Parole…a vita contro il premierato al Senato della Repubblica

Titolo dell’Unità

Sarebbe sciocco, oltre che inutile, negare la valenza del discorso pronunciato contro il premierato nella discussione generale a Palazzo Madama da Liliana Segre, superstite dell’Olocausto, 94 anni da compiere a settembre. Di cui 6 trascorsi da senatrice a vita su nomina dell’attuale presidente della Repubblica per avere “illustrato la Patria- dice l’articolo 59 della Costituzione- per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Il campo, nel caso della Segre, è naturalmente quello sociale, attenendosi ai termini della Costituzione e non chiamandolo “storico”, come forse meriterebbe di più.

Massimo D’Alema

Gli oppositori strettamente o maggiormente politici del premierato hanno trovato una voce prestigiosa che temo non meritassero e non meritino per la disinvoltura, la spregiudicatezza, la contraddittorietà con la quale essi sono insorti contro la riforma proposta dal governo di Giorgia Meloni, dimenticando peraltro che la porta a questa soluzione fu aperta nel 1997 dalla commissione bicamerale per la riforma costituzionale presieduta da Massimo D’Alema: ripeto, Massimo D’Alema. A Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, non Silvio Berlusconi, già rovesciato dopo nove mesi di governo dall’alleato elettorale Umberto Bossi, capo della Lega.

Fra “vari aspetti allarmanti” del premierato la senatrice Segre ha messo anche il danno che ne riceverebbe il Capo dello Stato eletto dal Parlamento e costretto a guardare dal basso in alto, in condizioni cioè di inferiorità, un capo del governo eletto direttamente dai cittadini. Beh, con tutto il rispetto che le è dovuto e che ha meritato con la sua storia personale, la senatrice Segre deve convenire che può avere contribuito a farle avvertire questo “allarme” il laticlavio ottenuto a suo tempo proprio dal presidente della Repubblica.

Giorgia Meloni, ospite della Verità

Non mi è inoltre sembrato personalmente felice, all’altezza del suo prestigio, e della misura che lei abitualmente mostra, neppure il richiamo della senatrice Segre alle “tribù della preistoria” che avevano anch’esse “un capo”. Mi pare francamente un po’ troppo scambiare per cavernicola la giovane premier, confermatasi decisa a portare avanti il suo programma in una intervista a Maurizio Belpietro.  O la ministra delle riforme e già presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, per la quale – ma solo per lei- la senatrice ha voluto usare parole di riguardo, spiacendosi di dovere dissentire da lei.  

Elena Cattaneo

Anche la senatrice a vita Elena Cattaneo, 62 anni da compiere, nominata nel 2013 dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha parlato contro il premierato. Che rischierebbe di togliere, con lo scioglimento anticipato nelle mani del presidente del Consiglio, quel poco di ossigeno che resterebbe ad un Parlamento già “malato” di suo, secondo la diagnosi della biologa e scienziata, per lo spazio sottrattogli dalla decretazione d’urgenza e altro dei governi. Ma ciò è avvenuto con il consenso del Quirinale, ignorato dalla senatrice di nomina presidenziale.

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La Meloni un pò troppo assediata dai guai sulla strada elettorale di giugno

Matteo Salvini

   Già volteggiava e volteggia sulla pur combattiva e fiduciosa Giorgia Meloni la maledizione delle vittorie nelle elezioni europee. Esse costarono care nel 1994 a Silvio Berlusconi, fatto poi cadere da Umberto Bossi;  nel 2004 a Matteo Renzi, contemporaneamente segretario del Pd e presidente del Consiglio ma destinato a non essere più ne’ l’uno né l’altro nel giro di quattro anni; nel 2019 a Matteo Salvini, avvitatosi in una crisi di governo dalla quale praticamente non si è più ripreso, neppure ora che è vice presidente del Consiglio, ma precipitato dal 34 per cento dei voti di cinque anni fa all’8 per cento dei sondaggi attuali.

Guido Crosetto

        Poi è calata sulla premier come una strega la “opposizione giudiziaria” temuta, preannunciata e quant’altro dall’evidentemente informatissimo ministro della Difesa Guido Crosetto nell’autunno scorso con una intervista dalle forti ricadute anche parlamentari, e non solo mediatiche.

