I brividi dei partiti alle “voci” di Draghi in fuga come Mattarella dalle loro postazioni

maria Titolo del Dubbio

Non dirò con la solita ironia -come di certi annunci falsi di morte – che è quanto meno “prematura” la voce raccolta dal Dubbio sulle dimissioni che il presidente del Consiglio Mario Draghi avrebbe intenzione di presentare al presidente della Repubblica alla fine dell’anno considerando esaurito il suo compito con l’approvazione del bilancio. Che altri con lo stesso governo o con uno nuovo potranno gestire disponendo anche di un piano della ripresa già predisposto nelle scadenze concordate con quella generosa finanziatrice che si è rivelata l’Unione Europea, dopo i disastri della pandemia.

Meno prematuro forse è “il panico” annunciato a seguito della voce della crisi coltivata, immaginata, minacciata e quant’altro dal pur solito imperturbabile Draghi. I partiti, si sa, vivono ormai tutti coi nervi a fior di pelle.

In via di scadenza ma non ancora scaduto, e quindi ben seduto alla sua scrivania quirinalista, per quanto tra la scatole in cui lui stesso magari avrà cominciato a sistemare le cose da portar via, Mattarella potrebbe pur impazientemente improvvisare un giro di consultazioni, verificare l’impraticabilità di altre formule, dopo tutte quelle sperimentate dopo le elezioni del 2018, e sostituire il presidente del Consiglio dimissionario col fidato e fedele Daniele Franco, lasciandogli anche il Ministero dell’Economia.

Così, fra l’altro, il capo dello Stato potrebbe anche consentire a Draghi di partecipare più liberamente alla cosiddetta corsa al Quirinale, di durata spesso imprevedibile, esonerando i costituzionalisti dalle dispute in cui sono già miseramente sprofondati sulle mani nelle quali  un Draghi ancora in carica a Palazzo Chigi dovrebbe dimettersi, fra un capo dello Stato in uscita e se stesso in entrata, e cose di varia altra cerimonialità: di quelle più da commedia che altro, in mancanza, per fortuna, di una salma da tragedia.

La presidente del Senato

Può darsi, però, che Mattarella si lasci prendere non dico dalla paura ma dallo scrupolo di insediare prima di andarsene un altro governo ancora. E, piuttosto che gestire la crisi ritrovatasi improvvisamente fra i piedi e li scatoloni del trasloco, anticipi con le dimissioni di qualche settimana la fine del proprio mandato. In quel caso, a meno di uno scatto di velocità della presidente del Senato in veste di capo supplente dello Stato, e quindi in grado di chiudere la crisi seduta stante ordinando a Draghi di restare al suo posto, la scena passerebbe tutta e sola ai cosiddetti “grandi elettori”. Così avvenne nel 1992, quando Francesco Cossiga corse via dal Quirinale, o poche settimane dopo quando Oscar Luigi Scalfaro, eletto al suo posto, sbrogliò la matassa della crisi a suo modo, eliminando il maggiore concorrente a Palazzo Chigi, che era Bettino Craxi, con una mezza certificazione di presunta  impraticabilità affidata ad un capo della Procura ammesso inusualmente, e a posta,  alla pratica delle consultazioni.

Il titolo di Libero

Qui mi fermo e mi arrendo con l’umiltà di un anziano cronista politico incapace alla sua età, e pur con tutto il rispetto che meritano Mattarella e Draghi, di farne protagonisti, attori, comparse e chissà cos’altro di un giallo: magari un Draghicidio come prosecuzione e vendetta del Conticidio ancora fresco di stampa, si fa per dire. E a dispetto di quel titolone di Libero su “Draghi o Berlusconi” sul Colle, ma il primo col doppio di gradimento dell’altro.

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Notizie, voci e spifferi dal fronte mobile del Quirinale

Dalla prima pagina del manifesto

Tra le notizie o gli spifferi dal Fronte del Quirinale si distinguono oggi le poche righe di prima pagina del manifesto in cui, pur riferendo in verità da Palazzo Chigi, si assicura che “nessuno sa se Draghi pensi davvero alla corsa al Colle ma quasi tutti sono convinti di sì. Di sicuro -continua lo spiffero- lo spinge il suo cerchio, sia tecnico che politico. Quanto l’ipotesi sia considerata realistica e temibile lo dimostra il fuoco di sbarramento preventivo che s è levato da un po’ di giorni”.

Titolo del Foglio

A questo fuoco di sbarramento i pur amici del Foglio – che hanno in qualche modo avviato la campagna per Draghi al Quirinale preferendo i sette anni certi del Colle ai due ancora a Palazzo Chigi, che sono poi poco più di un anno, e chissà poi-  hanno aggiunto quello in verità silenzioso di Beppe Grillo, convinto pure lui che “Draghi debba portare a termine il lavoro che sta facendo, e bene, fino al 2023”. Per fortuna la “regolarità” dei contatti di Draghi con Grillo sarebbe maggiore di quella con  Giuseppe Conte, un po’ ondivago anche in questo.

