Prevale per ora l’umorismo nella lunga e scivolosa corsa al Quirinale

Vignetta di Sergio Staino sulla Stampa

Più che le notizie, vere o presunte che siano, nella corsa al Quirinale valgono forse le vignette che si sono procurate. Cominciamo dall’ottimistico annuncio di Enrico Letta -nonostante gli ultimi infortuni che gli sono capitati, fra i quali il no di Giuseppe Conte all’offerta di una candidatura presuntivamente sicura alla Camera nelle suppletive del 16 gennaio a Roma- che avremo un’elezione rapida e sostanzialmente unanime del nuovo presidente della Repubblica, uomo o donna che possa risultare. Gli ha in qualche modo risposto l’imperdibile Sergio Staino sulla prima pagina della Stampa chiedendo “da quale cartomante si serve” il segretario del Pd. 

Vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

Passiamo all’annuncio di Matteo Salvini, incoraggiato da Matteo Renzi, di volere assumere il ruolo di kingmaker nell’operazione Quirinale, appunto, chiamando uno per uno i segretari di tutti i partiti alla ricerca di un’intesa, convinto che questa sia davvero la volta buona perché a dare le carte sia il centrodestra. Esso dispone in effetti sulla carta del maggiore pacchetto in Parlamento, anche se non ancora autosufficiente per il quorum minimo ma pur sempre qualificato di 505 voti. Gli ha in qualche modo risposto Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera proponendo ai lettori, forse addirittura in sintonia con Sergio Mattarella, l’immagine di un “girotondo” da ridere. 

Titolo del Giornale
Titolo dell’editoriale del Giornale

D’altronde, i primi a non credere ai propri occhi, diciamo così, sono i sostenitori più convinti e impegnati della candidatura -rigorosamente di centrodestra- di Silvio Berlusconi. Sul cui Giornale di famiglia, pur titolando in una modesta apertura sulla previsione di Renzi che “sarà il centrodestra a dare le carte”, in un editoriale di Paolo Guzzanti -peraltro ex deputato forzista e autore di un libro sulla “Mignottocrazia” ai tempi giocosi dello stesso Cavaliere- si esprimono dubbi e timori per i troppi “ma”  di Salvini e di Giorgia Meloni.

Titolo del Fatto Quotidiano
Michele Ainis su Repubblica del 10 dicembre

In un contesto del genere, avrebbe detto la buonanima di Giorgio Saviane, rischia di apparire credibile anche un racconto che degli umori di Silvio Berlusconi offre ai lettori del solito Fatto Quotidiano Giacomo Salvini, quasi omonimo del leader leghista. Pieno di virgolettati, ma senza lo straccio del nome di un testimone, l’inviato o non so cosa d’altro di Marco Travaglio rappresenta un Berlusconi fra il preoccupato e l’indignato per le candidature attribuite all’ex alleato Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera col centrodestra, all’ormai perduto- pure lui- Marcello Pera, ex presidente del Senato, ora molto vicino a Salvini, e a Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente in carica del Senato. Che come presidente supplente della Repubblica potrebbe quanto meno sperare di sostituire per un pò Mattarella se la corsa al Quirinale dovesse durare più delle troppo ottimistiche previsioni di Enrico Letta, sempre che sia d’accordo il costituzionalista Michele Ainis, qualche giorno fa convinto su Repubblica del diritto di Mattarella di sentirsi prorogato dopo la scadenza del mandato senza l’elezione, ancora, di un successore. 

Di Casini è stata attribuita sul Fatto a Berlusconi la qualifica di “voltagabbana”, non foss’altro per essersi fatto eleggere al Senato l’ultima volta nelle liste del Pd a Bologna. Di Pera il Cavaliere avrebbe detto che è troppo “noioso” per immaginarlo al Quirinale e della pur cara Casellati, da lui voluta al vertice del Senato, che è “ingrata” e “pensa solo a se stessa”.  

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Giuseppe Conte sente il “ruggito” dei suoi motori, beato lui…

Claudio Bozza sul Corriere della Sera

Non è una barzelletta. E’ una metafora adottata dallo stesso Giuseppe Conte quella del pilota  del MoVimento 5 Stelle finalmente in grado, dopo il referendum digitale che ha ratificato il suo nutrito organigramma, per un complesso di più di novanta nomine fra vice presidenti, coordinatori, responsabili e via dicendo, di partire con la macchina piena di carburante e le cinture -immagino- di sicurezza ben allacciate. E’ una macchina, in verità, dal numero imprecisato di motori, tutti “accesi”, secondo l’annuncio dato agli assistenti. Ai quali tuttavia, passando al singolare, Conte ha chiesto orgogliosamente: “Si sente il ruggito di questo motore?”. Parola di Claudio Bozza sul Corriere della Sera, a pagina  prudentemente quindicesima. 