Giovanni Toti

Siamo ormai a una riedizione della Tangentopoli di una trentina d’anni fa, come va dicendo o auspicando Giuseppe Conte dopo le avvisaglie della Puglia, della Sicilia, del Piemonte e ora della Liguria. Il cui governatore di centrodestra Giovanni Toti è finito agli arresti domiciliari, e nel solito processo sommario dei giornali e delle piazze alimentato giorno dopo giorno dalle notizie diffuse o lasciate trapelare dagli inquirenti.

Titolo della Stampa

         Come se non bastasse questa opposizione giudiziaria -ripeto, nel linguaggio di Crosetto- si è aggiunta quella di carattere dichiaratamente e irriducibilmente “culturale e costituzionale” preannunciata dal presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Giuseppe Santalucia, e confermata per acclamazione dal congresso della categoria appena conclusosi a Palermo, contro la riforma della giustizia in cantiere fra Palazzo Chigi e via Arenula. Che comprende la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura in due sezioni ed altre cose che, unite al progetto più generale del premierato, configurerebbe nell’immaginario collettivo della sinistra e affini una svolta autoritaria. Saremmo alla “capocrazia” proposta alla letteratura  dal costituzionalista Michele Ainis.

Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti

         A tutto questo, che di per sé già intorbida abbastanza le acque della campagna elettorale per il voto europeo dell’8 e 9 giugno, e per il consistente turno amministrativo che l’accompagna, si è aggiunta una certa, persino torbida esasperazione della competizione -elettorale anch’essa- fra le componenti della maggioranza. La più vistosa e clamorosa delle quali è quella è esplosa fra il vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani e il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti sul modo in cui fronteggiare la voragine finanziaria del cosiddetto superbonus edilizio varato a suo tempo da Conte, ma consentitogli da parecchi che ora sono spaventati dagli effetti sui conti – al minuscolo e al plurale- dello Stato.

Mattarella difeso dal premierato, che lo minaccerebbe, ma disatteso nei richiami

Dal Dubbio

Ma come? Non stavamo, anzi non stiamo rischiando di compromettere con la riforma del premierato proposta dal governo d Giorgia Meloni il ruolo prezioso, persino sacrale, del presidente della Repubblica svolto meritoriamente da Sergio Mattarella? Che, eletto dal Parlamento in seduta congiunta con le modalità sancite dall’articolo 83 della Costituzione, potrebbe essere ridotto ad una comparsa di fronte ad un presidente del Consiglio eletto direttamente dai cittadini. Non servirà anche a difendere Mattarella la manifestazione annunciata dalla segretaria del Pd Elly Schlein per il 2 giugno, festa della Repubblica, contro la “capocrazia”, come l’ha definita il costituzionalista Michele Ainis, insita nel premierato che la Meloni si è proposta di somministrare agli italiani come l’olio di ricino dei fascisti cento anni fa?

Dal Fatto Quotidiano del 10 maggio

         Già l’insospettabile Marco Travaglio, a dire la verità, dovendogli essere riconosciuto ciò che merita, sia pure di rado, ha avuto qualcosa da ridire, e da scrivere, sulla piazza mobilitata dalla Schlein per opporre anche i corpi, oltre che le parole, ai liberticidi progetti attribuiti alla Meloni. “A parte il fatto che l’aveva già proposta l’Ulivo nella Bicamerale del 1997, l’elezione diretta del premier non ripristina la Monarchia né altera la forma repubblicana dello Stato”, ha fatto osservare venerdì 10 maggio il direttore del Fatto Quotidiano, che spero sia stato letto con la solita attenzione anche dall’ex presidente del Consiglio e ora presidente solo delle 5 Stelle grilline Giuseppe Conte, contrarissimo alla riforma all’esame del Senato.

Eugenia Roccella

         Ma un colpo al ruolo così meritoriamente svolto, ripeto, e rivendicato per il presidente felicemente in carica con il lungo mandato rinnovatogli poco più di due anni fa è stato  dato da alcuni eccellenti estimatori, fra i quali il mio amico Paolo Mieli, condividendo in modo alquanto contraddittorio, direi paradossale, la solidarietà espressa doppiamente, con una telefonata e un comunicato del Quirinale, alla ministra della famiglia Eugenia Roccella. Che, sospettata di volere ostacolare l’aborto, era stata appena contestata da una trentina di studenti in un convegno sulla natalità con cartelli e grida prevaricatrici.

         A sentire Mieli e Andrea Scanzi, del Fatto Quotidiano, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a leggere il manifesto, e ad andare appresso alle dichiarazioni del “verde” Angelo Bonelli e di alcuni esponenti del Pd, Mattarella si sarebbe lasciato prendere un po’ troppo la mano, il cuore, l’emozione difendendo la ministra con lo scudo della Costituzione.  Eugenia Roccella sarebbe stata intempestiva, anzi intollerante nella reazione ai contestatori armati solo di parole e di cartelli.

