Famiglie d’Italia -da Meloni a Berlusconi- che fanno pure rima….

         L’ironia era scontata all’annuncio della decisione di Giorgia Meloni di affidare alla sorella Arianna anche la segreteria politica, oltre al tesseramento del suo partito. Due giornali che più diversi non potrebbero essere come Il Fatto Quotidiano e Il Giornale ancora in parte della famiglia Berlusconi hanno titolato allo stesso modo: “Sorelle d’Italia”, pur rimanendo “Fratelli d’Italia” all’anagrafe politica il nome della formazione politica portata in pochi anni non solo dall’opposizione al governo ma alla sua guida,, dallo zero virgola a quasi il 30 per cento dei voti, in testa alla graduatoria elettorale e parlamentare. Il Fatto da giornale di opposizione orgogliosamente dichiarata e praticata ha titolato in prima pagina a caratteri di scatola, con tanto anche di foto delle due sorelle quando erano bambine, Il Giornale a caratterini per rispetto, diciamo così, dei rapporti di comune appartenenza all’area governativa.

         In attesa, mentre scrivo, delle reazioni del solitamente sarcastico Matteo Renzi quando parla e scrive di Giorgia Meloni, segnalo la severità del Foglio nel riferire delle nomine da parte della premier in un titolo che dice: “Tra governo e partito- Fazzolari e Arianna: ecco i primi veleni nella tribù meloniana- L’ascesa della sorella della premier passa per ridimensionamento di Donzelli. Tensioni a Palazzo Chigi. E la Lega se la ride: auguri”. Anche a chi avrà la voglia, la curiosità e quant’altro di leggerne e saperne o sospettarne di più.

         La stessa cosa potrei scrivere della Stampa con quel “caos FdI” sparato nel titolo e con “i ribelli” che “chiedono un congresso”. Del quale ad occhio e croce credo che le due sorelle abbiano poca voglia e poco tempo di occuparsi con tutti i problemi in arrivo con l’autunno prevedibilmente caldo, non dico quanto l’estate ancora in corso ma insomma…..

Tra il segretario generale della Cgil Maurizio Landini già in agitazione, la segretaria del Pd Elly Schlein che gli fa concorrenza insieme con Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia per niente tentato dalla generosità nelle spese, il ministro Raffaele Fitto preoccupato -una volta tanto- del ritorno ai vincoli del vecchio e cosiddetto patto europeo di stabilità dopo la sospensione per il Covid, la grana del reddito di cittadinanza passata ad un Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che, per quanto presieduto da Renato Brunetta, pare che non sia neppure sicuro nella sua composizione e a rischio di ricorsi al Tar, ce n’è francamente da essere preoccupati nella famiglia Merloni, o nel “governo familiare che sa di monarchia”, secondo Flavia Perina, sempre sulla Stampa.

         Ma c’è da essere preoccupati anche in un’altra famiglia quanto meno interessata alla politica, quella del compianto Silvio Berlusconi, per le garanzie di sostentamento ereditate a favore di una Forza Italia incamminata, almeno a sentire l’ex presidente del Senato Renato Schifani,  sulla strada di una piena contendibilità,  Che può significare anche piena imprevedibilità.

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Il salto di Forza Italia nell’avventura di un partito contendibile

Come per avvertire la premier Giorgia Meloni, pur sua ex collega nella destra missina e post-missina, a non provarci più a escludere il vice presidente del Consiglio Antonio Tajani dalla regia di comando quando si decidono cose importanti come una tassa speciale sulle banche, il vice presidente forzista del Senato Maurizio Gasparri ha recentemente detto che in altri tempi si sarebbe verificata una crisi di governo “un minuto dopo” l’’incidente. Altro che consentire al premier di turno di confermare l’accaduto, di vantarsene e di spiegarne le ragioni con la necessità della riservatezza in certe circostanze.

         Intervistato invece dal Giornale ancora in parte della famiglia Berlusconi sui rapporti con la Meloni premier e capa del partito maggiore della coalizione di governo, sia pure parlando d’altro come l’affare librario e politico ormai del generale Roberto Vannacci, il presidente -sempre forzista- della regione Sicilia Renato Schifani ha detto: “La leadership di Giorgia Meloni è salda. Lei sa mediare molto bene tra la propria convinzione politica e le esigenze di Stato. Seppur giovane, è completa e brilla anche a livello internazionale. Da lei mi sento pienamente rappresentato sia come cittadino che come presidente della Regione Sicilia”. E anche da maggiorente, debbo presumere, di Forza Italia, dove il compianto Silvio Berlusconi peraltro gli permise come a pochi  altri -se non l’unico- di uscire e rientrare senza danni in occasione della scissione promossa da Angelino Alfano all’epoca del primo e unico governo di Enrico Letta. 

