Mattarella chiude davvero -ahimè- la porta alla rielezione

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Va bene. Anzi, va male ma accontentiamoci almeno del fatto che il rifiuto -stavolta si può ben considerare definitivo- di Sergio Mattarella di prestarsi ad una conferma ,come nel 2013 fece Giorgio Napolitano, per deviare, diciamo così, il percorso della successione da ostacoli di eccezionale portata allungandolo brevemente, sia stato espresso in modo civile. E ciò anche se il giornale Libero ha ritenuto di tradurre il no del presidente uscente della Repubblica a un “Vaffa al Pd”: di quelli che persino Beppe Grillo ha accantonato nel suo repertorio rinunciando anche alla licenza accordatagli a lungo dai volenterosi per la doppia veste di comico professionale e politico -ahimè- dilettante.

Il “Vaffa al Pd”, ripeto, nascerebbe dall’appartenenza al partito del Nazareno, appunto, dei tre senatori che hanno appena presentato un disegno di legge che, modificando due articoli della Costituzione per potenziare da parte la figura del presidente della Repubblica, restituendogli il potere di sciogliere le Camere negli ultimi sei mesi del proprio mandato, e sancendo dall’altra, la sua ineleggibilità, avrebbe ben potuto consentire a Mattarella di rimanere ancora per un po’ al suo posto, oltre la scadenza del prossimo febbraio. E ciò almeno per consentire, garantire e quant’altro il percorso della riforma nel tempo residuo di questa legislatura.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 27 novembre

Quello di Mattarella da ostinato ma educato rifiuto sarebbe stato davvero un “vaffa”, e forse non solo al Pd, se il capo dello Stato avesse aderito anche nella forma, cioè nel linguaggio, all’esortazione rivoltagli non più tardi del 27 novembre scorso sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio. Che, immaginandolo fra i banchi del pesce al mercato della Vacciria, nella sua Palermo, sperò di sentirlo gridare in siciliano stretto: “Chi camurria, m’avete scassatu a minchia”. Almeno “la minchia” del presidente della Repubblica non è stata scomodata nella protesta.

Così, a causa o col pretesto, come preferite, di un’ostinata questione di principio pur accantonata ne 2013, ripeto, dal suo predecessore Napolitano di fronte ai partiti sfilati fisicamente davanti a lui per chiedergli di restare ancora un po’, Mastella ha deciso che a provvedere alla sua successione dovrà essere un Parlamento che solo con molta buona volontà, ingenuità e quant’altro può essere considerato ancora pienamente e politicamente legittimato. Siamo ormai a poco più di un anno da una scadenza diversa da tutte le precedenti perché mai si erano avute Camere destinate ad essere sostituite da altre così diverse: ridotte di un terzo dei seggi e col partito “centrale” -il MoVimento 5 Stelle votato nel 2018 più di tutti gli altri- ormai stabilmente indietro ad almeno tre forze che si contendono il primato attorno al 20 per cento dei voti ciascuno.

Il nuovo, dunque, sarà inevitabilmente un presidente della Repubblica sostanzialmente delegittimato pure lui, anche se l’Italia dovesse avere la fortuna di vedere arrivare al Quirinale un uomo del prestigio internazionale di Mario Draghi:  tutt’altro che scontato però a causa della ingovernabilità, come si dice comunemente, di tutti i gruppi parlamentari e partiti di riferimento formale.

Nonostante tutto questo, pare che Mattarella dorma sonni tranquilli, disturbato al risveglio dal chiacchiericcio politico e mediatico riepilogato dai collaboratori nella rassegna quotidiana della stampa depositata già sul comodino. Buona lettura, presidente, anche per la raccolta ormai di domani.      

Ripreso da http://www.startmag.it

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