La non rieleggibilità del presidente della Repubblica e l’abolizione del cosiddetto semestre bianco, il divieto cioè di sciogliere le Camere nel suo ultimo semestre di mandato, per quanto appena riproposti da Sergio Mattarella celebrando Giovanni Leone nel ventesimo anniversario della morte e ricordando il pensiero analogo di Antonio Segni, che lo aveva preceduto, non sono fra le proposte di modifica alla Costituzione avanzate da Giuseppe Conte aderendo al vertice dei leader della maggioranza di governo auspicato dal segretario del Pd Enrico Letta.
Giuseppe Conte
Fanno invece parte delle modifiche alla Costituzione proposte da Conte, anche a garanzia della prosecuzione della legislatura, avendo le Camere uscenti i tempi tecnici necessari per provvedervi, la cosiddetta “sfiducia costruttiva”, la fiducia al governo -e sfiducia, si presume- a Camere congiunte, e il diritto del presidente del Consiglio di rimuovere i ministri proponendone la nomina di nuovi al Capo dello Stato. In più, il presidente del Consiglio, scottato nelle sue esperienze a Palazzo Chigi, specie nella seconda, da trasmigrazioni di deputati e senatori da un gruppo all’altro, ha proposto ritocchi ai regolamenti parlamentari per limitarne la pratica, senza con ciò intaccare l’assenza, in Costituzione, del vincolo di mandato. Che invece i grillini arrivando in Parlamento per aprirlo come una scatola di tonno avrebbero voluto istituire per tenersi al sicuro.
Resta ora da capire se il mancato riferimento di Conte ai temi sollevati invece da Mattarella sia stato casuale o no, in attesa o nella speranza, magari, che altri nella maggioranza, forse a cominciare proprio da Enrico Letta, se ne facciano carico e li propongano loro. Se ciò avvenisse, prenderebbe corpo -volenti o nolenti, ma è difficile pensare solo a un caso- il più serio e insieme astuto tentativo di sminare l’ormai intricatissima scadenza quirinalizia di gennaio convincendo Sergio Mattarella ad abbandonare il rifiuto quasi pregiudiziale e assoluto sinora opposto ad una sua rielezione, magari a termine, come fu nel 2013 quella di Giorgio Napolitano, dimessosi quasi due anni dopo.
Un progetto concordato di modifica della Costituzione per rendere davvero ultima una rielezione, sia pure implicitamente a termine, del presidente uscente e restituire al capo dello Stato la pienezza dei suoi poteri anche nell’ultimo semestre di mandato potrebbe ben indurre Sergio Mattarella a farsi garante di questo passaggio istituzionale. E a rimanere al suo posto per il tempo necessario al cambiamento delle regole. Nel tempo stesso si consentirebbe l’elezione del successore da parte di un Parlamento più nuovo e rappresentativo. E si metterebbe infine al sicuro davvero la prosecuzione del governo di Mario Draghi. Sarebbe una specie di uovo di Colombo, o di quadratura del cerchio.
Giuseppe Conte ha clamorosamente spiazzato Enrico Letta sulla strada del vertice della maggioranza per mettere in sicurezza il bilancio e precostituire le condizioni- si presume- per trattare finalmente alla luce del sole, non più dietro le quinte, col solito scambio di messaggi sotterranei, la scadenza ormai vicina del Quirinale.
Titolo di apertura della Stampa
In una intervista alla Stampa il presidente del MoVimento 5 Stelle ha proposto di associare al vertice i capigruppo parlamentari, all’interno dei quali peraltro lui ha notoriamente qualche problema, anche per estendere la materia del negoziato, chiarimento e quant’altro. Non ci sarebbero solo i conti da definire bene, pur nella ristrettezza dei 600 milioni di euro messi ulteriormente a disposizione dei partiti dal governo per gli emendamenti parlamentari al testo del bilancio proposto alle Camere, ma anche alcuni opportuni ritocchi costituzionali. Per i quali, se veramente li si volesse, ci sarebbero i tempi nel Parlamento in scadenza, garantendolo anzi con maggiore concretezza ed alta finalità dal rischio di uno scioglimento anticipato. Che è invece da molti avvertito per effetto di un eventuale cambio della guardia al Quirinale.
Conte alla Stampa
Invitato opportunamente a precisare i contenuti di una ulteriore riforma, dopo quella già proposta e ottenuta dai grillini in questa legislatua per ridurre di un terzo i seggi parlamentari e per far votare i diciottenni anche per il Senato, oltre che per la Camera, Conte ha elencato “la sfiducia costruttiva” e a “Camere unificate”, per evitare al Matteo Renzi di turno di giocare sulle diverse composizioni dei due rami del Parlamento e far saltare il governo rovesciandolo in uno solo di essi; la possibilità del presidente del Consiglio di sostituire i ministri e una modifica dei regolamenti parlamentari, senza toccare quindi la Costituzione, per ridurre o eliminare la convenienza dei passaggi degli eletti da un gruppo all’altro.
Peccato che l’intervistatore si sia dimenticato di ricordare a Conte -o che Conte abbia dimenticato, o fatto finta di dimenticare di suo- che almeno da qualche giorno, cioè da quando Sergio Mattarella ha rilanciato le proposte inutilmente formulate dai suoi predecessori Antonio Segni e Giovanni Leone, c’è sul tappeto del dibattito politico anche il problema di rendere ineleggibile il presidente della Repubblica liberandolo nel contempo dal divieto di sciogliere le Camere nell’ultimo semestre, comunemente chiamato perciò “bianco”.
