Mattarella sbotta contro pacifisti e indifferenti alla Resistenza dell’Ucraina

Titolo di Repubblica
Immagini dall’Ucraina

Il presidente della Repubblica è sbottato di fronte all’osceno contrasto -permettetemi di dirlo- fra le orribili immagini della guerra in Ucraina, specie le ultime provenienti da quella che Repubblica ha giustamente chiamato nel titolo di copertina la “catacomba” di Mariupol, e il pacifismo indifferente di settori anche della maggioranza, insofferenti alla linea del governo fortemente atlantista e di sostegno al Paese aggredito dalle truppe russe. 

Macron al Corriere della Sera di ieri
Sempre Macron al Corriere della Sera di ieri

In particolare, Sergio Mattarella ha colto la preziosa occasione offertagli dall’incontro al Quirinale con i vertici militari e le associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma per celebrare il settantasettesimo anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista paragonando, praticamente, la  Resistenza di allora a quella dell’Ucraina di questa terribile stagione di ferro e di fuoco provocata dalla Russia. Che il capo dello Stato ha nominato senza voler citare personalmente Putin, consapevole evidentemente pure lui -come dice in questi giorni il presidente uscente e probabilmente rientrante della Repubblica di Francia Emmanuel Macron- che col capo del Cremlino si dovrà pur trattare la fine della guerra così ostinatamente e rovinosamente voluta e condotta. Un Putin, tuttavia, che lo stesso Macron, in una intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera, ha rivelato di avere reagito ridendo -ripeto, ridendo- ai crimini di guerra che lui gli contestava nelle frequenti telefonate scambiatesi dopo l’incontro al Cremlino, attorno a quel lunghissimo tavolo quasi indicativo delle loro distanze anche politiche. 

Il ministro della Difesa Guerini ieri al Quirinale
Mattarella ieri al Quirinale

Pure a quelle risate beffarde Mattarella ha voluto forse rispondere ricordando nel suo intervento al Quirinale che la pace giustamente da tutti auspicata e perseguita non può e non deve identificarsi con “la resa alla prepotenza”. Per cui è giusto aiutare gli ucraini nella loro eroica difesa, come sta facendo anche il governo italiano. Alla cui azione il presidente ha applaudito fisicamente a conclusione del discorso del ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Un’azione che il presidente del Consiglio Mario Draghi concretizzerà, al termine dell’isolamento impostogli nella sua casa umbra dal contagio virale, in una visita a Kiev. E pazienza se Mattei Salvini, peraltro contestato quando ha cercato di affacciarsi all’Ucraina dalla Polonia, e Giuseppe Conte storceranno il muso con i loro no o però, parlamentari e di piazza, alla linea di “oltranzismo atlantico”, come la definisce in particolare il presidente del MoVimento 5 Stelle. Che questa volta può contare sull’appoggio  pieno, non sfottente e battutistico, del “garante”, fondatore e quant’altro Beppe Grillo, sceso a Roma nei giorni scorsi anche per ragioni di cassa, diciamo così. In particolare, egli vuole fare contribuire l’ormai quasi partito presieduto da Conte o accollargli del tutto il mantenimento del blog personale, che  costa attualmente al comico genovese non meno di duecentomila euro l’anno. Ognuno evidentemente ha la sua “liberazione” da perseguire. 

Dal discorso del Capo dello Stato
L’apertura del Riformista

Ma torniamo all’intervento del capo dello Stato, e delle Forze Armate, per sottolinearne la conclusione contrassegnata da un accorato appello a “praticare il coraggio di una de-escalation della violenza, il coraggio di interrompere le ostilità, il coraggio di ritirare le forze di invasione, il coraggio di ricostruire”. Il coraggio che purtroppo non hanno avuto di mettere in prima pagina la notizia del discorso del presidente della Repubblica giornali come un sorprendente Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano naturalmente, Il Giornale della famiglia Berlusconi meno naturalmente, Libero, la Verità, il Tempo, la Gazzetta del Mezzogiorno, Domani e il Riformista, che pure ha aperto con un editoriale del suo direttore sui rapporti fra resistenza e pacifismo. 

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Putin a Mariupol come Hitler a Stalingrado: verso il 9 maggio a parti rovesciate

  Tutti danno Putin per impegnato a festeggiare il 9 maggio l’anniversario della vittoria dell’armata rossa sui nazisti – al netto del contributo degli americani e alleati occidentali- con la conquista che spera vera e definitiva di Mariupol, la città ucraina diventata ormai simbolo della guerra da lui scatenata contro il Paese confinante e troppo europeo per i suoi gusti ormai orientali. Nella sua ossessione di vittoria il capo del Cremlino non si è accorto, poveretto, di avere rovesciato le parti della seconda guerra mondiale.

Mariupol sta a Stalingrado, ma con gli  ucraini al posto dei russi e i russi al posto dei tedeschi. Che ridussero in macerie la città intestata al dittatore sovietico prenotando non la loro vittoria ma la loro sconfitta finale.

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano
Putin sol suo riemerso ministro della guerra Sergey Shoigu

Penso che sarà vano anche il tentativo di Putin di distinguersi da Hitler ordinando al suo ministro della cosiddetta Difesa, scomparso per un bel pò dalla scena tanto da sembrare epurato, di revocare la disposizione dell’assalto conclusivo con la carneficina degli asserragliati nei sotterranei dell’acciaieria diventata davvero un inferno. Gli basterà ridurre quella trappola, troppo pericolosa anche anche per le truppe russe, ad una tomba per vivi, destinati a morire di fame e di mancanza d’aria, come si fa con una mosca mettendole sopra un bicchiere rovesciato. Non dovrà uscire neppure una mosca, ha proprio detto Putin. Che si è guadagnato in Italia dal solito Fatto Quotidiano il titolo elogiativo di chi “prende Mariupol senza strage finale”. Di sangue insomma basta quello già abbondante che è stato versato sino ad ora, e non solo a Mariupol.