Persino Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, pur soddisfatto del compimento di un percorso cominciato a febbraio in un albergo romano con vista sui fori imperiali, dove l’ex presidente del Consiglio ricevette da Beppe Grillo in persona, alla presenza dei soliti intimi, il compito di “rifondare” il MoVimento maggiormente rappresentato in Parlamento ma già alquanto confuso e disorganizzato, ha dovuto ammettere la fragilità della “media del 90 per cento” vantata nell’annuncio dei risultati favorevoli del referendum digitale sulle nomine interne. Hanno votato 28.322 persone -si spera- dei 131.790 aventi diritto al voto, pari a circa il 20 per cento, inferiore anche al dato della prova recente sulla conversione al meccanismo di finanziamento pubblico del 2 per mille ai partiti. Il 90 per cento dei sì è stato pertanto solo del 20 per cento dei votanti. Il carburante insomma della macchina di Conte non sembra dei migliori neppure -ripeto- ad un estimatore del professore-pilota come Travaglio. Che ha profittato anzi dell’occasione per “un monito” all’ex presidente del Consiglio, anche o soprattutto in vista della prova che lo attende nelle elezioni presidenziali di gennaio. 

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

“Ognuno -ha scritto Travaglio a proposito di Conte- ha i suoi modi e lui, come ha detto Grillo una volta tanto non a sproposito, è “un gentleman più adatto ai penultimatum che agli ultimatum. Non riuscirebbe a parlare male di Belzebù, anzi ci troverebbe qualcosa di buono. Dunque nessuno pretende che definisca Berlusconi psiconano o puttaniere. Ma dire che “ha fatto molte cose buone” o tributare “rispetto al netto del conflitto d’interessi” a un pregiudicato che la Cassazione indica come frodatore fiscale e finanziatore della mafia è molto meno del minimo sindacale, specie per il leader 5S. In politica, dopo le buone prove da premier, Conte non ha nulla da imparare da Grillo (che deve farsi perdonare la resa senza condizioni a Draghi), ma in comunicazione sì”. 

Vi lascio immaginare che colpo agli stinchi, o altrove, sarebbe per Travaglio non dico una giravolta ma un semplice abbassamento dei toni solitamente villani di Grillo nei riguardi di Berlusconi. Dalla cui corsa al Quirinale, per quanto non ancora ufficiale, Travaglio è ossessionato quasi più che da un ripensamento di Sergio Mattarella dopo tutti i no pronunciati al bis, anche dopo quello reclamato alla Scala persino dal loggione, secondo la testimonianza del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, quasi tentato da questa circostanza a unirsi anche lui agli appelli che tanto sembrano ancora infastidire il presidente uscente della Repubblica. 

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

Il fotomontaggio pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano conferma come meglio non si potrebbe l’ossessione di Travaglio, che vede Berlusconi dappertutto. E quasi quasi gli attribuisce tutti i “273 cambi di casacca su 945 parlamentari” verificatisi in Parlamento dalle elezioni del 2018: traditori, transfughi, corrotti, poltronari e quant’altro fra i quali lo “psiconano” di fattura grillina starebbe pescando i voti necessari alla propria elezione. Gliene mancherebbero per il quarto scrutinio e successivi, a maggioranza assoluta e non più dei due terzi, ormai solo 25 secondo i calcoli non ho capito bene se più di Berlusconi o dello stesso Travaglio. 

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La polemica intrecciata tra Quirinale, stampa e senatori del Pd

Titolo del Dubbio
Il senatore Luigi Zanda

Mi spiace che i tre senatori del Pd benemeriti per avere presentato un salutare disegno di legge di modifica della Costituzione che riconoscerebbe il diritto di sciogliere anticipatamente le Camere al presidente della Repubblica anche nell’ultimo semestre del suo mandato, impedendone però la conferma, abbiano scambiato per un’offesa, addirittura per un’accusa implicita di “ipocrisia”, come mi hanno scritto due di loro, quella che invece voleva essere una difesa, sia pure con un rammarico su cui tornerò.

Il senatore Gianclaudio Bressa
Il senatore Dario Parrini

Gianclaudio Bressa, Dario Parrini e Luigi Zanda -nello stesso ordine alfabetico dei loro cognomi usato nel precedente articolo- si sono trovati secondo me nella scomoda e immeritata traiettoria di un tiro obliquo partito dal Quirinale contro le diffuse interpretazioni giornalistiche della loro iniziativa legislativa. Secondo le quali la prospettiva di una modifica della Costituzione per definire meglio in futuro la figura del capo dello Stato potrebbe offrire al presidente uscente Sergio Mattarella l’occasione di una conferma temporanea,  in attesa dell’approvazione delle nuove norme. 

