Benedetta, anzi benedettissima autoironia: da Mattarella a Draghi e a Grillo

Mattarella all’Università La Sapienza

Non so se da buon figlio di moroteo, com’era suo padre Bernardo, e moroteo lui stesso, anche se approdato alla politica quando lo statista democristiano era già morto, Sergio Mattarella sia bravo come Aldo Moro anche nell’imitare nelle voci e nelle smorfie colleghi e non di partito. Di sicuro ne ha ereditato quello di cui si è appena vantato con i professori dell’Università romana della Sapienza e ha definito “una buona dose di autoironia” indicandola come “ingrediente” o “antidoto” al rischio, per chi “esercita potere”, di farsene troppo “condizionare”.

La foto storica di Aldo Moro prigioniero delle brigate rosse

Persino negli ultimi giorni di vita, quando lottava disperatamente perché i suoi amici di partito e alleati lo sapessero e volessero sottrarre alla sentenza di morte emessa contro di lui dalle brigate rosse, che lo tenevano prigioniero in un covo a Roma dopo averne sterminato la scorta vicino casa, Moro non rinunciò all’ironia prendendosela, in particolare e addirittura, con Papa Montini: il suo amico Montini. Che aveva chiesto pubblicamente ai terroristi, sia pure “in ginocchio”, di rilasciare il presidente della Dc “senza condizioni”. Non si è sprecato molto, osservò pressappoco Moro in una delle sue lettere a proposito del Pontefice, forse pensando anche lui ad una manina, diciamo così, dell’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti in quel messaggio toccante ma politicamente inutile alla causa della sua liberazione, per come si erano ormai messe le cose nella gestione un po’ pasticciata, a dir poco, della cosiddetta linea della fermezza opposta dal governo alla sfida dei terroristi.

A distanza, direi, di poche ore dall’autoironia raccomandata, anzi riproposta da Mattarella, che nei mesi precedenti vi aveva già accennato in un incontro con una scolaresca, abbiamo assistito a due prove di autoironia, appunto, di una certa efficacia nella lettura delle vicende politiche italiane, che non brillano abitualmente di chiarezza e trasparenza.

Titolo del Corriere della Sera

“Anch’io cerco la mia strada”, ha detto Mario Draghi intrattenendosi con dei ragazzi, chiamiamoli così, a Rona. Il presidente del Consiglio non poteva esprimere meglio, con autoironia appunto, le tentazioni dalle quali è preso in questo periodo: tenersi rigorosamente estraneo alla successione a Mattarella o contribuirvi in qualche modo, sino a candidarsi anche lui o lasciarsi candidare per un trasferimento da Palazzo Chigi sgradito naturalmente ad altri possibili concorrenti al Quirinale: per esempio, Silvio Berlusconi.

Titolo di Repubblica

Già comico professionale di suo, con una visione quindi persino esasperata dell’ironia, Beppe Grillo ha profittato di un collegamento con un convegno sull’energia per “dileggiare” -ha titolato la Repubblica- il presentissimo presidente del suo MoVimento Giuseppe Conte. Che egli ha definito -dopo una sparata ormai esaurita  contro la Rai per un giro di nomine non gradito-  “un gentleman” praticamente innocuo, tra i più specializzati in “penultimatum”.

Titolo del Fatto Quotidiano su Conte

In un tentativo mal riuscito di essere anche lui ironico Conte ha reagito sottolineando il tipo “non ortodosso” di “comunicazione” di quello che pur sempre è il suo “garante”, in senso statutario. E che certamente- deve ammetterlo il professore di Volturara Appula- con le sue prese in giro non gli dà una mano mentre l’ultimo sondaggio elettorale di Winpoll attribuisce alle 5 Stelle l’11 per cento dei voti, a rischio di sorpasso anche da parte di una Forza Italia salita al 10,8.  

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Chi sale e chi scende dalla intrigante giostra del Quirinale

Scusatemi se non riesco ad appassionarmi, diciamo così, ai temi della pandemia, dell’assalto pur amichevole degli americani a Tim, delle beghe più o meno regolamentari al Senato sul bilancio e altre cose ancora. Purtroppo mi intriga di più, per vecchie abitudini di mestiere, quella che comunemente si chiama “corsa al Quirinale” e che spesso sarebbe meglio definire “giostra” per la rapidità capricciosa con la quale scendono e salgono i candidati più disparati, con un occhio sempre rivolto tuttavia al presidente uscente della Repubblica. Dalla cui disponibilità o ambizione a restare dipendono tattiche e strategie degli altri concorrenti, almeno da quando la rielezione riuscì nel 2013 a Giorgio Napolitano, anche lui all’origine contrario, come adesso Sergio Mattarella, ma poi arresosi alle circostanze.

Titolo del Messaggero
Titolo del Quotidiano del Sud

 Anche nell’ultima uscita dal Quirinale, tornando tra i professori dell’università romana della Sapienza dove studiò da giovane, il capo dello Stato ha voluto ricordare le “poche settimane” che mancano alla “conclusione del ruolo e delle funzioni” assunte nel 2015, dopo l’abbandono di Napolitano per stanchezza, non so francamente se più fisica o politica, dati gli stress che gli procurava con i suoi ritmi, a dir poco, Matteo Renzi da Palazzo Chigi. Mattarella “chiude ancora ai partiti”, ha titolato Il Messaggero. “Mattarella deve insistere: ho finito”, ha gridato il manifesto. “Mattarella seppellisce l’ipotesi bis”, ha cimiterialmente chiosato Il Quotidiano del Sud.