Sempre dalla prima pagina del Fatto Quotidiano

Di un’altra cosa si è vantato oggi il giornale di riferimento dell’area pentastellata italiana: della “missione” compiuta improvvisamente a Roma da Beppe Grillo per schierarsi con i “pacifisti” e gridare, attraverso anche Il Fatto Quotidiano appunto: “Non inviamo armi” all’Ucraina. 

Anche qui si sono ormai rovesciate le parti, pur meno tragicamente della coppia Putin-Hitler. Grillo non è più il garante diffidente e critico del presidente del MoVimento  5 Stelle un pò pasticcione, specializzato in “penultimatum”. E’ diventato ora un convinto sostenitore del Conte “ambiguo” gridatogli in faccia da Lilli Gruber per tutti i suoi “però” a proposito della linea del governo a favore dell’Ucraina, e infine anche per il rifiuto di una scelta fra i due concorrenti nel ballottaggio di domenica per l’Eliseo. 

La vignetta del blog di Grillo

Pazienza per Grillo se le circostanze, diciamo così, hanno indotto qualche giornale a mettere l’improvvisa missione romana, con i buoni uffici anche del presidente della Camera Roberto Fico, al servizio anche, o soprattutto, di un accordo con Conte per mettere praticamente a carico del MoVimento le spese del blog ormai personale del garante. Dove da più di una settimana alla guerra di Putin si allude, per i suoi riflessi in Italia, solo con una vignetta  su  chi pretende di accumulare riserve di gas sostitutivo di quello russo scoreggiando a letto. 

Beppe Grillo
Il presidente ucraino Zelensky

Ma ritengo -nella convinzione andreottiana che a pensare male si faccia peccato ma s’indovini- che dell’Ucraina a Grillo non piaccia soprattutto il presidente Zelensky perché da attore comico è riuscito a diventare davvero un leader, di livello addirittura internazionale. Altro che il Grillo dell’esordio politico, nel lontano 2009, quando si mise in proprio dopo avere inutilmente tentato di infilarsi nel Pd, e dei suoi non travolgenti sviluppi.  Il 33 per cento pentastellato delle elezioni del 2018, con tanto di “centralità” rivendicata ed effettivamente esercitata per un pò, è ormai più che dimezzato in tutte le elezioni intermedie, chiamiamole così, e nei sondaggi in vista delle elezioni politiche generali dell’anno prossimo, salvo anticipi per i quali autolesivamente gioca anche Conte, neppure tanto di nascosto. E ciò, ad occhi e croce, vista la confusione quanto meno del e nel centrodestra, a vantaggio soprattutto del Pd di Enrico Letta.   

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Putin penosamente ridottosi ad una riedizione di Breznev nel suo Cremlino

Visto che lo ha fatto, con la solita spavalderia, e in piena guerra in corso in Ucraina, per farci “riflettere due volte” in Occidente, di cui ha scoperto tutto il satanismo con l’approvazione e la benedizione del Patriarca di Mosca, vi dirò che quel missile intercontinentale appena testato da Putin ed esibito come un gioiello, progettato per volare e colpire a 18 mila chilometri di distanza, ridotti a 5 mila nella prova, percorsi in soli 15 minuti, non mi ha fatto nessuna paura. Come non lo ha fatto al Pentagono, oltre Oceano, dove hanno peraltro precisato di essere stati informati del test con l’anticipo stabilito da un trattato internazionale sulla materia. 

Walter Veltroni sul Corriere della Sera del 19 aprile
Titolo del Giornale

Le valutazioni del Pentagono sono naturalmente tutte militari, cioè tecniche. Le mie modestissime riflessioni sono puramente umorali, o politiche. Più ancora di un “bullo”, come lo ha definito in prima pagina il Giornale, ma ancor prima, qualche giorno fa, sul Corriere della Sera Walter Veltroni pur non nominandolo ma alludendo chiaramente a lui in un bell’articolo sulle paure dei bambini in tempi di guerra, Putin col suo ultimo missile mi sembra un disperato, precocemente invecchiato al Cremlino nel fisico e nella mente come il per niente compianto Leonida Breznev, ridottosi in brache di tela, prima ancora dell’invasione  funesta dell’Afghanistan, a furia di sfidare e inseguire l’Occidente sfornando, impiantando e lanciando missili, per prova o davvero. 

Alla fine l’allora Unione Sovietica si schiantò. Essa collassò economicamente e socialmente, consegnando la vittoria all’Occidente senza che questo avesse bisogno di sparare un solo colpo, né in aria né contro il famoso muro di Berlino demolito dagli stessi tedeschi che esso aveva separato per tanto tempo. 

Leonid Breznev

Bastò che noi -sì, proprio noi italiani, così generalmente considerati indecisi e inaffidabili nelle alleanze, incapaci di chiudere una guerra con gli stessi alleati dell’inizio- senza lasciarci intimidire dagli SS 2O seminati dappertutto all’Est dall’Unione Sovietica di Breznev, installassimo i Pershing dell’Alleanza Atlantica, come i tedeschi dell’Ovest, nella base siciliana di Comiso, tra le solite proteste dei pacifisti a senso unico.

