le cose come stavano e come stanno, con Mattarella che allora neppure immaginava di poter diventare presidente della Repubblica e di doverne quindi temere in questa veste gli effetti.

         Ah, la polemica politica e retroscenista quanto è rischiosa quando la si affronta, a dir poco, con una certa superficialità e approssimazione. E dando per scontata, per carità, la buona fede. 

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Alla politica ormai come alle armi in una Italia ucrainizzata

Da Libero

Viviamo ormai in una specie di Ucraina italiana, per fortuna ancora senza bombe e truppe di occupazione o dì invasione, per la spietatezza della lotta politica in corso. E dell’informazione che la racconta o, peggio, l’alimenta di giorno in giorno, di ora in ora, sentendosi per lo più accerchiata da un governo che schiaccia così tanto e così insopportabilmente tutti da essersi lasciato scappare, come ha sarcasticamente ricordato Mario Sechi nel salotto televisivo di Lilli Gruber, il controllo dell’Autorità di Garanzia delle Comunicazioni, con tutte le maiuscole dovute. Alle quali si è dovuto arrendere persino il presunto, potentissimo, ammanicatissimo Bruno Vespa rinunciando al duello televisivo in Rai fra le prime due donne d’Italia -Giorgia Meloni ed Elly Schlein- annunciato inopinatamente per il 23 maggio, ad una quindicina di giorni dalle elezioni europee di giugno, e amministrative di accompagnamento.

         Verrebbe da ridere se non ci fosse invece da piangere per le condizioni alle quali è ridotto quello che la buonanima di Aldo Moro, redarguito nella Dc da Amintore Fanfani, l’altro cavallo di razza della scuderia scrociata, chiamava “confronto”: una parola “magica”, diceva il suo amico e insieme antagonista, che distoglieva cuori e menti dalla dura realtà. E faceva torto, sempre secondo Fanfani, ad un Parlamento dove il confronto, appunto, poteva e doveva svolgersi ed esaurirsi senza tirarla troppo per le lunghe.

La segretaria del Pd Elly Schlein

         Il confronto al Senato sul premierato, per esempio, e quello che seguirà alla Camera, e poi si ripeterà in entrambi i rami del Parlamento, con la prospettiva abbastanza concreta di un conclusivo referendum popolare di conferma o di bocciatura, secondo le regole costituzionali, non bastano né basteranno. La segretaria del Pd ha già allestito, in coincidenza con la festa della Repubblica, per il prossimo 2 giugno una manifestazione naturalmente di protesta a Testaccio, ripiegando dalla più grande e famosa Piazza del Popolo, sempre a Roma, perché prevedibilmente non ancora sgomberata di attrezzature e simili per il comizio conclusivo della sua campagna elettorale per le europee da quella diavola di Giorgia Meloni, com’è avvertita dai suoi avversari, arrivata a Palazzo Chigi meno di due anni fa senza dovere replicare a cento anni di distanza la  scellerata marcia fascista sulla Capitale. Vi è arrivata dopo un turno anticipato di elezioni regolarmente vinto, senza alcuna legge simil-Acerbo alle spalle, e su nomina di un presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fortunatamente scampato sino ad ora a scomposti attacchi per avere nominato, appunto, la Meloni presidente del Consiglio -rigorosamente al maschile, come l’interessata preferisce- e, su sua proposta, i ministri. Semplicemente applicando l’articolo 92 della Costituzione, secondo comma, come si dice in gergo tecnico.

         E’ un miracolo, scherzando ma non troppo nel clima politico in cui siamo avvolti, che il Capo dello Stato non si sia ancora trovato messo nello stato di accusa previsto dall’articolo 90 della Costituzione “per alto tradimento o attentato alla Costituzione” naturalmente antifascista in vigore dal 1948.

Giovanni Toti e Aldo Spinelli

         In questo clima avvelenato, dove una certa magistratura si muove come un pesce nell’acqua, può accadere anche che il cittadino perda coscienza dei suoi diritti e inconsapevolmente, appunto, vi rinunci. E’ appena accaduto, per esempio, al governatore ancòra della Liguria Giovanni Toti. Del quale il Corriere della Sera ha annunciato ieri in prima pagina la ferma intenzione, decisione e quant’altro, dopo 10 giorni di arresti domiciliari per presunta corruzione e non so se e quali altri reati, di “dimostrare la propria innocenza”.