Ma è inutile cercare conferma di questi spifferi -anch’essi- sul blog personale del garante del MoVimento 5 Stelle perché vi dominano altri argomenti e timori, in una visione peraltro ironicamente fiduciosa  come quella  della vignetta in cui il “papino” tranquillizza il figliolo preoccupato della casa allagata. L’acqua è ancora bassa  potendosi vedere ancora un po’ di televisore, un quadro appeso a una parete. Ma soprattutto si respira ancora senza l’attrezzatura del sommozzatore.

La vignetta del blog di Beppe Grillo
Titolo del Giornale
Berlusconi al Giornale

Tracce invece della preoccupazione che Draghi per imprudenza sua o di qualche cattivo consigliere si lasci distrarre dal prezioso lavoro di governo si trovano, laconiche e forti, in un’intervista di Silvio Berlusconi al direttore del Giornale di famiglia raccolta dal direttore in persona Augusto Minzolini. Al quale, desideroso giustamente di sapere, dopo le tante e solite note stonate che escono dall’orchestra del centrodestra, se sia “ancora convinto, che la politica debba garantire le condizioni affinchè il governo Draghi prosegua fino alla scadenza naturale della legislatura del 2023”. Berlusconi ha risposto: “Sempre di più”. Neppure Tacito sarebbe stato così preciso e breve.

L’unica divagazione che si è permessa l’ex presidente del Consiglio è sulla materia già altre volte trattata da Minzolini di una sua candidatura, pur non evocata esplicitamente, più sottintesa che emersa, come di qualcosa di terapeutico, funzionale ad una pacificazione nazionale dopo gli anni di guerre d’ogni tipo nella cosiddetta seconda Repubblica.

Berlusconi al Giornale

In pratica, pur fingendo di non parlare direttamente di sé e tanto meno degli avversari che  hanno già mobilitato contro una sua candidatura tutto il materiale giudiziario e paragiudiziario possibile, facendone un mezzo latitante a piede libero e luccicante, Berlusconi è paragonato al presidente uscente della Repubblica e ai predecessori Einaudi, Saragat e Pertini, sapientemente selezionati come personalità liberatesi della loro appartenenza politica con l’elezione a capo dello Stato: diversamente da quanto accaduto -si dovrebbe intendere, salvo equivoci, da Enrico De Nicola, Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano.   Sei sospetti, a dir poco, contro quattro insospettabili nella galleria quirinalizia dell’ex presidente del Consiglio.

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Finalmente tornati in Transatlantico e alla buvette della Camera

Spero che il ritorno in Transatlantico e nella buvette della Camera, dopo la chiusura imposta dalla pandemia per destinarne gli ambienti all’uso di una specie di appendice d’aula, si traduca in un miglioramento dell’informazione politica. Che, a mio avviso, ne ha sofferto moltissimo per avere ridotto sia noi giornalisti sia i parlamentari disposti lodevolmente a lasciarsi importunare per farci capire meglio le cose che li occupano, o più semplicemente ma non meno utilmente i loro umori, ad animali da cortile. Dove tutto congiurava -il freddo d’inverno, il caldo d’estate e la pioggia di ogni stagione- contro il nostro lavoro o, come preferite, le nostre abitudini.

In tempo peraltro non di esame del bilancio, senza nulla togliere, per carità, a questo argomento, ma di corsa al Quirinale fitta e infida come tutte le altre che l’hanno preceduta, ma un po’ più del solito per talune circostanze di un inedito persino assoluto, come quella di un Parlamento mai così deteriorato e vicino alla scadenza ma chiamato lo stesso all’elezione di un novo capo dello Stato; in tempo, dicevo, così eccezionale o così poco ordinario anche seguire la corsa al Quirinale sarebbe stato un mezzo disastro.

Titolo di Repubblica

Mi sarei risparmiato, per esempio, e avrei risparmiato ai lettori la risata liberatoria di un bel po’ di parlamentari insospettabili nella loro militanza forzista all’arrivo di questa indiscrezione che avete trovato stampato questa mattina sulla prima pagina di Repubblica sulle preoccupazioni, chiamiamole così, di Silvio Berlusconi avvertite pensando non alle sue indecisioni ma a quelle degli alleati. “Non bruciatemi con giri a vuoto”, ha fatto dire il giornale diretto da Maurizio

 Molinari, e fondato da Eugenio Scalfari, all’ex presidente del Consiglio rivolto a Matteo Salvini e Giorgia Meloni. “Non mi farò bruciare” come un candidato di bandiera qualsiasi, è stato ancora attribuito a Berlusconi, sempre riferito agli alleati.

Dal Corriere della Sera

Al Corriere della Sera disponevano di notizie su Berlusconi non meno sorprendenti, a dir poco, così tradotte in una cronaca immaginando il Cavaliere a colloquio con gli amici, tutti silenziosi, non liberati da una  risata in transatlantico senza la sua imbarazzante presenza: “Sento  che si fa il mio nome: una candidatura  che mi onora ma che non ho chiesto e che non sollecito in alcun modo e che comunque dimostra la nostra centraità”. Come no? A creare problemi sono sempre le solite iniziative di amici o familiari “incauti”, come disse la buonanima di Amintore Fanfani una volta parlando della moglie avventuratasi a parlare con una giornalista di lui alla prese con la guerra in Vietnam.

