In un fazzoletto della Campania si nasconde l’Ohio italiano di Di Maio

            Mentre Laura Pellegrini, in arte Ellekappa, sulla prima pagina di Repubblica non sa se la lapide del movimento 5 Stelle va messa “nel campo di destra o di sinistra” del cimitero, e Alessandro Di Battista -ribattezzato Di Batosta da Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX- denuncia il crollo elettorale dei grillini proponendosi di bastonarne i responsabili, che ti fa il giovane ministro degli Esteri Luigi Di Maio? Festeggia a tavola con gli amici i mirabili -secondo lui- risultati del referendum sulle Camere sforbiciate e persino delle elezioni regionali e comunali, evidentemente fraintese dal giovane ex reporter del Fatto Quotidiano, e si mobilita, pancia a terra, per alcuni ballottaggi comunali di domenica 4 ottobre.

            Noi, sprovveduti cronisti ed osservatori, pensavamo di avere visto l’essenziale delle elezioni del 20 e  21 settembre e non abbiamo invece capito niente, o quasi. La vittoria dei grillini che dà il senso a tutto il passaggio elettorale, sfuggita anche a Di Battista, è quella conseguita dal candidato comune del Pd e delle 5 Stelle a sindaco di Caivano, Enzo Falco, eletto al primo turno al vertice del municipio campano: non molto popolato, in verità, con i suoi 37.400 e rotti abitanti, ma pur sempre di origini “gentilizie”. E poi, Caivano potrebbe essere l’antipasto della conquista, nella stessa regione, pur nota per la quasi plebiscitaria conferma dell’odiato piddino Vincenzo De Luca a governatore, di un Comune come Giugliano, di ben 125 mila abitanti. Dove Di Maio farà il possibile e pure l’impossibile per portare alla vittoria il candidato comune di Pd e grillini Antonio Poziello, così come nella sua Pomigliano d’Arco si spenderà al massimo per far vincere il ballottaggio ad un altro candidato comune dei due maggiori partiti di governo, che è l’amico Gian Luca Del Mastro.

            In un fazzoletto della Campania, diciamo così, diventato improvvisamente l’equivalente dello Stato pilota della Confederazione americana, l’Ohio, dove si scrive il futuro di ogni candidato vincente alla Casa Bianca, il giovane Di Maio è riuscito a rigenerare la pianta lasciata morire, o quanto meno appassire, altrove da quel povero “reggente” Vito Crimi, non a caso escluso dal tavolo conviviale della festa ripreso dal fotografo del Messaggero.

Altro, quindi, che gli elettori indicati trionfalmente dal Fatto Quotidiano come gli artefici di notte dell’alleanza M5S-Pd, i grillini cioè che col  voto disgiunto o indisciplinato hanno contribuito alla vittoria elettorale del Pd in Puglia e in Toscana. Il futuro dell’alleanza tanto cara a Marco Travaglio l’hanno scritto o stanno ancora scrivendolo gli elettori campani di Caivano, Giugliano e Pomigliano d’Arco, in ordine rigorosamente alfabetico. Delle cui bellezze, in uno sforzo promozionale del turismo italiano, Di Maio troverà modo di riferire magari anche ai ministri degli Esteri ed altre personalità internazionali che gli dovesse capitare d’incontrare fra un viaggio e l’altro, un comizio e l’altro di questa fortunata coda della campagna elettorale.

            In attesa dei mirabili eventi coltivati da Di Maio, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte resiste all’ipotesi del rimpasto ministeriale, fingendo di non capire l’interesse che vi ha il Pd, e il capo dello Stato, addirittura, tira sospiri di sollievo riferiti dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda per lo scampato pericolo di una crisi di governo. E’ cronaca vera.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Gli sconti che il partito di Zingaretti ora non può più fare ai 5 Stelle

Eppure, c’è qualcosa che non mi convince della rappresentanza del dopo-voto di domenica e lunedì come di uno scampato pericolo per chi tiene alla stabilità di governo, ora che i grillini hanno portato a casa la sforbiciata delle Camere, e possono farsi meno convulsamente i loro Stati Generali, e il Pd di Nicola Zingaretti ha salvato la Puglia e la Toscana dall’assalto del centrodestra, cedendogli solo le Marche.

