La rottamazione galeotta di tutti quegli scranni a Montecitorio

Titolo del Dubbio

La decisione del presidente uscente della Camera Roberto Fico di fare disattivare 230 postazioni nell’aula di Montecitorio, dove siederanno da domani non più 630 ma 400 deputati, non era scontata. E si presta, volente o nolente, ad una deludente interpretazione, o previsione sui propositi riformistici di quel che è rimasto dei grillini nel nuovo Parlamento: abbastanza per far perdere la testa non dico a Giuseppe Conte quanto a a quelli che, sotto le  5 stelle e dintorni, ne sostengono la virtuale vittoria sul fronte dell’opposizione.

Ha voglia il segretario del Pd Enrico Letta, col suo 19 per cento dei voti contro il 15 dei grillini, di rivendicarne “la guida” con tutti gli aggettivi del caso: intransigente, costruttiva, di piazza e quant’altro. I tifosi di Conte, a cominciare da quelli che affollano lo stesso Pd reclamando una ripresa dei rapporti interrottisi con la fiducia negata al governo di Mario Draghi nel tratto finale della scorsa legislatura, si sono messi in fila per un congresso che si vedrà se più di rifondazione o di liquidazione. Essi avvertono che il rosso dell’avvocato pugliese splenda più di quello sbiadito del Nazareno. Dove peraltro hanno perso anche il senso dell’orientamento fisico, visto che hanno appena lasciato la piazza romana del Popolo, riempita da Maurizio Landini, alla furbesca e tempestiva incursione di Conte, appunto, spintosi sin sotto il palco  per congratularsi con l’oratore e riconoscersi nella sua agenda: altro che quella di Draghi  sulla quale aveva scommesso Enrico Letta  in campagna elettorale prima d’accordo, fra baci e abbracci, e poi in concorrenza col polo, pur non riconosciuto dalla Cassazione, di Carlo Calenda e Matteo Renzi.  Non in piazza, forse ancora troppo accaldata in questo autunno anomalo, ma direttamente alla sede nazionale della Cgil aveva deciso di andare col ponentino il segretario del Pd Enrico Letta nell’anniversario della profanazione compiuta da dimostranti di destra sotto il naso delle forze dell’ordine. 

A pensarci bene, quelle duecentrenta postazioni di Montecitorio disattivate col cacciavite dal personale di servizio, ed esibite in una foto finita un pò su tutti i giornali,  avrebbero potuto essere lasciate come auspicio di un completamento, finalmente, della riforma costituzionale imposta dai grillini agli alleati di turno nella diciottesima legislatura con una drastica riduzione dei seggi parlamentari. Si sarebbe lasciato tutto, o quasi, lo spazio necessario ai duecento senatori elettivi, e i pochi a vita ereditati dal vecchio sistema, per consentire un maggiore ricorso alle sedute congiunte di Camera e Senato, in una ridefinizione dei compiti oggi perfettamente uguali, e ripetitivi, dei due rami del Parlamento. Se n’è parlato e scritto tanto negli anni e mesi passati pensando, per esempio, alle fiducie congiunte dei deputati e dei senatori, dopo tanti governi inciampati sul diverso passo, diciamo così, delle due Camere.  

La festa dei grillini davanti a Montecitorio per la riduzione dei seggi parlamentari

Ma figuriamoci se per la testa degli aspiranti statisti orfani della “centralità” conquistata nella scorsa legislatura con quel 32 e rotti per cento di voti investito in tutte le combinazioni possibili e immaginabili, poteva passare un’idea del genere per dare un senso compiuto ad una riforma pensata solo come una punizione della casta, una sforbiciata all’ingordigia poltronara e allo spreco sistemico. 

Coraggio, onorevoli signori e signore. Ora che le avete disattivate, demolite pure nel prosieguo della diciannovesima legislatura le postazioni superflue di Montecitorio. Dove, del resto, se passasse l’elezione diretta del presidente della Repubblica, come proposto per sommi capi dalla destra uscita vincente dalle urne, deputati, senatori e delegati regionali non avrebbero più motivo di ritrovarsi insieme ogni sette anni, salvo incidenti di percorso, per scegliere il capo dello Stato. 

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