Titolo del Messaggero

Non parliamo poi del “piano” attribuito a Berlusconi sul Messaggero di una candidatura a termine al Quirinale per soli due anni fa, visto che Sergio Mattarella non vuole ancora sentir parlate di una rielezione analoga, per ritirarsi e lasciare eleggere dalle nuove Camere l’amico degnissimo, stimatissimo e quant’altro Mario Draghi. Che, trasferito al Quirinale troppo presto, sarebbe una tragedia immane.    

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Matteo Renzi non è riuscito a sfuggire al fantasma di Bettino Craxi

Titolo del Dubbio
La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet

A sua insaputa, diciamo così, a Matteo Renzi è accaduto di inseguire da più di una decina d’anni il fantasma di Bettino Craxi cercando sempre di esorcizzarlo col rifiuto quasi sprezzante, o magari solo scaramantico, di considerare l’ultimo leader storico del socialismo italiano come un suo punto di riferimento. Anzi, preferendogli disinvoltamente l’ultimo leader storico del comunismo italiano, e suo antagonista politico, Enrico Berlinguer. Che con Renzi non aveva proprio nulla da spartire, con quella visione pauperistica che aveva avuto del mondo, e con quell’ide fissa che all’est ci fosse il paradiso, pur con le caramelle che rimanevano appiccicate alla carta, e all’ovest l’inferno, pur con la smania  di tanti che vi si volevano rifugiare.

Di educazione o abitudine cattolica come lui, tanto da essere stato tentato in età adolescenziale dal seminario, Craxi approdò al socialismo in secondo battuta come avrebbe fatto Renzi approdando al Pd dalla pratica familiare della Democrazia Cristiana. E abbracciando il socialismo con tanto slancio, a volte persino approssimativo, da sorpasssare i vari D’Alema, Bersani, Fassino e Veltroni che, temendo chissà quali reazioni e resistenze dei democristiani sopraggiunti al loro fianco, esitavano a portare il Pd nell’Internazionale Socialista. Dove pure il Pds-ex Pci, prima della contaminazione della Margherita di memoria rutelliana, era approdato nel 1992 col consenso pur così malamente ripagato proprio del Psi di Craxi. Il cui veto sarebbe bastato e avanzato per tenerne fuori gli orfani del muro di Berlino.

Piuttosto che rifarsi a Craxi e al suo tentativo di modernizzare la sinistra col riformismo di provata e consolidata democrazia, Renzi preferì, pur una volta arrivato al vertice del Pd, farsi adottare generosamente da Giuliano Ferrara come il “royal baby” di Silvio Berlusconi. Che, almeno ai tempi in cui lo frequentavo, mi risultava che votasse alla Camera il Psi  per onorare la simpatia e l’amicizia con Craxi e al Senato la Dc per onorare la simpatia e l’amicizia di Arnaldo Forlani e il rispetto per Giulio Andreotti, prima che il Cavaliere si mettesse in proprio e potesse votare finalmente lo stesso partito -il suo- per entrambi i rami del Parlamento.

I Foglio di ieri sull’inchiesta Open contro Renzi
Carlo Nordio al Giornale sulle indagini contro Renzi

Il mio amico Ferrara, come tanti altri, da Carlo De Benedetti recentemente intervistato da Lilli Gruber anche su questo punto ad Eugenio Scalfari , oggi meno loquace per ragioni di età ma generosamente offertosi quando il giovanotto da Palazzo Chigi gli telefonava per gli auguri genetliaci e si faceva indicare i libri da leggere, anzi da studiare, lasciandosene poi interrogare, è di quelli che hanno dispensato consigli a iosa al Renzi rampante e promettente del 2012 e anni  successivi. Ma, diversamente dagli altri, pur avendo ricevuto qualche delusione personale nei giorni in cui si parlava, a torto o a ragione, di un suo ritorno alla Rai che Renzi voleva rivoltare come un calzino, Ferrara non si è mai riceduto su di lui per non essere stato sempre ascoltato come si aspettava. Ha continuato a volergli un po’ di bene e nutrire un po’ di simpatia, schierandosi proprio in questi giorni con lui nella tempesta mediatica e giudiziaria scatenatasi sui suoi guadagni da conferenziere e sui finanziamenti procurati alla sua legittima attività politica, prima nel Pd e poi nell’Italia Viva che dannatamente l’ex presidente del Consiglio non riesce a far salire nel mercato, chiamiamolo così, dei sondaggi. Eppure gli dispone in Parlamento di qualche decina fra deputati e senatori risultati sufficienti addirittura a interrompere l’esperienza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi e a farvi mandare  da Mattarella il nientepopò di meno che Mario Draghi.

Con Renzi gli avversari non badano a mezzi per contrastarlo, anche a costo di ripercorrere i sentieri, sentierini, boschi, boschetti degli anni e dei mesi della lotta a Craxi. E chissà se almeno di fronte a questo il giovanotto toscano non si deciderà a riconoscersi un po’ anche in lui, a studiarne finalmente la storia e a riconoscere i torti infertigli da una classe politica accecata dal livore.