Se però questa maggiore determinazione di Mattarella a lasciare il campo -per quanto avesse fatto pensare a qualche ripensamento rispolverando recentemente negli archivi quirinalizi le proposte di due predecessori di mettere in cantiere modifiche della Costituzione che gli dessero la ragione o il pretesto per garantirne il corso con un prolungamento davvero eccezionale e ultimo del suo mandato- dovesse davvero nascere dalla convinzione attribuitagli da qualcuno che vada profilandosi dietro le solite quinte un accordo vasto su Paolo Gentiloni come successore, sarebbe forse il caso di diventare più prudenti nei titoli e nelle previsioni.

Travaglio sul Fatto Quotidiano

Sull’ex presidente del Consiglio e attuale commissario europeo si è appena aperta una specie di offensiva sotto le stelle per avere avuto come capo di Gabinetto a Palazzo Chigi lo stesso Antonio Funiciello che oggi assiste Draghi. Al quale Il Fatto con la solita verve di Marco Travaglio ha chiesto di rimuoverlo per avere favorito abitualmente finanziatori di Matteo Renzi. Che -guarda caso, sembra di capire- starebbe lavorando adesso proprio per la candidatura di Gentiloni al Colle, dopo “la pace di Bruxelles” del 9 novembre a casa del commissario europeo annunciata da Repubblica.

Titolo del Foglio
Titolo sempre del Foglio

I problemi di Gentiloni e quelli anche di Draghi, che al Foglio da tempo auspicano al Quirinale ma il cui trasferimento da Palazzo Chigi preoccupa anche un ammiratore come Silvio Berlusconi, hanno scatenato lo spirito giocoso e goliardico di Giuliano Ferrara. Che a questo punto, sempre sul Foglio, ha dato “trenta e lode” al sempre amico Cavaliere per l’ostinazione, la schiettezza, la fantasia e quant’altro  con cui si sta giocano la partita del Quirinale pur senza avere ancora indossato la maglia del giro.   Diavolo di un uomo, il Cavaliere.    

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Il fantasma di Scalfaro evocato contro Gentiloni al Quirinale

Titolo del Dubbio

Se non fa come Penelope, che per sottrarsi ai corteggiatori e simili disfaceva di giorno la tela che aveva tessuto di notte, Paolo Gentiloni ha un bel da fare per seguire e partecipare a suo modo, con un misto di discrezione, di interesse e al tempo stesso di disincanto, alla corsa al Quirinale per la successione a Sergio Mattarella.

            A leggere la particolareggiata e documentata corrispondenza di ieri da Bruxelles di Claudio Tito sulla Repubblica, in una decina di giorni fra il 9 e il 18 novembre Gentiloni ha incontrato, tra l’abitazione privata e il suo ufficio di commissario europeo agli affari economici, Matteo Renzi, il segretario del Pd Enrico Letta, il presidente e potente collega di partito della regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini e la ministra forzista Mara Carfagna.

Renzi e Gentiloni in una foto del 2015

            L’incontro che ha fatto più notizia è stato naturalmente quello con Renzi, conviviale e lungo, dopo anni di sostanziale incomunicabilità fra i due, che pure sembravano legati a filo doppio quando Renzi era a Palazzo Chigi. Fu l’allora segretario del Pd a designare Gentiloni alla Presidenza del Consiglio, facendolo traslocare dalla Farnesina, dopo avere perduto il referendum sulla riforma costituzionale. 

La rottura si consumò per essersi poi Gentiloni schierato con Mattarella contro la richiesta delle elezioni anticipate avanzata da Renzi. Il quale, a torto o a ragione, ma forse più a ragione che a torto, riteneva che la sconfitta referendaria, pur costatagli Palazzo Chigi, fosse politicamente recuperabile per il 40 per cento dei sì comunque raccolti, più omogenei o compatti di quel 60 per cento dei no esteso da Berlusconi a Massino D’Alema, Pier Luigi Bersani e Beppe Grillo: un’Armata allora davvero Brancaleone.

            Pur enfaticamente annunciato su Repubblica come “la pace di Bruxelles”, l’incontro tra Gentiloni e Renzi è ancora più significativo considerando il fatto che è avvenuto prima del raduno annuale dei renziani alla stazione fiorentina della Leopolda. Al quale il leader della pur minuscola Italia Viva, sotto il 2 per cento nei sondaggi ma con una quarantina e più di parlamentari ancora a disposizione fra Senato e Camera, si è presentato con l’ambizione di svolgere un ruolo importante nella successione a Mattarella, a favore di un presidente- ha detto- di provato “europeismo” e “antisovranismo”. Come appunto potrebbe ben essere Gentiloni, sul quale peraltro erano giù circolate voci di una certa attenzione anche da parte di Enrico Letta, non a caso visto a Bruxelles dal commissario europeo proprio dopo l’incontro con Renzi.  Che -benedett’uomo- sembra avere immaginato sull’attuale segretario del Pd, pur attaccandolo continuamente per i rapporti troppo stretti attribuitigli con i grillini, un futuro addirittura da segretario generale della Nato. Che peraltro era la destinazione immaginata sino a qualche tempo fa proprio per Renzi, prima che lasciasse il Pd. Il povero Enrico Letta, insomma, non sta mai nel posto giusto dal punto di vista di Renzi, che alla fine del 2013 piuttosto che lasciarlo a Palazzo Chigi, parlandone al telefono con un generale della Guardia di Finanza inconsapevolmente intercettato, disse che sarebbe stato meglio prenotargli il Quirinale. Dove però era stato da poco confermato Giorgio Napolitano. Seguì solo un pur volontario esilio a Parigi.