         La ministra avrebbe dovuto pazientare ancora, dopo le due ore attese per cercare di prendere la parola, e mettersi seduta o restare in piedi ad aspettare che la contestazione finisse per stanchezza. Invece lei, furbissima come la premier che le sarebbe andata dietro con una protesta da Palazzo Chigi, avrebbe colto la palla al volo per praticare il solito “vittimismo”, particolarmente utile in questa campagna elettorale in corso per il voto europeo dell’8 e 9 giugno.

La guerra in Ucraina

         Se quello della Roccella e della Meloni è stato un calcolo, secondo questo tipo di lettura dell’accaduto, quello di Mattarella, non volendogli dare del complice, dev’essere stato quanto meno un errore di ingenuità commesso nell’esercizio delle sue funzioni. Un presidente un po’ svanito, direbbe un critico irrispettoso e per niente convinto, per esempio, neppure degli insistenti interventi di Mattarella a favore dell’Ucraina e contro la Russia di Putin che l’ha invasa. Roba quasi da vilipendio del capo dello Stato previsto dall’articolo 278 del codice penale, per il quale “chiunque offende l’onore o il prestigio del presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.

Paolo Mieli

Non vorrei dover portare le solite, abusate arance al mio amico Mieli finito imprudentemente, alla sua età, e col suo ricchissimo curriculum professionale, in qualche carcere già sovraffollato del nostro sempre più imprevedibile e paradossale paese, con la minuscola, senza scomodare la Nazione preferita dalla premier ancora sprovvista di elezione diretta.

Pubblicato sul Dubbio

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Giuseppe Conte da avvocato del popolo ad avvocato dei magistrati

La vignetta del Corriere della Sera

“In cauda venenum”, dicevano i latini. Veleno nella coda è stato anche l’intervento di Giuseppe Conte, non credo casuale ma programmato a dovere, alla giornata conclusiva del congresso dell’associazione nazionale dei magistrati. Ai quali, sorpassando la segretaria del Pd Elly Schlein che l’aveva preceduto sabato, l’ex premier si è proposto come il difensore maggiore delle toghe che si sentono minacciate dalla riforma della giustizia in cantiere. Una riforma “ad orologeria”, secondo la loro impressione recepita nella vignetta odierna del Corriere della Sera, più delle inchieste giudiziarie che incrociano la politica.

Licio Gelli

         Da “avvocato del popolo” del suo primo arrivo a Palazzo Chigi Conte è passato quindi ad avvocato dei magistrati. Ad essi, incoraggiandone la mobilitazione contro il governo deciso a separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ha praticamente spiegato, questa volta come professore non di diritto ma di storia, che è ormai in via di esecuzione prima ancora del programma del governo in carica, derivato dagli impegni elettorali ricordati al congresso dei magistrati dal guardasigilli Carlo Nordio, quello del defunto Licio Gelli. Che da capo della P2 aveva cercato, non riuscendovi, di torcere la cosiddetta prima Repubblica in senso autoritario. Poi essa finì per via giudiziaria come una specie di gigantesca associazione a delinquere, secondo la rappresentazione che dei loro partiti facevano un bel po’ di magistrati inquirenti, ed anche giudicanti, per via del finanziamento illegale.

         Il finanziamento alla politica, oltre che privatizzato, in questa seconda o terza o quarta Repubblica, secondo il conteggio preferito, si è regolarizzato con tanto di versamenti iscritti nei bilanci dei donatori e dei riceventi, ma la loro natura o puzza corruttiva non sarebbe cambiata. E infatti Conte -sempre lui- parla di una nuova Tangentopoli, all’ombra della quale, come reazione, egli forse immagina di poter anche tornare a Palazzo Chigi. La cui via è lastricata di cronache politiche frammiste a cronache giudiziarie e condite di processi sommari, prima nelle piazze e poi nei tribunali.