Pier Luigi Bersani

La notizia di Pier Luigi Bersani, con altri compagni del suo attuale partito provenienti dal Pd, accorso come teste dai magistrati toscani che si stanno occupando di Renzi mi ha riportato indietro con la memoria a quando, negli anni di “Mani pulite” il mio amico ed ex segretario socialista Giacomo Mancini salì dalla sua Calabria a Milano per spiegare agli inquirenti l’amministrazione del suo Psi e metterli meglio sulla pista di Craxi, che non a caso varcò proprio allora la soglia delle indagini.

L’ex segretario del Psi Giacomo Mancini

Giacomo mi spiegò di avere fatto quel passo non tanto contro Craxi, che lui d’altronde aveva contribuito nel 1976 a portare al vertice del partito al posto dell’ormai consunto e sconfitto Francesco De Martino, quanto del comune amico Vincenzo Balzamo. Che come segretario amministrativo del Psi rischiava -mi disse- di diventare il capro espiatorio di Tangentopoli e dintorni.

L’ex tesorirere del Psi Vincenzo Balzamo

Il caso purtroppo volle che da lì a qualche settimana il povero Balzamo, notoriamente malato di cuore, morisse d’infarto, nonostante il sollievo procuratogli nelle sue intenzioni da Mancini. Ma, in fila ad un negozio di pane vicino al Duomo di Milano, dopo qualche giorno mi sentii avvicinare da un omone in maniche di camicia che mi disse. Anzi mi chiese, senza darmi il tempo di chiedergli chi fosse e di inseguirlo nell’uscita frettolosa dal negozio: “Siete proprio sicuri che Balzamo è morto d’infarto?”. Da allora in effetti l’interlocutore, l’indagato, l’imputato diretto della Procura milanese divenne Craxi. Il resto fu e resta storia, purtroppo rimossa anche da Renzi.

Pubblicato sul Dubbio

L’aiuto dell’artigiano alla scalata eventuale di Draghi al Quirinale

Dalla prima pagina del Tempo

Ciascuno fa a suo modo la caccia agli indizi per capire, intuire, scoprire e annunciare le volontà più segrete dell’uomo che è ormai diventato il più gettonato nella corsa al Quirinale. La quale è in corso nonostante tutti i tentativi di negarla o nasconderla per non mancare di riguardo -dicono i poveri ingenui- al povero Sergio Mattarella. Del quale peraltro essi mostrano di avere ben poca considerazione se pensano che egli non abbia esperienza, acume e persino ironia più che sufficienti per avvertire da solo quanti siano e quanto siano al lavoro, a cominciare da quelli che gli fanno i salamelecchi d’ufficio e non, dentro e fuori il Quirinale, gli aspiranti alla successione, sempre che lui naturalmente -a sentire loro stessi- non si converta allo scenario di una personale e provvisoria conferma. Cioè  per il tempo sufficiente a fare eleggere il presidente dal Parlamento di sicuro più rappresentativo di questo ammuffito in carica, attendendone l’esaurimento ordinario nel 2023, quando peraltro avranno ben maturato il vitalizio i 345 fra deputati e senatori destinati a non tornare né alla Camera né al Senato per mancanza di seggi e di voti: gli uni tagliati con una riforma di cui temo che siano più i pentiti che i contenti, gli altri perduti dai partiti in questi ultimi anni a furia di inseguirsi e di confondersi provocando le vertigini a chi se ne fidò nelle urne del 2018.

Al Tempo, che dispone di un direttore bravo come pochi a scrutare nelle carte del Parlamento e dei Ministeri  senza violare peraltro alcuna disposizione di legge, e togliendosi ogni tanto la soddisfazione di smentire quanti osano contestarne le rivelazioni, hanno fotografato anche con una bella immagine e un bel titolo allusivo  la decisione presa da Draghi di aumentare la propria visibilità. Che non guasta certo in una gara come quella del Quirinale. Ed ha anche il vantaggio di costare appena 38 mila euro, quanti a Palazzo Chigi ne hanno stanziati il 18 ottobre scorso per pagare l’artigiano che alzerà nella sala pulifunzionale della Presidenza del Consiglio la pedana delle conferenze stampa, in modo da permettere a cbi parla di essere visto e ripreso meglio. Non siano mica ai tempi ancora di Amintore Fanfani, che ai congressi della Dc e sui palchi dei comizi in piazza si aiutava con libri, sgabelli e simili a farsi vedere di più. O a quelli di Silvio Berlusconi con i tacchi presumibilmente adattati alle proprie scarpe per essere visto meglio.

Maio Draghi e Daniele Franco ai banchi parlamentari di governo

Nella già vasta letteratura delle gare al Quirinale ci era stata risparmiata sinora la parte sul costo di una scalata, essendo sembrato sufficiente ai soliti cacciatori di teste e di nequizi dilungarsi sui costi del Quirinale in sé, molto più alti di palazzi analoghi all’estero al sevizio della politica e del suo protagonista di turno. Fedele alla tradizione della propria sobrietà, maggiore persino di quella che sembrò nel 2011 imbattibile di un Mario Monti avvolto a Palazzo Chigi e dintorni nei suoi loden di ordinanza, al netto tuttavia del lauto laticlavio accordatogli a Palazzo Madama dal generoso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al buon Draghi va riconosciuto il merito di avere programmato poche decine di migliaia di euro per migliorare le prestazioni fotografiche e televisive di presidente del Consiglio. E quelle di chi, se lui dovessse davvero salire poi al Quirinale, ne prenderà prevedibilmente il posto a Palazzo Chigi, e su quel palco: il fidato e fedele Daniele Franco, felicemente sopravvissuto per fortuna al Ministero dell’Economia dopo le purghe dei burocrati  minacciate dal portavoce un po’ robesperriano di Giuseppe Conte alle prese col bilancio del suo primo governo gialloverde.