         Nella stessa intervista al Giornale, concessa facendo uno strappo alle sue ritardate vacanze in montagna, Schifani ha tuttavia riservato ancora altre e forse maggiori sorprese a Tajani, pur confermandogli con largo anticipo rispetto al congresso nazionale convocato per la fine di febbraio il suo voto per la conferma alla segreteria. Qualcosa di più sottile della ricerca di altri candidati, e il sollecito di un regolamento per consentirne la corsa, in cui è dichiaratamente impegnato il vice presidente della Camera Giorgio Mulè, peraltro siciliano come Schifani.

         In particolare, il presidente della Sicilia ha chiesto a Tajani, pur non parlandone come di una condizione per il suo voto apparentemente scontato di conferma alla segreteria, una trasformazione del partito alquanto difficile dopo il lunghissimo regno del fondatore. All’ombra del quale tutti si erano più o meno abituati a muoversi, a fare le loro scalate, a rinunciarvi, cambiare obiettivi e via dicendo. Da partito “del leader”, cioè personale, o personalissimo, come preferite, Forza Italia dovrebbe diventare partito “corale”, “plurale” e altre definizioni da venire che fanno pensare più ad una riedizione della Democrazia Cristiana, da cui Schifani non a caso proviene, che al “Partito Repubblicano” di ispirazione americana. Del quale il presidente siciliano ha parlato nell’intervista evocando le volte in cui aveva conversato con lui Berlusconi in persona. Che, a dire il vero, per quanto mi risulta anche personalmente e direttamente, a tutto era disposto a pensare e ad aprire fuorchè a un partito di correnti.

Eppure proprio le correnti mi sembrano imprescindibili, per ragioni realistiche, da un movimento corale, plurale e simili. Neppure i comunisti con la loro formula del “centralismo democratico”, sfociato anche nella espulsione dei compagni del Manifesto quando provarono ad organizzarsi, riuscirono alla fine ad evitare un certo correntismo, come raccontò in vita con dovizia di particolari e orgoglio il vecchio Emanuele Macaluso. E come può ancora testimoniare il suo compagno d’area cosiddetta migliorista e presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

         Ciò che Schifani, coriaceo nella sua terra sino a neutralizzare l’ex potentissimo Gianfranco Miccichè, ha chiesto a Tajani non è quindi una cosa semplice. Tutt’altro. E’ una cosa, correlata peraltro ai rapporti quanto meno atipici tra Forza Italia e la famiglia del suo fondatore, di una complicazione estrema. E’, in parole povere, la contendibilità continua della guida del partito, al di là delle scadenze congressuali cui peraltro nessuno da quelle parti è stato mai abituato.

         Proprio su queste condizioni di prevedibile difficoltà, a dir poco, i concorrenti politici ed elettorali del partito post-berlusconiano, interni o esterni che siano alla coalizione di governo, puntano per ricavare qualche vantaggio e spazio. Il più audace, lesto e visibile nelle incursioni e simili è naturalmente Matteo Renzi, del quale anche Schifani ha parlato nella sua intervista cercando di minimizzarne le potenzialità e amplificarne le obiettive ambiguità. Ma non vanno sottovalutate le capacità attrattive anche della premier Meloni e del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini. La partita è francamente tutta da giocare. E potrebbe riservare grandi sorprese, forse anche per le opposizioni, se non soprattutto per esse. Berlusconi osserverà da lassù, i suoi familiari e i suoi elettori sino a giugno scorso da quaggiù.

Pubblicato sul Dubbio

Tutte le pene -di governo e soprattutto di partito- di Antonio Tajani

         Le vacanze di Antonio Tajani sono state disturbate forse più che dai suoi problemi di ministro degli Esteri – fra i quali è appena arrivata anche la valutazione dello scenario russo-ucraino dopo l’abbattimento di Evgenij Prigzhin annunciato da Mosca- dall’indebolimento della sua figura di vice presidente del Consiglio e di  segretario di Forza Italia.

         Una mano, di certo, non l’ha data a Tajani in questa doppia veste Giorgia Meloni annunciando, confermando e persino spiegando le ragioni per le quali ha ritenuto già prima delle vacanze di escluderlo dalla catena di comando, regia e quant’altro nella tassazione delle banche per i loro superprofitti. Ma neppure Renato Schifani, presidente della regione siciliana, in una intervista significativamente pubblicata ieri dal Giornale, con richiamo pur modesto in prima pagina, in cui la sua conferma congressuale, a fine febbraio, è praticamente condizionata a un cambiamento radicale del partito.

Da personale, o personalissima, com’era con Berlusconi presidente a vita, Forza Italia deve diventare “corale”, “plurale” e quant’altro: una specie insomma di partito repubblicano americano all’italiana o riedizione più laica della Democrazia Cristiana, dalla quale non a caso proviene Schifani. Che è già impegnato nella sua Sicilia a raccogliere attorno a sè in forma sempre più organica e vincolante pezzi della defunta Dc mossisi a lungo in autonomia, come quelli di Raffale Lombardo e di Salvatore Cuffaro.

