I conti in tasca a Flavio Cattaneo e Sabrina Ferilli

         Secondo voi dove sta la vera notizia della buonuscita di Flavio Cattaneo dalla Tim-ex Telecom dopo sedici mesi di prestazione come amministratore delegato, sino a quando i soci francesi non ne hanno chiesto e ottenuto la testa? Sta nei 25 milioni di euro, pari a quasi 50 miliardi delle vecchie e indimenticabili lire, decisi dall’apposito comitato dell’azienda su disposizione del Consiglio di Amministrazione? O nei 15 milioni mancanti ai 40 di cui si è scritto per giorni, dopo una prima notizia sui 30 che gli sarebbero spettati? Vai a capire con chi o cosa se la deve prendere un povero disoccupato, magari dopo avere lavorato per l’equivalente di un migliaio di euro mensili e un periodo di tempo dieci volte più lungo di quello trascorso da Cattaneo al vertice di quella che fu la Telecom.

         Ma vai a capire anche con chi o cosa se la deve prendere la bellissima moglie di Cattaneo, l’attrice Sabrina Ferilli, compagna di lungo corso della sinistra militante: un corso interrotto solo l’anno scorso per votare tanto incautamente quanto vittoriosamente, senza paradossi, la candidata grillina al Campidoglio Virginia Raggi. Che forse non l’ha neppure ringraziata.

         La signora Cattaneo avrà magari aiutato il marito a pensare come investire e godersi prima i 30 e poi i 40 milioni di euro sbandierati dai giornali con tanto clamore da metterli in imbarazzo con amici e conoscenti, portati a scambiarli per una coppia esagerata sotto tutti i punti di vista. E si è trovata, la coppia, dalla mattina alla sera a ridimensionare i progetti.

         D’altronde, di quei 25 milioni di euro ora annunciati, praticamente ne rimarrà solo la metà nelle tasche dei coniugi Cattaneo, vista la voracità del fisco italiano. Cui patriotticamente Flavio e Sabrina non risultano avere voluto rinunciare prendendo la cittadinanza di qualche paradiso fiscale, o imitando quei pensionati italiani ai quali il presidente dell’Inps Tito Boeri non perdona di essersi trasferiti in Portogallo o in Bulgaria per avere meno trattenute, o non averne per niente.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Tim, Flavio Cattaneo, Sabrina Ferilli e i 25 milioni di fuoruscita

 

        

Pisapia, ma anche Mattarella, con le mani nei capelli

E’ davvero emblematico quel punto interrogativo che Giannelli, nella vignetta quotidiana del Corriere della Sera, fa mettere da Giuliano Pisapia al suo Insieme -come vorrebbe chiamare una sinistra da lui guidata- di fronte ai tre leader del centrodestra, uno accavallato sulle spalle dell’altro, che i sondaggi danno in corsa verso il 40 per cento dei voti. Ciò significherebbe, applicando la legge Italicum nella versione sopravvissuta ai tagli apportati dalla Corte Costituzionale, la conquista di quasi il 55 per cento dei seggi della nuova Camera.

Per il Senato, naturalmente, secondo la legge anch’essa sopravvissuta ai tagli apportati dalla Corte Costituzionale al vecchio Porcellum, il cui nome dice da solo che cosa sia, musica ed effetti sarebbero ben diversi. Pertanto non ci sarebbe governo capace di riscuotere la stessa fiducia nei due rami del Parlamento. Eppure è questo che pretende ancora la Costituzione confermata dagli elettori bocciando il 4 dicembre scorso la riforma fatta approvare a Montecitorio e a Palazzo Madama dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi a maggioranza semplicemente assoluta, anziché con quella dei due terzi che l’avrebbe messa al riparo dal referendum.

Ma del rischio che le urne del 2018, salvo improbabili anticipi, anche la prossima volta, come accadde nel 2013, producano due rami del Parlamento incompatibili l’uno con l’altro, nessuno sembra preoccuparsi più di tanto nello stesso Parlamento uscente e nei dintorni. Salvo, in verità, che al Quirinale, dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ne parla preoccupato con i suoi abituali ospiti e collaboratori. Preoccupato e insieme terrorizzato dall’idea che all’ultimo momento, alla scadenza ordinaria della legislatura, il governo gli sottoponga un decreto legge di cosiddetta armonizzazione delle due leggi elettorali in vigore, che si limiti a parificare le diverse soglie di accesso ai seggi della Camera e del Senato: portando quella della Camera dal 3 al 4 per cento dei voti, e dimezzando quella del Senato, che ora è dell’’8 per cento.