Alla ricerca alquanto costosa di altri missili con cui rimpiazzare gli SS 20 o solo cercando di aumentare la produzione dei vecchi, i russi si ridussero alla miseria. Potrà finire così anche con Putin, per quanto egli si stia sforzando da qualche settimana di esorcizzare gli ammonimenti persino pubblici della pur fedelissima -una volta- governatrice della Banca Centrale del Paese: eroica solo a rimanere al suo posto, attendendo di essere eliminata, spero non anche fisicamente. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

In questa dissolvenza di Putin nelle immagini degli ultimi gerarchi del defunto comunismo sovietico trovo penosi anche i tanti “però” che continuano a levarsi dalle nostre parti nel sostegno agli ucraini che resistono all’invasione russa. Sono i “però” non solo del professore Alessandro Orsini -distinto da Putin ma solidale, sbertucciato oggi sul Corriere della Sera da Massimo Gramellini, che ha fatto delle sue parole e dei suoi ragionamenti televisivi un linguaggio chiamato “Orsinese”- ma anche, per esempio, dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. 

Giuseppe Conte

Quest’ultimo ha parlato appunto in stretto “orsinese” ieri sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber, procurandosi dell’”ambiguo”  anche dalla conduttrice, non riuscitasi a trattenere dal fatto che l’ospite fosse poco elegantemente solo contro tutti nel tentativo di stare con un piede nella maggioranza e l’altro all’opposizione del governo impegnato ad aiutare anche militarmente gli ucraini. 

La senatrice a vita Segre al Corriere della Sera

Per fortuna la maggioranza non dipende più come una volta dai grillini. E c’è una figura un pò sacrale, col suo passato nei campi di sterminio nazisti, la senatrice a vita Liliana Segre, che ha il coraggio di cantare, diciamo così, per gli ucraini sulla prima pagina del giornale italiano più diffuso la “Bella ciao” negata loro dai rappresentanti -ahimè- dell’associazione dei partigiani finanziata dallo Stato. 

Ripreso da http://www.policymakrmag.it

Maledetta guerra, che semina morte e divide le coscienze anche delle vittime

Titolo del Riformista
Titolo del Dubbio

Il caso ha voluto che la notizia dell’annuncio, da parte del ministro degli Esteri russo Sergej Viktoric Lavrov, della esclusione dell’uso delle armi nucleari nella guerra in Ucraina mi raggiungesse sul computer appena dopo avere letto sul Riformista un articolo del direttore ed amico Piero Sansonetti -cui peraltro debbo il mio  primo approdo come collaboratore a questo giornale- che mi aveva particolarmente colpito per un passaggio proprio sul rischio  di degenerazione atomica del conflitto scatenato da Putin.  Un rischio che sarebbe stato sottovalutato, o messo addirittura nel conto “allegramente”, da chi non ha contrastato abbastanza questo evento. O addirittura, anche a sinistra, dove Sansonetti si colloca orgogliosamente, vi partecipa in qualche modo da intellettuale, o da politico, sostenendo gli aiuti militari all’Ucraina forniti anche dall’Italia. E in qualche modo appiattendosi sulla linea del presidente americano Joe Biden, poco interessato -si deve presumere- ad una trattativa con Putin, e conseguente pace, nel momento in cui gli dà del macellaio o del genocida. 

Analogo alle preoccupazioni e alle delusioni di Sansonetti è stato, a destra, un articolo di Marcello Veneziani sulla Verità diretta da Maurizio Belpietro, amareggiato pure lui che dalla sua parte politica ci sia troppo allineamento alla politica di Biden e troppo interesse ad una guerra così pericolosa e peraltro vicina a casa nostra, in Europa. L’allusione maggiore è forse a Giorgia Meloni e ai suoi “fratelli d’Italia”.

Contrariamente a quanto forse vi aspettereste, non ho tratto dall’annuncio del ministro degli Esteri russo un motivo più che sufficiente per considerare superate o comunque non condivisibili le preoccupazioni di Sansonetti, pur apparsemi particolarmente stringenti proprio nel passaggio sul rischio dell’uso delle armi nucleari da parte di un Putin messo alle strette, con le spalle al muro, o come altro preferite, dalla forte resistenza degli ucraini alimentata dai sostenitori al di là e al di qua dell’Atlantico. Ho continuato invece a riflettere con una certa inquietudine sull’articolo di Sansonetti chiedendomi se non avesse ragione nella denuncia di una certa prigionia di parte della sinistra -come per Veneziani di parte della destra- “nel sangue del Novecento”, il secolo cosiddetto breve delle due guerre mondiali, cioè delle due carneficine. Che avrebbero dovuto bastare e avanzare per farci ripudiare la guerra davvero, sul piano politico e  morale, come previsto d’altronde dall’articolo 11 della Costituzione col suo “ripudio” come “strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. 

        E’ un articolo, quest’ultimo, che peraltro è stato invocato nel dibattito o confronto politico contro gli aiuti militari all’Ucraina ai quali l’Italia concorre. E  invocato con tale forza e insistenza che il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato è personalmente intervenuto a favore della posizione del governo ricordando “le limitazioni di sovranità” consentite dallo stesso articolo della Costituzione, se “necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni” perseguite dalle “organizzazioni internazionali” di cui facciamo parte. Il presidente del Consiglio Mario Draghi, dal canto suo, ha ricordato che la linea del governo è stata approvata “quasi all’unanimità” dal Parlamento. Tutto a posto, quindi, sul piano costituzionale.

  C’è sì del novecentesco, cioè del secolo scorso, come dice Sansonetti, nella promozione, partecipazione e persino rassegnazione alla guerra. O nella considerazione che sia “follia la resa”, come Piero ha voluto scrivere anche nel titolo del suo robusto articolo di riflessione e allarme, non confondibile per uno dei soliti articoli o delle solite invettive pacifiste: spesso peraltro di un pacifismo a senso unico, invocato solo quando serve per combattere l’avversario politico di turno, o l’alleato scomodo. 