         Nel momento in cui non più soltanto il vice presidente della Camera Giorgio Mulè ma anche un pezzo da novanta della nomenclatura come Schifani -uno fra i pochi, se non l’unico, cui Berlusconi aveva permesso di uscire e rientrare in Forza Italia dopo la scissione di Angelo Alfano- sostiene praticamente la continua contendibilità della guida del partito, Matteo Renzi cerca di aumentare il suo assedio elettorale. E forse anche parlamentare. Egli ha appena parlato a Zona Bianca, una trasmissione di Rete 4, guadagnandosi questo titolo del Sole 24 Ore: “Forza Italia decida cosa fare da grande”. In particolare, “i parlamentari di Forza Italia -ha detto l’ex presidente del Consiglio- non la lasciano perché sono in maggioranza. Forza Italia non è più forte come prima e lo vediamo, Con Berlusconi era Forza Italia, con Tajani è “Forse Italia”. Penso che essa debba decidere cosa fare da grande. Chi non sopporta sovranisti e populisti vota altre persone”, magari lui stesso.

         Di Renzi, e del suo corteggiamento politico o assedio elettorale, come preferite, ha parlato lo stesso Schifani nell’intervista al Giornale dicendo: “A unirci è soltanto l’essere entrambi paladini del garantismo. Tutto qui. Renzi è stato segretario del Pd. E il suo campo di manovra (anche a livello europeo, dove non siede certo tra i popolari) e ben diverso dal nostro. Italia viva poi è ridotta al lumicino e non mi pare che Renzi sia in grado di espandere il consenso”. “Non mi pare”, appunto. E’ tutto da verificare da qui alle elezioni europee dell’anno prossimo, quanto meno.

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Anche Mattarella adesso nel giallo agostano del generale Vannacci

“La manina di Mattarella nella guerra al generale”, ha titolato su tutta la prima pagina La Verità– quella di Maurizio Belpietro- come per dare una chiave di lettura al più alto livello istituzionale di questo giallo d’estate che è ormai diventato il libro dell’ex comandante della Folgore Roberto Vannacci felicemente intitolato ai fini promozionali “Il mondo al contrario”. E naturalmente portato in testa alla classifica delle vendite dai suoi stessi detrattori con un’autorete sulla quale forse dovrebbero riflettere prendendo lezione da un omosessuale dichiarato come Tommaso Cerno. Che ha portato la vicenda sulla prima pagina della sua Identità più per scherzarci sopra che per indignarsi. “Il De Bello Gaio, il libro scritto dal Generale Vannucci che si è definito nipotino di Giulio Cesare- ha scritto il simpatico ex parlamentare pd  ed ex direttore dell’Espresso– è la prova che in Italia le minoranze come i gay non solo non sono rappresentate ma servono alle maggioranze per parlare di sé e occupare gli spazi che finora non avevano avuto”.

          Belpietro ha cercato di attribuire la sua intuizione, sospetto e quant’altro sulla “manina” di Mattarella, disturbandone le vacanze sulle Dolomiti, al ministro della Difesa in persona, Guido Crosetto. Che ha raccontato di avere disposto la sostanziale rimozione di Vannacci dal comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per soddisfare le attese, richieste, pressioni delle alte gerarchie militari, potendo bastare secondo lui un intervento meno drastico.  Fra le altre gerarchie militari, con un po’ di buona volontà più che verità, al minuscolo, si potrebbe anche mettere Mattarella per il ruolo attribuitogli come presidente della Repubblica dall’articolo 87 della Costituzione di capo delle Forze Armate.  Cui forse non ha esagerato ad attribuire “lo sconcerto” neppure Domani, il giornale dell’ingegnere Carlo De Benedetti in questa fase dichiaratamente “radicale” del suo impegno pubblico.

         Ciascuno ormai dà il suo contributo quotidiano a far cadere il generale- che in qualche modo ha già dismesso la divisa e comincia a farsi intervistare dalle televisioni in maniche di camicia civile- nella tentazione di qualche candidatura politica. Il leader leghista Matteo Salvini lo ha già chiamato al telefono, cominciando col promettergli che avrebbe letto tutte le 300 pagine e più del suo libero. E lui, il generale, in una intervista al Tg1 ha rivendicato per sé il diritto e l’interesse a non escludere nulla, per cui Il Giornale non ha forzato la mano titolando: “Vannacci: politica, chissà…”.

Magari, alla Lega verrà la voglia di candidare Vannacci persino alle politiche in concorrenza col meloniano Crosetto. Che ha procurato al Fatto Quotidiano la sorpresa, domenica scorsa in prima pagina, di “difenderlo”, per quanto “guerrafondaio” sull’Ucraina. Nessun imbarazzo invece per Matteo Renzi, che sul suo Riformista ha cominciato a chiamarlo per nome: “Salvate il soldato Guido”. Scherzi d’estate.