Si dà il caso -diabolico, direi, per chi ha già alzato muri contro un altro bis al Quirinale, sia pure a termine, dopo quello di Giorgio Napolitano nel 2013- che proprio per facilitare una simile, da lui condivisa riforma Mattarella possa accettare una sua rielezione provvisoria. E consentire così anche l’elezione del suo successore da parte del nuovo Parlamento, sicuramente più rappresentativo o meno scaduto politicamente di quello uscente.
Titolo del Giornale di oggi
Potrebbero così finire di disperarsi, con titoli e quant’altro, i giornali -a cominciare da quello della famiglia Berlusconi- che collegano come scontate un’elezione di Draghi al Quirinale a febbraio e le elezioni anticipate in primavera: vi lascio immaginare con quale terrore per chi è destinato a non essere rieletto per mancanza di seggi o di voti, e non avrebbe fatto in tempo neppure a maturare il vitalizio con i quattro anni e mezzo più un giorno di mandato effettivamente svolto.
Foto d’archivio del Presidente Giovanni Leone con la moglie Vittoria Michitto
Carissima donna Vittoria, come i più anziani -oggi- fra noi giornalisti ci abituammo a chiamarLa con gradita deferenza scrivendone quando già a 18 anni sposò il deputato dell’Assemblea Costituente Giovanni Leone, a 28 fu la moglie del presidente della Camera, a 36 la consorte del presidente del Consiglio e a 44 la first lady della Repubblica. Suo marito fu eletto infatti capo dello Stato il 23 dicembre del 1971, al secondo scrutinio su di lui, ventitreesimo di una serie in cui si era bruciata col fuoco dei “franchi tiratori” la candidatura del collega di partito Amintore Fanfani. E non era riuscita ad arrivare neppure nell’aula di Montecitorio la candidatura pur attesa dell’altro “cavallo di razza” della Dc. Che era Aldo Moro, amico personale, oltre che collega di partito, di Suo marito, tanto da lasciarsi andare con pochi altri come con lui nel vezzo che aveva -e gli riusciva benissimo- di imitare nella voce e nei gesti i politici che più o meno esplicitamente lo contrastavano.
Non Le scrivo, carissima donna Vittoria, certamente per ricordarle queste cose, ma per esprimerLe tutta la mia solidarietà e ammirazione per le dure prove che a distanza di vent’anni dalla morte di Suo marito, appena commemorato nel Palazzo del Quirinale con la partecipazione di Sergio Mattarella, deve ancora provare vedendolo solo in parte ripagato del grandissimo torto subito nel 1978. Allora i vertici della politica, che si riconoscevano nella formula della solidarietà nazionale realizzata dallo stesso Moro due anni prima attorno ad un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti, pretesero e ottennero il sacrificio del presidente della Repubblica con dimissioni anticipate di sei mesi rispetto alla scadenza del mandato.
I familiari di Giovanni Leone col Presidente Sergio Mattarella
Ancora oggi quando se ne parla in sedi e occasioni istituzionali, come è appena accaduto al Quirinale, dove l’ho vista con forte commozione tanto inevitabilmente invecchiata nelle foto col presidente della Repubblica, si riconosce, si ammette e si denuncia la odiosa e infondata campagna moralistica di diffamazione contro Leone condotta mediaticamente prima di quel doloroso e gravissimo passaggio istituzionale, in particolare dall’Espresso e da Camilla Cederna, poi condannata in tribunale. Ma sempre, dico sempre, anche quindi nella commemorazione recentissima sul Colle, nonostante le scuse formulate a Leone fortunatamente ancora in vita da molti che lo avevano criticato, a cominciare da Marco Pannella, si è mai riconosciuto e deplorato anche l’uso strumentale fatto di quella campagna dai vertici -ripeto- della politica di allora per spingere fuori dal Quirinale il presidente della Repubblica. Questa è una cosa che deve finire. E deve invece cominciare un’altra storia, stavolta davvero riparatrice, che ristabilisca la verità su quello strappo infame alla verità, quanto meno.
Ad imbarazzare i vertici della politica in quel tragico 1978, dopo un referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti letto a sinistra come allarmante per il margine troppo ristretto in cui era stata sconfitta la richiesta di abrogazione, non fu la campagna mediatica contro Leone. Fu il coraggio avuto dal Presidente della Repubblica dopo il sequestro dell’amico Moro, la mattina del 16 marzo, di far conoscere -cominciando col segretario del proprio partito Benigno Zaccagnini, appositamente convocato al Quirinale- il proprio dissenso di cristiano e di giurista dalla cosiddetta linea della fermezza pubblicamente annunciata. Che peraltro era destinata ad essere gestita nel peggiore dei modi, tra impreparazioni, improvvisazioni, doppi giochi, infedeltà istituzionali, depistaggi, smarrimenti di materiale fotografico, perquisizioni mancati, indirizzi sbagliati, accreditamenti addirittura di sedute spiritiche e quant’altro.