Sansonetti sul Riformista
Piero Sansonetti

C’è tuttavia un altro passaggio dell’articolo di Sansonetti che, pur volendo dubitare dell’attendibilità, sincerità. convinzione e quant’altro del ministro degli Esteri russo -e, più in generale, del Cremlino incredibilmente avventuratosi in questa guerra sconsiderata e altrettanto incredibilmente benedetta dal Patriarca di Mosca- che non condivido proprio. E’ quello in cui Piero ha messo sullo stesso piano e “fuori discussione l’eroismo degli ucraini e i sacrifici dei soldati russi”  in questa maledetta guerra che ci riporta- ripeto- al Novecento, ma che purtroppo è stata preceduta e accompagnata da altre  – più di trenta- anche in questo secolo che avevamo sperato diverso. 

Stento francamente, specie dopo gli altri 400 cadaveri scoperti a Bucha, a inserire nei “sacrifici” ciò che i soldati russi hanno fatto e lasciato sul territorio ucraino sia avanzando sia, o ancor più, retrocedendo. Lo scrivo pur al netto delle operazioni e cortine propagandistiche che annebbiano tutte le guerre, su tutti i fronti. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 23-4-22

Caduta nel vuoto l’esclusione dell’uso dell’atomica annunciata da Mosca

Titolo del manifesto

Neppure l’esclusione dell’uso delle armi nucleari nella guerra in Ucraina annunciata dal ministro degli Esteri di Mosca ha fatto passare la paura di chi per scongiurarlo critica gli aiuti militari dell’Occidente a quanti stanno resistendo alla “morsa d’acciaio” -come l’ha definita il manifesto- sul paese disgraziatamente confinante con la Russia di Putin, il redivivo Pietro il Grande o Breznev, secondo i gusti o le opinioni. 

Titolo della Verità di Maurizio Belpietro

Non vi avrebbe creduto neppure il consigliere “guerrafondaio” e loquacissimo della Casa Bianca Lutvack. Al quale non è parso vero alla Verità di Maurizio Belpietro di potere attribuire, non so se a torto o a ragione, una “frenata” sulla strada del presidente americano Joe Biden. Che anche nel vertice di ieri a distanza fra i leader occidentali, compreso il presidente del Consiglio italiano isolato nella sua casa umbra per il Covid, ha insistito sulla necessità di sanzionare sempre di più la Russia e armare sempre di più gli ucraini che le tengono testa. Così -avrebbe a sorpresa detto Lutwack- si potrebbe lasciare a Putin solo “la via d’uscita dell’atomica”, nonostante le dichiarazioni del suo ministro degli Esteri.

Di atomico, nucleare e quant’altro sino ad ora si deve comunque registrare solo l’uso delle parole per contestare in fondo la resistenza degli ucraini e lamentarne l’irresponsabilità, più che il coraggio o l’eroismo. L’irresponsabilità, in particolare, di esagerare nell’uso del pur legittimo e comprensibile diritto alla difesa infliggendo all’incolpevole popolazione civile delle terre già invase dai russi, o che stanno per esserlo, ma anche di quelle che neppure rischiano  di esserlo, morti, feriti e distruzioni. Che potrebbero invece cessare con una realistica resa, nella previsione che prima o dopo Putin vincerà la sua partita, pur a bottino forse ridotto rispetto ai progetti originari. 

Era impressionante assistere ieri sera, nel salotto televisivo di Giovanni Floris, su la 7, allo scontro fra cattolici non tanto uniti nella comunione alle preghiere del Papa ma divisi sul diritto alla difesa pur riconosciuto ripetutamente, e realisticamente, dal segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, non ancora rimosso dal Pontefice, verrebbe voglia di dire.  Gli uni e gli altri si rinfacciavano passi della Bibbia e del Vangelo per riconoscere o negare questo diritto, o le sue dimensioni, e per condannare o condividere gli aiuti che gli ucraini stanno ricevendo paradossalmente -secondo i critici- per ritardare la fine del fuoco e aumentare le loro perdite. E tutto sullo sfondo di un atteggiamento o di un orientamento contrario al ruolo che sta esercitando Biden, cinicamente protetto -sostiene oggi con tanto di fotomontaggio sulla prima pagina il solito Fatto Quotidiano– dal basso costo americano delle sanzioni ordinate e praticate contro la Russia. 

Il fotomontaggio del Fatto Quotidiano

A Biden e ai suoi Stati Uniti le sanzioni costerebbero, in particolare, solo lo 0,3 per cento di perdita del Pil, o reddito nazionale, all’Unione Europea di Ursula von der Layan, comprensiva dell’Italia, l’1,1 per cento, alla Russia di Putin l’8,5 per cento e all’Ucraina, o a ciò che ne resterà, di Zelensky ben il 35 per cento, più di tutti cioè: a conferma, quindi, della “irresponsabilità”, come dicevo prima, della sua resistenza all’invasione, e dei suoi appelli all’Occidente a mandare sempre più armi e a decidere sempre più misure di ritorsione economica contro gli invasori. 

Guai, naturalmente, secondo i critici della linea Biden, chiamiamola così, a continuare a paragonare la resistenza ucraina a quella, con la maiuscola, dei partigiani italiani saliti sulle montagne nella seconda guerra mondiale per combattere i nazifascisti e accelerarne la sconfitta con l’avanzata delle truppe alleate. 