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La curiosa centrale di Matteo Renzi che emette proteste e lezioni

         L’argomento ormai è logorato dalle polemiche, per quanto l’accaduto sia recente. Ma trovo significativo -visto anche il ruolo centrale, da “Centro” come ha deciso di chiamare il nuovo prodotto politico che sta confezionando- ciò che Matteo Renzi ha voluto scrivere sul conto dei quattro giovani italiani scappati dal ristorante albanese e fatto saldare dalla premier Giorgia Meloni, a proprie spese, dall’ambasciatore d’Italia.  I connazionali risultano peraltro ripresi da una telecamera o altro, per cui non dovrebbe essere difficile identificarli e metterli a una gogna che, una volta tanto, potrebbe anche essere condivisa.

Il fatto è sempre meno grave di un presunto stupro compiuto in casa di un padre pubblicamente esposto come il presidente del Senato, seconda carica dello Stato eccetera eccetera, ma resta una mascalzonata della quale capisco che la premier si sia vergognata apprendendola peraltro dal presidente albanese di cui era ospite. Che, magari,  avrebbe potuto tenersi per sé la notizia  sostituendosi nel saldo all’amica, “sorella” e quant’altro invitata con tanto dispendio di simpatia.

         Renzi, dicevo,  ha chiesto ai destinatari della sua solita lettera elettronica: “E’ giusto che una Premier intervenga per dare 80 euro a un ristoratore albanese? O è solo un gesto di comunicazione”. Come se lui da politico non ne avesse mai compiuti.  E ha spiegato: “Questa concezione per cui il Governo è una sorta di padre/madre compassionevole che se tu ti ubriachi viene a prenderti con il taxi gratis in discoteca (unico modo di trovare un taxi, ultimamente: ubriacarsi in discoteca), se non paghi il conto arriva l’ambasciatore e salda il debito è lo stesso impianto culturale per cui la casa te la rifanno -gratuitamente come diceva Conte- con i soldi dello Stato attraverso una miriade di bonus. Non mi stupisce il gesto in sé finalizzato a prendere tre like su TikTok. Mi stupisce che anche il governo di destra ha lo stesso impianto culturale del Governo grillino: il cittadino come suddito da accarezzare, sovvenzionare, sostenere. Per me questo approccio è sbagliato. Il vero campo largo è quello che va da Meloni a Conte passando per Salvini”.

         Ma questo Conte -Giuseppe Conte- come ce lo siamo ritrovati in Italia? Dopo un turno elettorale perduto dal Pd ancora guidato nel 2018 da un Renzi che non mi pare si fosse accorto del fenomeno grillino. Avremmo potuto liberarcene già l’anno dopo, nell’estate del 2019, se lo stesso Renzi ancora nel Pd, spiazzandone il segretario Nicola Zingaretti, non gli avesse praticamente regalato un altro anno e mezzo scarso di governo con una diversa maggioranza per consentirgli di fare altri danni non previsti, come la precedente vittoria elettorale. Domanda per domanda: non è un po’ esagerato dare lezioni a destra e a sinistra con simili precedenti, da una centrale così malmessa?  Dalla quale ora mi aspetto qualcosa anche sul generale omofobo Vannacci punito da Crosetto fra le proteste di Salvini e il silenzio della Meloni.

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L’Unità celebra i 34 anni dal ripudio dell’era togliattiana del Pci

Nell’estate del 1989, trentaquattro anni fa, mancavano pochi mesi alla caduta del muro di Berlino, e a tutto ciò che ne sarebbe seguito. Erano inoltre trascorsi otto anni dallo “strappo” compiuto in televisione da Enrico Berlinguer definendo “esaurita la spinta propulsiva” della rivoluzione comunista del 1917, in risposta ad una mia domanda sul regime militare appena costituito in Polonia per evitare un’invasione sovietica simile a quella del 1968 nella Cecoslovacchia di Dubcek. Non parliamo poi dei tredici anni trascorsi dall’intervista, sempre di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa sulla Nato da considerare un ombrello di protezione anche per l’evoluzione dei rapporti fra il Pci aspirante all’autonomia e l’Unione Sovietica ancora di Leonida Breznev.  Sotto quell’ombrello nacque anche il documento di politica estera approvato dai comunisti con i democristiani nella maggioranza di solidarietà nazionale del governo monocolore dc di Giulio Andreotti formatosi dopo le elezioni anticipate del 1976.

