Il Corriere scivola sulla smania di smentire Renzi su Berlusconi

Il Corriere della Sera con una scivolata antizenziana che poteva risparmiarsi è incorso il 13 luglio in un grave infortunio, costituito da una ricostruzione sbagliata della candidatura di Giuliano Amato al Quirinale, nel 2015: una candidatura saltata per un madornale errore di Silvio Berlusconi, che segnò anche la fine del cosiddetto Patto del Nazareno stretto fra lui e Matteo Renzi un anno prima sulle riforme della Costituzione e della legge elettorale.

         Nel suo libro Avanti il segretario del Pd racconta di avere capito il fallimento proprio di quel patto nel momento in cui Berlusconi, accompagnato dai soliti Gianni Letta e Denis Verdini, andò da lui a perorare l’elezione del giudice costituzionale Amato per la successione al dimissionario e stanco Giorgio Napolitano dicendogli imperdonabilmente di avere già verificato, o addirittura di essersi procurato l’appoggio della minoranxa del Pd in una conversazione telefonica con Massimo D’Alema.

         Renzi, di cui D’Alema era diventato irriducibile avversario politico da quando, l’anno prima, gli era stata preferita Federica Mogherini come commissaria europea alla politica estera e di sicurezza, si chiese giustanente se Berlusconi ci fosse o ci facesse con quella proposta concordata col suo antagonista. E reagì seguendone astutamente lo stesso percorso istituzionale, cioè cercando un candidato al Quirinale nella stessa Corte Costituzionale dove aveva pescato il presidente di Forza Italia. La sua scelta cadde sul giudice Sergio Mattarella, che fu eletto al Quirinale, con soddisfazione pure della minoranza del Pd, il 31 gennaio, alla quarta votazione, quando bastava la maggioranza assoluta delle Camere e dei delegati regionali, e non la maggioranza dei due terzi necessaria nei primi tre scrutini.

         Allo scopo abbastanza evidente di minimizzare l’infortunio di Berlusconi, presentando la sua iniziativa come qualcosa di improvvisato a fin di bene, sul Corriere della Sera Tommaso Labate ha raccontato la “vera” storia, secondo lui, del contatto telefonico avuto dal presidente di Forza Italia con D’Alema.

         Tutto sarebbe accaduto, secondo Labate, la sera del 27 gennaio, quando mancavano due giorni soltanto alla seduta congiunta delle Camere per la prima votazione sulla successione a Napolitano. Berlusconi -secondo questa “ricostruzione” presentata come uno scoop- cenava nella sua redazione romana con amici, fra cui Nunzia De Girolamo, che si era portata appresso, gradito ospite anche lui dell’ex presidente del Consiglio, il marito Francesco Boccia, esponente della minoranza del Pd e presidente di commissione alla Camera.

         A furia di parlare del più e del meno, compresa quindi la scadenza quirinalizia, il discorso sarebbe caduto sull’ipotesi di mandare sul colle più alto di Roma Giuliano Amato. Su cui però si temeva che non tutti nel Pd potessero essere d’accordo, essendo arcinota la diffidenza che una parte dei post o degli ex comunisti non aveva mai smesso di avere verso chi, pur defilatosi nel momento della caduta dell’odiatissimo Bettino Craxi, ne era pur stato negli anni Ottanta e i primi Novanta il principale collaboratore. E’ vero che proprio D’Alema lo aveva riportato a Palazzo Chigi nel 2000, ma è anche vero che nella successione a Oscar Luigi Scalfaro, nel 1999, lo stesso D’Alema, che era allora presidente del Consiglio, non era riuscito a candidarlo al Quirinale, avendogli il segretario del partito Walter Veltroni preferito Carlo Azeglio Ciampi.

