Il curioso, grande e perdurante potere di Gianni De Gennaro

Caspita, quanto è forte, e un po’ anche misterioso, il potere di Gianni De Gennaro, il presidente di Leonardo, nuova versione della Finmeccanica, ed ex capo della Polizia, dei servizi segreti ed altro ancora. Al quale il successore al vertice delle forze dell’ordine, Franco Gabrielli, ha appena rimproverato, in una intervista a Repubblica che non può essere stata concessa senza il consenso del ministro dell’Interno Marco Minniti, di non essersi dimesso dopo la “catastrofica gestione dell’ordine pubblico” al G8 svoltosi nel 2001 a Genova. Dove un giovane perse la vita per strada ed altri in una scuola della Polizia subirono violenze finite in tribunale con una sentenza prima di condanna e poi di assoluzione di De Gennaro per induzione a falsa testimonianza, ma col questore del capoluogo ligure curiosamente condannato per avere praticamente mentito.

         Lo stupore sul perdurante potere di De Gennaro è quanto meno dovuto di fronte alle prime pagine dei quotidiani, che -ad eccezione della Repubblica, tornata sull’argomento per apprezzare la decisione del capo della Polizia in carica di “chiudere per sempre la stagione simbolicamente identificata in Gianni Di Gennaro”, appunto- si sono impegnate in una curiosissima gara: quella della distrazione, del disinteresse, del fastidio.

         L’argomento non è stato considerato degno di attenzione, sempre in prima pagina, neppure col richiamino di qualche servizio all’interno, persino dal Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Che di solito sospetta di tutto e di tutti e lancia campagne di mobilitazione dell’opinione pubblica per un nonnulla contro i poteri costituiti, fatta eccezione naturalmente per la magistratura.

         C’è stato, in verità, chi ha tenuto a tentare di salvare la faccia a De Gennaro. E’ il ministro dell’Interno dell’epoca dei fatti di Genova, il forzista Claudio Scajola, poi costretto a lasciare per una imperdonabile gaffe sull’assassinio terroristico di Marco Biagi, troppo impegnato –secondo l’allora ministro- ad allertare le istituzioni sui pericoli che correva come giuslavorista collaboratore del governo.

         Scajola ha voluto far sapere di avere ricevuto le dimissioni di De Gennaro respingendole immediatamente. Ma evidentemente non erano dimissioni irrevocabili, come si ha il diritto e forse anche il dovere di ritenere che volesse dire Gabrielli quando ne ha lamentato la mancanza, motivando le sue critiche con la necessità di non permettere che il Paese si dividesse, come invece avvenne, fra il partito a favore della Polizia e il partito contrario.

         E’ inquietante che tutta questa corsa al silenzio, all’occultamento di argomenti scomodi e quant’altro avvenga mentre la commemorazione di Paolo Borsellino, nel venticinquesimo anniversario della strage che gli costò la vita sotto casa della madre, a meno di due mesi di distanza dall’altra strage mafiosa in cui era morto il collega Giovanni Falcone, ha riproposto un’altra questione a dir poco inquietante. E’ il problema del depistaggio che è potuto avvenire nelle indagini sull’assassinio di Borsellino col concorso di magistrati, polizia giudiziaria e servizi segreti, e una gestione quindi della sicurezza non meno “catastrofica”, per ripetere un aggettivo usato da Gabrielli, di quella dell’ordine pubblico a Genova 16 anni fa.

         Vogliamo parlarne, per cortesia, senza mettere vigliaccamente la testa sotto la sabbia? E’ una domanda naturalmente retorica, che rimarrà senza risposta.

        

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