Un patto della Storta per il Quirinale 2022 no, per favore…

Titolo di Repubblica

Non vorrei che l’operazione Quirinale, di qualunque esito possibile, dalla conferma ora improbabile e a tempo di Sergio Mattarella all’elezione “in cinque minuti” di Mario Draghi, a un suo solo cenno di consenso o interesse, con Daniele Franco spostato a Palazzo Chigi, dovesse portare il nome non felice de La Storta: la località periferica di Roma Nord dove i tedeschi in fuga nel 1944 sterminarono 14 prigionieri.

Goffredo Bettini

 Goffredo Bettini, animatore e quant’altro del Pd e dei suoi interlocutori di turno, ha voluto riunirvi un centinaio fra amici e compagni per festeggiare i suoi 69 anni nella villetta a due piani messagli a disposizione dall’autista “storico” Libero Bozzi e dalla consorte. Che ha cucinato per loro lasagne, polpette al sugo, pasta e ceci, verdura ripassata e chissà cos’altro nascosto alla giornalista di Repubblica Giovanna Vitale, autrice designata per uno scoop che- scusate la malizia- non mi sembra proprio casuale nel clima torbido nel quale, volenti o nolenti, hanno voluto confinare discussioni, trattative, contatti e quant’altro sul Quirinale quanti non ne vogliono discutere pubblicamente, in regolari riunioni di partito o assemblee di gruppi parlamentari.

Foto d’archivio di Bettini con Giuseppe Conte e Gianni Letta
Foto giovanile d’archivio di Gianni Letta e Goffredo Bettini

C’era di tutto e di tutti fra gli ospiti convocati da Bettini nella villetta dell’autista: dai compagni di partito Andrea Orlando, Dario Franceschini e Nicola Zingaretti al presidente del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Conte, arrivato col solito ritardo appena spiegato in una intervista al Corriere della Sera dal professore Guido Alpa, con l’ostinazione ad usare un orologio non automatico che l’ex presidente del Consiglio dimentica sistematicamente di ricaricare; dai sindaci di Roma e di Napoli ad un bel po’ di assessori e a Gianni Letta nella doppia veste, presumo anche qui maliziosamente, di plenipotenziario di Silvio Berlusconi, che ne se fida più dei figli e degli amici fraterni di una vita, e di zio del segretario del Pd Enrico Letta. Che evitando di andare di persona all’appuntamento ha quanto meno voluto risparmiarsi la violazione sfacciata della “moratoria” -ricordate?- impostasi e proposta a tutti, in attesa quanto meno della formale convocazione delle Camere e dei 59 delegati regionali, nei primi giorni di gennaio, per l’elezione del presidente della Repubblica. Che peraltro non basterà neppure ad aprire le cateratte, diciamo così, di chissà quale confronto o discussione pubblica perché l’aula di Montecitorio, dove i cosiddetti grandi elettori si riuniranno, sarà solo un seggio elettorale. Vi si potrà accedere solo per votare, e a scrutinio rigorosamente segreto, cioè con licenza di cecchinaggio contro le eventuali indicazioni dei gruppi e dei partiti o movimenti di riferimento.

Bettini in foto d’archivio

A pensarci bene, ci sarebbe da rabbrividire davanti a simili corride parlamentari e politiche, preferite all’elezione diretta del presidente della Repubblica o almeno ad una disciplina delle candidature lasciando l’elezione indiretta. Eppure così si sono volute lasciare le cose dal lontano 1948, quando entrò in vigore la Costituzione repubblicana. Ed è un vero miracolo che con questo tipo di regole l’Italia abbia potuto avere presidenti della Repubblica come Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e l’uscente Mattarella. Ogni omissione, nella lista degli inquilini succedutisi al Quirinale, è naturalmente voluta, e motivata pur nel silenzio imposto dall’esaurimento dello spazio autoassegnatomi. 

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Giuseppe Conte nel racconto un pò distaccato del professore Guido Alpa

L’intervista al Corriere della Sera

Se non è una presa di distanza, poco ci manca. Intervistato dal Corriere della Sera, il professore Guido Alpa, “biologo mancato e giurista per caso”, come lo ha definito Stefano Lorenzetto raccontando dei suoi studi, ha un po’ smentito l’idea che Giuseppe Conte sia uscito dalla sua scuola di professore e di avvocato. “Era già assistente di diritto civile alla Sapienza -ha detto- quando io vi arrivai nel 1991. Non sono stato né il suo maestro né il suo mentore. Abbiamo lavorato insieme a qualche pratica e scritto un libro a quattro mani, ma non è mai stato mio associato. I nobili Pasolini dall’Onda gli diedero in affitto lo studio sopra il mio. Lo chiuse quanto divenne premier. Mi sembrò un delitto perché lo stimo molto, è un finissimo giurista”. Ma forse non altrettanto fine politico, sembra sottinteso.