La strage di Capaci nel 1992

         Fra l’ovazione ottenuta all’apertura del congresso dell’associazione nazionale dei magistrati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e gli applausi quasi conclusivi riservati all’aspirante capo dell’opposizione ad un governo avvertito dalle toghe come il loro nemico c’è un filo non certo di continuità per il rispetto che si deve al capo dello Stato. E che egli merita. C’è un parallelismo di una certa inquietante ambiguità, mitigata solo dalla presunzione fisica che le parallele possano incontrarsi solo all’infinito nel loro punto improprio. Sarebbe un bel guaio si si perdesse l’infinito e si trovasse invece un punto proprio, come accadde all’epoca di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, volente o nolente la buonanima del capo dello Stato eletto nel 1992 fra i marosi di Tangentopoli e il sangue delle  stragi di mafia.

Il tempo perduto dal ministro Nordio con l’associazione dei magistrati

Giuseppe Santalucia

Non c’è peggiore sordo di chi non vuole sentire, dice un vecchio proverbio adattabile ai magistrati dopo l’intervento del ministro Carlo Nordio al loro congresso, a Palermo, sulla riforma costituzionale della giustizia. Che il governo deve ancora formulare in un disegno di legge ma che il sindacato delle toghe, incoraggiato dalla segretaria del Pd Elly Schlein accorsa sul posto, ha già respinto in blocco. Non vi è “mediazione” possibile sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, ha ribadito il presidente Giuseppe Santalucia verso la conclusione del congresso, intervistato a Rai 3 da Serena Bortone. Che si è ripresa dallo choc del mancato monologo di Antonio Scurati contro la Meloni.  

Dal Fatto Quotidiano

         Paradossalmente proprio l’assicurazione data dal guardasigilli sulla indipendenza che i pubblici ministeri manterranno anche con la carriera separata da quella dei giudici, e in un Consiglio Superiore diviso in due sezioni dove i rappresentanti dei magistrati continueranno però ad essere in maggioranza, è stata usata da Santalucia per contestare la riforma. Perché allora cambiare?, ha chiesto Santalucia fingendo di non capire le ragioni delle modifiche in cantiere. E riproponendo l’opposizione di natura “cultura e costituzionale” cui i magistrati non intendono rinunciare. E pazienza se la separazione delle carriere è nel programma del centrodestra uscito vincente dalle ultime elezioni politiche, come ha ricordato Nordio nel suo intervento al congresso dei togati.

Gustavo Zagrebelsky

         Già, ma anche il concetto di vittoria elettorale è contestato da una certa cultura costituzionale. Proprio ieri sera, in un’altra trasmissione televisiva, condotta da Massimo Gramellini su la 7, il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky ha detto che vincere le elezioni non può bastare ad un partito, o coalizione di partiti, per rivendicare il diritto di realizzare il suo programma  e di invitare le opposizioni irriducibili nell’azione di contrasto a “farsene una ragione”, come usa dire la presidente del Consiglio. Che rivelerebbe così il suo autoritarismo.

         Messa la questione, anzi le questioni in questi termini, lo stesso concetto di governabilità diventa aleatorio. Filosoficamente aleatorio, direi.

Il compianto Giuliano Vassalli

         A proposito di autoritarismo, a nulla è valso pure il richiamo di Nordio alla riforma del processo penale che porta il nome dell’antifascista Giuliano Vassalli, ministro della Giustizia dal 1987 al 1991, giudice della Corte Costituzionale dal 1991 al 2000 e presidente della stessa negli ultimi tre mesi. Una riforma dalla quale deriva logicamente anche la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici, come pure dall’articolo 111 della Costituzione modificato nel 1999. Dove, oltre alla “ragionevole durata” del processo si prescrive che esso si svolga “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Un giudice curiosamente terzo, direi, in una carriera in comune col pubblico ministero.

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Il Papa col salvacondotto equipara armi a contraccettivi, missili a pillole

Dal Corriere della Sera

Altro che il no all’aborto praticamente attribuito, a torto o a ragione, il giorno prima alla ministra della famiglia Eugenia Roccella dai contestatori che le hanno impedito di parlare. Il Papa ha potuto tranquillamente sostenere, senza subire interruzioni, ai cosiddetti Stati Generali della Natività il sostanziale divieto dei contraccettivi, paragonati alle armi perché capaci gli uni di impedire e le altre di distruggere la vita. Contraccettivi e armi le cui industrie produttrici -ha detto “Francesco il guastafeste”, come lo ha definito Massimo Gramellini sul Corriere della Sera –assicurano i maggiori profitti agli investitori.

Da Repubblica

         Un Papa munito di salvacondotto, diciamo così, è scampato alle contestazioni per la preveggenza degli organizzatori dentro l’auditorium di via della Conciliazione e per i  manganelli della Polizia fuori, dove un nugolo di malintenzionati staccatisi da un corteo vicino aveva cercato di raggiungere l’esterno del convegno per fare il solito casino.

