Calenda, “affascinato” dalla Meloni, la difende dal “sabotaggio” di Berlusconi

Non so se, informato a decine di migliaia di chilometri di distanza, Matteo Renzi abbia condiviso del tutto il giudizio sostanzialmente entusiastico espresso dal suo socio politico in Italia Carlo Calenda all’uscita da Palazzo Chigi, dopo un’ora e mezza di confronto con la presidente Giorgia Meloni sulla “manovra”, come viene chiamata la legge di bilancio finalmente pronta per l’ormai solitamente rapido esame parlamentare. Una manovra -ha detto Calenda alla Stampa– che ha troppo l’impronta di Matteo Salvini ma che Giorgia Meloni è “preparata” abbastanza per avvertirne i limiti, cambiarla con l’aiuto del cosiddetto terzo polo e renderla persino appetibile per un voto favorevole o un’astensione. A meno che il governo, premuto dall’urgenza, fretta e quant’altro, cui non ha potuto sottrarsi l’anno scorso neppure Mario Draghi, non ricorra alla fiducia. Che Calenda non potrebbe proprio votare, pur con tutto il rispetto, persino l’ammirazione nutrita verso la premier. Dalla quale egli si è detto addirittura “affascinato”, oltre che colpito per la preparazione, per la storia di “una donna che nasce in una famiglia non privilegiata, con una vita difficile e che ce la fa da sola”. Qualcosa -ha spiegato il senatore ed ex ministro- “che mi predispone positivamente dal punto di vista della chimica”. Gli ormoni insomma reclamano la loro parte. E con essi, si sa, è pericoloso scherzare. 

Di fronte a tanto ben di Dio, diciamo così, un altamente responsabile Calenda ha mostrato di non darsi pace sia per l’opposizione pregiudiziale praticata contro la Meloni del Pd di Enrico Letta e dal MoVimento 5 Stelle, che si contendono strade e piazze per protestare, sia per “il sabotaggio” praticato all’interno della maggioranza da Forza Italia. Dove naturalmemte non hanno gradito rinfacciando al “supponente” censore una “irrilevanza” -ha detto, in particolare, Licia Ronzulli- che il terzo polo cercherebbe di nascondere mostrando di potere spendere quello che non ha. In effetti, a pensarci bene, esso dispone solo di 9 parlamentari nell’unica assemblea dove i margini della maggioranza sono modesti, attorno ai 15. E questi margini sono minacciati, più ancora  che dai contrasti interni alla coalizione di governo, dalle forzate assenze, nei momenti cruciali, di troppi senatori nominati ministri e sottosegretari.

Ma oltre che dai ranghi ridotti nel pur cruciale Palazzo Madama, il terzo polo sarebbe indebolito dalla divisione fra “il tatticismo esasperato” contestato a Calenda dal direttore del Giornale ancora della famiglia Berlusconi, se sono vere le voci di una sua imminente vendita alla famiglia Angelucci, e “quello professionale” attribuito a Matteo Renzi da Augusto Minzolini. Che è stato comunque superato nella polemica da Alessandro Sallusti su Libero con una prima pagina-manifesto, con  tanto di foto dell’interessato, che grida in blu: “Calenda bussa a destra- Di questo qui non c’è da fidarsi”. 

Di fronte a tanta passione, chiamiamola così, o all’ironia di Stefano Rolli, che sul Secolo XIX traduce le “aperture” della Meloni a Calenda  e viceversa in una porta sbattuta in faccia dalla stessa Meloni a Silvio Berlusconi; di fronte a tanta passione, dicevo, sembra di essere finiti a scuola, o  in un convento, a leggere sul Corriere della Sera le riflessioni del professore Angelo Panebianco sulle “scommesse centriste” in questa diciannovesima legislatura cominciata da poco. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

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