A quel punto Mattarella non avrebbe alternative alla firma di un simile provvedimento urgente, di immediata applicazione, pur non condividendo la procedura, perché intervenire con un decreto legge sulla disciplina elettorale sarebbe obiettivamente una cosa da far mettere le mani nei capelli. Di cui il capo dello Stato peraltro è largamente provvisto.

Torniamo tuttavia ai capelli di Pisapia, con quel punto interrogativo scettico e insieme allarmato che Giannelli gli ha attribuito davanti ai sondaggi che danno sulla soglia della vittoria un centrodestra unito. Ma unito davvero? E come?, ha il diritto di chiedersi l’ex sindaco di Milano vedendo come non passi giorno senza che Silvio Berlusconi prenda le distanze da Matteo Salvini, questi da Berlusconi e la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni da entrambi.

Berlusconi -l’hanno ormai capito anche i decerebrati- persegue un sistema elettorale che gli consenta di gestire quanto meno da regista un centrodestra uscito vincente dalle urne o, in caso contrario, di partecipare da solo, o in compagnia di qualche altro, a sua insindacabile scelta, ad una trattativa con Renzi per un governo di cosiddette larghe intese, possibilmente più solido di quello realizzato all’inizio di questa diciassettesima legislatura da Enrico Letta. Che poi lasciò decadere l’allora Cavaliere da senatore senza preoccuparsi degli inconvenienti che avrebbero potuto travolgerlo, sino a quello scambio nervoso di consegne a Palazzo Chigi con l’ex sindaco di Firenze ancora fresco di elezione a segretario del suo partito.

Ma torniamo ancora, e chiudiamo, con Pisapia per osservare che quel punto interrogativo attribuitogli dal buon Giannelli non deve riguardare solo il centrodestra. Esso riguarda anche l’Insieme di centrosinistra propostosi dall’ex sindaco di Milano. Al quale è bastato un innocente e beneducato abbraccio a Maria Elena Boschi, entrambi partecipi ad una festa milanese, e meteorologicamente sfortunata, dell’Unità ormai scomparsa dalle edicole per i soliti guai economici, per sentirsi contestato dai rossi irriducibili. Che del Pd non vogliono neppure sentir parlare sino a quando ne sarà segretario l’odiatissimo Renzi.

Interrogativo per interrogativo, mi chiedo chi e cosa glielo fa fare a Pisapia a tentare l’impossibile, visto che certa sinistra è come lo scorpione che non può resistere alla sua natura di pungere, anche la rana sulla quale è salito per attraversare il fiume, affogando naturalmente con lei.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi spiego perché la missione di Giuliano Pisapia è impossibile

Quell’abbraccio galeotto fra la Boschi e Pisapia

         Già sospettato di concorso esterno, diciamo così, in associazione renziana per non avere attaccato frontalmente il segretario del Pd nel raduno del primo luglio nella piazza romana dei Santi Apostoli, delegando questo compito al solito Pier Luigi Bersani, unico peraltro a condividere il palco con l’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia é ora letteralmente nei guai per avere abbracciato nella festa milanese dell’Unità Maria Elena Boschi. Sì, proprio lei: già ministra delle riforme e dei rapporti col Parlamento nel governo di Matteo Renzi e ora sottosegretaria alla presidenza del Consiglio nel governo del conte Paolo Gentiloni.

         La Boschi alla festa dell’Unità, per quanto lo storico giornale fondato da Antonio Gramsci non abbia nulla da festeggiare, essendo riscomparso dalle edicole, si sentiva giustamente a casa sua e ha ritenuto di condividere e ricambiare le carinerie dell’ospite, che aveva annunciato di sentirsi lì a casa sua anche lui, abituato ad accorrervi sin da quando era giovane.