Al massimo -pensa chi temeva un terremoto politico- il presidente del Consiglio Giuseppe Conte potrebbe incorrere nella rogna di un rimpasto subendo l’agenda non dei giornalisti, da lui accusati recentemente di volergliela imporre, magari per il gusto di esercitarsi nel totoministri di vecchia memoria, ma dei partiti della sua variegata maggioranza. All’interno dei quali si sono sedimentate ambizioni personali e di gruppi, ma anche esigenze obiettive, come quella indicata dal vice segretario del Pd Andrea Orlando di affrontare con maggiori competenze il capitolo dei progetti da finanziare con i fondi europei della ripresa, o della nuova generazione.

Eppure, dicevo, qualcosa non mi convince di questa rappresentazione. Che d’altronde ha già in sè elementi ansiogeni perché i rimpasti, ad esempio, si sa come vengono concepiti ma non come alla fine partoriti. Lo stesso Conte, arrivato alla politica incidentalmente, ha mostrato di capirlo e temerlo cercando di scansare l’ostacolo.

Penso che i risultati referendari ed elettorali si siano tradotti per il governo e la sua maggioranza giallorossa più in una somministrazione di antinfiammatori che di antibiotici. I grillini potrebbero pure acconciarsi a qualche boccone amaro zuccherandolo con la polvere referendaria, nella visione di vittoria “storica” datane all’unisono, una volta tanto, da Luigi Di Maio e dal suo successore momentaneo, o reggente, Vito Crimi alla guida del movimento 5 Stelle. Ma il segretario del Pd sarà’ costretto proprio dal suo successo, col partito tornato abbastanza diffusamente in testa alla graduatoria, a non accontentarsi di qualche boccone amaro ai grillini: in tema, per esempio, di Mes, la sigla del fondo europeo salva Stati con quei 36 miliardi e rotti di euro immediatamente disponili a tasso vantaggiosissimo di credito per potenziare il sistema sanitario e l’indotto assai provati da un’epidemia peraltro ancora in corso.

Scadenze ultimative, come si è capito in una sua interlocuzione televisiva con l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, il segretario del Pd cercherà  di non fissarle per temperamento, ma di molto tempo a disposizione francamente lui  non dispone, a metà ormai della legislatura, per concedere chissà quali e quanti rinvii ai grillini sulle strade delle riforme costituzionali compensative o integrative dei “345 seggi e privilegi” soppressi, come Di Maio li ha chiamati nell’enfatica celebrazione del si referendario”; della riforma del processo penale per evitare gli imputati a vita con la prescrizione breve in vigore dall’inizio di quest’anno; della revisione dei decreti di sicurezza ancora intestati all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini ma che sotto le cinque stelle godono ancora di una certa condivisione; della riforma della legge elettorale, ancora ferma sulla soglia dell’aula di Montecitoro per il suo primo passaggio, per non parlare di altro ancora.

Vinto il primo tempo della partita con i grillini, all’interno della maggioranza, sorpassandoli nelle urne di domenica e lunedì scorso, Zingaretti non può rischiare di perdere nel secondo tempo senza fare riaccendere nel suo partito i fuochi appena sedati. Il Pd è un partito complesso, inevitabilmente complesso per le origini assai diverse delle sue componenti e per la successione di segretari, e linee politiche, che si è permesso in tredici anni soli di vita.

Non trascurerei infine la scadenza, o lo scoglio, sarebbe forse il caso di chiamarlo, dell’elezione del Capo dello Stato fra quasi un anno e mezzo in un Parlamento come l’attuale. Che è formalmente legittimato proprio dalla conferma referendaria della sforbiciata delle Camere, pur con una certa differenza fra il 97 per cento dei voti parlamentari e circa il 70 per cento dei si della poco più della metà’ dell’elettorato recatosi alle urne, ma ormai è diventato il passato, con i suoi 945 seggi elettivi.