         No, caro Giovanni, come mi permetto di chiamarti pur non avendoti mai conosciuto o solo parlato. La tua innocenza sino a “condanna definitiva” è garantita dall’articolo 27 della Costituzione. L’onere della prova della tua presunta colpevolezza è tutta dell’accusa, come ha ricordato proprio dopo il tuo arresto, fra le proteste dei soliti giustizieri, un ex pm che ora è ministro della Giustizia: Carlo Nordio. Un’accusa peraltro tenuta anche a cercare prove a discarico dell’inquisito o imputato, e non a occultarle, com’è accaduto di recente -diciamo così- ad un pubblico ministero censurato ma non espulso dal Consiglio Superiore della Magistratura. 

         Dai, Giovanni, ripeto, non farti confondere e/o intimidire, schiacciato dalle foto delle tue salite o discese dal barcone di lusso del vecchio Aldo Spinelli, o di qualche tuo drink con lui, o dagli spezzoni giornalieri di telefonate tue o di altri intercettate per anni, non per giorni, settimane o mesi.

Pubblicato su Libero

Anche Giovanni Toti cade nella trappola del “portiere di notte”

Bruno Vespa

Sarà colpa della mia vecchiaia, e di una certa conoscenza che ho del mio mestiere e dei miei colleghi, fra i quali ce ne sono di troppo invidiosi degli altri di maggiore successo e notorietà, per cui si divertono -diciamo così- a contestarli con tutte le pezze di appoggio possibili e immaginabili: dall’Agicom in su e in giù. Ma non riesco ad appassionarmi alla vicenda del duello televisivo fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein vanificatosi fra le mani, le parole, le proteste e quant’altro di Bruno Vespa, che riteneva di averlo acquisito nella sua postazione alla Rai come in un fortino.

         Mi interessano, e inquietano, di più le turbe procurate a Giovanni Toti dopo dieci giorni di arresti domiciliari. Ai quali l’ha confinato la magistratura sotto l’accusa di corruzione, falso e non se o cos’altro. Turbe intese come plurale di turba a sua volta intesa, secondo il dizionario della lingua italiana che ho appena consultato, come “disturbo di natura funzionale, anche psichica”.

Dal Corriere della Sera

         Inchiodato, secondo i tifosi dell’accusa e i suoi avversari politici, ma forse anche qualche falso amico o alleato, alle foto scattategli da presidente della regione liguria salendo o scendendo dal ferro da stiro nautico del ricchissimo Aldo Spinelli, e a spezzoni di intercettazioni telefoniche distribuiti e pubblicati a rate giornaliere, Toti non vede l’ora di essere interrogato dagli inquirente perché “dimostrerò -ha titolato in prima pagina il Corriere della Sera-  che non ho commesso reati”. Ma pochi giorni fa, tra le solite proteste dei soliti giustizieri o manettari, è stato proprio un celebre ex pm oggi ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a ricordare che non tocca all’accusato di dimostrare la propria innocenza, garantitagli dalla Costituzione sino a condanna definitiva, ma all’accusa dimostrare le sue contestazioni di reato. Un’accusa, peraltro, che dovrebbe anche cercare, e non occultare, prove a discarico,

         Il povero Toti è insomma caduto, volente o nolente, nella trappola del rapporto distorto fra l’aguzzino e la vittima così ben rappresentato cinematograficamente dal film del 1974 intitolato “Il portiere di notte” e ambientato in un albergo di Vienna del 1957.

Dal Riformista

         Anche queste turbe rimandano alle “mani pulite” di una trentina d’anni fa, di cui il Riformista ha riproposto in prima pagina tre dei protagonisti o attori in una foto con questo titolo: “Non è cambiato niente”. Sommario, o sottotitolo: “Carcere preventivo e diritti negati, il caso Toti ricorda una certa storia”. Spero non comprensiva dei suicidi che allora l’accompagnarono.

Dal Fatto Quotidiano

         Pure Pier Camillo Davigo, uno dei tre pubblici ministeri riproposti in foto dal Riformista, nel frattempo passato per un’esperienza opposta a quei tempi, si è rifatto sentire o leggere, naturalmente sul Fatto Quotidiano, per dire che “solo negli Stati canaglia è lecito il caso Genova”. Che lui naturalmente vede come vedeva ai suoi tempi Tangentopoli e dintorni. Mi fermo qui per risparmiarmi e risparmiarvi altre turbe.

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Mattarella si tira fuori, risentito, dalle polemiche contro il premierato

Dal Dubbio

Un po’ me l’aspettavo, ma è ugualmente clamorosa la reazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella -solitamente paziente e, all’occorrenza, anche spiritoso- al tentativo compiuto, volente o nolente, dal Foglio di attribuirgli l’ispirazione, o qualcosa di simile, del duro intervento della senatrice a vita Liliana Segre nell’aula di Palazzo Madama contro il cosiddetto premierato proposto dal governo di Giorgia Meloni.