Nel caso della guerra in corso quasi al centro dell’Europa i combattenti per la libertà e i cantori di Bella ciao sarebbero evidentemente non gli invasi ma gli invasori, non gli occupati ma gli occupanti. Strano modo di vedere   e ragionare, per quanto praticato da una superstite -ormai fra i pochi- della lotta partigiana scelta -direi- con la lanterna da Floris per un collegamento con il suo studio televisivo. 

Ripreso da www,poliymakermag.it

Uno schiaffo di Putin alla civiltà la premiazione della brigata dei fucilieri di Bucha

Titolo del manifesto

Le immagini e notizie provenienti dall’Ucraina aggredita dalle armate russe sono sempre peggiori. Ma oggi, più ancora delle immagini di fuoco, distruzione e desolazione dei superstiti, come quella desolante di un bambino fra i rottami della guerra, per capire con chi ha a che fare l’Occidente, e non solo l’Ucraina, vale la notizia delle onorificenze -giustamente tradotte dal manifesto in “orrorificenze”- conferite da Putin personalmente ai fucilieri motorizzati della sessantaquattresima brigata che ha lasciato a Bucha i segni terribili del suo passaggio. 

Titolo del quotidiano Domani

Così il capo del Cremlino ha voluto essere coerente a modo suo, cioè per niente, con l’impegno preso qualche giorno fa di partecipare all’accertamento delle responsabilità dei “crimini di guerra” compiuti in quella terra da “denazificare”, secondo lui. L’uomo è semplicemente un provocatore, come lo ha liquidato il quotidiano Domani nel titolo di prima pagina proprio a proposito della premiazione della brigata di Bucha, con’è ormai destinata a passare nella storia. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Finalmente, annunciandone “l’attacco finale” in questa guerra insensata ad una terra che ha la sola colpa di essere confinante con la Russia ma attratta più dall’Occidente, il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio si è deciso, in uno dei suoi fotomontaggi di prima pagina, a fare indossare a Putin l’elmetto, la tuta militare e tutto il resto in precedenza messi addosso a tutti quelli che non si piegano alle sue minacce arrendendosi, compreso il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi. Del quale si spera che non sia stata festeggiata da quelle parti la positività asintomatica al Covid che lo costringerà all’isolamento per qualche giorno. 

Dalla prima pagina del Foglio
Dalla prima pagina di Libero

Un esempio di resa a Putin è quello che ha scritto su Libero Vittorio Feltri, che meglio non poteva sintetizzarsi col titolo in prima pagina che credo si sia dato da solo: “Non ci conviene sfidar lo Zar”, con la maiuscola. Che è l’opposto di quel che in rosso ha gridato, sempre  in prima pagina, Il Foglio: “Oltre la resistenza. Passare all’offensiva contro Putin si può”. E non solo si deve, come dice ogni giorno da Kiev o da dov’altro è costretto a nascondersi sulla sua terra il presidente dell’Ucraina Zelensky. 

L’affondamento della nave ammiraglia Moskva

Quella tenuta militare che il giornale di Travaglio si è deciso a mettergli addosso, oltre ad esprimere il ruolo che sta esercitando il capo del Cremlino, restituisce Putin al suo album di famiglia, diciamo così, cioè alla carriera cominciata nei servizi segreti dell’Unione Sovietica. La segretezza mista alla falsità è la stessa che Putin sta applicando -fra le proteste che cominciano ad arrivare dai familiari degli interessati, superando tutte le cortine informative allestite dal Cremlino- all’affondamento, direi anche emblematico, della nave ammiraglia della flotta russa nel mare della guerra in corso. Del cui equipaggio di oltre 500 militari si sa poco o niente, a parte quel poveretto di cui il Ministero moscovita della Difesa, si fa per dire, ha ritenuto di dovere informare telefonicamente la famiglia. 

Si sa solo che una cinquantina, non di più, sono stati salvati da una nave turca, peraltro in acque sconvolte anche da una tempesta. Di tutto il resto sanno solo al Cremlino. Dove per esorcizzare lo smacco, la tragedia e quant’altro hanno diffuso solo una vecchia foto dell’equipaggio passato in rassegna dal comandante dell’epoca. Dell’ultimo non è stata neppure confermata la notizia che sia morto nell’esplosione dell’arsenale colpito da due o tre missili lanciati dagli ucraini.

Ripreso da http://www.policymakermag.it e http://www.startmag.it

Draghi archivia l’immagine del nonno a disposizione ed esclude un futuro politico

Pier Ferdinando Casini all’Espresso
Titolo del Dubbio

Sentite ciò che ha detto del presidente del Consiglio all’Espresso uscito domenica il senatore Pier Ferdinando Casini, Che a dispetto dei suoi “soli” 66 anni, compiuti a dicembre scorso, è fra i più veterani del Parlamento, essendo approdato nell’ormai lontano 1983 alla Camera per diventarne peraltro presidente nel 2001. “La mitologia di Draghi di questi mesi -ha testualmente dichiarato- rischia di essere direttamente proporzionale alla demolizione nel prossimo futuro”, precisando che ciò “non è un bene”. 

“Non valuto la persona. Prevedo i percorsi, che purtroppo sono questi. Monti è stato mitizzato e poi ingiustamente demonizzato. La stessa cosa è successa a Renzi: dagli altari alla polvere. Tipico”, ha aggiunto Casini.

Pier Ferdinando Casini

Poiché lo conosco da una vita -avendolo amichevolmente frequentato prima ancora che diventasse deputato, quando da giovane consigliere nazionale della Dc si divertiva a raccontarmi delle riunioni di corrente alle quali partecipava, mimando formidabilmente l’allora segretario del partito Flaminio Piccoli che si innervosiva alle sue osservazioni critiche – vi assicuro che la previsione negativa del senatore di Bologna sul futuro politico di Draghi non nasce dal contributo che il presidente del Consiglio può avere dato, volente o  nolente, al fallimento in extremis della candidatura dello stesso Casini al Quirinale. 