D’altronde, Conte neppure consultò Alpa quando decise “purtroppo” di “dedicarsi alla politica a tempo pieno”. “La sua carriera pubblica -ha raccontato Alpa- è autonoma rispetto alle mie idee”, che erano e penso siano rimaste quelle socialiste, anche se il professore non lo ha raccontato all’intervistatore.

Scontato, direi, come “miglior pregio di Conte” il fatto che sia “molto intelligente, molto paziente e molto tenace”, una certa sorpresa il professore ce l’ha riservata parlando del “peggior difetto”. Che è quello di non avere “la percezione del tempo”, di “arrivare in ritardo agli appuntamenti perché si dimentica di caricare l’orologio”. Speriamo che qualcuno gliene abbia regalato uno automatico, ora che è presidente del MoVimento 5 Stelle e deve addirittura rivoltarlo come un calzino.

E’ normale -gli ha chiesto Lorenzetto- che abbia presieduto due governi consecutivi di segno opposto? “Gli posi la stessa obiezione”, ha risposto il professore. Che ha continuato ricordando con un certo scetticismo “il progetto da perseguire con entrambe le coalizioni” accennatogli da Conte dopo avere scaricato i leghisti e imbarcato al governo il Pd. E qual era questo progetto?, gli ha giustamente chiesto il giornalista. Sentite la risposta che mi sembra francamente per niente politica, ma un po’ conventuale, da convento, con cui d’altronde l’ex presidente del Consiglio ha qualche dimestichezza familiare, e non solo da devoto di Padre Pio. “Conte -ha raccontato Alpa- è profondamente religioso. E’ molto sensibile alla giustizia sociale, ai diritti fondamentali, alla tutela dei deboli. In loro vede l’immagine di Cristo”. “Con il tempo -ha spiegato il professore all’intervistatore curioso di conoscerne l’orientamento- la mia religiosità è diventata laica. Però anch’io mi sento vicino ai poveri, agli umili, agli immigrati”, da buon socialista, come ricordavo.

Titolo del Fatto Quotidiano

Lasciatosi sfuggire, rispondendo alla domanda se avesse votato per Virginia Raggi a Roma, di “votare per fortuna a Genova”, la sua Genova, il professore ha cercato di far credere all’intervistatore di vedere “con simpatia i pentastellati” per avere essi “cercato di introdurre nuove forme di partecipazione politica”. “Ma il compito che Conte si è assegnato mi pare improbo”, ha tuttavia concluso, non so francamente se davvero al corrente di questo “compito”, se mai l’ex presidente del Consiglio ha voluto o riuscito a spiegarglielo uscendo dalla sua concezione conventuale della vita e assumendo un po’ di quella concretezza di cui cominciano ad avvertire la mancanza anche gli amici adoranti del Fatto Quotidiano, vedendolo alle prese con “il risiko” grillino.

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Salvini si è autopromosso da capitano a generale e Giorgetti si è messo a riposo

Titolo del Dubbio

              Scherzi a parte, è il caso di dirlo, Matteo Salvini ha profittato del giorno di festa delle Forze Armate per parteciparvi a suo modo promuovendosi da “capitano”, come si è lasciato a lungo chiamare nella Lega, a generale. Che concede agli ufficiali e persino alle truppe l’ascolto ma col diritto irrinunciabile, assoluto e quant’altro di decidere da solo, specie dopo avere compiuto l’errore, dal suo punto di vista, di lasciare al presidente del Consiglio la pur dovuta e penultima parola nella scelta dei ministri, proponendo nello scorso mese di febbraio al capo dello Stato la nomina del leghista Giancarlo Giorgetti alla guida del dicastero dello Sviluppo Economico. Che un po’ per l’importanza dell’incarico e un po’ per il ruolo formalmente ricoperto di vice segretario, ha assunto anche la funzione di capo della cosiddetta delegazione della Lega al governo. Dove peraltro egli è, fra i pochi, o l’unico ministro al quale Draghi dà del tu.

              Proprio nel giorno del Consiglio federale del Carroccio, per  consentirgli di accorrervi e di fronteggiare un Salvini quanto meno “amareggiato”, Draghi ha consentito a Giorgetti di lasciarlo solo a riferire nella conferenza stampa d’uso sul disegno di legge di sua stretta competenza sulla concorrenza appena approvato dal Consiglio dei Ministri

Carmelo Caruso sul Foglio di ieri

               Che poi Giorgetti sia andato a quella specie di processo intentatogli da Salvini chiedendo sostanzialmente scusa di non saper “gestire -ha detto- i rapporti con i giornalisti”, parlando un po’ troppo a ruota libera anche delle “incompiute” del capo leghista, è naturalmente affare solo del ministro. Che ha voluto così sottrarsi al fuoco partecipando alla conferma della fiducia a Salvini e riservandosi evidentemente altri momenti o altre occasioni  per riproporre argomenti e tesi non ancora maturati nella fantasia e nella pratica sovranista di Salvini