         “Affermare -ha scritto Giovanni Grasso, capo dell’ufficio stampa del Quirinale, al giornale fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa- che nei suoi interventi in Senato la senatrice Liliana Segre metta soltanto la sua voce, perché il pensiero non sarebbe suo ma del Presidente della Repubblica, oltre che del tutto infondato, è profondamente offensivo per la senatrice che, non soltanto per la sua storia, ha diritto al più grande rispetto”. Sono seguiti tuttavia i consueti “cordiali saluti”.

L’intervento di Liliana Segre al Senato

         Pur relegata, ma forse anche per questo, nella posta del Foglio come una qualsiasi lettera che si riceve e si è tenuti a pubblicare, e ammantata -ripeto- nella conclusiva cordialità dei saluti, la reazione del Quirinale è di una severità e durezza significative. Ed anche comprensibili per i tentativi ricorrenti da tempo di trascinare il presidente della Repubblica nella polemica su una riforma cui si attribuisce, a torto o a ragione, la volontà o comunque l’effetto di ridurre drasticamente il ruolo del capo dello Stato. Che sarebbe obbligato -come ha appunto detto la senatrice Segre nell’aula di Palazzo Madama intervenendo nella discussione generale-  a “guardare dal basso in alto”, in condizioni di soggezione, un presidente del Consiglio eletto direttamente dal popolo. Mentre lui, il presidente della Repubblica è stato e continuerebbe ad essere eletto solo dal Parlamento, sia pure in seduta congiunta e con la partecipazione dei delegati dei Consigli delle Regioni.

I corazzieri, che proteggono il Capo dello Stato

         A tirarlo fuori da una polemica a dir poco imbarazzante, come parte in causa anche sul piano personale, non sono valse né il silenzio impostosi su questa materia da Mattarella né la fretta, direi la rapidità, con la quale egli a suo tempo con la propria firma autorizzò- secondo il dispositivo del quarto comma dell’articolo 87 della Costituzione- la presentazione alle Camere del disegno di legge del governo sulla riforma che porta ormai il nome del premierato.

         Trovo pertanto comprensibile e condivisibile la reazione opposta dal capo dello Stato all’ultimo tentativo di trascinarlo dove lui non vuole: ultimo in ordine di tempo ma sicuramente penultimo, potendosene e dovendosene prevedere ancora altri per le cattive abitudini di una certa politica e -ahimè- di una certa informazione. Della quale il meno che si possa dire e scrivere è che sia spesso poco corretta.

Lo dico e lo scrivo con levità nonostante  il direttore del Foglio, con la sua ciliegina rossa d’ordinanza, non abbia sentito il bisogno, il dovere e quant’altro di scusarsi ma abbia praticamente insistito nella rappresentazione fatta sul suo giornale del discorso della senatrice a vita Liliana Segre. E abbia declassato a “rettifica” quella che è stata più semplicemente o drasticamente una smentita. Errare è umano ma perseverare è diabolico, dice un vecchio proverbio ereditato dai latini come tanti altri di provata saggezza.

Pubblicato sul Dubbio

Il Quirinale si offende col Foglio che lo aveva visto dietro l’attacco della Segre al premierato

Dalla posta del giornale diretto da Claudio Cerasa

Al Quirinale non hanno per niente gradito il sospetto del Foglio di una mano, o qualcosa del genere, del presidente della Repubblica dietro o nel recente intervento di Liliana Segre, da lui nominata senatrice a vita nel 2018, contro l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Che è contemplata dalla riforma costituzionale proposta dal governo di Giorgia Meloni ed è al primo passaggio parlamentare a Palazzo Madama.  

         Al sospetto, contenuto particolarmente in un articolo di Carmelo Caruso allusivo al discorso della senatrice a vita, analogo per certi versi a quello di Elena Cattaneo, senatrice a vita pure lei, ma nominata nel 2013 dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, il capo dell’ufficio stampa del Quirinale, Giovanni Grasso, ha opposto questa reazione: “Affermare che, nel suo intervento al Senato, la senatrice Liliana Segre metta soltanto la sua voce -perché il pensiero non sarebbe suo ma del presidente della Repubblica, è, oltre che del tutto infondato, profondamente offensivo per la senatrice che, non soltanto per la sua storia, ha diritto al più grande rispetto”.