         Quell’abbraccio fra la donna di fiducia politica di Renzi e Pisapia, che il mio computer si ostina a chiamare invece Risappia costringendomi a correggerlo ogni volta che ne scrivo, ha provocato la rivolta di tutti gli antirenziani in servizio permanente effettivo. I quali affollano il Pd rovesciato in Dp con la scissione promossa e consumata da Bersani, Massimo D’Alema e compagni, fra cui l’ex capogruppo piddino alla Camera Roberto Speranza, affrettatosi a condividere e spiegare il malcontento provocato dall’ex sindaco di Milano.

         Questo spettacolo di almeno cattiva educazione spiega come meglio non si potrebbe ciò che accade a sinistra del Pd, dove si reclama o si promette, secondo i gusti, o le attese, un centrosinistra “largo”, ma non tanto da comprendervi il maggiore dei partiti di quell’area. Che potrebbe esservi ammesso, o riammesso, solo se e quando trovasse il coraggio di cacciare il suo segretario, pur avendolo appena confermato nelle primarie congressuali col 70 per cento dei voti.

         Personalmente, non mi meraviglia la schizofrenia di una sinistra che reclama una strada larga ma ne percorre ostinatamente una sempre più stretta. E’ una vecchia realtà da psicanalisi, più che da analisi politica. La divisione e il settarismo sono nella natura di questo tipo di sinistra, come lo scorpione che punge e affoga con la rana sulla quale è salito per attraversare il fiume.

         Mi meraviglia piuttosto che Pisapia abbia sinora reagito alla schizofrenia di questa sinistra annunciando solo la sua indisponibilità a candidarsi con essa alle elezioni. E non abbia invece ancora deciso, specie dopo l’episodio dell’abbraccio con la Boschi, di rinunciare alla sua avventura. Cioè al tentativo di mettere Insieme, obbligatoriamente al maiuscolo, come nel logo del raduno nella piazza romana dei Santi Apostoli, ciò che insieme, al minuscolo, non sa e non vuole stare perché non è mai stato, come lo scorpione appunto, nella sua natura.

La penultima barzelletta di Silvio Berlusconi

         Come scommessa, diciamoci la verità, è una barzelletta quella che Silvio Berlusconi ha appena fatto nel salotto televisivo de LA 7 che sostituisce d’estate la mezz’ora di Lilli Gruber.

         Rimettere, con tutti i soldi che ha l’ex presidente del Consiglio, per quanto tema di averne fatti quest’anno meno dell’anno scorso, una pizza e un pasto completo, rispettivamente, con Luca Telese e David Parenzo se alle prossime elezioni politiche Forza Italia non tornerà a prendere il 30 per cento degli anni d’oro, è un rischio appunto da barzelletta. Sarebbe naturalmente e rigorosamente la penultima per un uomo che ne produce in quantità industriale, anche in un quarto d’ora di tempo, con l’ospite di turno.

         Se accettasse di salire su un palco con Beppe Grillo, quello che ha preso il posto di Stalin e di Hitler nella sua omofobia politica, Berlusconi lo batterebbe di sicuro in una gara alla conquista delle risate del pubblico.

         Purtroppo la vittoria non chiuderebbe la partita fra i due contendenti al primo posto nella graduatoria dei partiti usciti dalle prossime urne: una gara, peraltro, che non terrebbe conto del terzo incomodo. Che è Matteo Renzi. Il quale, per quanto malmesso con l’odio o l’antipatia che è riuscito a guadagnarsi in poco più di mille giorni di governo, a destra ma soprattutto a sinistra, dove di odio e antipatia si vive più facilmente che a destra, resta pur sempre un concorrente di tutto rispetto, non foss’altro perché è il più giovane dei tre. E l’età ha il suo peso, nonostante la nota convinzione di Berlusconi che a contare sia più l’anagrafe percepita che quella reale, o burocratica.

         Berlusconi, si sa, si sente -beato lui- un eterno giovanotto. C’è qualche amico, per esempio Giuliano Ferrara, che almeno per un certo periodo di tempo, è stato sentito chiamare l’allora Cavaliere “il pupo”: con tutto l’affetto naturalmente che meritano i pupi per chi se ne sente un po’ l’istitutore e amico insieme.

         Un ritorno di Forza Italia al 30 per cento, come nelle elezioni europee dell’ormai lontano 1994, con lui, Berlusconi, appena insediato a Palazzo Chigi, e dopo qualche mese soltanto da quel 20 per cento dei voti raccolti nel suo esordio elettorale per il rinnovo delle Camere italiane, avrebbe sicuramente dello strepitoso. Sarebbe un vero miracolo, dopo tutto quello che è successo all’ormai ex Cavaliere sul piano politico e giudiziario.