Ve lo assicuro anche se Pier Ferdinando -Pierfrdy per gli amici e Pierfurby per i meno amici- può essersi prestato a qualche sospetto del genere definendo  nella stessa intervista all’Espresso “una distrazione” quella avuta da Draghi nella recente corsa al Quirinale, prenotandovisi in qualche modo con quella immagine del “nonno a disposizione” della collettività assegnatasi nella conferenza stampa di fine anno, 2021. Quella “disponibilità” finì per configgere con le candidature pur così diverse nello stile, oltre che in senso politico, di Silvio Berlusconi e di Casini appunto: tanto invasivo il primo, fra vertici del centrodestra e telefonate di promozione dell’amico Vittorio Sgarbi a parlamentari di ogni colore e sesso, quanto discreto il secondo. Che si inabissò in un lungo silenzio, pur attivissimo -come sempre, del resto- nei contatti personali. 

Da quella “distrazione” peraltro Casini ha assolto Draghi riconoscendogli di avere ripreso subito in mano la guida e la sorte del governo, riportandolo sulla strada giusta delle emergenze peraltro aumentate nel Paese, essendo sopraggiunta la guerra di Putin all’Ucraina con tutte le implicazioni anche di politica interna. E’  evidente che il chiaro, forte atlantismo del presidente del Consiglio, antiputiniano e filo-ucraino, è vissuto con una certa sofferenza nella maggioranza. Dove, in particolare, si è un pò ricomposta quell’assonanza un pò “sovranista” fra il grillino Giuseppe Conte e il leghista Matteo Salvini, clamorosamente naufragata nell’estate del 2019 nell’aula del Senato. Dove Conte da presidente del Consiglio parlò di Salvini, che gli sedeva accanto da vice presidente e ministro dell’Interno, come un pubblico ministero del suo imputato. Sono i giochi, gli scherzi, le diavolerie, i capricci, come volete chiamarli, della politica. 

Draghi al Corriere della Sera
Draghi al Corriere della Sera

Il bello è -delle cose dette da Casini a proposito del presidente del Consiglio in carica- che Draghi ha mostrato di esserne pienamente consapevole in una intervista contemporaneamente uscita sul Corriere della Sera. Dove egli ha detto -pur in una visione ottimistica dell’azione di governo e della solidità della maggioranza, esortata a non sentirsi in quella “camicia di forza”  che i partiti danno spesso l’impressione di indossare- di non volere e potere neppure “immaginare” il suo futuro quando avrà portato a termine il lavoro affidatogli dal presidente della Repubblica, e confermatogli con la fiducia dalle Camere, cioè sino alla conclusione, ordinaria o anticipata che possa rivelarsi, della legislatura cominciata nel 2018. Un lavoro, peraltro, rivelatosi -ha confessato Draghi- più difficile e pesante di quello svolto alla presidenza della Banca Centrale Europea.

Draghi al Corriere della Sera

“Bisognerebbe che i presidenti del Consiglio fossero tutti eletti”, non nominati fuori dal Parlamento e dai partiti come gli è capitato in condizioni di “emergenza”, ha detto Draghi. Le piacerebbe essere eletto?, gli ha chiesto allora il direttore del Corriere. E lui: “No. E’ estraneo alla mia formazione e alla mia esperienza. Ho molto rispetto per chi si impegna in politica e spero che molti giovani scelgano di farlo alle prossime elezioni, alle quali intendo tuttavia partecipare come ho sempre fatto: da semplice elettore”. 

Draghi insomma non si sente più  nonno della Repubblica, come è stato temuto per qualche settimana nei mesi scorsi immaginandolo già al Quirinale, ma un mezzo Cincinnato per indifferenza al potere. Anche se antipatizzanti ed avversari lo considerano e rappresentano furbescamente in corsa per la guida della Nato. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Il genocidio che si pratica in Ucraina e si predica pubblicamente a Mosca

Draghi ieri al Corriere della Sera

    Sarà pure vero, come ha detto Mario Draghi nell’intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera parlando dell’”orrore di Bucha” ed altre località ucraine insanguinate dalla guerra di Putin, che “termini come “genocidio” o “crimini di guerra” hanno un significato giuridico preciso” che alcuni possono contestare a chi li usa. Per cui “ci sarà modo e tempo per verificare quali parole meglio si confacciano agli atti disumani dell’esercito russo”. Che lui comunque ha ribadito di considerare “crimini di guerra”, o “indecenze”, come gli è capitato di dire in un’altra occasione ritorcendo contro Putin la definizione appunto di “indecenze” data dal presidente russo alle sanzioni cui partecipa l’Italia contro il governo aggressore dell’Ucraina. 

Dalla prima pagina della Stampa di ieri

Sarà vero, ripeto, come ha anche mostrato di credere il ministro degli Esteri Luigi Di Maio dubitando del “genocidio” denunciato, in particolare, dal presidente americano Joe Biden per motivare la decisione presa di aumentare le forniture militari all’Ucraina in via breve, diciamo così, saltando le procedure parlamentari. Ma che i sentimenti nutriti non solo al Cremlino e dintorni nei riguardi degli ucraini siano appunto da genocidio, da persecuzione sino alla morte e all’annientamento di un popolo, lo dimostrano le cose che si dicono da quelle parti. Esse sono state raccontate ieri sulla Stampa dalla informata e benemerita Anna Zafesova in un lungo, documentatissimo articolo. Nel sui solo richiamo in prima pagina si poteva leggere uno scorcio del “tal show di Vladimir  Solovyov”, della televisione russa di Stato, in cui un ospite ha potuto impunemente gridare: “Lo stesso nome di ucraini è una vergogna, un insulto per un popolo che è russo”. E ha potuto addirittura apprezzare la “genialità” della denuncia del presidente americano, perché “se si tratta di cancellare l’idea stessa di poter essere ucraini, sono d’accordo”. 