Dal Corriere della Sera

         Gramellini, sempre sul Corriere, ha confessato, offrendo il solito caffè ai lettori, di avere “visto serpeggiare il panico nelle due curve di ultrà a cui si è ridotta la politica” leggendo o sentendo il paragone del Papa tra armi e contraccettivi, missili e pillole. Tutto invece è filato liscio anche sui giornali, dove il Pontefice l’ha fatta praticamente franca.

A parte lo stesso Corriere, la Stampa e i quotidiani del gruppo Riffeser Monti –Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione- che ne hanno riferito in modo neutro, senza un’ombra critica, tutti gli altri  in prima pagina hanno semplicemente ignorato parole e concetti del Pontefice: da Repubblica al Giornale, da Libero  al Messaggero, dal Fatto Quotidiano al Foglio, da Domani all’Unità, dal Quotidiano del Sud alla Gazzetta del Mezzogiorno, dal Riformista al Dubbio, dalla Notizia alla Ragione. E mi fermo qui disponendo solo delle prime pagine della rassegna parlamentare del Senato, la più tempestiva di tutte. 

L’abbattimento del muro di Berlino

         A colpire dovrebbe essere non solo la diversità di trattamento fisico, diciamo così, riservato ad una ministra e a un Pontefice, in fondo comprensibile per il loro diverso livello di rappresentanza, rispetto, prestigio e quant’altro. Ma dovrebbe colpire di più il silenzio o l’indifferenza mediatica e culturale opposta alla concezione peccaminosa o criminale della vecchia, ormai abituale pillola contraccettiva riproposta da un Papa pur così moderno su altri versanti: tanto moderno da essere apparso rivoluzionario e persino “comunista” a qualcuno di cui Francesco ha raccolto la provocazione accettandola. Anche se il comunismo, a dire la verità, tutto è stato fuorchè moderno, finendo per fortuna sotto le rovine del muro di Berlino nel 1989 senza lo spargimento di una ulteriore goccia di sangue dopo tutte quelle -troppe-  sparse o fatte spargere prima.    

Grande davvero è la confusione sotto il cielo, come diceva il comunistissimo Mao, senza però che la situazione sia eccellente.

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La ministra Roccella contestata anche per la solidarietà ricevuta dal Quirinale

Dal Foglio

         In quello che Il Foglio ha definito nella sua cronaca ben commentata “un nomale giovedì italiano da scoppiati”, e che personalmente definirei anche un’appendice fuori stagione di Carnevale, o un Carnevale continuo, non è accaduto soltanto che una trentina di ragazzi dissidenti, al grido “sul mio corpo decido io”, abbiano interrotto e impedito di parlare in un convegno sulla natalità alla ministra della famiglia Eugenia Roccella, accusata di non difendere l’aborto disciplinato dalla legge 194.

Sergio Mattarella

Non è accaduto solo che la ministra, allontanatasi per permettere al convegno di proseguire senza la sua contestata partecipazione, sia stata difesa a distanza, con telefonata e comunicato del Quirinale, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oltre che naturalmente dalla premier Giorgia Meloni ed altri esponenti del governo e della maggioranza.

La ministra Roccella

E’ accaduto anche, o soprattutto, in “un paese sotto sbornia”, per dirla ancora col Foglio, che sotto accusa siano praticamente finiti Mattarella, la Meloni e la stessa Roccella. Che si sarebbe troppo, o troppo presto impermalosita della contestazione assumendo i panni della vittima e guadagnandosi quindi una solidarietà immeritata. O troppo poco meditata.  

Paolo Mieli

         Lo hanno detto alcuni esponenti del Pd dissentendo da altri compagni di partito. Lo hanno ripetuto nel salotto televisivo di Lilli Gruber il più volte ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli e Andrea Scanzi, del Fatto Quotidiano. E lamentato il titolista del manifesto scrivendo nel sommario, naturalmente di prima pagina: “Apriti cielo. Lei se ne va e parte un coro sdegnato, cui si unisce il presidente Mattarella: i “censori” sarebbero gli studenti”. E non quindi la Roccella e i solidali con lei, fuori e dentro l’auditorium dove tutto è accaduto, a due passi dal Vaticano e dal Papa, peraltro atteso oggi nello stesso posto, si spera accolto un po’ meglio.