            Fondate o non che siano, le aspirazioni di o su Gentiloni alla Presidenza della Repubblica per uno scioglimento ordinario del nodo quirinalizio, senza trattenere Mattarella né spostare Draghi da Palazzo Chigi, hanno allarmato soprattutto chi ancora è convinto che possa giocarsi la partita del Quirinale anche Berlusconi. Del cui Giornale di famiglia conviene seguire in questi tempi con particolare attenzione cronache e commenti, specie ora -peraltro- che è diretto da un conoscitore esperto dei palazzi della politica come il mio carissimo amico Augusto Minzolini. Che non ha avuto tutti i torti ieri a paragonare Renzi a Bettino Craxi, pure lui spesosi sino alla dannazione ai suoi tempi per modernizzare la sinistra. La cui parte più massimalista o radicale gli si rivoltò come una belva ferita. E lo mise fuori gioco con l’aiuto della magistratura più politicizzata.

Craxi e Scalfaro in una foto d’archivio

            Proprio nel paragonarlo a Craxi e allo sfortunato epilogo della sua carriera politica il direttore del Giornale con grande astuzia politica, considerando interessi, ambizioni e quant’altro del suo editore, ha ammonito Renzi a non ripetere  l’errore compiuto da Craxi nelle elezioni presidenziali del 1992,  quando già il clima politico era intossicato dal mix di cronaca politica e giudiziaria sull’inchiesta della Procura di Milano, e simili, contro il finanziamento illegale dei partiti e la presunta ma non sempre provata corruzione.

Augusto Minzolini sul Giornale di ieri

            Allora il leader socialista preferì la candidatura del presidente democristiano della Camera Oscar Luigi Scalfaro a quella del presidente repubblicano del Senato Giovanni Spadolini come soluzione “istituzionale” e d’emergenza della successione a Francesco Cossiga dopo il boato spaventoso, in tutti i sensi, della strage mafiosa di Capaci, compiuta in piena sessione parlamentare per l’elezione del capo dello Stato.

Di quella scelta, maturata appezzando la lealtà mostratagli da Scalfaro quando era stato il suo ministro dell’Interno, fra il 1983 e il 1987, Craxi si sarebbe poi pubblicamente pentito.  Da lui non ebbe una mano o un dito d’aiuto, ma l’ultima pedata nello scontro con la sinistra massimalista e le artiglierie giudiziarie. Sono passati quasi 30 anni, ma sembrano molti di meno per il vivido ricordo che se ne ha ancora.

Pubblicato sul Dubbio

Dietro quel sorriso un pò di sollievo di Laura Mattarella al San Carlo di Napoli

Sergio Mattarella sul palco reale del Teatro San Carlo a Napoli

C’è qualcosa che forse spiega quell’espressione di compiacimento e insieme di sollievo che è stata colta nella figlia di Sergio Mattarella, Laura, sul palco reale del Teatro San Carlo di Napoli mentre il padre raccoglieva la solita standing ovation che l’accompagna ormai nelle sue uscite dal Quirinale in questo periodo di fine mandato. Pare che proprio la figlia, più ancora del padre, sia contraria ad una conferma del presidente uscente, come avvenne nel 2013 con Giorgio Napolitano per fare maturare le condizioni allora mancate dell’elezione di un successore, dopo le bocciature di entrambi i candidati del Pd lanciati dall’allora segretario Pier Luigi Bersani: prima Franco Marini e poi Romano Prodi.

A vedere Laura Mattarella contenta e al tempo stesso sollevata per l’ennesima manifestazione di fiducia e di simpatia per il padre si è pensato a qualcosa di nuovo che stesse maturando, o fosse già maturato, per uno scioglimento ordinario del nodo quirinalizio. Cioè, senza la deviazione, chiamiamola così, vista a torto o a ragione dietro i recenti richiami del Presidente alle proposte inutilmente presentate dai predecessori e colleghi di partito Antonio Segni e Giovanni Leone di mettere in Costituzione la ineleggibilità immediata del Capo dello Stato e l’abolizione del cosiddetto semestre bianco. Durante il quale il presidente perde la prerogativa dello scioglimento delle Camere. “Impegnatevi a fare queste modifiche nell’anno residuo della legislatura e mi presterò ad una conferma finalizzata a questo scopo, che renderebbe davvero ultima la replica dell’eccezione già sperimentata con Napolitano”, era sembrato il messaggio sotto traccia di Mattarella. E qualcuno aveva già cominciato ad adoperarsi per aprire in Parlamento il cantiere di questa riforma costituzionale, magari arricchendola d’altro, come la sfiducia costruttiva o la fiducia a Camere congiunte ventilata da Giuseppe Conte qualche giorno dopo, guarda caso.