C’è sicuramente qualcosa di strumentale nella questione appena posta quanto meno in ritardo dalla Lega, vista la sua vantata partecipazione al fronte del sì, salvo le eccezioni pur autorevoli di Giancarlo Giorgetti ed altri, contestando la legittimità dell’attuale Parlamento all’elezione di un presidente della Repubblica destinato a rimanere in carica sino al 2029, ma ciò non di meno il problema ha una sua oggettiva valenza. Se non è questione di legittimità, è quanto meno questione di opportunità o sensibilità. Che potrebbe essere superata dalla rielezione di un Mattarella disponibile a restare al Quirinale sino all’elezione del nuovo Parlamento. Ma anche se lui fosse disponibile, sarebbe tutta da verificare la disponibilità dei grillini a una partita del genere, che l’anno dopo, elette le nuove Camere, li vedrebbero decisamente marginali, vista la loro curva elettorale costantemente in discesa.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

La vittoria referendaria non ferma l’emorragia elettorale dei grillini

            La vittoria del sì alle Camere tagliate di 345 seggi -un sì peraltro sceso dal 97 per cento in Parlamento a circa il 70 per cento di poco più della metà dei cittadini che hanno partecipato al referendum confermativo- non ha né fermato né frenato l’emorragia elettorale dei grillini. Che nel rinnovo dei consigli regionali hanno perduto parecchio pagando la loro alleanza nazionale col Pd, così come nelle elezioni europee dell’anno scorso avevano perduto -lasciando per strada metà del loro elettorato del 2018- pagando la loro alleanza di governo con la Lega di Matteo Salvini.

            Abituato ad enfatizzare tutto quello che gli piace o fa comodo, come quando annunciò la sconfitta della povertà col finanziamento del cosiddetto reddito di cittadinanza, Luigi Di Maio ha definito “storica” la riduzione dei seggi parlamentari, equivalenti a “poltrone e privilegi”, è tornato a dire dopo essersi trattenuto nell’ultimo tratto della campagna elettorale dall’esibire le forbici sventolate davanti a Montecitorio dopo l’approvazione della riforma. Vito Crimi, il reggente ancora per poco del movimento 5 Stelle, ha indicato nella vittoria referendaria del sì addirittura la conferma della sua “centralità” politica, e della titolarità della cosiddetta agenda politica del Paese. Che pertanto i grillini pensano di poter continuare a dettare al Pd anche ora che il partito di Nicola Zingaretti li ha sorpassati elettoralmente salendo generalmente al primo posto. E Zingaretti in persona è uscito dalle urne come il sostanziale vincitore del turno elettorale, avendo limitato ad una sola regione -le Marche- la conquista del centrodestra e soprattutto evitato, con numeri abbastanza buoni, la tragedia che sarebbe stata la perdita della Toscana. Che è un altro obbiettivo mancato da Matteo Salvini per l’abitudine ormai di proporsi traguardi troppo ambiziosi, come accadde nei mesi passati in Emilia Romagna.

           Pochi adesso potranno continuare a rompere le scatole nel Pd, diciamo così, al segretario. A meno che lui masochisticamente non compia l’errore di appiattirsi lo stesso sui grillini perdenti concedendo loro i soliti rinvii e doppi giochi, come la difesa del cosiddetto bicameralismo perfetto anche ora che alla conferma dei tagli dei seggi dovranno seguire, secondo gli impegni dello stesso Zingaretti, altre riforme per garantire davvero un Parlamento più efficiente, e non solo più magro.

           Per tornare ai toni goffamente trionfalistici di Di Maio, c’è da chiedersi se al giovane ministro degli Esteri ma già ex di tante cose è capitato di studiare o comunque di leggere di un certo Pirro, re dell’Epiro, sbarcato in Italia nel 280 avanti Cristo per conquistare Roma. Egli vinse un nel po’ di battaglie, una delle quali ad Ascoli Satriano, non molto lontano da quella che sarebbe stata la Volturara Appula di Giuseppe Conte, ma a così caro prezzo che nel 275 fu sconfitto una volta per tutte a Benevento. Dove ora il sindaco Clemente Mastella, partecipe con Ciriaco De Mita ed altri pezzi da novanta della defunta Democrazia Cristiana hanno contribuito alla quasi plebiscitaria conferma di Vincenzo De Luca a governatore della Campania, potrebbe ospitare Di Maio, nato nella vicina Avellino prima che la famiglia si trasferisse a Pomigliano d’Arco, e fargli respirare un po’ l’aria di casa, sotto tutti i sensi, anche storici.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