A tutto questo incredibile pasticcio Leone oppose la sua umanità, la sua discrezione, la sua professionalità giuridica, la sua esperienza di avvocato -direi, quello fra tutti gli avvocati che più a lungo e più in alto ha servito lo Stato- cercando di salvare la vita di Moro nell’unico modo che gli sembrò possibile, visto il fallimento delle ricerche o dei tentativi, se davvero ci furono, di un assalto alla prigione e di una soluzione di forza, con tutti i rischi connessi temuti anche dai familiari.
Egli individuò personalmente, con l’aiuto di esperti e di amici davvero fidati, fra i 13 “prigionieri” con i quali le brigate rosse avevano proposto di scambiare l’ostaggio una posizione su cui intervenire con l’istituto presidenziale della grazia. Fu quella di Paola Besuschio, condannata per terrorismo senza fatti di sangue a suo carico e ammalata. Ma il Presidente non ebbe il tempo, dannatamente, per le informazioni di cui i terroristi evidentemente disponevano, di firmare in tempo il provvedimento di fronte al quale i macellai di via Fani, dove la scorta di Moro era stata sterminata, avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di completare quella mattanza uccidendo lo stesso il presidente della Dc.
La tomba di Aldo Moro e della moglie Eleonora a Torrita Tiberina
Leone insomma pagò con trattamento che gli fu successivamente riservato sul piano politico e istituzionale quella sua pur sfortunata generosità e umanità. La seconda vittima della mal gestita- ripeto- linea della fermezza fu lui, dopo Moro.
Colgo l’occasione, carissima donna Vittoria, anche per ringraziarla di quella presenza attiva all’intervista che Suo marito, nel ventesimo anniversario del sequestro di Moro, nella vostra casa volle concedermi per Il Foglio ricostruendo quei tragici giorni, fra carte ed agende, e raccontandomi quindi per filo e per segno tutti i tentativi compiuti, pur nell’isolamento in cui si sentiva confinato nel Quirinale in quel periodo così drammatico, per compiere fino in fondo e davvero le sue funzioni di un umano e cristiano presidente della Repubblica. Grazie ancora, e un bacio anche per me al primo ritratto di Suo marito che ha a portata di mano.
Per una volta il segretario del Pd Enrico Letta, dicono perché incoraggiato da un sondaggio che ha attribuito al suo partito più del 20 per cento dei voti, portandolo davvero in testa alla classifica dell’immaginario campionato elettorale permanente che si gioca abitualmente in Italia, ha rinunciato al solito gioco del cantone in cui sbattere lo sgradito di turno, da Matteo Salvini a Matteo Renzi. Ed ha proposto a Mario Draghi di convocare un vertice della maggioranza per un accordo blindato sul percorso parlamentare del bilancio. Che peraltro è già in ritardo pure quest’anno e puzza un po’ di “guerriglia vietnamita”.
Luigi Di Maio
Anche se l’intenzione di Enrico Letta sembra essere quella di lasciare fuori dal vertice sui conti il problema della successione a Sergio Mattarella al Quirinale per affrontarlo subito dopo, in omaggio alla “moratoria” da lui stesso proposta ma largamente disattesa dal dibattito che si svolge sul tema dentro e fra i partiti, senza che i giornali abbiano bisogno di inventarsi nulla; anche se -ripeto- l’intenzione di Letta sembra diversa, nessuno può escludere che nel vertice qualcuno sollevi lo stesso il tema presidenziale. E magari solo per blindare davvero un’intesa sui conti, dando peraltro all’astutissimo Draghi -come qualcuno mostra di temere, a cominciare dal ministro grillino degli Esteri Luigi Di Maio, che non rinuncia mai a qualche postilla mediatica dopo ogni dichiarazione del nuovo presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte- l’occasione di considerare concluso con l’approvazione del bilancio e col già impostato piano della ripresa il compito dello specialissimo governo di emergenza affidatogli a febbraio.
Le dimissioni di Draghi consentirebbero da una parte al presidente uscente della Repubblica di sciogliere lui stesso il nodo della successione a Palazzo Chigi, promuovendo a presidente del Consiglio per ragioni di continuità il Ministro draghianissimo dell’Economia Daniele Franco, e dall’altra al medesimo Draghi di partecipare più liberamente alla corsa al Quirinale. Cui egli è stato ormai iscritto d’ufficio da tutti per il suo indiscusso prestigio internazionale, cresciuto ulteriormente con le prestazioni date a Palazzo Chigi.
