Sono proprio “sfigate”, come si dice a Roma, le opposizioni al governo di Gorgia Meloni, esterne e persino interne alla stessa maggioranza garibaldinamente ammonite dalla presidente del Consiglio che “qui si fa l’Italia o si muore”. E anche avvertite che la premier a Palazzo si difenderà da attacchi e manovre “costi quel che costi”, come fece Mario Draghi a difesa dell’euro da presidente della Banca Centrale a Francoforte.
Il governo, peraltro all’indomani del compleanno della premier, è riuscito dove hanno mancato tutti quelli che l’hanno preceduto negli ultimi trent’anni, dopo la cattura del capo della mafia Totò Riina, morto in carcere. E’ stato preso adesso il suo successore Matteo Messina Denaro, responsabile di una lunga serie di delitti e stragi mafiose. E’ stato catturato, in particolare, in una clinica privata di Palermo, dove era in terapia.
La cattura dello storicamente infausto successore di Riina smentisce, fra l’altro, l’altra infausta previsione o condanna politica del governo Meloni pronunciata nell’aula del Senato prima del voto sulla fiducia dall’ex procuratore generale di Palermo, ora parlamentare grillino, Roberto Scarpinato. Che aveva indicato nella formazione del nuovo governo il segno di un abbassamento o persino caduta della lotta alla mafia.
Già soprannominata “Draghetta”, diminutivo femminile di Draghi, per la continuità più volte verificatasi, e persino vantata, rispetto al presidente del Consiglio che l’ha preceduta a Palazzo Chigi -sopravvivendo per più di un anno e mezzo peraltro all’opposizione della destra, oltre che alle insofferenze della maggioranza formatasi attorno a lui per impulso del capo dello Stato- Giorgia Meloni rischia di essere chiamata “Draga” o “Dragona” ora che ne ha adottato la formula del “costi quel costi”. Che è la traduzione in italiano del famosissimo e inglese “Whatever it takes” annunciato nel 2012 da Draghi, appunto, come presidente della Banca Centrale Centrale Europea per salvare l’euro minacciato dalla speculazione internazionale sul debito pubblico dei paesi comunitari, a cominciare da quello italiano.
Il “costi quel che costi” della Meloni, pronunciato peraltro nel giorno del suo 46.mo compleanno, è stato levato come una bandiera per promettere un fortissimo contrasto a tutti i tentativi, esterni ma anche o soprattutto interni ala maggioranza, di far finire “la luna di miele” del governo con gli italiani, come si è augurato Il Fatto Quotidiano sia pure con un prudente e realistico punto interrogativo. Cui invece non è ricorsa Repubblica scommettendo sulla capacità distruttiva della “destra spaccata” -ha titolato- sull’azione di governo: dal caro benzina all’autonomia differenziata delle regioni, dalla ratifica del trattato sul fondo europeo salva-Stati alle nomine. E chi più ne ha, più ne metta, con o senza il pugno personale di Silvio Berlusconi contro la presunta troppo giovane e inesperta leader della destra che lo ha reso minoritario nella coalizione, anche se ancora in grado per i numeri parlamentari di crearle guai irrimediabili.
Le spaccature nel centrodestra, e persino forse nella stessa destra presa da sola, ci sono davvero, per carità. Sono spaccati, per esempio, sul problema o urgenza delle autonomie differenziate delle regioni leghisti e forzisti, di cui pure da tempo si parla di un progetto federativo per contenere il primato della Meloni nella coalizione di governo. Ma è vero anche quello che ha fatto notare già nel titolo del suo editoriale sul Messaggero il professore Alessandro Campi scrivendo della “dialettica nel governo che illude l’opposizione”. La cui crisi, in effetti, è evidentissima nei rapporti fra le varie componenti, e all’interno di ciascuna di esse, particolarmente il Pd sulla lunghissima strada del suo congresso.
E’ una crisi quella del Pd in cui un ospite illustre come l’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, eletto due volte a Palazzo Madama come indipendente nelle liste del Nazareno, ha ritenuto di dovere intervenire con un libro autobiografico di “ultimo democristiano” per cercare di dare una mano, praticamente, al candidato alla segreteria e presidente della loro comune regione Stefano Bonaccini: “il meglio del riformismo emiliano, e non è cosa da banalizzare”, secondo il senatore.