Ancora dalla Stampa di ieri

“L’idea dell’ucrainità -ha gridato l’ospite televisivo “particolarmente infervorato”, come si legge nella parte interna dell’articolo- va cancellata, dall’inizio alla fine” perché “sono cent’anni che avvelena la vita dei popoli slavi”. “Gli altri ospiti ascoltano e annuiscono”, riferisce il resoconto di Anna Zefosova precisando che “in studio è presente la capa della propaganda del Cremlino Margarita Simonyan, secondo la quale la guerra in Ucraina non è un genocidio, anzi, non è nemmeno una guerra perché il giorno che lo diventa “per prima cosa si fa a pezzi Kiev, in polvere, a pezzettini”.

    In un altro talk intitolato “60 minuti” il regista Vladimir Bortho “con voce stridula” ha reclamato, per vendicare l’affondamento dell’incrociatore Moskva, “una guerra vera, senza stupidaggini, al cento per cento”, essendo stati quelli compiuti sinora solo giochetti, o qualcosa del genere. 

Sempre dalla Stampa di ieri

D’altronde, “molto più in alto” -ha raccontato ancora la giornalista della Stampa competente di Russia e dintorni- l’ex presidente e premier Dimitri Medved, ex “colomba”, definisce “l’ucrainità radicata un unico grande fake”, non essendo “mai esistita”. Meno in alto, diciamo così, “il politologo liberale Konstantin Skorkin sostiene -ha riferito ancora Anna Zafesova- che una certa cultura russa ritiene “estremisco nazionalista” l’idea stessa che gli ucraini possano essere un popolo distinto, meno che mai una nazione indipendente”. Ne dev’essere convinto anche il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che traduce in “sterminio” la “denazifizazione dell’Ucraina” teorizzata, annunciata, rivendicata e quant’altro da Putin in persona. 

Titolo di Repubblica di ieri

Mi sembra tutta roba, a questo livello, non da analisi, non da polemica, non da politologia, ma da processo, se mai si riuscirà davvero a farne uno, come Biden giustamente reclama considerando Putin un “macellaio” e “genocida”. Che vedremo adesso se davvero collaborerà, come ha sorprendentemente promesso ieri, ad accertare se davvero sono stati commessi “crimini di guerra” nella terra su cui adesso non si semina più il grano ma cadono bombe e missili. 

Ripreso da http://www.policymakrmag.it

La Pasqua di Draghi, durissimo con Putin e conciliante coi partiti

  Poco incline alle interviste, preferendo le conferenze stampa o gli incontri improvvisati con i giornalisti, nei quali trova sempre il modo e l’occasione di ricorrere a battute anche taglienti, Mario Draghi ha voluto concederne una al direttore del Corriere della Sera in questa strana Pasqua.  Strana perché mai così poco pasquale nei settant’anni e più della nostra Repubblica: con una guerra in corso nel cuore dell’Europa, ancora più tragica di quella Pasqua del 1978 in Italia durante il tragico sequestro di Aldo Moro, quando il terrorismo aveva osato e realizzato l’impensabile contro “il cuore” dello Stato. O il suo cervello. 

La vignetta del Corriere della Sera

La Pasqua di questo 2022 è tutta in quella colomba bianca che vola sotto le nuvole di fumo della guerra che sovrastano, nella felice vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina proprio del Corriere della Sera, la cupola michelangiolesca della Basilica di San Pietro. Sotto le cui navate Papa Francesco registra attonito il vuoto nel quale cadono i suoi appelli a deporre le armi. 

Sulle responsabilità di questa guerra e della sua durata ormai imprevedibile il presidente del Consiglio italiano è stato chiaro e durissimo nella sua intervista. L’iniziativa militare e “disumana” di Putin è stata equiparata da Draghi a quelle dei suoi predecessori al Cremlino negli anni dell’Unione Sovietica, quando si ordinava di sparare sui polacchi, sugli ungheresi, sui cecoslovacchi, che pure erano gli alleati della Russia nel patto di Varsavia, adoperato cinicamente non per proteggerli o difenderli ma per aggredirli. 

Dall’intervista al Corriere della Sera

Ormai -ha osservato il presidente del Consiglio, forte anche delle sue esperienze personali al telefono col capo del Cremlino- è inutile “parlare” con Putin. L’unica cosa da fare è sostenere gli aggrediti, cioè gli ucraini, aiutandoli anche militarmente, come il governo italiano ha deciso col consenso del Parlamento ed è intenzionato a fare sino in fondo, perché -ha detto Draghi- “la vittoria di Putin non è arrivata e non sappiamo se mai arriverà”.     Sul piano della politica interna Draghi ha opposto un ottimismo davvero pasquale alle preoccupazioni, dubbi e quant’altro espressi sulla tenuta del governo e soprattutto della sua maggioranza dall’intervistatore. Il presidente del Consiglio ha assicurato di non essere per niente “stanco”, anche se qualcuno ne ha avvertito recentemente la sensazione vedendolo alle prese con i partiti interessati a mettere le loro bandierine sui vari temi o provvedimenti all’esame del governo o delle Camere. 