Amintore Fanfani con la moglie Bianca Rosa
Peraltro l’eventuale governo Franco, con la paternità nel frattempo assunta dal capo uscente dello Stato ancora sprovvisto di alternative per l’inagibilità costituzionale dello scioglimento anticipato delle Camere nel cosiddetto semestre bianco, sarebbe messo al riparo da ogni contraccolpo di una fallita o mancata candidatura al Quirinale di Draghi. Al quale potrebbero d’altronde aprirsi ben altre prospettive, forse anche più congeniali alla caratura ormai europea e, più in generale, internazionale della sua figura. Che non dipende certo dallo spritz che beve al bar: al Campari, come lui ha appena rivelato puntigliosamente, o all’aperol che il barman sotto casa, a Rona, ha rivelato di avergli già servito tante volte immaginandoselo già al Quirinale per una previsione sfuggita alla “improvvida” consorte del premier: improvvida come ai tempi della lontana Prima Repubblica Amintore Fanfani definì la pur amatissima prima moglie Bianca Rosa. Che in una intervista al Borghese procurò al marito ministro degli Esteri un bel po’ di imbarazzanti problemi con gli alleati americani e col presidente del Consiglio Aldo Moro per i progetti di pace che coltivava con l’amico sindaco di Firenze Giorgio La Pira per il Vietnam dilaniato dalla guerra. Dove lo stesso La Pira si era spinto in missione nell’autunno del 1965 col mite professore di matematica Mario Primicerio
Incidenti di corsa al Quirinale, chiamiamoli così. Sono quelli che accadono ai malcapitati che cercano di fare troppo i furbi, o si trovano involontariamente in mezzo al fuoco tra concorrenti occulti che sparano come cecchini all’impazzata. Quello che sta rischiando di più in questi giorni sembra Matteo Renzi. Che di guai ne ha già tanti, fra magistrati e cronisti giudiziari alle prese con i suoi conti correnti, e si è trovato alla fine coinvolto in un gioco forse più grande dei suoi soliti, che sono pure di notevole consistenza anche politica, come dimostra la ripetuta rivendicazione che si attribuisce del merito di avere fatto arrivare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Il quale, in verità, risulta mandatovi da Sergio Mattarella. Di cui, è vero, Renzi a sua volta può ben vantarsi -cioè non a torto- di essere stato il regista, il promotore e quant’altro dell’elezione al Quirinale nel 2015, senza tuttavia riuscire l’anno dopo, quando perse il referendum troppo personalizzato su una pur apprezzabile riforma costituzionale, a strappargli lo scioglimento anticipato delle Camere che gli serviva a investire bene il 40 per cento dei voti comunque raccolti. E non solo Dio, ma anche lui sa quanto gli costò il no oppostogli da Mattarella d’intesa con Paolo Gentiloni, nel frattempo succeduto a Renzi come presidente del Consiglio su sua stessa, forse non del tutto felice designazione.
Titolo del Fatto Quotidiano
Ma torniamo ai giorni nostri. Coinvolto non so francamente con quanto fondamento nella partita del Quirinale in corso da Marcello Dell’Utri, che ne avrebbe raccolto direttamente o indirettamente la disponibilità -naturalmente accreditata dal Fatto Quotidiano e dintorni- a fare votare dalla cinquantina di parlamentari di cui dispone un Berlusconi che avesse davvero qualche possibilità di essere eletto per la successione a Mattarella, Renzi si sente adesso assediato dai vecchi e nuovi nemici, in toga e senza toga, per finire politicamente ammazzato, o quasi.
Titolo del Giornale
Titolo del Corriere della Sera
“C’è un piano anti-Renzi per spaccare Italia Viva”, ha titolato solidaristicamente Il Giornale della famiglia Berlusconi. “Italia Viva perde pezzi?”, si è chiesto il Corriere della Sera anticipando che sarebbero almeno in cinque i parlamentari pronti a lasciarlo. “Gli eletti in subbuglio: mai con la destra”, ha titolato il manifesto. “Renzi disperato”, ha esultato il giornale di Marco Travaglio parlando anche d’altro.
Marina Berlusconi al Corriere delle Sera di ieri
Di fronte a tanto chiasso politico e mediatico, chiamiamolo così, si rimane quanto meno sconcertati a rileggere ciò che non più tardi di ieri ha detto al Corriere della Sera la figlia di Berlusconi, Marina, a proposito della corsa del padre al Quirinale che starebbe così inguaiando Renzi. “Mio padre -ha detto la presidente di Mondadori e di Fininvest a Daniele Manca, che per telefono aveva sollevato il tema come un inciso nella prospettiva delle fortune che attendono l’Italia in genere- non ha mai avanzato la sua candidatura. E quindi stiamo ai dati di fatto”. E’ una parola, in questo strano paese che continua ad essere l’Italia, anche con uno come Mario Draghi a Palazzo Chigi, stare appunto ai dati di fatto.
In una foto d’archivio Giovanni Leone fra Aldo Moro e Francesco Cossiga
Giovanni Leone ai funerali di Aldo Moro celebrati da Paolo VI
Né i 43 anni passati dalla tragedia di Aldo Moro né i 20 anni appena trascorsi dalla morte di Giovanni Leone -l’amico di Moro e presidente della Repubblica che, dissentendo dalla cosiddetta linea della fermezza, aveva disperatamente tentato di evitarne la fine, sino a predisporre la grazia per una terrorista inclusa nell’elenco dei tredici “prigionieri” con i quali gli aguzzini avevano proposto di scambiare il presidente della Dc sequestrato fra il sangue della sua scorta- sono dunque bastati a restituire tutto ciò che spetta alla memoria di quel cristianissimo capo dello Stato. Che Sergio Mattarella ha commemorato in presenza dei familiari, a cominciare dalla vedova Vittoria, invecchiata con tutto il suo permanente dolore, solo per cogliere -temo- l’opportunità politica di riproporre un tema legatissimo alla cosiddetta corsa al Quirinale.
In particolare, Mattarella ha voluto ricordare la contrarietà di Leone alla immediata rieleggibilità del capo dello Stato, espressa in un messaggio alle Camere, per ribadire la propria indisponibilità ad una conferma, sia pure implicitamente a termine, come quella già praticata al predecessore Giorgio Napolitano nel 2013, che molti auspicano per le circostanze eccezionali in cui sta maturando la sua successione. Che avviene in un Parlamento prossimo anch’esso alla scadenza, nel 2023, e destinato ad essere sostituito da Camere assai diverse per consistenza -ridotte di un terzo dei seggi- e per rapporti politici, essendo i grillini passati dalla maggioranza relativa del 2028 a poco più del 15 per cento dei voti.
