Il piccone di Mattarella sui fasci littori attribuiti alla destra al governo

I messaggi di Capodanno, in piedi o seduti che vengano pronunciati, tutti ripresi all’interno del Quirinale, o con qualche squarcio esterno usato l’anno scorso anche per far capire la voglia, se non la fretta, del temporaneo ed eccellente inquilino di uscirne per fine mandato, sono un pò per il presidente di turno della Repubblica l’occasione anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. E ciò sia pure col “garbo” di stile einaudiano che Marzio Breda è appena tornato sul Corriere della Sera a riconoscere, attribuire e quant’altro a Sergio Mattarella. Come anche, a suo tempo,  al predecessore Giorgio Napolitano, che a Luigi Einaudi tenne a paragonarsi personalmente quando spiegò la ragione per la quale si era appena difeso da una certa ingerenza della Procura della Repubblica di Palermo -la sua Palermo, per giunta- ricorrendo davanti alla Corte Costituzionale: la necessità -disse citando e condividendo appunto un pensiero espresso dal suo lontano predecessore- di non lasciare compromesse al successore le prerogative conferite al Capo dello Stato dalla Costituzione.  

Non piacerà forse a qualcuno sentirselo dire, dopo avere peraltro nascosto la propria delusione o preoccupazione con apprezzamenti e applausi conformistici e insinceri, ma quella democrazia italiana “matura e compiuta” che il presidente della Repubblica ha voluto certificare -ricordando come ormai al governo, e nelle relative maggioranze, si siano ormai alternate un pò tutte le forze politiche legittimamente rappresentate in Parlamento- è stata una smentita a tutti i tentativi che si compiono ogni giorno, e persino ogni ora, di delegittimare il governo di Giorgia Meloni evocandone o esasperandone una presunta radice “fascista”. 

Non parliamo poi della caccia a tutte le parole e persino smorfie del presidente del Senato Ignazio La Russa. Del quale sono state appena reclamate le dimissioni dal Pd, pur in camera di quasi rianimazione col suo congresso di rifondazione e simili, per avere ricordato con orgoglio, o comunque senza pentimento alcuno, la partecipazione al defunto Movimento Sociale. Che peraltro aveva preceduto Giorgia Meloni, pur su posizioni meno esposte, partecipando anch’esso a maggioranze di governo, nei mesi di Adone Zoli e Fernando Tambroni, e concorrendo all’elezione di alcuni presidenti della Repubblica con decisioni per niente improvvisate, del tutto spontanee, politicamente gratuite e via dissimulando. 

Cerchiamo di essere sinceri e onesti sino in fondo, e una volta tanto, nel settantancinquesimo compleanno della Costituzione, e a più di settantasei anni dalla nascita referendaria della Repubblica. Solo un Presidente, pur con la maiuscola, masochista e sprovveduto potrebbe sentirsi a suo agio, come a suo agio mi è francamente apparso Mattarella vedendolo e ascoltandolo da casa in televisione la sera di San Silvestro, se fosse convinto delle cose che si scrivono e si dicono della seconda carica dello Stato ad opera dei suoi avversari. E non a caso Ignazio La Russa è stato  il più sollecito e loquace nel compiacersi del messaggio del Presidente, che potrebbe capitargli di sostituire in caso di impedimento esplicitamente previsto dalla Costituzione. 

Bisognerebbe finirla con questa ossessione di vedere il fascismo in agguato dietro ogni cosa, persino dietro una foto  recentissima dell’aula della Camera pubblicata con una specie di orrore da un giornale di quelle pratiche appunto ossessive perché rappresenta con le mani levate fascisticamente  in alto i deputati impegnati nelle votazioni sulla conversione in legge del decreto contro certi raduni, o baccanali come qualcuno li ha definiti con fantasia e reminiscenze latine.

Non è un caso che quello stesso giornale, spiazzato evidentemente dalla già ricordata democrazia “matura e compiuta” rivendicata da Mattarella nel messaggio televisivo di fine anno, vi abbia scherzato sopra scrivendo che essa “può cadere da un momento all’altro”, come un frutto marcio. O come quelle foglie d’autunno sugli alberi evocate da Giuseppe Ungaretti paragonandole ai soldati che cadevano al fronte nella prima guerra mondiale. Un fronte su cui oggi per fortuna si possono festeggiare le vacanze di fine anno sciando e alloggiando in alberghi a 2500 euro a notte, senza sconti neppure per qualche celebre ex presidente del Consiglio sofferente per la guerra ai poveri dichiarata e praticata con rivoltante cinismo dal governo nel quale Mattarella ha visto invece anche i segni di  una matura e compiuta democrazia. 

Pubblicato sul Dubbio

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