La senatrice a vita Liliana Segre

         I “cordiali saluti” con i quali si conclude lo stesso la lettera del Quirinale non hanno trattenuto il direttore del Foglio Claudio Cerasa da una replica nella quale in pratica è stato ribadito il sospetto. “Massimo rispetto”, ha assicurato Cerasa firmandosi con la solita ciliegina rossa. “Abbiamo scritto però -ha puntualizzato il direttore- questo: “Si sa che la voce è di Segre, ma i pensieri di Segre nascono dagli scambi con Mattarella”. Si parlava di premierato. Registriamo la rettifica. Grazie”.

         Il Quirinale insomma è offeso. Ma un po’ lo sembra anche Il Foglio, che rimane convinto, nonostante “la rettifica”, cioè la smentita, che lo zampino di Mattarella nel discorso della senatrice Segre ci sia stato. In quello della senatrice Cattaneo, sia pure di diversa e più vecchia nomina presidenziale, non si sa.

Giovanni Grosso, portavoce del presidente della Repubblica

         La polemica non è per niente marginale, specie considerando che non è la prima volta che si sia tentato -e non sarà probabilmente neppure l’ultima- di trascinare il capo dello Stato nella controversia sulla riforma costituzionale all’esame del Senato sostenendo che le sue prerogative siano desinate ad essere mutilate dall’elezione diretta del presidente del Consiglio. Che, scelto direttamente dai cittadini, sovrasterebbe per rappresentatività ed altro sul presidente della Repubblica eletto “solo” dal Parlamento.

         Mattarella ha voluto tenersi rigorosamente fuori da questa polemica rappresentazione di una riforma il cui disegno di legge si è affrettato a controfirmare per l’”autorizzazione” alla presentazione alle Camere richiesta dall’articolo 87 della Costituzione. Egli ha pertanto tutto il diritto, a mio personale avviso, di sentirsi offeso se qualcuno cerca, pur nel legittimo esercizio della libertà di stampa e simili, di coinvolgerlo in cose dalla quali si è tenuto rigorosamente fuori.

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Gli effetti controversi della scarcerazione di Ilaria Salis a Budapest

Ilaria Salis

         Al netto dell’enfatica, per quanto metaforica, statua eretta dal manifesto per celebrarne la scarcerazione disposta finalmente dai giudici di Budapest per lasciarle attendere in libertà, col braccialetto di sorveglianza al posto, l’esito del suo processo, la vicenda di Ilaria Salis mi sembra essersi complicata, piuttosto che semplificata, alleggerita e quant’altro. Mi sembra pertanto prematura anche la ricerca, nella quale si sono impegnati in tanti, della giusta destinazione dei ringraziamenti per l’uscita della giovane italiana dal carcere ungherese dove è stata trattenuta per 15 mesi sotto l’accusa di avere aggredito dei manifestanti di estrema destra, ostentatamente nazisti.

Da Libero

         Il governo italiano ha rivendicato col vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani la quota di grazie che gli spetterebbe per l’azione svolta dietro le quinte. Il padre della giovane, “ingrato” secondo la protesta di Libero su tutta la sua prima pagina di oggi, non ha gradito e tanto meno condiviso, attribuendo probabilmente il merito della scarcerazione alla visibilità politica assicurata alla figlia dalla sinistra che l’ha candidata alle elezioni europee. Ma una sinistra -quella rossoverde di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli- cosi scarsa nei sondaggi, così al di sotto della soglia del 4 per cento dei voti richiesta per l’accesso al Parlamento europeo, da essere sospettata di avere cavalcato il caso di Ilaria più per sé che per lei.

Dalla Verità

         Proprio la scarcerazione nel frattempo intervenuta, togliendo alla candidata l’urgenza di una condizione di europarlamentare che avrebbe dovuto obbligare la magistratura ungherese a rilasciarla, rischia di nuocere al successo della corsa a Strasburgo. E’ il sospetto, fra gli altri, della Verità di Maurizio Belpietro. Che, reduce da una giornata dedicata alla premier Giorgia Meloni, ha oggi titolato che “i giudici rovinano la campagna elettorale a Fratoianni”.

La Salis ancora in manette al processo

         Per quello che può contare, per carità, è anche il mio sospetto. E forse pure quello di chi al Nazareno nelle scorse settimane è stato prima tentato e poi dissuaso dall’idea di candidare Ilaria Salis alle europee nelle liste del Pd già così affollate di esterni e simili. Dei quali si potrà vedere solo il 9 giugno, quando si cominceranno a contare i voti, se e quale contributo potranno avere dato al successo o insuccesso, o solo al mancato successo del partito guidato da più di un anno da Elly Schlein. Che in questa partita si gioca politicamente tutto, o quasi, comunque più di tutti i suoi concorrenti, peraltro inseguita da Giuseppe Conte nella corsa alla leadership di un pur improbabile -per ora- cartello elettorale antimeloniano,  quando si andrà a votare per il Parlamento italiano, e non europeo.