Silvio Berlusconi a Villa Grande

                Armata o non che sia la “tregua” nella Lega annunciata un po’ da tutti i giornali, essa non è di certo consolante per tutto il carico di provvisorietà e incertezza che comporta. Ma va anche detto con franchezza e onestà che non è tutto imputabile alla Lega questo clima di incertezza, o di navigazione a vista. Anche Berlusconi, per esempio, nel centrodestra avverte un giorno sì e l’altro pure che in Forza Italia lui è il solo a dettare la linea, pur ascoltando tutti quelli che riescono a parlargli superando tutti i filtri che lo proteggono. Eppure, diavolo di un uomo, non è riuscito ancora a dire in modo incontrovertibile, non indiziario, se e fino a che punto si considera in corsa per il Quirinale: cosa che non si può considerare irrilevante ai fini della condotta dei suoi alleati.

                 La situazione del Pd dopo l’autoesaltazione del segretario Enrico Letta per il “trionfale” esito delle elezioni amministrative di novembre è rapidamente tornata ad essere quella abituale di una certa confusione. Se n’è appena avuta la prova nell’assemblea di gruppo al Senato, organizzata e svoltasi nella massima riservatezza per i crescenti contraccolpi dell’infortunio occorso al segretario del partito con la sfida, apparsa scriteriata anche a molti suoi amici, di sfidare il centrodestra e l’ancor più odiato Matteo Renzi nell’aula di palazzo Madama, e a scrutinio segreto, sulla legge divisiva contro l’omotransfobia.

Giuseppe Conte col vecchio e la nuova capogruppo 5 Stelle del Senato

                Non parliamo poi, o infine, della situazione all’interno del perdurante movimento “centrale” di questa stranissima legislatura, gestito con crescenti difficoltà da Giuseppe Conte. Che, poveretto, deve guardarsi più le spalle che altro. Temo che gli incontri, conviviali e non, del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ed  ex capo del MoVimento 5 Stelle, siano diventati  per Conte l’ossessione del giorno per la rete dei rapporti che il suo predecessore dimostra di sapere e voler tenere, dentro e fuori del movimento.

               Il punto debole dell’ex presidente del Consiglio continua ad essere quello dei tempi in cui stava a Palazzo Chigi: il rapporto con i gruppi parlamentari della sua parte politica, ribollenti anche se  nel frattempo dimagriti. Egli non è riuscito a garantirsi neppure la conferma del fedelissimo Ettore Licheri alla presidenza dei senatori.

               Già precaria di per sè, per i passaggi parlamentari ordinari di una maggioranza, in cui l’accesso al voto segreto non è scontato nel percorso dei provvedimenti su cui  si gioca la sopravvivenza del governo di turno, la situazione di un capo di partito senza il controllo dei “suoi” gruppi alla Camera e al Senato diventa drammatica nella gestione di una vicenda come l’ormai vicina elezione del presidente della Repubblica, con le votazioni tutte obbligatoriamente a scrutinio segreto, e quindi a  rischio di franchi tiratori.

La capacità negoziale di un capo così malmesso è pari allo zero. E ciò sia nelle prime tre votazioni in cui l’elezione può avvenire solo a maggioranza dei due terzi dell’assemblea, sia dalla quarta in poi, quando può bastare non la maggioranza “semplice”, cioè quella dei votanti, come ho purtroppo letto in articoli di giornali autorevoli, ma la maggioranza assoluta. Che rimane terribilmente “qualificata”, pari alla metà più uno degli aventi diritto al voto.

Pubblicato sul Dubbio

La spirale bellica del linguaggio politico, fra battaglie e tregue armate

Titolo di Repubblica

La politica italiana è entrata in una spirale bellica, almeno nel linguaggio. Alla “battaglia del Quirinale” – annunciata l’altro ieri dal Corriere della Sera scoprendo quasi all’improvviso che sotto la cenere della “moratoria” teorizzata da Enrico Letta e condivisa da altri per rispetto del presidente uscente della Repubblica cova il fuoco di uno scontro durissimo- si è aggiunta oggi la “tregua armata” annunciata da Repubblica, ma anche da altri giornali, per rappresentare la situazione nella Lega. Il cui Consiglio federale convocato d’urgenza a Roma da Matteo Salvini per l’ennesima intervista polemica rilasciata dall’amico, vice presidente del partito, o qualcosa del genere, e ministro Giancarlo Giorgetti si è concluso lasciando invariata la tensione interna. Che non si risolverà -c’è da scommetterlo- neppure nell’assemblea programmatica annunciata per l’11 dicembre, in vista di Natale e Capodanno, quando di solito ci si scambiano auguri e regali, o petardi, non pallottole.

Per restare nel linguaggio militare si può dire che Salvini ha riunito il Consiglio federale per promuoversi da “capitano”, come si è lasciato chiamare per tanto tempo nella Lega, a generale. Che -ha spiegato anche a Giorgetti ricevendone l’assenso- “ascolta tutti ma decide lui”, a cominciare dalla collocazione internazionale del partito contestata dal ministro, preoccupato dell’isolamento cui il generale, appunto, mette il suo esercito in Europa assumendo i sovranisti come interlocutori privilegiati, e oltre Atlantico tifando con gli avversari del presidente americano Joe Biden, per non parlare dell’America del Sud. Dove il privilegiato è il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, di cui Salvini ricorda con gratitudine la restituzione alle galere italiane del terrorista Cesare Battista.