C’è anche chi ha visto in questo richiamo di Mattarella a Leone una mezza disponibilità a rivedere il rifiuto di una conferma purché serva a definire nell’anno residuo della legislatura una risolutiva modifica della Costituzione per sancire da una parte la ineleggibilità immediata del capo dello Stato e dall’altra l’abolizione -come volevano Leone ma anche Antonio Segni- del cosiddetto semestre bianco. Che attualmente impedisce al presidente nell’ultima parte del proprio mandato di sciogliere le Camere, nel timore di procurarsene altre favorevoli alla sua conferma.
Se così fosse, cioè se si potesse arrivare ad una breve conferma di Mattarella per sciogliere finalmente anche questo nodo costituzionale, consentendo al tempo stesso la prosecuzione del governo di emergenza in carica presieduto dal benemerito Mario Draghi, senza coinvolgere quindi anche lui nella corsa al Quirinale, come si sta cercando di fare con le più diverse e anche contrastanti finalità, sarebbe davvero un affare.
La partenza di Giovanni Leone dal Quirinale dopo le dimissioni
Ma torniamo a Leone. Capisco l’opportunità contingente di richiamarsi a lui per una migliore definizione costituzionale dell’elezione del presidente della Repubblica. Capisco meno, anzi per niente, l’opportunità scartata, o non avvertita, da Mattarella di restituire a Leone il riconoscimento di avere subìto non solo una odiosa campagna diffamatoria e moraleggiante, purtroppo sfociata nelle dimissioni, anticipate di sei mesi rispetto alla scadenza, ma anche l’infame strumentalizzazione fattane dalla politica dominante di quei tempi, contrassegnata dalle convergenze fra la Dc e il Pci, per fargli pagare la “colpa” di non essersi attenuto alla cosiddetta linea della fermezza sul sequestro Moro. Se ne volle l’allontanamento dal Quirinale per togliergli o ridurne la credibilità morale semmai avesse voluto manifestare più chiaramente e clamorosamente il suo dissenso dalla gestione di quella che resta la più grave e misteriosa tragedia della Repubblica italiana.
Due titoli -anzi, due titoli e mezzo, come vedremo- e due scenari opposti sullo sfondo del Quirinale: dalla fiducia al panico. Cominciamo con la fiducia suscitata da una visita di Sergio Mattarella a Torino. Dove, ospite dei giovani dell’amico Ernesto Olivero che lo aveva supplicato tre volte di rimanere ancora al Quirinale -presumibilmente per lasciare decidere la successione a un Parlamento non in scadenza e sostanzialmente delegittimato come questo- si è detto sicuro che lascerà il Paese in “ottime mani”. Così ha appunto titolato in prima pagina La Stampa. Beato lui, Mattarella, che sembra sapere come finirà. E poveri noi, che invece stentiamo a capire e tanto meno prevedere. Né abbiamo la disinvoltura, il coraggio e quant’altro degli amici e colleghi del Tempo di scommettere sul barista che prepara lo spritz a Mario Draghi ed ha confidato di avere sentito la moglie del presidente del Consiglio pronosticare il trasferimento del marito da Palazzo Chigi al Quirinale.
Titolo del Giornale
Passiamo all’altro titolo e scenario offerto dal significativo, a dir poco, Giornale della famiglia Berlusconi. Dove -non se l’abbiano a male gli interessati- gradiscono poco ogni notizia, indizio, retroscena che allontana la sagoma reale o immaginaria dell’ex presidente del Consiglio dal palazzo del Presidente della Repubblica. Ma è un titolo e mezzo, come accennavo. Il titolo dice, quasi da quotidiano di opposizione: “Situazione insostenibile- Palude Quirinale. Cosa c’è dietro il silenzio di Draghi”. Che, a parte la versione del barista, si ostina a non dire chiaro e tondo che cosa intenda fare del suo governo: cercare di guidarlo sino all’esaurimento della legislatura, ordinario o anticipato che sia, cioè con una campagna elettorale di più di un anno o solo di qualche mese, o tentare la successione a Mattarella.
Intervista di Marina Berlusconi al Corriere della Sera
Nella rappresentazione dei danni derivanti dalla incertezza vera o presunta di Draghi il direttore del Giornale si è trovato involontariamente in conflitto paradossale con la figlia di Berlusconi, Marina. Che ha voluto dire la sua al Corriere della Sera su questo confuso o incerto passaggio politicoassicurando che no, non c’è poi tanto da preoccuparsi perché “l’Italia corre” o, come preferite, “sta crescendo”. “Crediamoci”, ha raccomandato la signora.
“Catenaccio” del Giornale
Mattarella con la figlia Laura
Il mezzo titolo del Giornale, chiamato tecnicamente “catenaccio”, riguarda direttamente ed esclusivamente Mattarella per via delle voci che, contrariamente alla smania attribuitasi di prendersi il meritato riposo, specie ora che ha firmato il contratto di affitto di una casa a Roma per il dopo-Quirinale, fanno pensare il contrario. E mettono forse in ansia più la figlia Laura che il presidente Mattarella.