         In questa partita così lunga e complessa la parte attribuitasi da Ilaria Salis, o attribuitale da chi l’ha messa in gara per Strasburgo, è obiettivamente modesta, direi minima.

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Un pò troppo fuori misura le critiche delle senatrici a vita al premierato

Dal Dubbio

Gli interventi contrari delle senatrici a vita Liliana Segre ed Elena Cattaneo nella discussione generale sul premierato proposto dal governo potevano, forse anche dovevano essere in una pur improbabile regia d’alto livello immaginata da qualche malizioso retroscenista, un prezioso soccorso alle opposizioni di natura esclusivamente politica. Che sono arrivate all’appuntamento in ordine tanto rumoroso quanto pasticciato e contraddittorio, avendo il Pd -per esempio- dimenticato la strada del premierato, appunto, imboccata nel 1997 dalla insospettabile commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da un pezzo grosso, allora ma in fondo anche oggi che è  in pensione, come Massimo D’Alema. E con un altro pezzo grosso come Romano Prodi a Palazzo Chigi, succeduto in ordine rigorosamente cronologico a Silvio Berlusconi e a Lamberto Dini.

          Gli interventi, ripeto, delle due senatrici a vita dal prestigio indiscutibile e dall’età venerabile come quella, in particolare, della quasi 94.enne Liliana Segre, scampata all’Olocausto, potevano e forse dovevano essere un prezioso soccorso ad opposizioni un pò malmesse. Ma -ahimè- sono andati sopra le righe in alcuni passaggi che le parlamentari potevano entrambe risparmiarsi proprio per il loro livello intellettuale, morale e persino scientifico.

            Ho trovato eccessiva, per esempio, la demonizzazione del “capo” – o capocrazia”, come la chiama il costituzionalista Michele Ainis- col richiamo della Segre alle “tribù preistoriche”, cioè cavernicole. Qui siamo, per fortuna, al 2024 dopo Cristo. E per quanto possa dispiacere la Meloni, anche per quel suo promuoverei alla sola Giorgia, e proporsi in una formula populista di gusto discutibile, mi sembra smodato ridurla o immaginarla in qualche grotta. Via, senatrice, lei che di grotte odiose nel secolo scorso ne ha viste e provate davvero, per fortuna sopravvivendovi.

Elena Cattaneo nel 2013, appena nominata senatrice a vita da Giorgio Napolitano

           La senatrice Cattaneo, da biologa e scienziata quale è davvero, è accorsa al capezzale di un Parlamento che, già in mancanza di ossigeno per i troppi decreti-legge del governo che ne assorbono quasi interamente l’attività, rischierebbe la morte per soffocamento con lo scioglimento anticipato nelle mani non più del presidente della Repubblica da esso stesso eletto ma di un presidente del Consiglio scelto direttamente dai cittadini. Che il capo dello Stato, tornando alle immagini della senatrice Segre, sarebbe condannato a vedere “dal basso in alto”, cioè in condizioni di sconveniente soggezione.

        È vero, il Parlamento è in uno stato di sofferenza, specie il Senato nelle dimensioni cui lo hanno ridotto le forbici grilline: duecento membri elettivi rispetto ai quali i cinque senatori a vita di nomina presidenziale per alti meriti, previsti ancora oggi dall’articolo 59 della  Costituzione, sarebbero tanti che la riforma del premierato ne ha dovuto prevedere la soppressione per il futuro, lasciando in carica quelli in carica come la Segre e la Cattaneo, rispettivamente, dal 2018 e dal 2013. Ma il soffocamento delle Camere da decreti-legge è avvenuto col permesso, il consenso e quant’altro dei presidenti della Repubblica succedutisi al Quirinale. Dove sarebbe forse bastato un vaglio più rigoroso, o meno generoso, dei requisiti di urgenza invocati dagli inquilini di turno a Palazzo Chigi per evitare le attuali condizioni di obbiettivo, imbarazzante appesantimento, a dir poco.

        L‘ultima parola sul premierato comunque, non essendo concreta la prospettiva di un’approvazione parlamentare con la maggioranza dei due terzi, che gli risparmierebbe ogni altro passaggio, spetterà al popolo col referendum di verifica eventualmente confermativa.  I conti con la democrazia mi sembrano francamente a posto.

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