La campanella del Consiglio dei Ministri passata davvero di mano, e di genere

Giorgia Meloni ieri al Quirinale dopo il giuramento
Giorgia Meloni all’arrivo a Palazzo Chigi

La campanella del Consiglio dei Ministri è dunque passata davvero di mano, e di genere. Mario Draghi, che aveva ricevuto personalmente Giorgia Meloni aspettandola alla fine della scalinata di Palazzo Chigi, percorsa a piedi dall’interessata dopo avere ricevuto nel cortile gli onori militari, l’ha consegnata con aria soddisfatta e sollevata, orgogliosamente consapevole di avere fatto al meglio il suo lavoro con tutti i ministri che lo avevano affiancato. A cominciare naturalmente, ma direi anche significativamente, da Giancarlo Giorgetti, l’unico rimasto nella nuova compagine, e in un ruolo ancora più importante: da ministro dello Sviluppo Economico a ministro dell’Economia e Finanza, in qualche modo sponsorizzato pubblicamente, con dichiarazioni di apprezzamento, dal predecessore Daniele Franco. 

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e Finanza

Questa conferma e insieme promozione di Giorgetti, vice segretario della Lega di Matteo Salvini, per suo conto vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, è un pò emblematica della continuità sostanziale, se non addirittura, fondamentale fra i due governi. Il nuovo, cui pure Giorgia Meloni come leader della destra costituita dai fratelli d’Italia, si era opposta nella legislatura scorsa, ha ereditato dal vecchio la politica estera, sempre importante ma in modo particolare in questi tempi di guerra in Europa con l’aggressione della Russia all’Ucraina, e i conti custoditi da Draghi con la competenza riconosciutagli a livello mondiale, specialmente alla luce della sua esperienza al vertice della Banca Europea, a Francoforte. Solo certi sapientoni italiani nostalgici del doppio passaggio, a maggioranze opposte, di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi per conto del movimento grillino ora da lui stesso presieduto, glielo hanno ostinatamente contestato, sino ad irriderlo. La consistenza dell’eredità è stata d’altronde confermata dalla lunghezza del colloquio svoltosi fra i due presidenti prima dello scambio delle consegne con la campanella. 

Biden e Draghi un anno fa al G20

Il futuro di Draghi, sorridente e commosso da gran signore all’arrivo e alla partenza da Palazzo Chigi fra un lungo elenco di emergenze, ma anche da tutti gli appuntamenti internazionali di cui è stato padrone di casa o ospite, dal G20 di Roma l’anno scorso al Consiglio Europeo dei giorni scorsi; il futuro di Draghi, dicevo, peraltro cattolico praticante, è nelle mani di Dio. E non solo in quelle del presidente americano Joe Biden, di cui tutti ormai conoscono, al di qua e al di là dell’Atlantico, il desiderio di vederlo non più tardi dell’anno prossimo al vertice della Nato. 

Titolo di ieri di Repubblica
Giorgia Meloni

Anche il futuro di Giorgia Meloni, cattolica praticante pure lei, orgogliosa anche in piazza della sua fede religiosa, con tutte le prolunghe e cadute sociali e politiche tradotte da Repubblica nei giorni scorsi nel titolo di “Patria e famiglia” dedicatole in chiave vagamente critica, è nelle mani di Dio. Ma anche, naturalmente, delle sue per la capacità che saprà dimostrare di governare concretamente. Dovrà farlo peraltro dovendosi paradossalmente guardare -forse anche come potrà emergere dal dibattito parlamentare sulla fiducia nei prossimi giorni, fra Camera e Senato- più dagli alleati di centrodestra che dalle opposizioni già incapaci di  fronteggiare unite prima, durante e dopo la campagna elettorale la sua dichiarata scalata al vertice della classifica dei partiti e, conseguentemente, a Palazzo Chigi nella logica e nei meccanismi della legge  che porta il none maccheronicamente latino di Rosatellum. Una legge che proprio le opposizioni hanno voluto lasciare in vigore, neppure tentando davvero di modificarla, pur dichiarandosene ora vittime. Un altro dei paradossi della politica italiana. 