Roberto Gressi sul Corriere della Sera

         Il mio amico Paolo Mieli deve essere rimasto sorpreso leggendo oggi la cronaca commentata del fattaccio scritta da Roberto Gressi sul “suo” Corriere, e pubblicata come editoriale: “A nulla è valso dare la parola ai contestatori, né a nulla è servito che Roccella affermasse che non condivideva il “decido io” sul corpo delle donne, che semmai il problema è che oggi quella libertà è falsamente garantita”. La gazzarra adolescenziale, chiamiamola così, è finita solo quando la ministra, che peraltro aveva aspettato un paio d’ore per cercare di parlare, se n’è andata togliendo il disturbo.

Titolo del Corriere della Sera

         Ho il sospetto che “la bufera” annunciata nel titolo dallo stesso Corriere sia stata più quella del dopo che quella avvenuta fra le quattro mura, diciamo così, dell’auditorium della Conciliazione…mancata. Conciliazione fra diritto di parola, di dissenso e buona educazione personale, civica e persino costituzionale, per riconoscersi nella solidarietà alla ministra espressa da Mattarella.  

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Elly Schlein fra il biliardo e il partito in rischiosi giochi di sponda

Dalla Stampa di ieri

         Da appassionata di biliardo quale è stata appena scoperta il giorno del suo 39.compleanno, grazie a quegli impiccioni di Dagospia, in un bar del quartiere romano di San Lorenzo, vicino al Verano,  la segretaria del Pd Elly Schlein dovrebbe saper calcolare bene gli effetti dei giochi di sponda. Almeno, ripeto, quelli al biliardo perché in politica ne ha appena compiuti alcuni dall’efficacia controversa, stando alle reazioni provocate nel suo partito agitandone vieppiù le acque.

Conte e Landini

         Penso, per esempio, alla firma che ha deciso di aggiungere alla proposta di un referendum abrogativo del cosiddetto Jobs act del governo di Matteo Renzi, allora anche segretario del Pd. Una firma che lei non si limita ad opporre, come si è visto in una recente manifestazione, ma disegna con vigorosi tratti di penna. Così lei ha fatto da sponda al segretario della Cgil Maurizio Landini, promotore dell’’iniziativa referendaria, e a Giuseppe Conte. Che l’ha preceduta  nell’adesione  contemporaneamente da leader di quel che rimane delle cinque stelle di Bebbe Grillo e da suo concorrente, se non vogliamo chiamarlo rivale, alla guida di una coalizione -se mai riuscirà a realizzarsi davvero-  in grado di risultare competitiva contro il centrodestra di Giorgia Meloni. O solo di Giorgia, come la leader della destra preferisce essere chiamata a Palazzo Chigi ma soprattutto nelle piazze, e votata nei seggi elettorali.

Dario Franceschini

         L’ex ministro Dario Franceschini, uno o il principale dei suoi sponsor nella corsa al Nazareno, questa volta non ha fatto finta di niente ed ha tenuto ad annunciare che lui non firmerà per quel referendum contro una legge che a suo tempo condivise. E che è stata difesa, proprio reagendo all’annuncio della firma della Schlein, dall’ex ministra Marianna Madia, a suo tempo responsabile della materia nel Pd.

Giorgi Meloni

         Di sponda con Conte, e anche con Landini che da leader sindacale si occupa pure di premierato e dintorni avvertendo puzza di fascismo o di “capocrazia”, come la chiamano il costituzionalista Michele Ainis e seguaci o tifosi; di sponda, dicevo, con Conte e anche con Landini la biliardista Schlein ha promosso per il 2 giugno, festa notoriamente della Repubblica, una manifestazione contro l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Dalla quale la Meloni invece ha appena annunciato di non volere per alcun modo recedere, pronta ad affrontare l’eventuale referendum cosiddetto confermativo.

Giorgia Meloni e Jens Stoltenberg

Non so se in questo suo proposito di lotta, insieme di difesa della sua proposta di riforma costituzionale e di contrattacco  agli avversari, la premier abbia chiesto aiuto anche al segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, distraendolo dalle incombenze della guerra in Ucraina, nell’incontro avuto con lui  ieri a Palazzo Chigi.

         A parte l’incontro realmente avvenuto, scherzo naturalmente. E’ bene precisarlo in questo paese, o in questo momento, in cui anche lo scherzo può essere pericoloso.