         Eppure, con tutto ciò che stava accadendo a livello internazionale ed era già accaduto a livello nazionale, nell’agosto del 1989 un articolo di Biagio de Giovanni sull’Unità nel venticinquesimo anniversario della morte di Palmiro Togliatti in Crimea apparve e fu una bomba fuori e dentro il Pci con quel titolo, nella parte pur bassa della prima pagina, che diceva come più chiaramente non si poteva: “C’erano una volta Togliatti e il comunismo reale”. Riscrivendone sabato scorso sull’Unità recentemente riportata in edicola col direttore Piero Sansonetti, un ancora emozionato e 91.enne Biagio de Giovanni ha ricordato che alla ripresa autunnale dell’attività politica nella direzione del partito il segretario Alessandro Natta disse che bisognava proteggersi in estate dai “colpi di sole”.  E il povero de Giovanni, un filosofo curiosamente laureato in giurisprudenza, alla prima occasione perse il suo posto nell’organismo direttivo del Pci, dove per troppa modestia lui si considerava, partecipandone come intellettuale, “il due di coppe” a briscola. Che però -non si è ben capito se o con quanto consenso del direttore Massimo D’Alema al largo in barca a vela- venne scelto dalla direzione dell’Unità, fisicamente rappresentata a Roma da Renzo Foa, Piero Sansonetti e Giancarlo Bosetti, come il compagno più adatto a ricordare in quel modo Togliatti, l’ormai ex “migliore”, a 25 anni dalla morte.

         La ripubblicazione di quell’articolo, con le riflessioni dell’autore storicamente importanti, a cominciare dall’accenno all’assenza da Roma del direttore velista, è stata una felice iniziativa di Sansonetti. Che da sola peraltro libera la “sua” Unità dall’ombra allungatole addosso ingenerosamente dopo qualche settimana dal ritorno in edicola con la protesta dei figli di Enrico Berlinguer contro l’abuso che si sarebbe fatto della testata storica del defunto partito comunista e delle immagini dell’ancor più defunto loro genitore e segretario delle Botteghe Oscure.

         Se per il mio amico Sansonetti, col quale cominciò questa mia collaborazione al Dubbio, è stata un po’ una rivincita professionale, politica e umana il ritorno, con Biagio de Giovanni, all’Unità che li videro accomunati già 34 anni fa in uno dei tanti passaggi critici del Pci, per me che ho trascorso una vita scrivendo di politica su un fronte certamente diverso, anzi opposto al loro, questa è stata un’occasione d’imprevedibile e, tutto sommato, felice rimpianto. Rimpianto dei tempi che ci siamo forse troppo frettolosamente abituati a liquidare negativamente come quelli delle ideologie, con tutti i loro riti, le loro procedure, le loro asprezze. Cadute le quali, tutto sarebbe diventato più facile, più pratico, più spedito anche nella cosiddetta “governabilità” del Paese, se non del mondo intero. Questo non è semplicemente accaduto. Abbiamo solo dovuto accontentarci, diciamo così, di un maggiore e più disinvolto trasformismo.

Abbiamo visto brillare e spengersi stelle prima ancora che Beppe Grillo inventasse e riuscisse per un po’ a imporci anche le sue. Abbiamo visto alternarsi nelle bocciature referendarie riforme costituzionali proposte come risolutive. Le stagioni politiche si sono abbreviate e insieme intrecciate, producendo una maionese impazzita. Abbiamo una destra che non è più destra, per quanto gli avversari nominalistici sostengano il contrario e vedano il fantasma del fascismo dappertutto, e una sinistra che non è più sinistra, né delle periferie né, ormai, delle zone a traffico controllato. E non si può neppure dire, onestamente, che l’una abbia preso il posto dell’altra, o viceversa.  Si è persino perso “il gusto dei nostri antagonismi”, ha appena osservato su Domani il buon Marco Follini lasciandosi riprendere dalla tentazione di sperare in qualche forma di nuovo centrismo  all’ombra di una politica peraltro che mai è stata così femminile, e liricamente volubile,  con quelle due “regine del bipolarismo”  ch’egli forse vede con troppo ottimismo in Giorgia Meloni e Eddy Schlein.

Peccato che il generale Roberto Vannacci col suo omofobo “Mondo al contrario” pubblicizzatogli involontariamente reclamandone il rogo, o quasi,  ci impedisca di parlarne in altro, e più appropriato senso. Un mondo, in effetti, al contrario ma del buon senso di manzoniana memoria, e neppure a vantaggio del senso comune, o populista, sempre di memoria manzoniana. Dubito che ci sia qualcuno oggi in grado di dire che cosa sia il senso comune, tanto è diventato difficile rappresentare anche a livello parlamentare la realtà caotica del Paese, con i votanti sorpassati dai non votanti. O quelli che Antonio Gramsci -sì, proprio lui, il fondatore dell’Unità orgogliosamente richiamato da Sansonetti sotto la testata della sua Unità- chiamava gli indifferenti, odiandoli. E non a torto.

Pubblicato sul Dubbio

Dietro quelle quattro lunghissime ore di vertice conviviale fra Meloni e Salvini

         A dispetto della “blindatura” attribuita da Repubblica alle vacanze pugliesi della premier, al netto di quelle sottratte per andare in Albania con quello che Marco Travaglio ha chiamato il “PagoGiorgiamat”, usato anche per saldare a un ristorante il conto di quattro italiani miserabilmente scappati, si è avuta regolare notizia delle quattro ore di un incontro fra la Meloni e il suo vice presidente del Consiglio Matteo Salvini. Rigorosamente assente naturalmente l’altro vice presidente e leader forzista Antonio Tajani, che continua a dolersi a distanza del blitz fiscale voluto personalmente e vantato dalla Meloni contro le banche che hanno troppo guadagnato dall’aumento dei tassi d’interesse.  Quelli passivi naturalmente, perché di interessi attivi i titolari dei conti hanno continuato a non vedere neppure l’ombra.