         Altro che la “mucca” con la quale il povero Pier Luigi Bersani –chissà perché- ha scambiato il fantasma di Berlusconi nei corridoi del Pd prima di andarsene via dal partito per paura, oltre che per odio o antipatia per Renzi. Il Berlusca, come lo chiama Umberto Bossi, meriterebbe di essere promosso da Bersani all’immagine del toro. E pensare che Bersani, sempre lui, rafforzato dalle imitazioni del buon Maurizio Crozza, si era convinto nella campagna elettorale del 2013 di potere “smacchiare il giaguaro”, come allora aveva immaginato Berlusconi nello zoo politico italiano.

         Comunque, lo dico naturalmente per Telese e Parenzo, una pizza o un pasto completo sarebbe sempre meglio di niente

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto l’ultima barzelletta di Silvio Berlusconi

 

 

Se la mafia si è spinta solo sino ad Ostia

         Fra le numerose reazioni alla sentenza di primo grado su quella che la Procura della Repubblica di Roma scambiò per “Mafia Capitale”, ma che come “semplice” associazione a delinquere si è guadagnata comunque una condanna di 41 imputati a complessivi 250 anni di carcere, quella più patetica è stata dell’ex sindaco Ignazio Marino. Che ha voluto cogliere anche questa occasione per tornare a fare la vittima e ad accusare il suo ex partito, e più in particolare il segretario Matteo Renzi, di avere cavalcato l’assai presunta Mafia Capitale per allontanarlo dal Campidoglio. E consegnarlo poi -avrebbe potuto aggiungere, dal suo punto di vista- ai grillini. Dei quali invece Marino non parla male perché anche loro, come lui, parlano male di Renzi. Al quale infine il fortunatamente ex sindaco ha rimproverato di avergli impedito di fare pulizia nella Capitale prima imponendogli, attraverso gli organismi di partito, nomine sbagliate e poi mandando dal notaio i consiglieri comunali del Pd per farlo praticamente destituire con lo scioglimento dell’assemblea capitolina.

         Non una parola Marino ha potuto naturalmente spendere per spiegare come mai anche lui avesse accettato finanziamenti alla sua campagna elettorale dalle cooperative usate per i loro affari dagli associati a delinquere scambiati per mafiosi dagli inquirenti.

         I mafiosi, sempre secondo i risultati delle indagini giudiziarie, viste sentenze già emesse contro altri imputati, per non parlare delle motivazioni adottate per lo scioglimento del relativo Municipio, si sarebbero spinti sino ad Ostia, dove evidentemente la buona sorte della Capitale li avrebbe fermati su quella che la buonanima di Mussolini chiamava “bagnasciuga”, sperando di inchiodarvi le truppe americane già sbarcate in Sicilia.

         Ora gli sbarchi sono altri. Sono quelli, in Sicilia e nei porti di altre regioni meridionali dell’Italia, degli immigrati raccolti nelle acque del Mediterraneo, o addirittura sulle stesse coste libiche di partenza, accorrendovi su richiesta dei trafficanti , come è accaduto a certi navi del volontariato internazionale. Immigrati che purtroppo passano dai mercanti di colore a quelli nostrani, che con le loro cooperative di accoglienza e assistenza riescono a ricavare più utili che dal mercato della droga. Lo hanno raccontato e spiegato ben bene gli imputati non mafiosi nelle intercettazioni che li hanno portati alla sbarra.

         Di fronte a simili oscenità, trovo persino stucchevoli le polemiche e le distinzioni tra mafia e non mafia. E’ come accapigliarsi sugli indumenti, metaforici o reali, che indossano i delinquenti.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Tulle sciocchezze sentite su Mafia Capitale che non era mafia

        

        

Il silenzio assordante dei giornali sull’affondo di Gabrielli a De Gennaro

Di certi silenzi si dice paradossalmente che siano assordanti per l’imbarazzo, la paura, l’omertà, la vigliaccheria e quant’altro riescono a sottindere. E’ il caso. mediatico e politico, del silenzio seguito alla clamorosa intervista a Repubblica del capo della Polizia Franco Gabrielli: una di quelle interviste di solito impossibili senza il consenso preventivo del ministro dell’Interno, che nel nostro caso è Marco Minniti. La cui popolarità e aria di efficienza stanno forse impensierendo troppe presunte volpi.