         A quel punto l’onorevole Di Girolamo avrebbe incoraggiato Boccia, tra una pietanza e l’altra della cena a Palazzo Grazioli, di chiamare D’Alema e poi di passarglielo a Berlusconi. Che l’indomani -28 gennaio, sempre secondo la ricostruzione di Labate, spintosi ad attribuire questa data allo stesso racconto di Renzi nel libro Avanti- si sarebbe presentato da Renzi per riferirgli dell’assenso di D’Alema raccolto personalmente.

         Il guaio, per Labate e il Corriere della Sera, è che le date della ricostruzione filoberlusconiana della vicenda, col rammarico sottinteso di una reazione eccessiva di Renzi, è che le date non coincidono per niente.

         A pagina 26 del suo libro, che mi sono premurato di andare a leggere nel testo pubblicato da Feltrinelli, finalmente in vendita e coincidente con le anticipazioni fornite dallo stesso autore ai giornali, Renzi scrive, testualmente: “Lo stupore colora -o meglio sbianca- il volto di tutti i presenti. Berlusconi ha sempre un modo simpatico di raccontare la realtà. La sua ricostruzione della telefonata con D’Alema è divertente, ma lascia tutti i partecipanti al tavolo senza parole. Non solo non avevamo mai inserito l’elezione del capo dello Stato nel Patto del Nazareno, ma l’idea che Berlusconi abbia già fatto una trattativa parallela con la minoranza del mio partito sorprende anche i suoi. In quel momento -sono più o meno le due di pomeriggio del 20 gennaio- nel salotto del terzo piano di Palazzo Chigi capisco che il Patto del Nazareno non esiste più: il reciproco afffidamento si è rotto”.

         Ancora, dal libro di Renzi: “Non è un problema di nomi. La personalità su cui Berlusconi e D’Alema si sono accordati telefonicamente è di indubbio valore e qualità, ma è anche difficile da far accettare ai gruppi parlamentari- sempre pronti a esercitare l’arte del franco tiratore- e all’opinione pubblica. E poi c’è un fatto di metodo, prima ancora che di merito. Io ho scelto un percorso trasparente e partecipato, con tanto di streaming, dentro il Pd e davanti al paese per evitare di tornare allo stallo del 2013”, quando alla scadenza del primo mandato di Napolitano non si riuscì a trovare un successore, per cui il presidente uscente fu scongiurato da tutti, fuorché i grillini, a lasciarsi confermare. “Sono impegnato -continua e conclude Renzi su questo punto- in un iter parlamentare difficilissimo per condurre una maggioranza su un nome condiviso. E in una sala ovattata di Palazzo Chigi devo scoprire che si è già chiuso un accordo tra Berlusconi e D’Alema, prendere o lasciare ? E, come se non bastasse, da questo prendere o lasciare dipende la scelta se continuare o meno con il percorso di riforme che pure erano state scritte insieme”.

         Altro, quindi, che all’ultimo momento, a 48 ore dalle votazioni in Parlamento, giusto per aiutare Renzi ad uscire da una situazione di paralisi. Altro che telefonata occasionale con D’Alema, via Boccia, la sera del 27 gennaio e incontro con Renzi il giorno, anzi poche ore dopo. Berlusconi con D’Alema aveva già parlato prima, forse senza alcuna occasionalità e mediazione, per riferirne a Renzi il 20 gennaio, quando ancora mancavano nove giorni all’apertura dell’elezione presidenziale.

         La differenza fra le due ricostruzioni -quella diretta di Renzi e quella, per sentito dire, di Labate sul Corriere della Sera- è grande quanto un grattacielo, a meno che non si voglia sospettare un voluto errore, o un refuso disgraziatamente occasionale del segretario del Pd nel suo libro, pensando al 28 e scrivendo 20 gennaio. Ma è una cosa che ritengo francamente assai improbabile.

         La verità è che Berlusconi -direbbe la buonanima di Amintore Fanfani, toscano come Renzi- la fece grossa. E non tentò poi neppure di coprirla, diversamente da quel che Fanfani soleva aggiungere o intimare, con tutte le aspirazioni di un aretino dicendo testualmente: “Chi la fa grossa, la copra”, appunto.

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