Le idi di marzo, ma un pò fuori stagione, ai Navigli di Milano

            L’artista di strada, nel senso letterale e migliore della parola, Cristina Donati Meyer ha superato tutti i retroscenisti in servizio permanente effettivo dipingendo su un muro ai Navigli di Milano il dopo-voto di Giuseppe Conte. Che è stato promosso a Caio Giulio Cesare, dopo tutte le altre incarnazioni guadagnatesi in due anni e mezzo di guida del governo, da Aldo Moro a Camillo Benso di Cavour, Conte pure lui ma per titolo nobiliare, e al tempo stesso ammazzato in una edizione fuori stagione delle idi di marzo.

           Accoltellato, fra gli altri, dai due Mattei prestati dalla maggioranza e dall’opposizione, Renzi e Salvini, il presidente del Consiglio si è accasciato in un Senato non si sa se ancora di 315 eletti o di 200, secondo la riforma imposta dai grillini agli alleati di turno e sottoposta a referendum confermativo, o “costituzionale”, come più enfaticamente annunciato sui manifesti affissi davanti ai seggi elettorali. Ai quali gli italiani sono accorsi, si fa per dire, si saprà solo dopo lo scrutinio se per pugnalare il nuovo Cesare da morto o ancora da vivo.

           Meno male che all’artista dei Navigli milanesi non è venuta l’idea di dipingere il murale, fotografato dalla Stampa per i suoi lettori, su qualche parete di Piazzale Loreto. 

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Addio a Rossana Rossanda, la ragazza comunista del secolo scorso

            Col corpo che ormai non le rispondeva più, come lei stessa raccontava agli amici dopo un ictus che l’aveva imprigionata su una sedia, Rossana Rossanda –“la ragazza del secolo scorso”, nel titolo voluto per la sua biografia quando era ancora in forze- è morta in tempo l’altra notte nella sua abitazione romana per non rimproverarsi di avere dovuto mancare il suo ultimo no: quello referendario al taglio grillino dei seggi parlamentari, con l’idea sacrale della politica che aveva. E che da lei hanno ereditato i giovani e meno giovani del suo manifesto, il quotidiano orgogliosamente comunista derivato dal mensile fondato nel 1969 con Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luigi Magri, Luciana Castellina, Valentino Parlato ed altri espulsi dal Pci per “frazionismo”.

            Comunista di testa e di cuore, corazzata di una cultura che le procurò la nomina a responsabile dell’omonimo settore del partito ad opera di un segretario come Palmiro Togliatti, che all’Assemblea Costituente dialogava in latino e greco con Benedetto Croce, la ragazza del Novecento non si lasciò ingabbiare da nessuna visione opportunistica, né interna né internazionale. Difese la contestazione giovanile occidentale del 1968, guardata con sospetto dal Pci di Luigi Longo, come anche quella orientale tradottasi nella primavera cecoslovacca di Alexander Dubcek, cui non le bastò la tardiva e contraddittoria solidarietà del Pci, piegatosi subito alla “normalizzazione” militare  imposta a Praga dai sovietici.

            Colta, ripeto, e onesta com’era, dalle colonne del manifesto dieci anni dopo, alla lettura dei primi comunicati delle brigate rosse dopo il sequestro di Aldo Moro, la cofondatrice del quotidiano non esitò ad avvertire e indicare il famoso “album di famiglia”, mettendo in imbarazzo gli ormai ex compagni di partito che facevano finta di non capire, parlavano e scrivevano di “presunte brigate rosse”, o veramente credevano, addirittura, che quegli assassini fossero fascisti travestiti da comunisti fanatici, formatisi -scrisse impietosamente la Rossanda- “nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria”. D’altronde, solo degli incolti e degli assassini di professione potevano avere scambiato uno come Moro -il paziente tessitore politico che aveva appena lavorato per una tregua fra i due maggiori partiti italiani incapaci in quel momento di realizzare maggioranze ciascuno contro l’altro- per un lacchè del presunto, cervellotico “Stato Imperialistico delle Multinazionali”. E per mettervi al servizio anche Enrico Berlinguer.