“Al posto suo mi sarei dimesso” per evitare che il Paese si spaccasse “nei due partiti a favore e contro la Polizia”, ha detto Gabrielli del suo noto e ancora potente predecessore Gianni De Gennaro commentando a sedici anni di distanza dai fatti la “catastrofica gestione dell’ordine pubblico” a Genova durante il G8, quando un giovane perse la vita per strada e altri furono percossi e persino torturati, anche secondo la giustizia europea, tra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto.

“De Gennaro presentò le dimissioni ma io le rifiutai”, ha detto l’allora ministro dell’Interno Carlo Scajola, rimasto al Viminale sino all’infortunio occorsogli parlando del povero giuslavorista Marco Biagi come di un rompiscatole per la paura che aveva di essere ucciso dai terroristi, come poi avvenne purtroppo sotto casa, nella sua Bologna. Forse Scajola non ha capito bene che Gabrielli, pur amico personale di De Gennaro, ha inteso parlare dell’opportunità, se non addirittura della necessità, che quelle dimissioni fossero irrevocabili.

In ogni caso -pur a sedici anni, ripeto, dai fatti, per i quali De Gennaro fu prima condannato e poi assolto dall’accusa di induzione alla falsa testimonianza in processi che hanno segnato la condanna, sempre per falsa testimonanza, del questore dell’epoca a Genova e, per altri reati, di un bel po’ di esponenti della Polizia che stanno ora per riprendere servizio, al termine dell’interdizione dai pubblici uffici- Gabrielli ha voluto o “dovuto chiudere per sempre una stagione simbolicamente identificata in De Gennaro”. Così ha scritto l’intervistatore Carlo Bonini tornando sulle parole del capo della Polizia, e pensando forse anche all’assenso di Menniti, per spiegare la necessità avvertita evidentemente al Viminale di “rimettere al centro del rapporto tra apparati e autorità politica due termini che misurano la qualità della democrazia: responsabilità e trasparenza”. Che debbono essere mancate spesso in passato se Gabrielli ha sentito il bisogno di una svolta.

In altre occasioni ciò avrebbe provocato un’infinita di polemiche, vuoi per accusare vuoi per difendere l’ancora potente De Gennaro, confermato non più tardi di qualche mese fa alla presidenza di Leonardo, come si chiama adesso la vecchia Finmeccanica. Invece, niente. Le prime pagine dei giornali, a parte Repubblica che ha giustamente ritenuto di tornare sull’argomento, hanno fatto una curiosa gara a ignorare l’argomento. Hanno taciuto anche testate, come Il Fatto Quotidiano, che ci hanno abituati a quello che potremmo chiamare lo scandalo continuo, come continua era la lotta a suo tempo dichiarata da un altro giornale, sino al naufragio sul delitto Calabresi.

Eppure l’intervista di Gabrielli non è arrivata soltanto nel momento, avvertito maliziosamente da qualcuno, sia pure a bassa voce, del già ricordato ritorno imminente di qualche funzionario di Polizia in servizio dopo la sospensione rimediata con i processi sui disordini a Genova del 2001. E’ arrivata -forse non a caso- anche in coincidenza col venticinquesimo anniversario della strage mafiosa in cui perse la vita il magistrato Paolo Borsellino, meno di due mesi dopo l’altra strage che aveva eliminato il povero Giovanni Falcone e in qualche modo interferito nelle elezioni parlamentari in corso per la scelta del successore di Francesco Cossiga al Quirinale.

Dei clamorosi infortuni, a dir poco, in cui incorsero gli inquirenti sull’assassinio di Borsellino ha voluto parlare e dolersi il presidente della Repubblica in persona, Sergio Mattarella. E lo ha fatto appena dopo che Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato ucciso con la scorta sotto casa della madre, aveva fatto sentire la sua voce contro la Procura “massonica” di Caltanisetta, dove un gruppo di magistrati, non di occasionali visitatori di quegli uffici, aveva dato credito ad un pentito indotto in modo farlocco, anche con la violenza, a depistare le indagini, come avevano inutilmente segnalato fior di magistrati e politici giustamente ricordati su queste colonne ieri da Tiziana Maiolo.