Titolo dell’intervista di Draghi al Corriere della Sera

Tanto duro è stato con Putin sul fronte della guerra e della politica internazionale quanto conciliante è stato Draghi, in politica interna, con i partiti che pure gli hanno dato e riprenderanno a dargli filo da torcere dopo la Pasqua odierna e la Pasquetta di domani. A dispetto persino di quel “se” non so se più prudente o minaccioso che fra virgolette gli ha attribuito nel titolo dell’intervista il Corriere della Sera –un “se” riferito appunto alla permanenza di un accordo fra i partiti- Draghi si è mostrato sicuro di poter portare “sino in fondo” il compito di governo assegnatogli dal presidente della Repubblica nella prospettiva delle elezioni ordinarie dell’anno prossimo. Dopo le quali il presidente del Consiglio ritiene di non potere neppure “immaginare” il suo futuro personale, per quanto dai suoi critici più incalliti venga in questi giorni descritto in corsa per la guida della Nato: tema che, chissà perché, il direttore del Corriere della Sera non ha ricordato o sollevato nell’intervista per dargli l’occasione di esprimersi. Si è trattato solo di cortesia o d’altro? 

Dall’intervista al Corriere della Sera

Una cosa comunque è stata esclusa da Draghi per il suo futuro: quella implicita di mettere su un partito e quella esplicita di candidarsi alle elezioni. E’ bene -ha riconosciuto- che il presidente del Consiglio venga “eletto”, ma il suo passaggio a Palazzo Chigi è e resterà un evento eccezionale. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakrmag.it

Due italiani su tre contro Putin, più che per la pace incondizionata

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Visto che, con la benedizione anche del Patriarca di Mosca in tempo addirittura di Pasqua, la guerra in Ucraina – o il “calvario” , come scrive la Repubblica- continua per la volontà ostinata di Putin di vincerla alle sue condizioni, sia pure ridimensionate rispetto a quelle originarie della rapina totale, non mi sembra giusto questo titolo di prima pagina  della pur prestigiosa Stampa di Torino: “Pace vale più del condizionatore per 2 italiani su 3”. Li ha contati Alessandra Ghisleri in un sondaggio sulla disponibilità auspicata da Mario Draghi a rinunciare al condizionatore d’aria d’estate, o comunque ad un razionamento energetico, piuttosto che darla vinta al Cremlino. E obbligare quindi alla resa gli ucraini, alla cui difesa militare l’Italia contribuisce con gli Stati Uniti e altri paesi occidentali.

La pace, certo, è preferibile alla guerra, ma non senza condizioni, come pretendono i pacifisti -guarda caso- mobilitati in questi giorni contro gli aiuti all’Ucraina e quindi a favore di una vittoria di Putin alle sue condizioni, appunto. Il problema non è di imporre la pace agli ucraini con la resa, auspicata persino da uno come Vittorio Feltri allo scopo di porre fine alle loro perdite, ma di imporla a Putin, che  ha cominciato e condotto la guerra anche a costo di  eccidi, stupri e altre nefandezze, se non vogliamo parlare di genocidio, come hanno fatto il presidente americano Biden e quello ucraino Zelensky fra le protese o le prese di distanza del presidente francese Macron, del cancelliere tedesco Scholtz e ora anche del ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio. Che pure si era esposto all’inizio del conflitto dando a Putin dell’”animale”: in un certo senso peggio del “macellaio” affibbiatogli poi da Biden. 

Luigi Di Maio

Evidentemente sotto le cinque stelle, diciamo così, neppure Di Maio può resistere più di tanto alle “distanze” volute dal presidente del MoVimento grillino, Giuseppe Conte, dagli americani o, più in particolare, dall’atlantismo praticato da Draghi. Il quale non si è dissociato dalle parole di Biden. E quando Putin ha definito “indecenti” le decisioni del governo italiano in materia di sanzioni e di aiuti “anche militari” all’Ucraina, ha risposto che di “indecente” c’è solo quello che la Russia sta facendo contro il Paese sfortunatamente confinante. 

Titolo del Foglio di ieri
Titolo del Foglio d oggi

Quei due italiani su tre disposti a rinunciare al condizionatore, e poi anche al termosifone, per fronteggiare la guerra scatenata da Putin, e finanziata anche con i nostri acquisti di gas, più che in un generico auspicio o obiettivo di pace penso che si riconoscano nei titoli che sta sfornando in questi giorni un quotidiano pur di nicchia come Il Foglio. Che ieri ha scritto in rosso: “Seguire il modello Biden per affondare Putin”. E oggi, sempre in rosso: “E’ ora di mettere Putin all’angolo”. In nero invece ha voluto titolare il suo pezzo ieri Giuliano Ferrara: “Una Pasqua di giusta guerra”. 

Titolo della Verità di Maurizio Belpietro
Titolo del Fatto Quotidiano

Sono titoli di fronte ai quali saranno rimasti inorriditi, in coppia un pò sorprendente ma non troppo, vista la frequenza con la quale ormai si sovrappongono Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano e Maurizio Belpietro sulla Verità, traduzione in italiano della più celebre Pravda sovietica. Entrambi schierati contro quel guerrafondaio opportunista che considerano il presidente del Consiglio italiano, Travaglio oggi ne ha sottolineato con compiacimento, in un titolo di prima pagina, l’abbandono da parte di “pm, sindaci, aziende” e Belpietro aprendo addirittura il giornale a caratteri di scatola così: “L’ex banchiere in fuga da Palazzo Chigi. Draghi pronto alla guerra per conquistare la Nato”. Di cui sta per liberarsi la carica di Segretario Generale.  

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