            A 96 anni compiuti il 23 aprile scorso, con le immagini forse della sua nativa Pola sempre nel cuore, la Rossanda ne vide e visse davvero di tutti i colori, commettendo anch’essa i suoi errori, per carità. Come quello di partecipare alla campagna contro il commissario Luigi Calabresi, fatto o lasciato uccidere nel 1972 sotto casa a Milano da Lotta continua.

             Le capitò nel 2012 anche il distacco dal suo manifesto, senza tuttavia rinunciare ad amarlo come il figlio mai avuto. “I figli- disse-  per crescere hanno bisogno di uccidere i padri e le madri. Ora è toccato a me”. Ma  domani il suo giornale tornerà ad abbracciarla con un numero speciale, pur con tutto quello scenario politico, elettorale e referendario da raccontare e analizzare.

            Addio, cara “signora Rossanda”, come mi capitò di salutarla l’ultima volta, anni fa, guadagnandomi un sorriso di sorpresa, abituata com’era a sentirsi chiamare Rossana e basta.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

Marco Travaglio “ammanetta” Alessandro Di Battista

            Fra “le bizzarrie di un voto in maschera”, come le ha definite in questi tempi di epidemia virale la direttrice del manifesto Norma Rangeri, va annoverato anche l’attacco di bile politica del direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio contro l’aspirante alla guida del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista. Che nel comizio di chiusura della campagna elettorale a Bari a favore della candidata grillina alla presidenza della regione Puglia si è permesso di buttare “nel cesso” l’appello di Travaglio, appunto, al voto cosiddetto disgiunto: a favore del governatore uscente Michele Emiliano, del Pd, e dei candidati consiglieri della concorrente pentastellata Antonella Laricchia.  Così dovrebbero fare gli elettori grillini, secondo il direttore del giornale che dà loro consigli per quanto non richiesti, della Toscana: un’altra regione ancora più clamorosamente in bilico nel turno elettorale di oggi e domani per la candidatura di disturbo della pentastellata Irene Grilletti a governatrice.

            Travaglio ha metaforicamente ammanettato e liquidato come un veterocomunista il pur giovane Di Battista, Dibba per gli amici, da lui peraltro valorizzato e compensato negli anni e mesi scorsi per i reportage alla Che Guevara mandati al Fatto prima di violarne la linea politica a favore di una sempre più intensa e diffusa alleanza fra le 5 Stelle e un Pd più “rispettoso” del precedente partner di governo. Che era notoriamente Matteo Salvini, ora da vietare, o quasi, alla vista anche delle maggiorenni.

            Nello scontro diretto fra Travaglio e Dibba è stato arbitrariamente e implicitamente coinvolto dal direttore del Fatto Quotidiano il compianto Indro Montanelli per quel suo invito nelle elezioni politiche del 1976 a votare Dc “turandosi il naso”, evitandone il sorpasso ad opera del Pci di Enrico Berlinguer. E ciò anche a costo di danneggiare i partiti laici minori, a cominciare dal Pri lamalfiano, che al Cilindro erano sempre stati a cuore.

            Abituato a lavorare con Montanelli ben prima di Travaglio, posso assicurare che al compianto fondatore e a lungo direttore del Giornale  mai sarebbe venuto in mente di fare il consigliere, l’istruttore e quant’altro di un movimento come quello appeso agli umori di  Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alfonso Bonafede, Vito Crimi e Davide Casaleggio.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.ithttp://www.policymakermag.it

Il referendum sulle forbici grilline ci ha restituito Giovannino Guareschi

            Il referendum sui tagli dei seggi parlamentari ci ha restituito in qualche modo Giovannino Guareschi, un cui manifesto contribuì alla vittoria della Dc di Alcide De Gasperi nelle storiche elezioni politiche del 18 aprile 1948 contro il “fronte popolare” dei socialisti e comunisti. L’elettore venne esortato, in particolare, a temere nella cabina elettorale più Dio che Stalin, la cui immagine veniva fuori peraltro -sempre sui manifesti e volantini elettorali- rovesciando quella di Giuseppe Garibaldi adottata dagli avversari dello scudo crociato.