         Quattro ore sono tante, anche se comprensive di un pranzo rivelato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, e successivo peraltro ad una cena recente a Bolgheri tra amici e familiari stretti della premier, a conferma di un rapporto speciale, diciamo pure privilegiato, fra i due alleati di governo, nonostante i retroscena quasi quotidiani sui loro conflitti. Che si svolgerebbero anche attorno alle spoglie forse un po’ troppo prematuramente intraviste della Forza Italia già declassata da Renzi -l’altro Matteo della politica italiana- a Forse Italia per la scomparsa di Silvio Berlusconi e la leadership di Antonio Tajani considerata troppo debole, in attesa di conferma al congresso convocato per fine febbraio.

         Anche con Salvini la Meloni si sarà forse scusata, o quanto meno giustificata, per essersi attribuita il merito dell’intervento sulle banche. Che ha un po’ spiazzato pure il leader leghista -per quanto d’accordo, diversamente da Tajani- per avere cercato di metterci la faccia lui, rimasto sulla scena del post-Consiglio dei Ministri dopo la sostanziale fuga del collega di partito e superministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Che aveva da poco escluso almeno l’imminenza di una misura del genere. In un altro momento, o in un’altra edizione di questa nostra Repubblica ormai a più stadi, un pasticcio del genere avrebbe provocato una crisi di governo, ha osservato qualche giorno fa il forzista vice presidente del Senato Maurizio Gasparri.

         Chissà se nel loro incontro conviviale la Meloni e Salvini hanno voluto trovare il tempo -che pure avevano- ma soprattutto la voglia di parlare anche del caso Vannacci: il generale ex comandante della Folgore e destituito dal vertice dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per avere scritto e autopubblicato un libro generalmente tacciato come omofobo. Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, ha appena scoperto e denunciato che “sono Salvini e Meloni i cattivi maestri” del generale. Che ora si sta godendo sotto i baffi che non ha, oltre ai proventi del libro  a ruba proprio per le proteste generate,  lo spettacolo di una destra divisa dopo l’intervento censorio del pur suo ministro della Difesa.

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L’ombra della Meloni anche sul generale Vannacci, per quanto destituito da Crosetto

Visto che agosto non è ancora passato, disponendo di una decina di giorni ancora per riservarci sorprese, cerchiamo di sfruttarne tutte le potenzialità o di scoprirne bene i misteri. Ma questo generale Roberto Vannacci, già capo della Folgore, appena rimosso dal comando addirittura dell’Istituto Geografico Militare di Firenze per avere scritto e pubblicato con Amazon senza i dovuti ma impossibili permessi -con l’aria quanto meno culturale che spira in Italia- un libro offensivo per i gay e, più in generale, per “il mondo al contrario” gridato nel titolo, a chi è politicamente addebitabile, attribuibile e quant’altro? La risposta la troviamo sulla prima pagina della Stampa con tanto di ringraziamenti per “Lorenzo D’Agostino, collaboratore, tra gli altri, di Libè, Der Spiegel, Cnn”, che ha “rintracciato un libro di Giorgia Meloni al cui confronto il generale Vannacci è un sincero democratico”.

         Il generale, adeguatamente sbeffeggiato naturalmente da Riccardo Mannelli nella vignetta di giornata del Fatto Quotidiano, è quindi figlio anagraficamente miracoloso della pur più giovane presidente del Consiglio. E ne porta in qualche modo le colpe. Del resto, anche il buon Aldo Grasso sulla prima pagina domenicale del Corriere della Sera, sotto un titolo sul “generale della battaglia persa”, ha scritto che “forse” Vannacci “ha valutato il cambiamento politico del Paese”, avvenuto appunto con la prima donna, e di destra, arrivata alla guida del governo, “come un lasciapassare ideologico”. Non aveva previsto, poveretto, che un ministro della Difesa dello stesso colore politico della premier lo ’avrebbe potuto rimuovere per “farneticazioni” e “negargli ogni avallo, per ora”. Ripeto: “per ora”. Di doman non v’è certezza, diceva ai suoi lontani tempi Lorenzo dei Medici, il Magnifico.

         Potrebbe peraltro giocare maledettamente a favore di “un generale che ha sempre i suoi soldati e le sue salmerie” anche l’ombra incombente, secondo Grasso, di Donald Trump sulla Casa Bianca. O addirittura -aggiungo io- di Putin sull’Europa se dovesse vincere la guerra contro l’Ucraina cominciata l’anno scorso anche per liberarla, con la benedizione preventiva del Patriarca di Mosca, di tutti gli omosessuali e simili che la popolerebbero rendendo la loro terra affine a un Occidente vizioso e balordo.