Titolo di Repubblica
Matteo Renzi alla Leopolda

Si può avere adesso il fondato sospetto che a rasserenare, diciamo così, la figlia di Mattarella sia stato un incontro svoltosi il 9 novembre a Bruxelles, ma di cui solo oggi il corrispondente di Repubblica Claudio Tito ha dato notizia, fra il commissario europeo ed ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e Matteo Renzi, notoriamente propostosi  ben prima del raduno annuale dei suoi appena conclusosi alla stazione Leopolda di Firenze di fare un po’ il regista anche di questa edizione della corsa al Quirinale. Cosa che gli riuscì nel 2015 da segretario del Pd e presidente del Consiglio con l’elezione proprio di Mattarella, anche a costo di rompere il patto sulle riforme costituzionali che aveva stretto con Silvio Berlusconi, pagandone forse lo scotto con la bocciatura referendaria del dicembre 2016. Certo, la posizione di Renzi oggi non è quella del 2015, ma anche da leader ridimensionato com’è, a capo di un partitino che non supera il 2 per cento dei voti nei sondaggi, egli ha mostrato nei mesi scorsi di sapere e potere promuovere operazioni complesse come la rimozione di Conte da Palazzo Chigi e l’arrivo di Mario Draghi.

Titolo interno di Repubblica
Paolo Gentiloni

La “pace di Bruxelles” annunciata da Repubblica ha forse qualcosa di enfatico, ma è pur importante che i due siano tornati a cercarsi, a incontrarsi e a parlarsi  dopo la brusca interruzione dei rapporti avvenuta nel 2017, quando Gentiloni fece asse con Mattarella e non assecondò la richiesta di Renzi di sciogliere le Camere dopo la sconfitta referendaria. Che, avvenuta con un onorevole 40 per cento di sì alla rua riforma,  gli avrebbe forse potuto consentire un recupero politico in un novo Parlamento.

Ripreso da http://www.startmag.it

Berlusconi supervaccinato e buonissimo, ma non basta ancora….

Titolo di Libero

Fra tutte le foto più recenti di Silvio Berlusconi quella riuscita meglio è sicuramente l’ultima. Che riprende l’ex presidente del Consiglio in eccellenti condizioni, soddisfatto della terza dose di vaccino contro il Covid che gli gliene somministrata. E pazienza se non è “il vaccino anti-traditori” che invece sembra più opportuno e urgente al buon Pietro Sinaldi, che ne ha scritto su Libero discorrendo anche della corsa dell’uomo di Arcore al Quirinale.

Ma questi sono giorni in cui Berlusconi sembra ottimista, fiducioso, aperto, con quel “sole in tasca” che soleva consigliare ai suoi dipendenti negli incontri annuali di simpatia e di incoraggiamento, perché facessero come lui i dispensatori di sorrisi e di buone notizie, nascondendo le cattive per esorcizzarle.

Intervista di Antonio Tajani al Corriere della Sera
Intervista di Silvio Berlusconi al Tempo

Mentre il suo povero vice e fedele Antonio Tajani, fermo ancora al problema di qualche giorno prima emerso dalle preoccupazioni di Giorgia Meloni che il Cavaliere fosse tentato dal trattare col Pd sul Quirinale, escludeva al Corriere della Sera che potesse esserci “un tavolo col Pd”, appunto, sulla successione a Sergio Mattarella, un paciosissimo Berlusconi spiegava al direttore in persona del Tempo, Franco Bechis, che bisogna smetterla anche do parlare male o di diffidare del MoVimento 5 Stelle. Non sono più nazisti travestiti, da lui stesso temuti almeno prima delle elezioni del 2018, quelli che -sempre lui- non avrebbe assunto neppure come addetti alle pulizie dei cessi delle sue aziende, ma gente generosa e bene intenzionata, benemerita anche di quel reddito di cittadinanza che ha aiutato un bel po’ di “poveri”, uomini, donne o d’altro sesso ancora “nati come Forza Italia -ha detto testualmente- per cambiare il Paese”. E se non ci sono forse ancora riusciti nel migliore dei modi ciò è accaduto solo perché non si sono ancora aperti abbastanza alla collaborazione con i forzisti, pur partecipando insieme da febbraio alla maggioranza di emergenza e quant’altro raccoltasi attorno al governo di Mario Draghi.

Titolo del quotidiano Domani
Goffredo Buccini sul Corriere della Sera di ieri

A questo Berlusconi inedito ma non troppo, essendogli già accaduto di descriversi “convesso o concavo” secondo le opportunità del momento, che solo la cattiveria degli irriducibili nemici presenta nei titoli dei giornali come il solito trafficante che starebbe cercando di “acquistare” più o meno grandi elettori sulla strada del Quirinale, avendo stanziato per questo investimento qualcosa come “60 milioni” di euro, secondo le valutazioni sparate oggi su tutta la sua prima pagina dal quotidiano Domani di Carlo De Benedetti; a questo Berlusconi inedito, dicevo, si è rivolto come ad un pacificatore, dopo 30 anni di guerra fra la magistratura e la politica cominciata con l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite”,  uno specialista della materia come il cronista giudiziario Goffredo Buccini. Che, autore di un libro un po’ disincantato e persino autocritico, ha testualmente scritto ieri sul Corriere della Sera: “Un personaggio pubblico in grado di migliorare di molto il clima sarebbe ancora in campo. Per paradossale che appaia, si tratta proprio di Berlusconi: il quale, senza abiure né confessioni, certo, ma solo dismettendo con un gesto, una frase, un messaggio, i panni da perseguitato della giustizia nei quali si è blindato (anche) per ragioni difensive, potrebbe aprire una nuova stagione smontando i miti fasulli della precedente”. Lo aspetterebbe “una missione perfino più appassionante del miraggio del Colle: aiutare gli italiani di domani a entrare nel futuro senza inutili fardelli”. Oddio: gli si chiede insomma -se non ho capito male- un passo contrito indietro, a vantaggio di qualcuno ancora da individuare