            Eppure quella mano data alla Dc per vincere non impedì dopo qualche anno a Guareschi, sul suo Candido, di attaccare De Gasperi accusandolo di avere scritto, forse addirittura dalla Biblioteca del Vaticano dove lavorava e si nascondeva durante l’occupazione nazifascista di Roma, due lettere al generale britannico Harold Alexander chiedendogli di fare bombardare la Capitale d’Italia per fiaccare le resistenze alla liberazione. Condannato in prima istanza per l’incertezza sull’autenticità delle lettere, Guareschi rifiutò di appellarsi per scontare la pena di un anno di carcere e mettere, secondo lui, più in difficoltà De Gasperi. Che invece gli rispose ricordandogli di essersi fatto anche lui un po’ di galera, per antifascismo.

            Nico Pillinini, il vignettista della Gazzetta del Mezzogiorno appena promossa “bene culturale” dalla Soprintendenza di Bari,, ha ieri riproposto quel manifesto elettorale di Guareschi agli elettori del referendum odierno lasciando al suo posto Dio -che “ti vede”- e sostituendo il nome di Stalin – che “non ti vede”- col più modesto Luigi Di Maio. Il quale si trova tuttavia nella incredibile situazione di poter fare paura per il peso abnorme che il suo movimento ha guadagnato nelle elezioni politiche del 2018 e conserva nel Parlamento ingessato dopo le sistematiche perdite di voti subite dai grillini ogni volta che si sono poi misurati nelle urne.  

            L’ultimo attaccapanni cui il movimento 5 Stelle ha potuto appendere il suo abito politico con qualche probabilità di salvarlo è appunto il referendum sui tagli ai seggi parlamentari, imposti nel Parlamento agli alleati di turno: prima ai leghisti e poi al Pd, che pure nei precedenti passaggi parlamentari sull’amputazione delle Camere aveva votato contro. Ora di un sì referendario i grillini hanno bisogno come i pesci dell’acqua, nel mare dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo in cui sono nati.

           Il quanto più sarà largo, tanto più servirà ai pentastellati per nascondere la loro crisi interna d’identità e di altro ancora. Quanto più sarà ristretto, come il caffè all’anno -non al giorno- che ogni italiano potrà consumare con 345 parlamentari “privilegiati”, “assenteisti” e “spreconi” in meno, tanto più aggraverà la crisi grillina, se non si arriverà addirittura all’esplosione del movimento con una vittoria del no. Le cui motivazioni sono state parzialmente riconosciute persino dall’esimio professore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky nella “lezione” agli elettori chiesta o comunque ospitata dal Fatto Quotidiano con un titolo in cui si dice che “non stanno in piedi molte ragioni del No”: non tutte quindi. E fra le ragioni del si ce ne sono di clamorosamente contraddittorie, vista l’avvertenza iniziale dello stesso professore: “Premesso che non mi piace sentire il linguaggio triviale di chi parla di tagli di poltrone…”. Eppure è esattamente il linguaggio dei grillini: “triviale” appunto. Non a caso Vladimiro, il fratello maggiore di Gustavo Zagrebelsky, giurista pure lui, ha annunciato sulla Stampa il suo no referendario.

           

             

L’altoforno del movimento 5 Stelle nei racconti di Bari e di Napoli

            Alessandro Di Battista, già da tempo in corsa per la guida formale del Movimento 5 Stelle ma ora supposto candidato di Davide Casaleggio, ha concluso a Bari la campagna elettorale della candidata pentastelllata alla presidenza della regione Puglia ancora più rumorosamente di quanto avesse fatto il giorno prima contestando al governatore uscente, e riproposto dal Pd, Michele Emiliano di avere nelle liste a suo sostegno “impresentabili” certificati dalla commissione parlamentare antimafia, peraltro presieduta dal grillino Nicola Morra.

            Nel suo intervento finale il quasi leggendario “Dibba”, come lo chiamano gli amici, ha contestato a Emiliano anche “l’asfalto elettorale” delle nomine e assunzioni fatte in vista del voto di domani. E, come racconta una stringatissima cronaca del Corriere della Sera, ha praticamente diffidato gli elettori grillini dal seguire i consigli di Marco Travaglio, sul Fatto Quotidiano, per il “voto disgiunto”: a favore di Emiliano per la presidenza della regione e dei candidati pentastellati a consiglieri regionali. Sarebbe “sleale”, ha convenuto anche Luigi Di Maio, più volte accorso pure lui in campagna elettorale in Puglia per sostenere la candidata grillina a “governatrice”, senza tuttavia attaccare Emiliano.