Augusto Minzolini sul Giornale
E quali sono queste voci, un po’ derise dal buon Augusto Minzolini per il loro carattere apparentemente paradossale? Se richiesto veramente da tutti di restare ancora un po’ al suo posto, come accadde nel 2013 col predecessore Giorgio Napolitano, il presidente uscente acconsentirebbe in cambio dell’impegno generale di approvare nell’anno residuo della legislatura una modifica della Costituzione che vieti la rieleggibilità del capo dello Stato e abolisca al contempo il cosiddetto semestre bianco, il divieto cioè di sciogliere le Camere nella parte conclusiva del mandato quirinalizio. E ciò che in passato avevano inutilmente proposto dal Quirinale i democristiani Antonio Segni e Giovanni Leone. Potrebbe essere in effetti l’uovo di Colombo, evidentemente indigesto però al Giornale, ripeto, della famiglia Berlusconi. Per oggi è tutto. Domani sarà un altro giorno.
Il presidente emerito della Corte Costituzonale Gustavo Zagrebelsky
Se il piatto della vendetta si serve freddo, come dice un vecchio proverbio, quello preparato dal presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky per il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano è stato servito freddissimo, direi congelato, ai lettori di Repubblica. Che si sono visti riproporre gli attacchi del costituzionalista all’ormai ex capo dello Stato nove anni dopo i fatti, risalendo al 2012 l’attacco del professore a “Re Giorgio” – così lo chiamavano un po’ tutti i simpatizzanti, anche della stampa estera- per avere fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro la potentissima Procura della Repubblica di Palermo. Nelle cui intercettazioni per le indagini sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi erano finite anche le utenze del Quirinale, compresa quella del capo dello Stato chiamato al telefono, fra gli altri, da Nicola Mancino. Che non era un omonimo, ma proprio il ministro democristiano dell’interno all’epoca della vicenda finita sotto le lenti degli inquirenti, diventato poi presidente del Senato, quindi supplente del capo dello Stato in caso di impedimento, e vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura con lo stesso Napolitano presidente.
Antonio Ingroia
Giorgio Napolitano ai funerali del suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio
La Procura palermitana della Repubblica si era messa in testa di poter disporre la distruzione delle intercettazioni dell’inintercettabile capo dello Stato adottando una procedura che avrebbe potuto consentirne paradossalmente la diffusione facendo prima ascoltare il contenuto alle parti processuali. L’allora magistrato di punta dell’accusa, il non dimenticato Antonio Ingroia, già scherzava pubblicamente scherzava sulla sua memoria di ferro e sulla licenza che avrebbe potuto concedersi come romanziere scrivendone a tempo debito. C’era ben poco da ridere, in verità, ma molti risero lo stesso, fuori e dentro gli uffici giudiziari, vi lascio immaginare con quanta soddisfazione sul Colle, dove ancora si piangeva la morte per infarto del consigliere giuridico di Napolitano, il povero Loris D’Ambrosio, finito nel tritacarne delle polemiche e dei sospetti su chissà quali e quante pressioni sui magistrati inquirenti.
Eugenio Scalfari
Secondo Zagrebelsky, anche a costo di lasciare Ingroia libero di divertirsi come possibile romanziere, Napolitano avrebbe dovuto risparmiare alla Corte Costituzionale il sospetto, fondato o non che fosse, di dover decidere per forza a suo favore, a tutela della sua figura istituzionale. Eugenio Scalfari, non più direttore di Repubblica ma pur sempre fondatore e custode, garante e quant’altro della sua anima, amico di entrambi i contendenti, non esitò un istante a schierarsi con Napolitano. E il presidente emerito della Consulta, come altri celebri collaboratori, per esempio Barbara Spinelli, entrarono nei “coni d’ombra” dove Scalfari metteva ogni tanto i dissidenti
Ora che in un cono d’ombra ci si è messo di persona lo stesso Scalfari per i 97 anni felicemente compiuti in aprile, per i temi sempre più alti e distaccati di riflessione, celebrato ancora in vita dalle figlie con un documentario davvero toccante anche per chi ha avuto tante occasioni di non condividere le scelte di un giornalista pur eccezionale come lui, Zagrebelsky è tornato alla carica contro Napolitano, non nominandolo esplicitamente ma facendolo chiaramente riconoscere nel passaggio di un articolo sui “tarli” del Quirinale in cui si contesta “il velo di silenzio” steso dalla Corte nel 2012 sui “contatti informali” dell’allora presidente della Repubblica. “Contatti che possono contenere interventi inconfessabili e incontrollabili”, ha aggiunto Zagrebelsky severamente al presente, come per dire che altri potrebbero fare ancora e di più dopo Napolitano, pur mettendo Sergio Mattarella al riparo da ogni dubbio o paura su una specie di monumento alla “fortuna” erettogli in una specie di inciso.