Hanno ragione Gabrielli e Menniti. A dispetto del silenzio, ripeto, assordante che è seguito all’intervista del capo della Polizia, era ora che cambiasse quanto meno l’aria nei rapporti fra lo Stato e i suoi apparati. Ne potrebbero guadagnare tutti, a cominciare dai gestori della malandata amministrazione della giustizia. Che costituisce purtroppo un tema sgradito, assai sgradito, a chi si è ormai abituato, su vari versanti, a cominciare da quello mediatico, a fare politica usando la giustizia, o viceversa.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il curioso, grande e perdurante potere di Gianni De Gennaro

Caspita, quanto è forte, e un po’ anche misterioso, il potere di Gianni De Gennaro, il presidente di Leonardo, nuova versione della Finmeccanica, ed ex capo della Polizia, dei servizi segreti ed altro ancora. Al quale il successore al vertice delle forze dell’ordine, Franco Gabrielli, ha appena rimproverato, in una intervista a Repubblica che non può essere stata concessa senza il consenso del ministro dell’Interno Marco Minniti, di non essersi dimesso dopo la “catastrofica gestione dell’ordine pubblico” al G8 svoltosi nel 2001 a Genova. Dove un giovane perse la vita per strada ed altri in una scuola della Polizia subirono violenze finite in tribunale con una sentenza prima di condanna e poi di assoluzione di De Gennaro per induzione a falsa testimonianza, ma col questore del capoluogo ligure curiosamente condannato per avere praticamente mentito.

         Lo stupore sul perdurante potere di De Gennaro è quanto meno dovuto di fronte alle prime pagine dei quotidiani, che -ad eccezione della Repubblica, tornata sull’argomento per apprezzare la decisione del capo della Polizia in carica di “chiudere per sempre la stagione simbolicamente identificata in Gianni Di Gennaro”, appunto- si sono impegnate in una curiosissima gara: quella della distrazione, del disinteresse, del fastidio.

         L’argomento non è stato considerato degno di attenzione, sempre in prima pagina, neppure col richiamino di qualche servizio all’interno, persino dal Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che di solito sospetta di tutto e di tutti e lancia campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica per un nonnulla contro i poteri costituiti, fatta eccezione naturalmente per la magistratura.

         C’è stato, in verità, chi ha tenuto a tentare di salvare la faccia a De Gennaro. E’ il ministro dell’Interno dell’epoca dei fatti di Genova, il forzista Claudio Scajola, poi costretto a lasciare per una imperdonabile gaffe sull’assassinio terroristico di Marco Biagi, troppo impegnato –secondo l’allora ministro- ad allertare le istituzioni sui pericoli che correva come giuslavorista collaboratore del governo.

         Scajola ha voluto far sapere di avere ricevuto le dimissioni di De Gennaro respingendole immediatamente. Ma evidentemente non erano dimissioni irrevocabili, come si ha il diritto e forse anche il dovere di ritenere che volesse dire Gabrielli quando ne ha lamentato la mancanza, motivando le sue critiche con la necessità di non permettere che il Paese si dividesse, come invece avvenne, fra il partito a favore della Polizia e il partito contrario.

         E’ inquietante che tutta questa corsa al silenzio, all’occultamento di argomenti scomodi e quant’altro avvenga mentre la commemorazione di Paolo Borsellino, nel venticinquesimo anniversario della strage che gli costò la vita sotto casa della madre, a meno di due mesi di distanza dall’altra strage mafiosa in cui era morto il collega Giovanni Falcone, ha riproposto un’altra questione a dir poco inquietante. E’ il problema del depistaggio che è potuto avvenire nelle indagini sull’assassinio di Borsellino col concorso di magistrati, polizia giudiziaria e servizi segreti, e una gestione quindi della sicurezza non meno “catastrofica”, per ripetere un aggettivo usato da Gabrielli, di quella dell’ordine pubblico a Genova 16 anni fa.

         Vogliamo parlarne, per cortesia, senza mettere vigliaccamente la testa sotto la sabbia? E’ una domanda naturalmente retorica, che rimarrà senza risposta.