            Indicativa della incandescente situazione interna al movimento 5 Stelle è anche il racconto di una cena di Luigi Di Maio, Paola Taverna, Stefano Patuanelli ed altri big in una pizzeria di Napoli. Dove i cronisti del Foglio Simone Canettieri e Valerio Valentini hanno ascoltato o sentito raccontare da testimoni una certa, diffusa voglia di liberazione, diciamo così, dalla ormai troppo invadente figura di Giuseppe Conte. Cui si vorrebbe far capire che è più lui ad avere bisogno dei grillini che i grillini di lui.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Quella supposta infilata da Giuseppe Conte nella campagna elettorale

            Chiusa la campagna per il voto regionale, comunale e referendario di domani, non sarebbe corretto proseguirla tornando sui suoi temi.  Ma si può lamentare, senza violare il silenzio elettorale, la supposta inseritavi negli ultimi giorni dal presidente del Consiglio con l’annuncio e la diffusione del documento sulle “linee guida”, non sui progetti, di utilizzo dei 209 miliardi di fondi europei per la ricostruzione che sono a disposizione dell’Italia dall’anno prossimo.

            La strumentalizzazione elettorale di questo documento è derivata dall’avvertimento sottinteso che solo il governo in carica è praticamente titolato a gestire questa quantità enorme di danaro, tra credito e fondo perduto, stanziata per l’Italia dall’Unione Europea in un impeto di solidarietà cui non ci aveva certamente abituato da molti anni a questa parte. Pertanto ogni indebolimento di questo governo per effetto dei risultati elettorali e referendari che gli si rovesceranno addosso lunedì sera comprometterebbe gli interessi generali del Paese. Non a caso è stata evocata anche dal presidente del Consiglio una specie di complotto dei poteri più o meno forti e invisibili per farlo cadere e far perdere all’Italia il treno dei fondi europei, o per caricarli su un altro convoglio governativo per destinarli più a chi sta già bene che a chi sta male.

            Dopo un attacco sferrato al documento di Conte dal nuovo giornale – Domani- di Carlo De Benedetti, tornato personalmente ad attaccare Conte oggi in una intervista al Corriere della Sera e obiettivamente esposto per la sua storia imprenditoriale e finanziaria al sospetto di vicinanza, quanto meno, ai cosiddetti poteri forti, sono arrivate tuttavia le critiche di un quotidiano non sospettabile di prevenzione verso il governo in carica: Il Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa, solitamente carino col presidente del Consiglio quanto il  Fatto Quotidiano.

            Nelle “linee guida”  di utilizzo dei fondi europei, tra sviluppo digitale, riduzione delle tasse, ripresa del pil e altro ancora, Cerasa ha trovato “molti sogni da condividere ma zero progettualità, zero visione e soprattutto pochi numeri (e pure sbagliati)”. Inoltre, sempre secondo Cerasa, un presidente del Consiglio convinto di avere davanti a sé “la sfida della vita”, pronto a precedere gli avversari mettendosi da parte se fallisse, “non può permettersi di offrire l’impressione”, data invece col suo documento, “di voler privilegiare più la logica della distribuzione del presente, un po’ a me e un po’ a te, che la logica della visione del futuro”. E ancora: “L’Italia, e il governo lo sa bene, ha bisogno di ritrovare la fiducia, ma ritrovare la fiducia senza avere chiare le priorità è, come nel calcio, annunciare una campagna acquisti senza avere idea di quali giocatori acquistare”.