Il pesante giudizio di Giuliano Ferrara su Zagrebelsky
Ma è stato -ripeto- solo un inciso, perché il quadro complessivo del Quirinale emerso dall’articolo di Zagrebelsky si conclude con la diagnosi non di “una supplenza” determinatasi alla Presidenza della Repubblica per limiti, carenze ed errori degli attori politici ma “di una vera e propria modifica tacita della Costituzione, di cui ora avvertiamo la portata e i rischi”. In particolare, il celebre costituzionalista, che all’Università chiamavano “Re Gustavo” per celebrarne il prestigio, ha contestato ai presidenti succedutisi al Quirinale prima di Mattarella “moniti sui diversi argomenti di stretta competenza politica, pressioni su decisioni che spettano al Parlamento, pretese condizionanti le formule di governo, uso di poteri fuori delle condizioni previste per il loro esercizio…interdetti e veti o sponsorizzazioni su persone invise o gradite”, sino a “creare reti di relazioni che facilmente possono trasformarsi in diffusi “giri di potere” nel governo, nelle Camere e nel sottogoverno”. “Onde si è parlato in certe circostanze, senza accorgersi dell’ossimoro, di “partiti del Presidente”, ha impietosamente aggiunto Gustavo Zagrebelsky. Altro che i “tarli della Repubblica” -ripeto- usati nel titolo di prima pagina con cui l’articolo è stato pubblicato giovedì, procurando all’autore l’ira funesta di Giuliano Ferrara, che sul Foglio gli ha dato del “costituzionalista più trombone, pedante e loffio che ci sia”.
Diversamente dal mio amico Giuliano Ferrara, incontinente sino alla villania quando qualcosa o qualcuno non gli garba, tanto da avere liquidato fra “i tromboni”, in un titolo di prima pagina del Foglio, il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, mi ha intrigato moltissimo quel commento dedicato ieri su Repubblica ai “tarli” di cui bisognerebbe forse cominciare a curare meglio mobili, tappezzeria ed altro del Quirinale. Mi è piaciuto sin dall’approccio, decisamente contrario all’”apoteosi -ha scritto l’esimio costituzionalista- delle trattative segrete, dei calcoli di utilità di soggetti più o meno visibili, dei giochi e degli intrighi di palazzo” che hanno caratterizzato un po’ tutte le corse al Colle.
Vuoi vedere -mi son chiesto- che Re Gustavo, come il professore veniva chiamato dai suoi studenti per l’autorevolezza di cui godeva, per i modi un po’ aristrocratici con i quali si muoveva, misti tuttavia a gesti inattesi di cordialità che si coglievano anche in Aldo Moro; vuoi vedere, dicevo, che Re Gustavo dà un mano anche a un tapino come me, sempre lamentatosi dell’assenza di una qualsiasi disciplina delle candidature per l’elezione del presidente della Repubblica da parte delle Camere riunite in seduta congiunta con i delegati regionali come in una seduta spiritica?
Gustavo Zagrebelsky
Ma Re Gustavo- ripeto- è andato ben oltre questa mia modestissima e irriverente aspettativa. Egli ha preso di petto frontalmente, dopo più di 70 anni di storia repubblicana, la figura del capo dello Stato a lungo immaginata e condivisa da fior di costituzionalisti come un fisarmonicista. Che dà e toglie aria al suo strumento secondo le circostanze politiche, valutando le condizioni di ascolto e persino di respirazione dei partiti e dei loro gruppi parlamentari.
Il professore Zagrebelsky su Repubblica
In un crescendo di ricordi lasciati nell’anomimato, salvo che per la “fortuna” costituita dal presidente uscente, Zagrebelsky ha rimproverato ai predecessori “moniti sui più diversi argomenti di stretta competenza politica, pressioni su decisioni che spettano al Parlamento, pretese condizionanti le formule di governo, uso di poteri fuori delle condizioni previste per il loro esercizio”. Anche a costo di sembrare un Cossiga col piccone, che ai suoi tempi naturalmente egli non aveva per niente gradito, il professore ha scritto che “la lista potrebbe continuare fino a comprendere interdetti e veti o sponsorizzazioni su persone invise o gradite. Col il che -ha spiegato- si è finito per creare reti di relazioni che facilmente possono trasformarsi in diffusi “giri di potere” nel governo, nelle Camere e nel sottogoverno. Onde si è parlato in certe circostanze, senza accorgersi dell’ossimoro, di “partiti del Presidente”. Tutto questo, in più, con la copertura offerta dalla Corte Costituzionale, la quale, per non smentire la massima carica dello Stato, ha steso un velo di silenzio sui suoi contatti “informali”, che possono contenere interventi inconfessabili e incontrollabili”.
Giorgio Napolitano e Nicola Mancino
“Su questo punto letteralmente cruciale delle nostre istituzioni -ha concluso Zagrebelsky con allusione tanto chiara a Giorgio Napolitano che sarebbe sciocco contribuire a nascondere- si è determinata non una supplenza, ma una vera e propria “modifica tacita della Costituzione”, di cui ora avvertiamo la portata e i rischi”. Ma che cos’è, professore, scherzi a parte, come spesso capita di dovere avvertire: un’autocandidatura all’età d’altronde ben portata di 78 anni? Rubo stavolta la malizia a Ferrara.
Delle cronache sulla festa celebrata in suo onore dai colleghi di Francesco Greco arrivato all’epilogo della carriera di magistrato come capo della Procura della Repubblica di Milano, al netto dei brindisi, della solita goliardia di Antonio Di Pietro corso dalla sua campagna molisana interrompendo la raccolta delle olive, e delle immancabili voci e allusioni sugli assenti, in questo caso dai nomi altisonanti di Pier Camillo Davigo e di Ilda Boccassini, ciò che mi ha colpito di più è l’occasione che non ha voluto lasciarsi scappare Gherardo Colombo per retrodare l’epopea di cui un po’ tutti si consideravano i fortunati superstiti.