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Una coltre di silenzio e di censura sul raduno dei renziani alla Leopolda

Quando la cronaca politica era ancora, o era ridiventata una cosa seria dopo i vent’anni delle veline fasciste di carta, nei giornali vigeva la regola che quanto più i partiti o le loro correnti fossero piccole ma -ahimè- determinanti per le sopravvivenze delle maggioranze, tanto più andavano seguiti i loro congressi o convegni. Per i quali si mobilitavano le firme migliori, che magari andavano a fare il loro lavoro col binocolo appeso al collo per scrutare, all’occorrenza, i volti lontani  dei personaggi ritenuti più importanti o decisivi nelle manovre, spiandone incontri e smorfie.

Ora invece può accadere che si apra a Firenze l’undicesima edizione del raduno dei solitamente agitatissimi renziani nella storica stazione della Leopolda, a ridosso di quella che una volta si diceva la madre di tutte le battaglie parlando della corsa al Quirinale e dei suoi possibili effetti sul governo di turno, e sulla maggioranza delle testate giornalistiche non si trovi traccia dell’evento in prima pagina. O se ne trovino di labilissime nelle prime pagine degli altri, pur con titoli, titoletti e quant’altro che attribuiscono al solito Renzi progetti, congiure e simili da conclamato, orgoglioso “ago della bilancia”.

L’uomo ancora si vanta di avere con meno di cinquanta parlamentari di cui dispone su circa mille di avere quanto meno creato le condizioni che hanno permesso a Sergio Mattarella a febbraio scorso di mandare a Palazzo Chigi un signore senza partito ma con tanto prestigio personale, e internazionale, come Mario Draghi. Vi sarà pure dell’esagerazione, per carità nei bollettini renziani di guerra, ma qualcosa di sicuramente è accaduto in quella direzione col suo concorso, quanto meno. E non sono per niente decisi a perdornargliela l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e gli adoranti nostalgici che muoiono dalla voglia di vendicarsi, magari col solito aiuto di qualche “casuale” -per carità- indagine giudiziaria.

Titolo del quotidiano Domani

L’ultima sulle capacità di manovra, intrigo, congiura e quant’altro di Renzi si trova sul giornale Domani dell’indomito Carlo De Benedetti con l’annuncio della gestazione di Paolo Gentiloni come successore di Sergio Mattarella al Quirinale, lasciando Draghi a Palazzo Chigi e mandando a Bruxelles, al posto dello stesso Gentiloni come commissario europeo, un uomo, una donna, un trans, come volete, di Silvio Berlusconi, felice così di potersi sottrarre ad una scalata personale al Colle francamente simile più a un sogno che ad un obiettivo, più ad una illusione che a un progetto, con tutti gli anni e le cicatrici anche politiche che il Cavaliere ha addosso dopo una vita di campagne di ogni tipo.

Titolo del Repubblica
Dalla prima pagina del Foglio

Ebbene, con tutto questo po’ po’ di scoop, vero o presunto, su Renzi e sull’ex fidato Gentiloni, da lui già mandato a Palazzo Chigi dopo la clamorosa sconfitta nel referendum del 2016 sulla riforma costituzionale, neppure Domani ha ritenuto di raccontare qualcosa del raduno alla Leopolda. Dove l’inviato di Repubblica, l’ex giornale di De Benedetti,, ha invece riferito di avere visto “file reali fuori dalla stazione”: reali, non di comparse col cestino da viaggio. “E’ la Leopolda, Amici miei. Da qui -ha  brillantemente raccontato l’inviato del Foglio, dove Renzi è stato coccolato per qualche tempo come il “royal baby” dell’”amor nostro” Silvio Berlusconi- si tirano di solto grandi scherzi, stile Perozzi, e zingarate a volte fortunate, a volte meno. E’ il ritorno della stazione fiorentina al centro della politica. Ma nessuno capisce questa volta dove si fermerà il treno di Matteo Renzi”. Meglio quindi tenersene lontani, debbono aver pensato altri.  

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La finta calma di Conte nella piazza pulita e privata di Cairo

Il titolo del Corriere della Sera di ieri

A vedere e sentire Giuseppe Conte – rigorosamente a Piazza Pulita, la trasmissione di Corrado Formigli su la 7, presentato nel telegionale della stessa rete di Urbano Cairo dal direttore Enrico Mentana con l’avvertenza ironica che “non è la Rai”, preclusa ai grillini dal capo del MoVimento 5 Stelle per ritorsione contro le ultime nomine non concordate con lui- sembrava davvero un uomo calmo, tranquillo, per niente nervoso come lo avevano rappresentato di mattina un po’ tutti i quotidiani.  “L’ira di Conte”, aveva titolato in prima pagina il Corriere della Sera riferendo sulla guerra appena dichiarata dall’ex presidente del Consiglio al cavallo pur dichiaratamente “morente” dello scultore Francesco Messina che troneggia davanti alla sede dell’azienda, in viale Mazzini.