La scommessa di Giuseppe Conte sulla riedizione di “mani pulite”

Da Libero

          La dice lunga il carattere non sindacale ma orgogliosamente “culturale e costituzionale”, e quindi irriducibile, dell’opposizione alla riforma della giustizia annunciata al guardasigilli Carlo Nordio dal presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, Giuseppe Santalucia in un incontro dettato non so se più dalla preparazione del disegno di legge del governo o dalla vigilia del congresso nazionale delle toghe.

Giuseppe Santalucia

A quest’ultimo è stata peraltro confermata con comprensibile compiacimento dallo stesso Santalucia la presenza ormai abituale del capo dello Stato, ma anche del ministro una volta di Grazia e ora solo di Giustizia, nel clima politico creatosi col crollo giudiziario della cosiddetta prima Repubblica. Nel clima cioè del “forte squilibrio” nei rapporti fra magistratura e politica, a vantaggio della prima, certificato da Giorgio Napolitano al Quirinale. Quando egli scrisse una coraggiosa lettera alla vedova di Bettino Craxi colpito con “severità senza uguali” per il fenomeno generalizzato del finanziamento irregolare, anzi illegale della politica.

Dal Secolo XIX di Genova

           D’altronde, quel finanziamento anche quando è diventato regolare, e legale, con tanto di registrazione nei bilanci di chi dà e di chi riceve -come ha appena sperimentato il governatore della Liguria Giovanni Toti finendo agli arresti domiciliari per corruzione- si presta ad essere letto e interpretato nei modi più diversi, anche criminogeno. Poi saranno i processi, di vario grado, a giudicarli. Intanto si svolgono con rito immediato e sommario i processi mediatici, con la gogna degli imputati. Poi assolti di frequente a babbo morto, diciamo così.

Dalla prima pagina della Stampa

             L’opposizione -ripeto- “culturale e costituzionale” dei magistrati alla riforma della giustizia pur ancora in cantiere governativo si svolge in coincidenza con un’offensiva giudiziaria contro la politica che spazia dal sud al nord, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Puglia alla Liguria. E chissà dove altro sino alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno, cui ne seguiranno altre di livello diverso già quest’anno e in quello prossimo. Elezioni e relative campagne tutte condannate, volenti o nolenti, ad essere condizionate dalle cronache giudiziarie.

             Rispetto all’offensiva di più di 30 anni fa, quella delle enfatiche “mani pulite” di rito ambrosiano e derivati, questa in corso sembra condotta con più accortezza o furbizia, investendo oggi il centrodestra e ieri il presunto o effettivo centrosinistra, o come altro lo si voglia o possa chiamare, e domani di nuovo il centrodestra. Ma di turno c’è sempre un beneficiario quanto meno aspirante.

  L’altra volta toccò alla sinistra nominalmente post-comunista, che pensò -peraltro illudendosi- di salvarsi dal crollo del muro di Berlino e di tutto il resto spingendo o comunque vedendo in galera o in fuga gli avversari. Questa volta tocca a ciò che resta del grillismo guidato da Giuseppe Conte, candidato autolesionisticamente già dal Pd fra il 2019 e il 2020 alla guida dei “progressisti”, addirittura. Egli è in vantaggio rispetto alla concorrente Elly Schelin per il totale controllo che ha del suo vascello, salvo sorprese del “garante” restituitosi per ora al teatro in senso stretto, peraltro consulente a contratto del movimento che si era proposto di portarci fra le stelle. E ci ha invece sprofondato nelle stalle di conti impazziti per le esperienze del reddito di cittadinanza e dei superbonus edilizi.  

Silvio Berlusconi nel 1994

             Anche Conte potrebbe tuttavia svegliarsi o ritrovarsi spennato come l’ex Pci degli anni Novanta. Che fu sorpreso da Silvio Berlusconi. Ora Conte deve vedersela non tanto con la concorrente del suo campo, la già ricordata Schlein, quanto con una tosta avversaria come Giorgia Meloni. Che è molto meno vulnerabile, per tante ragioni, anche di genere e di anagrafe, della buonanima di Berlusconi.

  Dovrebbero pensarci un po’ sopra anche quei magistrati -non importa quanti di numero e d’altro- che più o meno consapevolmente stanno facendo sognare il “Giuseppi” di vecchia e rinnovata memoria trumpiana. Essi potrebbero entro questa stessa legislatura scoprire che in fondo fanno molto meno paura dei loro colleghi di oltre trent’anni fa. I quali mobilitavano piazze e magliette ora prese da altri problemi. O sommerse da quel nulla che è o rappresenta il partito dell’astensionismo, in testa a tutte le classifiche elettorali, reali o virtuali che siano, tra risultati   effettivi e sondaggi, o “intenzioni di voto”.