            Ancora più impietoso è stato l’ex ministro Giorgio La Malfa, di buona formazione e competenza economica, a dir poco, a definire sul Dubbio “generico e superficiale” il documento del governo e ad accusare Conte di aver voluto tenere praticamente per sé, dietro la sigla di un comitato interministeriale, un piano d’impiego dei fondi europei che avrebbe dovuto affidare ad un’”agenzia” affidata alla competenza di “una personalità di statura internazionale”. Della quale La Malfa ha evitato di fare il nome essendo naturalissimo il pensiero a un Mario Draghi per niente “stanco”, come Conte ha invece detto di averlo trovato quando gli propose, l’anno scorso, la candidatura a presidente della nuova Commissione europea, impossibile perché la partita si giocava tra francesi e tedeschi. Se Draghi era “stanco”, Conte era distratto.

             

Il conto alla rovescia del turno elettorale e referendario di domenica

            Efficacissima, se permettete, la vignetta di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX, di Genova, in vista delle elezioni di dopodomani. Che molto probabilmente segneranno in Liguria la sconfitta dell’unica alleanza a livello regionale realizzata fra i grillini e il Pd, secondo gli auspici di Giuseppe Conte e di Nicola Zingaretti. Essi pertanto avranno ben poco di cui compiacersi di fronte al tonfo annunciato del giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa, candidato contro la conferma del governatore uscente Giovanni Toti, del centrodestra. 

            “Il voto non è un test per il governo. E’ un tampone”, si dice nella vignetta di Rolli sapendo bene quanto il tampone sia ansiogeno in questi tempi di coronavirus. L’ansia, per il governo e la maggioranza giallorossa che lo sostiene, è diventata panico in Puglia dopo un intervento di Alessandro Di Battista, il prediletto di Davide Casaleggio nella corsa alla guida del movimento grillino, contro il governatore uscente Michele Emiliano. A favore del quale Zingaretti pensava che potesse giocare il cosiddetto “voto utile” dei pentastellati. Per la cui candidata al vertice della regione si era speso con visite e comizi nei giorni scorsi Luigi Di Maio senza però attaccare Emiliano, che aveva perciò sperato nella possibilità di qualche aiuto dietro la facciata della concorrenza, in un gioco delle parti studiato per scongiurare la vittoria di Raffaele Fitto, del centrodestra.

            Contro la sortita persino anti-mafiosa di Di Battista, e la linea sottesa contro gli equilibri politici nazionali, si soni levate voci raccolte dal Corriere della Sera  all’interno dello stesso movimento grillino. Che è ormai diventato un caravanserraglio con cui il presidente del Consiglio si è abituato a convivere, dovendogli l’arrivo e la permanenza a Palazzo Chigi, ma che rischia di travolgerlo dopo il turno elettorale di domenica e lunedì. E ciò specie se dovesse finire male anche il referendum sui tagli dei seggi parlamentari praticamente imposto dai grillini in Parlamento agli alleati di governo, di primo e secondo turno. E’ emerso un crescente numero di no fra elettori ed esponenti prestigiosi dei partiti formalmente schierati sul fronte del . Cui difficilmente potrebbe bastare, per uscirne bene, una  vittoria ai punti, anziché il cappotto dei no immaginato quando i tagli passarono nell’ultima votazione parlamentare con l’opposizione di soli 14 deputati.

            Fra gli ultimi arrivi sul fronte del no, mentre Giuseppe Conte tornava a spendersi per il parlando con i giornalisti, c’è stato quello della senatrice a vita Liliana Segre, della quale avranno qualche difficoltà nella redazione del Fatto Quotidiano a montare la foto in qualche altro manifesto di ricercati o indegni, complici dei “poteri forti” all’opera contro il governo. “Il Parlamento non è solo un costo” da tagliare, ha avvertito la senatrice, per risparmiare peraltro solo un caffè per ogni italiano neppure al giorno  ma all’anno.

            Anche Mario Segni, Mariotto per gli amici, protagonista di tanti referendum, si è fatto sentire a tre giorni dall’appuntamento con le urne per avvertire sul supplemento Venerdì di Repubblica che “stavolta invece dico no”. Così ha annunciato anche il direttore della Stampa Massimo Giannini, costretto a questa decisione dallo spirito antiparlamentarista e anti-politica dato alla loro riforma dai grillini. Che si sono così procurati anche questo titolo dell’editoriale di Stefano Folli su Repubblica: “Il referendum è un voto sui 5S”, la sigla ormai giornalistica dei pentastellati.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