Luigi Di Maio

Ma era tutta una posa, dietro alla quale il nervosismo c’era, eccome. E ancor più che nei riguardi della Rai, e del suo amministratore delegato Carlo Fuortes,  verso l’assente ma ugualmente incombente Luigi Di Maio, citato dal conduttore come dissidente, appena dichiaratosi pronto anche lui ad andare in qualche rete privata ma solo per “par condicio”, essendo stato già troppe volte negli studi della tv pubblica un po’ come ministro degli Esteri e un po’ come autore di un’autobiografia fresca ancora di stampa, dedicata al suo “amore”, addirittura, per la politica. “Lui è presidente del comitato di garanzia”, ha ricordato Conte come per dirgli che sarebbe ora la finisse di impicciarsi d’altro fuori e dentro il movimento. Ma “garanzia” è una parola grossa, che si può intendere in tanti modi.

Marco Travaglio oggi sul Fatto Quotidiano

Più esplicitamente o visceralmente, dopo avere già alluso il giorno prima alle frequentazioni conviviali dell’amministratore della Rai, corso di recente con un centinaio di invitati alla festa di compleanno dell’ingombrante piddino Goffredo Bettini, rileggete con me quello che ha scritto oggi nell’editoriale del Fatto Quotidiano Marco Travaglio su ciò che è accaduto alla Rai. Dove, in particolare, il direttore del Tg1 Giuseppe Carboni è stato sostituito da Monica Maggioni. “Le intenzioni di Draghi -ha scritto Travaglio prendendosela direttamente col presidente del Consiglio- le conosciamo: dare a Conte e a 11 milioni di elettori l’ennesimo schiaffo, che il premier può permettersi grazie al filo diretto con i governisti ad oltranza Grillo e Di Maio. Un’operazione di regime che taglia fuori da tg e gr il partito di maggioranza relativa”.

Bene avrebbe dunque fatto Conte, in dissenso -ripeto- da Grillo e Di Maio, ormai zerbini di Draghi e del Pd, a protestare e ordinare di tenersi lontani dalla Rai, come ai tempi in cui i pentastellati erano ignorati e boicottati dall’azienda pubblica ma proprio per questo premiati nelle urne dagli elettori: i famosi 11 milioni di marzo del 2018, ai quali peraltro lo stesso Conte era stato proposto da Grillo e Di Maio come il semplice ministro dell’ennesima riforma burocratica di un governo monocolore. Mancato il quale per la insufficienza di pur tanti voti, i leghisti prima e il Pd poi ritennero che Conte potesse fare il presidente del Consiglio.

Titolo di Libero

Immagino i gesti scaramantici che l’interessato, dopo tanto incoraggiamento da parte del solito Travaglio, avrà opposto questa mattina alla profezia di Vittorio Feltri su Libero con questo titolo: “Per far dispetto alla Rai Giuseppe sceglie il suicidio”. Lunga vita, per carità, all’ex presidente del Consiglio, anche nelle nuove dimensioni politiche che gli elettori gli assegneranno, perché prima o dopo essi torneranno pur a votare.

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La Rai sopravviverà anche alla guerra dichiaratale da Giuseppe Conte

Titolo del Dubbio
Ettore Bernabei

           La buonanima di Ettore Bernabei era convinto, in perfetta buona fede, per carità, di avere reso la Rai nella lunga stagione nella quale la diresse lo specchio dell’Italia, per quanto egli fosse notoriamente e orgogliosamente l’uomo di fiducia di Amintore Fanfani: un leader politico tutto tondo, come pochi altri del suo tempo, e perciò capace di attirare attorno a se grandi entusiasmi e altrettanto grandi avversioni. Egli mancò il Quirinale nel 1971 solo perché parte consistente della sinistra e del suo stesso partito, la Dc, lo aveva scambiato, a torto o a ragione, per una potenziale edizione italiana del generale francese Charles De Gaulle, morto l’anno prima. “Una cosa semplicemente ridicola”, mi disse dopo qualche anno sul terrazzo di casa, a Roma, parlando di quella vicenda e scherzando lui stesso sulla propria statura fisica con uno dei suoi pennelli da pittore calato giù di fretta dalla testa al ginocchio. “Nano maledetto, non sarai mai eletto”, aveva scritto un parlamentare sulla scheda che il presidente della Camera Sandro Pertini aveva dichiarato “nulla” omettendo civilmente di leggerla, ma con Fanfani sedutogli accanto come presidente del Senato, terreo in viso per l’inaspettato insulto.

Amintore Fanfani alle urne

           Il fatto è che Fanfani, e di riflesso il buon Bernabei, era convinto di essere il prototipo del buon italiano. Come Gianni Agnelli avrebbe preso l’abitudine di dire che gli interessi della sua Fiat coincidevano con quelli del Paese, così i fanfaniani pensavano dei rapporti fra il loro leader e l’Italia. Erano, fra l’altro, i tempi in cui la Dc riusciva a portare alle urne con gli altri partiti un bel po’ di elettori raccogliendone la maggioranza davvero: mica come i partiti di oggi, a cominciare dai grillini. Che ancora parlano, come ha appena fatto Giuseppe Conte, degli undici milioni di voti raccolti nel 2018 ritenendo di averli ancora in tasca tutti,  e di doverli rappresentare uno per uno, nonostante i deputati e i senatori persi nel frattempo per strada.