Il magistrato Emilio Alessandrini ucciso a Milano il 24 gennaio 1979
Gherardo Colombo lo ha voluto ricordare facendone il vero eroe delle toghe ambrosiane
Più che il 17 febbraio del 1992, quando l’allora presidente del Pio Albergo Trivulzio Mario Chiesa fu arrestato in flagranza di tangenti, diciamo così, cercando di buttare nello scarico del bagno una parte dei soldi che Di Pietro aveva contrassegnato come corpo del reato; più che questa scena non po’ tragica e un po’ anche comica di una tangente fra le tante che sporcavano non certo dal giorno prima la politica ambrosiana, al pari di tutta quella praticata nel resto del territorio italiano, e anche oltre; Gherardo Colombo ha voluto ricordare la circostanza tutta drammatica del suo approccio col tribunale di Milano. Gli era capitato, in particolare, di prendere praticamente servizio da magistrato il 29 gennaio 1979, quando il suo collega Emilio Alessandrini, di soli quattro anni meno giovane di lui, fu ucciso in auto da un commando di terroristi di “Prima Linea” mentre si dirigeva al tribunale.
Ecco. Questa è la vera, epica storia della Procura di Milano che personalmente preferisco ricordare anch’io, riconoscendomi tutto e per intero nella parte dei magistrati, senza il cui sacrificio, senza la cui totalizzante fedeltà allo Stato temo che la democrazia non sarebbe sopravvissuta, Dell’altra epopea, invece, quella che prese il nome delle indagini “Mani pulite” contro il finanziamento illegale della politica e la corruzione spesso collegata, non sempre, come alcune sentenze avrebbero riconosciuto nella indifferenza generale, non mi sento per niente nostalgico, a dispetto dei tanti che invece la celebrano con puntualità: specie quelli che le debbono le loro fortune professionali di magistrati, politici e giornalisti.
Il suicidio di Gabriele Cagliari nel titolo della Stampa
Sono passati gli anni e non ancora riesco a dimenticare, o a ricordare senza raccapriccio, le retate previste o preannunciate da quel cronista televisivo del Biscione, non della Rai, che parlava come un invasato mentre scorreva alle sue spalle il tram proveniente o diretto al tribunale. Né riesco a ricordare senza lo stesso raccapriccio le telecamere puntualmente appostate di notte davanti al portone da cui sarebbe uscito ammanettato il tangentaro vero o presunto di turno. Né riesco a togliermi dalla testa senza fastidio la faccia di quel magistrato ancora in servizio, ora chissà alla scalata di quale postazione giudiziaria, che dopo avere interrogato in carcere il povero, ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari se andò in ferie così poco interessato, diciamo così, alla liberazione che ormai il suo imputato attendeva, da lasciarlo precipitare nella disperazione del suicidio. “Siamo stati sconfitti”, si lasciò scappare pressappoco Di Pietro senza farsi minimamente tentare con quel plurale generoso, visto che a quel passaggio non aveva partecipato, ad un gesto riparatorio di dimissioni.
Giovanni Galloni
Non riesco neppure a dimenticare lo sgomento del povero Giovanni Galloni, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, quando scoprì di avere fra i consiglieri, regolarmente eletto dai colleghi, un giudice di “Mani pulite” che, non potendo disporre l’arresto di un indagato chiesto dal sostituto procuratore della Repubblica a corto di competenza, indicava a matita sul foglio il diverso reato, con relativo articolo del codice, cui doversi richiamare per garantirsi l’assenso.
Potrei continuare a lungo con questi ricordi non risparmiando nessuno, ma proprio nessuno dei tanti magistrati morti dicendo di avere fatto allora solo il loro dovere, inchiodati -senza avere peraltro tutti i torti in questo paradosso- alle leggi scritte e approvate dalla Camere come peggio non si potesse. Potrei continuare, dicevo, se non me ne avesse esonerato in qualche modo prima di morire Francesco Saverio Borrelli in persona, il capo carismatico di quella Procura. Che era cosi esaltato all’inizio della sua opera rigeneratrice da chiedere all’amico giurista Giovanni Maria Flick -come Il Dubbio ha appena riprodotto- se fosse proprio necessario celebrare i processi e scrivere le sentenze di condanna dopo tante confessioni spontanee di imputati.
Francesco Saverio Borrelli
Ebbene, dopo una più lunga e proficua riflessione, ma soprattutto vedendo il mondo della politica e degli affari prodotto dall’epopea di “Mani pulite”, il povero Borrelli si chiese se fosse stato giusto davvero demolire tutto quello che era stato demolito della cosiddetta prima Repubblica, e se non fosse opportuno scusarsi con gli italiani per averli affidati in mani anora peggiori. Le scuse, per quanto lo riguardavano, furono subito accordate in un libro autobiografico da Claudio Martelli, peraltro grato del riconoscimento ricevuto da Borrelli di essere stato se non il migliore, fra i migliori ministri della Giustizia succedutisi fra prima e seconda Repubblica. Contro di lui, in effetti, diversamente da Giovanni Conso, da Alfredo Biondi, da Roberto Castelli, non apprezzato neppure come ingegnere acustico, Borrelli e i suoi emuli non si erano mai spesi in proteste e minacciosi annunci di dimissioni.