Se la Lega piange nella composita maggioranza di governo, gli altri partiti non ridono di certo. Nel Pd si è appena svolta un’assemblea di gruppo al Senato dove Enrico Letta sembrava più l’imputato che il segretario per la sfida praticamente fallita a Matteo Renzi e al centrodestra nella votazione a scrutinio segreto sulla legge presuntivamente urgente contro l’omotransfobia.

Giuseppe Conte

Sotto le cinque stelle grilline, sempre al Senato, Giuseppe Conte ha dovuto appena convincere il fedelissimo capogruppo Ettore Licheri a rinunciare alla conferma avendo fallito il primo tentativo nello scontro con Mariolina Castellone, sostenuta dall’ex capo del MoVimento e ora ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Alla Camera il gruppo è ancora meno controllato da Conte, le cui credenziali pertanto, anche nella partita tutta parlamentare del Quirinale, sono quelle che sono, cioè scarse.

Neppure l’ormai piccola Forza Italia di Silvio Berlusconi gode di una situazione tranquilla, per quanto tutti ancora lascino dire al presidente, come a Salvini nella Lega, che ascolta tutti ma alla fine decide solo lui.

Titolo del Foglio
Titolo del manifesto

Persino il buon Draghi in questa situazione ha dovuto rallentare il passo facendo spiegare dal suo sottosegretario di fiducia Roberto Garofali agli alti burocrati dei vari Ministeri, secondo le anticipazioni del Foglio, che il governo entra forzatamente “in una nuova fase”: non dico “spiaggiato” -come lo rappresenta impietosamente il manifesto sulla sua prima pagina giocando con la questione delle concessioni demaniali agli stabilimenti balneari contestate dall’Unione Europea perché prive di gara- ma quasi sulla sabbia della corsa al Quirinale, in cui Draghi è ormai coinvolto.

Ripreso da www,startmag il 6 novembre

Carlo De Benedetti torna ai suoi vecchi amori di lettore di giornali

A 87 anni ben portati, beato lui, tanto che Wikipedia potrebbe anche risparmiarsi e risparmiargli quell’anno che gli sconta generosamente, Carlo De Benedetti è tornato agli amori giovanili nel campo che gli ha dato le più grandi soddisfazioni ma anche i più grandi dispiaceri. Che è quello dell’editoria, praticando il quale gli è toccato di possedere persino la Repubblica, per fortuna solo quella di carta, e di vedersela rovinare e perdere dai figli, strapazzati a dovere come facevano i genitori di un tempo: mica gli smidollati di oggi, che fanno le moine agli eredi anche quando ne combinano di tutti i colori.

L’amore di un tempo è naturalmente per De Benedetti La Stampa della sua Torino. Che, ospite ieri sera  di Lilli Gruber nel salotto televisivo di Otto e mezzo, egli ha consigliato ai lettori come il giornale più ragionevole e ben fatto della sinistra, o di quella che lui scambia per tale ben volentieri pur di tenerne fuori la ora odiata Repubblica.  E Domani, il quotidiano che l’ingegnere  ha fondato per meglio dimenticare e vendicare quello rovinato dai figlioli? Beh, anche quello naturalmente andrebbe acquistato la mattina ma come secondo giornale, privo com’è l’altro della cronaca e dello sport, che pure a suo modo il giovane direttore Stefano Feltri cerca di trattare lo stesso ogni tanto, senza andare proprio appresso ai brogliacci dei posti di polizia negli ospedali o alle partite.

Se poi il lettore volesse fare contento davvero l’anziano editore e finanziere, senza la sfortuna di vivere a torto o a ragione di reddito di cittadinanza, potrebbe anche aggiungere agli acquisti giornalieri nelle pur sempre meno frequenti edicole italiane il manifesto, fatto da gente in gamba e per bene, non a caso cacciati dal Pci di quei trogloditi a loro insaputa di Longo ed Enrico Berlinguer.

Enrico Letta

Ah, ad averne ancora in giro di editori così fantasiosi e stravaganti nel sapere conciliare il denaro e la puzza che la sua amata sinistra in genere gli attribuisce. In giro davvero, a creare giornali mentre in genere se ne chiudono, e non solo come editori di intrattenimento. Che possono togliersi anche la soddisfazione di bocciare come leader, per esempio, il segretario del Pd Enrico Letta rovesciandolo con una smorfia dal palco del “trionfo” improvvisato al Nazareno dopo le elezioni amministrative di ottobre. O di dare dei pirla ai tanti politici, osservatori, politologi che si stanno scannando nelle previsioni e nel tifo ai bordi della pista del Quirinale, senza capire che questo invece è il momento di lasciare ciascuno al suo posto: Sergio Mattarella al Quirinale, magari legato con le cinghie alla poltrona, visto che non vuole saperne di restarvi, e Mario Draghi a Palazzo Chigi non foss’altro a godersi lo spettacolo dei partiti della maggioranza ai quali riesce a far perdere la testa, fortunatamente a vuoto, almeno sino ad ora.

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