        

Enrico Costa si è guadagnato il biglietto per il ritorno a casa di Berlusconi

         Le dimissioni che Enrico Costa ha presentato da ministro degli affari regionali e della famiglia dal governo di Paolo Gentiloni valgono un posto in lista con Forza Italia nelle prossime elezioni politiche. Sono insomma il biglietto per il viaggio di ritorno a casa di Silvio Berlusconi, di cui si dice che non abbia mai perso la fiducia personale, neppure quando partecipò all’avventura di Angelino Alfano e degli altri ministri dell’allora governo di Enrico Letta di provare ad essere “diversamente berlusconiani”, votando contro la decadenza del Cavaliere da senatore ma disubbidendo al suo ordine di passare per protesta all’opposizione. Allora, in verità, Costa non aveva neppure incarichi di governo, per cui la sua scelta valse doppia, tanto da essere poi premiato da Alfano con uno strapuntino ministeriale alla prima occasione utile.

         Enrico Costa, figlio del più celebre Raffaele, liberale, ministro anche lui, distintosi per avere preceduto tanti altri sulla strada della lotta agli sprechi, si è guadagnato i ringraziamenti di Gentiloni non solo e non tanto per il lavoro svolto al governo, ma per averlo tolto dall’imbarazzo. I fuoriusciti dal Pd, ma non ancora dalla maggioranza, avevano già cominciato a rimproverare al presidente del Consiglio di tenersi in casa un esponente passato nei fatti all’opposizione, prima di loro ma da destra. In particolare, Costa aveva minacciato le dimissioni se il governo avesse messo la fiducia al Senato sul cosiddetto “ius soli”, per quanto già votato alla Camera dal partito di Alfano.

         L’ex ministro non si sente tuttavia di destra. Ama sentirsi e definirsi di centro. Ma di centro vero, non di quell’”estremismo di centro” che rimprovera al ministro degli Esteri Angelino Alfano e ad altri che resistono all’idea di un ritorno a casa di Berlusconi. E vi resistono magari solo perché sanno che il presidente di Forza Italia non vuole e non può prenderli tutti.

         Berlusconi è poco accogliente in questi giorni un po’ perché non ha molte candidature da offrire o garantire per il nuovo Parlamento, dopo tutti gli impegni che ha preso, un po’ perché ha promesso a Gentiloni, e a Renzi, di non portargli via tanti uomini da far perdere al governo la maggioranza al Senato, dove i numeri sono molto ballerini. E del Senato, guarda caso, Costa non fa parte essendo un deputato, per cui danni al governo non ne ha potuto apportare.

Attacco del capo della Polizia al potente predecessore De Gennaro

 

Si può ben dire che abbia del clamoroso l’intervista con la quale il capo della Polizia Franco Gabrielli in una intervista rilasciata a Repubblica, non credo all’insaputa del ministro dell’Interno Marco Minniti, ha criticato il più potente dei suoi predecessori: Gianni De Gennaro, confermato nello scorso mese di marzo fra vari borbottii politici, anche nel partito del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al vertice di Leonardo. Che praticamente è il nuovo nome della Finmeccanica.

         In particolare, Gabrielli ha rimproverato a De Gennaro le mancate dimissioni da capo della Polizia nel 2001, quando fu gestito in modo “catastrofico” l’ordine pubblico a Genova in occasione del G8 ospitato in Italia dal secondo governo di Silvio Berlusconi.

         Nei disordini che accompagnarono quell’evento internazionale un giovane perse la vita e altri successivamente nella scuola Diaz furono sottoposti a violenze sfociate in processi in cui De Gennaro fu prima condannato e poi assolto per induzione a falsa testimonianza. Ma l’assoluzione fu in qualche modo macchiata, diciamo così, dalla condanna del questore di Genova all’epoca dei fatti per falsa testimonianza a favore del capo della Polizia.

         “Al suo posto mi sarei dimesso”, ha detto Gabrielli del suo predecessore, accusato di avere provocato col suo mancato passo indietro la divisione del Paese in due partiti: uno a favore e l’altro contro la Polizia per le violenze compiute a Genova e condannate anche in sede giudiziaria europea con l’accusa di tortura. Cui ha fatto seguito la legge appena approvata dal Parlamento italiano fra proteste e timori che la sua applicazione si presti a strumentalizzazioni contro le forze dell’ordine.

         Sarà curioso vedere se e quali reazioni di De Gennaro seguiranno alle critiche del capo della Polizia in carica.

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