La sorpresa di un governo di continuità, non di ribaltamento

L’editoriale ieri del manifesto
Titolo del manifesto oggi

In attesa -mentre scrivo- di godermi lo spettacolo televisivo del passaggio della campanella d’argento del Consiglio dei Ministri dalle mani di Mario Draghi a quelle di Giorgia Meloni, succedutagli dopo avergli fatto opposizione per un anno e mezzo scoprendo alla fine di doverne più continuare l’azione che rovesciarla, mi chiedo perché mai i miei colleghi del manifesto, generalmente ed encomiabilmente capaci di rimanere brillanti nei titoli anche nella polemica, si siano abbandonati alle peggiori, becere abitudini della sinistra. Lo hanno fatto sparando quell’”arrivano i mostri” sulla foto istituzionalmente consueta e persino banale del nuovo governo in posa al Quirinale attorno al presidente della Repubblica dopo il giuramento del presidente del Consiglio e dei ministri. Mostri, addirittura. Ai quali, del resto, già il giorno prima, dopo averne appreso i nomi, la direttrice del manifesto Norma Rangeri aveva a suo modo gridato nel titolo del suo editoriale: “Adesso comincia l’incubo”. Un incubo uguale e contrario, direi, a quello dei dirigenti del Pci che nel 1969 espulsero i compagni del manifesto che la pensavano diversamente da loro.

Dalla prima pagina di Repubblica

Per fortuna la sinistra non era nel 1969, grazie anche al manifesto, tutta quella rappresentata dai vertici del partito comunista, così come oggi non è quella che lo stesso manifesto ha ritenuto di rappresentare mostrificando il governo appena nato. Su Repubblica, per esempio, che pure   non si è spesa dopo le elezioni anticipate del 25 settembre a favorire questo parto della politica, sino a temere o denunciarne la coincidenza col centenario della marcia fascista su Roma, l’ex direttrice dell’Unità Concita De Gregorio ha scritto un apprezzabile, condivisibilissimo commento al quale è stato negato nel titolo anche il punto interrogativo che io, magari, avrei messo: “E se fosse normale questa destra”.

Il giuramento personale di Giorgia Meloni al Quirinale

Mi scuso per le lunghe citazioni cui mi appresto ma credo che ne valga la pena in questo passaggio certamente importante della politica italiana, che si è guadagnata l’attenzione delle famose “cancellerie” internazionali. E che è destinato a riservarci chissà quante sorprese, oltre a quella iniziale di una continuazione, anziché di una contrapposizione fra l’uomo in uscita -anzi, diciamo pure uscito da Palazzo Chigi quando qualcuno mi leggerà -e la donna che ne ha preso il posto dopo un’opposizione parlamentare già spentasi, in verità, negli ultimi mesi sul versante non certo secondario della politica estera. 

Concita De Gregorio su Repubblica

Consapevole che spesso “è il nuovo che spaventa”, l’editorialista di Repubblica di fronte alla fotografia dei “mostri” denunciati dal manifesto ha osservato che “qui di nuovo non c’è niente”, perché “i volti fino a ieri ignoti che avrebbero dovuto suscitare massima vigilanza, allarme democratico, eia eia alalà, sono tutti già nell’album delle figurine da anni, i cronisti politici hanno i loro numeri in agenda e li chiamano per nome. Di tecnici, pochissimi e tutti con uso di mondo, gente che ha fatto pubbliche relazioni, che ha governato processi e atenei….”. Ce n’è uno, nemmeno tecnico, che -ha ricordato in un altro passaggio Concita De Gregorio- è addirittura passato dal governo Draghi al governo Meloni. E’ addirittura il ministro (leghista) dell’Economia Giancarlo Giorgetti. 

Ancora Concita De Gregorio su Repubblica

A chi non piace comunque il nuovo governo non resta naturalmente che  “la grande occasione” di “fare opposizione con la forza della ragione”. Si tratta di “rimettere in ordine questioni e principi, misurarsi alla prova dei fatti”. E non dimenticare “la sconfitta simbolica di una sinistra che è stata incapace di fare in vent’anni quello che Giorgia Meloni ha fatto negli ultimi due” portando il suo partito di destra in testa alla classifica del campionato politico, oltre che lei stessa – la prima donna- a Palazzo Chigi. Come dare torto a Concita De Gregorio?  

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