Il cavallo morente della Rai nella caricatura del Fatto Quotidiano
Monica Maggioni, nuova direttrice del Tg1

           Bernabei, per tornare a lui, riuscì a fare della Rai  semplicemente lo specchio più della politica dei suoi tempi che del Paese. Che poi, a pensarci bene, è la stessa cosa, di per sé naturale, non disdicevole. Il guaio è che la politica nel frattempo è scesa di qualità e quantità, portandosi appresso tutto il resto. Capita pertanto che in un’azienda complessa come quella di viale Mazzini, specchio davvero della politica, si possa, anzi si debba assistere allo spettacolo di un ex presidente del Consiglio che le dichiara “guerra”, come hanno titolato un po’ tutti i giornali, ordinando agli uomini e alle donne del suo movimento di disertarne i canali per avere praticamente subito il presunto torto politico – in un avvicendamento di cariche interne- di vedere sostituire alla direzione del Tg1 Giuseppe Carboni, nominato ai suoi tempi di Palazzo Chigi, con Monica Maggioni. Il cui curriculum professionale non meritava e non merita francamente questa gaffe politica, a dir poco, di un ex -ripeto- presidente del Consiglio in rivolta. Al quale si sono aggiunti i soliti tifosi delle curve di carta attribuendo con titoli, fotomontaggi e simili alla Maggioni paternità e maternità politiche di segno piddino, e in particolare di tendenza Paolo Gentiloni: un altro ex presidente del Consiglio, ora commissario europeo e- incidentalmente- tra i quirinabili possibili o immaginari.

Giuseppe Conte

            Inorridisco, francamente, di fronte a questo spettacolo, per quanto ne abbia viste, sentite e persino vissute, attorno e nella stessa Rai, ma anche nel campo più generale dell’informazione, di tutti i colori. Inorridisco ancora di più se penso agli effetti già annunciati o minacciati di questa “guerra alla Rai” da parte di Conte sulla cosiddetta corsa al Quirinale. Che pure sembrava appena rischiarata dallo stesso Conte proponendo di mettere nel paniere negoziale della parte residua di questa anomala legislatura – “la più pazza del mondo”, si è detto e scritto da molti- qualche buona modifica alla Costituzione.

               Sarebbe bastato e ancora basterebbe inserirvi la non rieleggibilità immediata del capo dello Stato e l’abolizione del divieto impostogli di sciogliere le Camere nell’ultimo semestre del suo mandato, entrambe auspicate dal presidente uscente con i suoi recenti richiami alle proposte analoghe avanzate dai predecessori e colleghi di partito Antonio Segni e Giovanni Leone, per chiudere nel migliore dei modi la partita quirinalizia diversamente esposta al rischio del caos. Mattarella potrebbe accettare una conferma davvero ultima ed eccezionale per garantire una simile riforma, lasciare la propria successione al nuovo e più legittimato Parlamento e garantire infine la prosecuzione del governo di Mario Draghi in un’emergenza pandemica per niente finita. Il classico uovo di Colombo, come l’ho già definito, che non vorrei fosse già stato rotto dallo stesso Conte in una crisi pur politica di nervi contro la solita lottizzazione ….degli altri. Le proprie, si sa, sono sempre migliori.

Pubblicato sul Dubbio

La pandemia è in ripresa ma Conte dichiara guerra alla Rai, non al Covid

Titolo del Foglio

Mentre crescono le preoccupazioni per la ripresa della pandemia il presidente del MoVimento 5 Stelle, circondato dai fedelissimi in una sala del Senato, dichiara la guerra -come ironicamente gli attribuisce Il Foglio- non al Covid ma alla Rai. Il cui amministratore delegato Carlo Fuortes, forte del sostegno subito confermatogli dal presidente del Consiglio Mario Draghi, ha fatto alle 5 Stelle il torto di programmare, fra l’altro, la sostituzione alla direzione del Tg 1 di Giuseppe Carboni, arrivatovi nel 2018 dopo avere seguito per il Tg2 la nascita e la crescita del movimento grillino, da Monica Maggioni. Che, francamente, senza stare lì a strumentalizzare -come giustamente ha osservato qualcuno- la cosiddetta questione di genere, apprezzandola come donna, non mi sembra proprio una giornalista fra le ultime d’Italia e le meno conosciute all’estero. Lo certifica il suo lungo servizio professionale di inviata anche di guerra prima di diventare presidente dell’azienda pubblica radiotelevisiva.

Monica Maggioni
Titolo del Fatto Quotidiano

Niente da fare. La Maggioni meriterebbe di essere giudicata solo per la presunta o reale sua sintonia col commissario europeo ed ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, peraltro tra i candidati possibili, immaginari e quant’altro al Quirinale se diventasse più difficile un trasferimento di Draghi da Palazzo Chigi, col rischio che c’è di un aggravamento della pandemia e dei problemi conseguenti, e dovesse permanere l’indisponibilità di Sergio Mattarella ad una conferma. A favore della quale, peraltro, lo stesso Conte aveva dato l’impressione di avere lanciato un’astuta proposta. Che era -e sarebbe tuttora, se non fosse ritirata- di inserire fra i temi di un possibile vertice della maggioranza una riforma della Costituzione da realizzare nel tempo residuo di questa legislatura. In tale riforma potrebbe essere inserita la non rieleggibilità immediata del capo dello Stato e l’abolizione del cosiddetto semestre bianco, dallo stesso Mattarella auspicate di recente rifacendosi alle proposte dei predecessori Antonio Segni e Giovanni Leone.