Pubblicato su Libero

Ma questa giudiziaria in corso da sud a nord è un’altra guerra

Dal Dubbio

Come per le guerre all’estero e le loro connessioni, chiamiamole così, per esempio fra Ucraina e Gaza, così per le guerre interne, pur senza il sangue delle altre, rischiamo di perderne il conto.

         Stavo leggendo le cronache giudiziarie dalla Liguria, con l’arresto del governatore Giovanni Toti e tutto il resto, e riflettendo sui curiosi tempi di una, anzi più indagini di quattro anni che hanno sorpreso anche un esperto come il ministro della Giustizia ed ex magistrato Carlo Nordio, quando sono stato raggiunto dalla notizia dell’incontro fra lo stesso Nordio e il presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Giuseppe Santalucia sulla riforma della giustizia in cantiere fra Palazzo Chigi e via Arenula.  Essa prevede di sicuro la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, la divisione del Consiglio Superiore in due sezioni, un’alta Corte per i procedimenti disciplinari riguardanti i magistrati, che ora vi provvedono direttamente e da soli, forse anche un intervento sulla obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione.

Giuseppe Santalucia, presidente dell’associazione nazionale dei magistrati

         Con una franchezza in ogni caso apprezzabile, da preferire a frasi e formule ambigue, il presidente del cosiddetto sindacato delle toghe ha dichiarato di avere annunciato al guardasigilli una “opposizione culturale e costituzionale” della sua categoria. Una opposizione cioè politica –“non sindacale”, ha riconosciuto Santalucia-  alla riforma in arrivo come proposta del governo. Un’opposizione politica condotta in una sede non politica, non essendo l’associazione dei magistrati un partito, né rappresentato in Parlamento né extra-parlamentare.  

Tanto alla Camera quanto al Senato l’associazione dei magistrati si affida evidentemente al sostegno che la sua opposizione riuscirà a trovare, o meritarsi, nei e fra i gruppi parlamentari.

         Se tutto questo sia regolare o opportuno francamente non so. E’ sicuramente ordinario, entrato cioè nelle abitudini consolidate, aggravate dalla circostanza che i magistrati hanno di avere, dietro l’apparenza della estraneità, sostanzialmente una doppia rappresentanza, indiretta e diretta. Indiretta con la pratica appunto dei collegamenti con i partiti e rispettivi gruppi parlamentari, diretta con il notissimo distaccamento di tante toghe presso uffici del governo, Ministeri e quant’altro, dove si confezionano i disegni di legge, i decreti legge, i decreti delegati eccetera, E dove si stendono anche le modifiche che maturano nel percorso parlamentare dei provvedimenti.

         Già messa così, la situazione appare, anzi è molto complessa, a dir poco. Ma essa diventa imbarazzante o inquietante, sempre a dir poco, quando l’annunciata “opposizione culturale e costituzionale” dell’associazione dei magistrati ad una riforma in gestazione, o a quelle già all’esame del Parlamento, si somma, s’intreccia, si contorce con una miriade di iniziative giudiziarie, più o meno clamorose che siano, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Puglia alla Liguria e domani chissà dove. Iniziative che, condotte a carico dei politici e, più in generale, di una politica sospettata e accusata di banale o criminale commercio di favori, più o meno inevitabilmente si sovrappongono anche alle campagne elettorali che non mancano mai in un Paese dove c’è sempre qualche organo rappresentativo da rinnovare.

         Quali sono -mi e vi chiedo-i rapporti fra queste iniziative, prese singolarmente o nel loro complesso, e l’opposizione -ripeto- di natura culturale e costituzionale, cioè politica e non sindacale, non solo esercitata ma ora anche rivendicata dal presidente dell’associazione nazionale dei magistrati?  Che peraltro è alla viglia di un congresso al quale è stata assicurata la rispettosa presenza della politica ai livelli anche massimi del presidente della Repubblica e del ministro della Giustizia.

Giorgio Mulè, vice presidente della Camera

         La domanda che mi sono posta e vi ho girato come lettori nasce pure da un allarmato appello appena lanciato dal vice presidente della Camera Giorgio Mulè, di Forza Italia, ai politici di ogni colore a svolgere il loro mandato di parlamentari, e riformatori anche della Costituzione, senza lasciarsi intimidire dalle proteste di chi si sente colpito. Se non è una guerra anche questa, poco francamente le manca.

Pubblicato sul Dubbio

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