Il Quirinale schizofrenico raccontato da Travaglio

Pur nel contesto di un ragionamento condivisibile, a mio avviso, su questa troppo lunga campagna elettorale in corso, che Matteo Renzi giustamente avrebbe voluto, e forse vorrebbe ancora accorciare anticipando di qualche mese il rinnovo delle Camere, Marco Travaglio se l’è presa sul suo Fatto Quotidiano col presidente della Repubblica. Che ha rappresentato ai lettori come un “noto anestesista” impegnato al Quirinale a “dispensare dosi industriali di narcotico” per mettere il governo di Paolo Gentiloni al riparo dai rischi di crisi, anche a costo di farne una riedizione di quelli dell’indimenticato Giulio Andreotti. Di cui è arcifamosa la battuta opposta alle critiche di Ciriaco De Mita per la sua prudenza a Palazzo Chigi: “E’ meglio tirare a campare”, come appunto De Mita gli aveva rimproverato, “che tirare le cuoia”.

A dispetto però di questa liquidazione di Mattarella come anestesista, Travaglio ne ha condiviso l’azione svolta nei giorni scorsi per fare rinviare all’autunno, fuori tempo massimo per garantirne l’approvazione entro questa legislatura, del pasticciato “ius soli”. Che forse è infelice, oltre che pasticciato, anche nel nome perché il provvedimento fermo ora al Senato non prevede affatto l’automatismo da molti temuto o contrabbandato -purtroppo con una certa efficacia nel clima elettorale in cui ci troviamo- fra nascita e cittadinanza di un figlio di immigrati in Italia.

Ma ancora una volta a dispetto di quest’altra rappresentazione anestetica e prudente dell’azione di persuasione condotta dal capo dello Stato, Travaglio ha aperto ieri il suo giornale descrivendo un Mattarella per niente narcotizzante, tutto preso a incoraggiare o comunque a sostenere il presidente del Consiglio in un’attività che lo farebbe entrare in rotta di collisione col segretario del suo partito, a rischio quindi di crisi.

In particolare, Gentiloni potrebbe contare sull’aiuto del Quirinale per intervenire su tutte le nomine in scadenza nel cosiddetto sottogoverno, in modo da non lasciarne neppure una a disposizione di chi ambisce a sostituirlo a Palazzo Chigi dopo le elezioni, ordinarie o anticipate che dovessero risultare. E si sa che Renzi vi ambisce, anche se ogni tanto fa l’indifferente, come ha mostrato l’ultima volta qualche giorno fa per telefono con l’ormai amico Eugenio Scalfari accomiatandosi per ferie per qualche settimana.

Non è la prima volta, naturalmente, e non sarà neppure l’ultima, in cui si cerca di accreditare un conflitto latente fra Gentiloni e Renzi. Ma quando questa rappresentazione viene proposta coinvolgendo il capo dello Stato, come avviene di frequente, e non solo al Fatto Quotidiano, visto che lo si fa spesso anche a Repubblica, si rischia più di intossicare che alimentare informazione e dibattito politico.

Posso sbagliare, per carità, ma personalmente non credo che Gentiloni abbia voglia di rompere con Renzi e Mattarella di aiutare a farlo. Mi incoraggia in questa convinzione il crescente malumore verso Gentiloni di quanti sono usciti dal Pd, ma non ancora dalla maggioranza di governo, e gli rimproverano di essere troppo appiattito sull’odiatissimo, da loro, segretario del partito.

D’altronde, sullo stesso Fatto Quotidiano di ieri, sempre in una prima pagina un po’ toppo schizofrenica sul piano politico, Mattarella veniva accusato di avere nominato, peraltro nell’ormai lontano mese di dicembre, Grande Ufficiale al merito della Repubblica un finanziatore dichiarato di Renzi. Che sarebbe il capo della BAT, intesa non come provincia di Barletta, Andria e Trani, ma come Britih American Tobacco. Fra le cui colpe il giornale di Travaglio ha profittato dell’occasione per inserire anche quella di avere procurato lavoro, sotto forma di consulenze, al figlio dello stesso Mattarella. Ma probabilmente, anche se Il Fatto si è ben guardato dal sospettare, a insaputa del padre.

A leggere le cronache politiche del giornale di Travaglio, e non solo quelle giudiziarie ancora più dense di anticipazioni e quant’altro, vengono a volte le vertigini.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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