Nella prospettiva di una riforma del genere, che renderebbe davvero ultima una sua eventuale conferma a termine, analoga a quella concessa nel 2013 a Giorgio Napolitano, il presidente uscente della Repubblica potrebbe ben accettare di farsene garante rimanendo al suo posto ancora per un po’, lasciando inalterati gli attuali equilibri di governo e passando il problema della sua successione al Parlamento da eleggere nel 2023, sicuramente più rappresentativo di quello attuale, e con una conseguente maggiore legittimità politica del nuovo capo dello Stato.

Marco Travaglio su Fatto
Alessandro Sallusti su Libero

Il già ricordato Foglio ha riferito di un avvertimento lanciato lontano dai microfoni da Conte, nella sua dichiarazione di guerra alla Rai, consistente nella diserzione dei suoi canali da parte dei pentastellati, a favore evidentemente delle tv private. Egli avrebbe minacciato effetti anche sul Quirinale dalla sua svolta politica improvvisa. Si vedrà. Intanto il giornale notoriamente più sostenitore del nuovo capo dei grillini ha tradotto in un editoriale del direttore di Marco Travaglio il senso della protesta dell’ex presidente del Consiglio nella denuncia di un piano ordito dal Pd e dallo stesso Draghi, ma forse anche col consenso di Luigi Di Maio sotto le cinque stelle, per far fuori ciò che resta dei grillini dentro e fuori dalla Rai. E’ peraltro un’analisi speculare a quella fatta su Libero, ma con un certo compiacimento, da Alessandro Sallusti. Non è la prima volta, del resto, che i due estremi del giornalismo italiano d’opinione si tocchino, o si sovrappongano.

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Di Maio, al solito, corregge e spiazza Conte anche sul Quirinale

Eppure Giuseppe Conte, travestendosi da ingenuo davanti alle telecamere o al telefono di chi lo raggiunge per strappagli un commento all’ultima uscita dell’”amico Luigi”, come lui stesso lo chiama comprendendone peraltro l’esposizione impostasi per il lancio del libro autobiografico di amore per la politica, dice che “il controcanto” ormai continuo del ministro degli Esteri ed ex capo del MoVimento 5 Stelle è solo “una fantasia”, “una malizia” di noi giornalisti. Che d’altronde siamo abituati da tempo ad essere trattati male. Prima ancora che Beppe Grillo, il “garante” sia di Conte sia di Di Maio, dicesse di noi che voleva mangiarci per il gusto di poterci poi vomitare, un furibondo Ugo La Malfa nei lontani anni Sessanta ci aveva dato dei “pennivendoli” per non condividere i metodi spicci che lui usava per dirimere le vertenze all’interno del suo partito, sino a rimuovere il presidente del collegio dei probiviri. Non parliamo poi delle “iene dattilografe” che rimediammo da Massimo D’Alema nello storico Transatlantico di Montecitorio.

Titolo della Stampa

Non appena Conte nei panni, si presume, di capo del MoVimento 5 Stelle considerato ancora come quello più rappresentato in Parlamento, per quanto abbia perso per strada già parecchi deputati e senatori, ha annunciato l’adesione alla proposta di Enrico Letta di un vertice fra i leader della maggioranza e Draghi per blindare la legge del bilancio all’esame del Senato, ma proponendo di parlare anche di riforme costituzionali, Luigi Di Maio appunto si è fatto sentire per dire no, come si legge nel titolo di apertura della Stampa. Che peraltro è lo stesso giornale che aveva lanciato ieri il sì di Conte.

Annalisa Cuzzocrea sulla Stampa

Secondo Di Maio si rischierebbe di mettere troppa carne al fuoco, di complicare anziché semplificare i problemi, ma soprattutto di dare troppo spazio e credibilità a due signori che non ne meritano per niente. I due campioni della inaffidabilità sarebbero in ordine alfabetico Renzi e Salvini, forse non a caso chiamati entrambi Matteo dai loro genitori. E speriamo che Di Maio non si spinga sino a quello scivolone occorso nel salotto televisivo di Nicola Porro nientemeno che ad Antonio Martino. Che ha dato dei menagramo a chi si chiama Mario, come Draghi e Monti. Ah, professore, che mi ha fatto stavolta.

Augusto Minzolini sul Giornale
Titolo del Messaggero

Tra paura del Covid e della confusione politica c’è molto nervosismo nei palazzi romani e nei giornali. In quello, per esempio, della famiglia Berlusconi, Il Giornale che fu di Indro Montanelli, il direttore Augusto Minzolini oggi se l’è presa col centrodestra messo nei guai, e a rischio di dissoluzione quando si chiuderà la vicenda quirinalizia, per il comportamento non sempre o per niente lineare di Salvini e di Giorgia Meloni. Che non sembrerebbero “davvero consapevoli di quale sia la posta in gioco dei prossimi mesi”, quando forse -provo a ipotezzare- potrebbero rimanere ai loro posti sia Mattarella sia Draghi, addirittura prenotatosi con i sindacati, secondo un titolo de Messaggero, a trattare l’ennesima riforma delle pensioni. E senza la certezza che per consolazione Berlusconi rimedi il laticlavio da un Mattarella confermato a garanzia di una rapida e risolutiva modifica costituzionale contro la rieleggibilità.

I cinque posti di senatore a vita di nomina presidenziale a disposizione dei benemeriti della Repubblica sono tutti già occupati: in particolare, da Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano, Carlo Rubbia e Liliana Segre, in ordine cronologico di promozione.

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