         Par di capire che, sprovveduto o sfortunato come ogni generale perdente, Vannacci non possa rendersi conto del pasticcio in cui si è infilato col suo libro, per quanti soldi potrà procurargli il lancio pubblicitario al quale stanno provvedendo i suoi critici o nemici, per rimanere sul piano militare. Può comunque consolarlo il silenzio più o meno misericordioso riservatogli sulle loro prime pagine dall’Osservatore Romano, all’estero, che un suo peso ce l’ha a prescindere dalle famose armate di cui scetticamente chiedeva in vita  Giuseppe Stalin, e L’Identità in Italia: un quotidiano dignitosamente, anzi brillantemente diretto da un omosessuale come  Tommaso Cerno.

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Scampoli d’agosto nei quali affoga miseramente la politica italiana

Chiamiamoli pure scampoli d’agosto, se volete. E cerchiamo di trattarli con ironia, sottraendoci alla tentazione di renderli emblematici della tossicità della politica. Che riesce, per esempio, a trasformare in un mezzo scandalo, con tanto di comunicato, proteste e controcomunicato, un gesto di semplice buon senso -non di chissà quale patriottismo a buon mercato- la decisione presa da Giorgia Meloni nella sua beve vacanza in Albania di far pagare dall’ambasciata italiana gli 80 miserabili euro di un conto al ristorante dal quale sono fuggiti quattro altrettanto miserabili connazionali. Miserabbili, direi, con la indimenticabile doppia b del compianto Ugo La Malfa.

         Come si permette la presidente del Consiglio -hanno protestato subito da Roma alcuni non miserabili ma, direi, penosi politici di cui non faccio i nomi per carità umana- di scialacquare il denaro pubblico? Di farsi bella con i soldi degli altri? E lei, la povera Meloni, si sente costretta a far precisare dall’ambasciata d’Italia a Tirana, con tanto di ufficialità, che la diplomazia ha pagato solo “materialmente” il conto, in realtà addebitato a “fondi personali della presidente del Consiglio”.

Si spera che la storia, lo scampolo, finisca qui. E non si reclami di provare che gli 80 euro saranno pagati proprio dalla Meloni, tirandoli fuori dal suo portafogli, se ancora ne porta uno addosso, e non prelevati da misteriosi e segretissimi scrigni di Stato.

         Da uno scampolo all’altro. Uno legge sulla prima pagina del Corriere della Sera che è stato “tolto il comando al generale” spezzino Roberto Vannacci, già capo della Folgore, per un improvvido libro omofobo scritto e autopubblicato con Amazon senza il necessario permesso delle autorità superiori e si chiede di quale comando, in particolare, fosse stato titolare l’alto ufficiale. E scopre che si tratta del sicuramente inoffensivo -mi scusi il generale già scelto per la successione- Istituto Geografico Militare di Firenze, con tutte le maiuscole al loro posto.

         Non si è trattato tuttavia di una destituzione pura e semplice, attesa invece dalla vigilante opposizione, ma di un trasferimento “in forza extra-organico” nel meno inoffensivo -se le parole hanno ancora il loro senso- “Comando forze operative terrestri”. O “Comfoter”, se vi piace di più l’acronimo dei comunicati ufficiali  che non credo abbiano potuto ancor più gonfiare il petto del ciclopico ministro della Difesa Guido Crosetto.

         Uno poi, magari lo stesso colpito dal titolo liquidatorio del Corriere della Sera, legge su Libero che “salta il generale e il libro diventa un best seller”, a ruba con le sue 373 pagine a euro 17,96, acquistabile direttamente da Amazon usando anche il bonus cultura e il bonus della carta del docente, e si chiede se è tutto vero o uno scherzo. Nel quale è riuscito a cadere anche un uomo dal fisico bestiale di Crosetto distraendosi da affari seri come la guerra in Ucraina o quella, ancora più vicina a casa nostra, degli scafisti nel Mediterraneo. 

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Mai così contendibile l’elettorato azzurro dello scomparso Berlusconi

Non so se Matteo Renzi sappia che quel “Forse Italia” fatto stampare sotto la foto di Antonio Tajani sulla prima pagina del suo Riformista, peraltro declassando lo stesso Tajani a semplice ministro, e non anche vice presidente del Consiglio e segretario del partito, non è soltanto una sua trovata polemica più o meno fortunata per scrivere del movimento azzurro a più di due mesi ormai dalla morte del fondatore e presidente Silvio Berlusconi, non sostituito né sostituibile.

         Di “Forse Italia” capitò di parlare ironicamente, con altre variabili, a Marcello Dell’Utri quando ancora il partito azzurro non era ancora nato ma lui già se ne occupava per l’organizzazione e la selezione delle prime candidature al Parlamento, fra i quadri della sua Pubblitalia.  “Forse Italia”, appunto, o “Sveglia Italia” e simili dopo avere capito, senza bisogno che glielo comunicassero ufficialmente, che Berlusconi si sarebbe fatto assistere anche politicamente dal buon Gianni Letta, esonerandolo peraltro da ogni obbligo di iscrizione al partito o di candidatura alla Camera o al Senato. Cui d’altronde l’interessato non si sarebbe mai lasciato tentare di suo, bastandogli e avanzandogli quel che di pubblico si era già saputo guadagnare di suo facendo il giornalista di area democristiana negli anni in cui la Dc era davvero il centro della politica italiana. E lui a Roma era stato l’unico, dirigendo Il Tempo, a sapere andare perfettamente d’accordo sia con Giulio Andreotti sia con Amintore Fanfani, in ordine rigorosamente alfabetico. Un miracolo in quei tempi, ancor più che, a livello nazionale, fra Fanfani e Aldo Moro, sempre in ordine alfabetico.

         Se il socialismo di Bettino Craxi, pur amicissimo di Berlusconi, evocava troppo la sinistra in certi ambienti che adoravano il Cavaliere sperando ch’egli entrando in politica, anzi salendovi, riuscisse a far diventare ricchi tutti gli italiani, il democristianismo  di Gianni Letta procurava un po’ d’orticaria a chi si aspettava davvero una cosiddetta rivoluzione liberale. Neppure nella versione “storica” proposta o teorizzata dal segretario del Pci Enrico Berlinguer, o proprio in quella al massimo livello, il “compromesso” di casa fra i democristiani era guardato con sospetto, se non con avversione, da chi si aspettava, anzi reclamava scelte precise, nette:  di qua o di là, si diceva allora.

         Renzi, peraltro proveniente pure lui familiarmente dalla Dc, pur di sinistra, come apprese con stupore una volta in televisione Ciriaco De Mita dallo stesso Renzi, che parlava però del suo papà, pensa ormai di poter pescare a pieni voti nell’area elettorale presidiata secondo lui dal troppo timido, paziente Tajani. E per pescare ancora meglio ha spinto sempre più a sinistra il socio di breve durata del cosiddetto terzo polo Carlo Calenda. E medita, a divorzio finalmente consumato, più ancora del matrimonio improvvisato l’anno scorso, di chiamare “Centro”, o qualcosa di simile, ciò che rimarrà del suo albero dopo la caduta autunnale delle foglie di Calenda.

         Fra “le chat di partito” attribuite all’ex presidente del Consiglio sul Corriere della Sera da Claudio Bozza, con tanto di virgolette, c’è anche questa: “Nessuna polemica con Calenda. Lasciamo che Carlo litighi da solo. Per noi conta fare concorrenza a Tajani da una parte e al Pd dall’altra perché il centro sia decisivo in Europa come in Italia”. Ma dal Pd, si sa, Renzi dopo averlo lasciato è riuscito a portar via ben poco, quasi niente anche in termini che una volta si chiamavano di “nomenclatura”, alla sovietica. La stragrande maggioranza degli amici di un tempo ha preferito restarsene al Nazareno. E non è detto che riesca a farli andar via tutti la Schlein trattandoli come li tratta, cioè male. La direzione più a portata di mano per il senatore toscano resta quella forzista, o forsista, come adesso la chiama sfruculiando.

         Il guaio però per Renzi è che in quella direzione comincia a guardare anche la Meloni, costrettavi in qualche modo proprio da Tajani che ha deciso di crearle problemi sulla strada del decisionismo imboccata vantandosi di avere deciso da sola la tassazione degli extraprofitti delle banche, compresa la Mediolanum a partecipazione berlusconiana, per l’aumento dei tassi d’interesse solo a chi ha bisogno di indebitarsi, e non di chi risparmia.

         Premuta anche dall’altro vice presidente del Consiglio, quello leghista, che in Europa sogna di imbarcare in una nuova maggioranza anche la sua alleata francese Marine Le Pen, rifiutata invece da Tajani al pari della destra tedesca, Meloni è stata così rappresentata da Ciriaco Tommaso su Repubblica: “Non può scegliere Salvini, non può scegliere Tajani. Deve restare in equilibrio, con il rischio che la battaglia tra i suoi vice sfibri il governo. E rovini quel che resta delle sue vacanze” in Puglia, ora che è tornata dall’Albania.

Ma francamente mi sembra un’analisi sbagliata, almeno per ora. Una scelta la Meloni l’ha fatta: per Salvini e contro Tajani, temendo evidentemente più il primo che il secondo. Cioè pensando di doversi guardare più da Salvini che dal segretario azzurro, di cui si è rifiutata -dicendo con pesante ironia che gliene manca “l’autorevolezza”- di accettare il veto contro la destra francese in vista di nuovi equilibri nella prossima edizione dell’Europarlamento. E pure della destra tedesca c’è una parte del Partito Popolare Europeo, di cui Tajani forse non si è ancora accorto, che comincia a non avere più tanta paura, o avvertire tanto schifo, se la ritiene già preferibile ai socialisti a qualche livello locale.

Pubblicato sul Dubbio

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