La reazione del Quirinale è stata tranciante. E’ mancato solo che il capo dello Stato, accogliendo l’invito formulatogli il 27 novembre dal direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, traducesse la sua protesta con queste parole in dialetto siciliano: “Chi camurria, m’avete scassatu a minchia”. E in quel plurale non c’erano soltanto i giornalisti scambiati da Travaglio per colleghi prezzolati, al servizio di una causa  chissà perché aberrante, ma anche i tre senatori del Pd. 

Questi ultimi fanno bene, per carità, a sostenere di avere assunto la loro iniziativa senza secondi fini, diciamo così, diversi cioè dallo scopo dichiarato di un funzionamento più efficiente del sistema istituzionale dopo più di 70 anni di esperienza. E di inconvenienti, diciamo così, lamentati da due presidenti della Repubblica – Antonio Segni e Giovanni Leone- citati per condivisione pubblicamente da Mattarella celebrandone la memoria.

I tre senatori hanno ragione anche a precisare, come in particolare ha fatto con me Dario Parrini, presidente della Commissione Affari Costituzionali, che la loro iniziativa è stata formalizzata in questa stagione terminale della legislatura, a poco più di un anno dalla fine ordinaria, per ragioni che potremmo ben definire di galateo personale e istituzionale. Cioè per evitare che essa fosse scambiata, troppo in anticipo rispetto alla scadenza del mandato di Mattarella, per un atto di sfiducia al presidente in carica, come se lo si fosse ritenuto indegno o non adatto personalmente ad una conferma. 

Dove i tre senatori hanno invece torto -e mi permetto di ribadirlo, pur avendo in particolare con uno di loro, Luigi Zanda, un personale e vecchio rapporto di stima e amicizia- è il terreno di neutralità o indifferenza in cui si sono praticamente posti di fronte al malumore, chiamiamolo così, espresso dal Quirinale per i giornali. I quali saranno pur liberi -ho scritto e ribadisco- di interpretare liberamente non dico le intenzioni ma gli effetti oggettivi che possono derivare sulla situazione politica, e sui suoi sviluppi, da un disegno di legge. Questo mi aspettavo dai tre senatori, o da qualcuno almeno di loro: la difesa della libera stampa, che per fortuna esiste ancora in Italia, al netto di tutti gli errori e di tutte le faziosità possibili e immaginabili.

L’ex senatore Claudio Petruccioli

La politica resta naturalmente sovrana, rispetto all’informazione almeno, visto che rispetto alla magistratura ho purtroppo motivo di esprimere qualche dubbio o riserva. In questo concordo pienamente con le osservazioni dell’ex senatore Claudio Petruccioli. Che in una intervista al Riformista ha contestato la sensazione, anche da me avvertita a botta calda, che con la protesta del Quirinale contro le interpretazioni giornalistiche del disegno di legge dei tre senatori del Pd dovesse considerarsi sepolta l’ipotesi del cosiddetto Mattarella bis. Che, specie dopo quel bis invocato alla Scala, se proposta responsabilmente dai partiti nei tempi e nelle modalità da loro preferite, a elezioni presidenziali già cominciate in Parlamento o prima ancora, imporrebbe a Mattarella una risposta essa sì definitiva. A ciascuno insomma il suo, che è poi anche il titolo di un romanzo giallo di Leonardo Sciascia, ispirato nel 1966 all’assassinio di un commissario di Pubblica Sicurezza. 

Sergio Mattarella al Quirinale

Pace fatta, senatori del Pd che vi siete sentiti curiosamente offesi da quella che voleva essere invece nelle nostre intenzioni una vostra difesa, coniugata tuttavia con il libero esercizio della nostra professione giornalistica? Me lo auguro. Così come mi auguro che al Quirinale sia tornato il clima del distacco e persino dell’autoironia cui Sergio Mattarella ci aveva lodevolmente abituati prima della sorpresa da cui è derivata tutta questa polemica in una stagione politica -lo ammetto- alquanto complicata. O più complicata del solito. Quel bis levatosi la sera del 7 dicembre dalla Scala -anche dal loggione, come è stato raccontato dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- non verso il corpo artistico e l’orchestra del Macbeth ma verso il presidente della Repubblica ospite del teatro sarà almeno apparso spontaneo a Mattarella, cioè estraneo alle macchinazioni o chissà che altro avvertito invece nei commenti giornalistici positivi all’iniziativa legislativa assunta al Senato.

Pubblicato sul Dubbio  

Mattarella ha firmato sette grazie, ma ne manca ancora una…

Nulla da eccepire, per carità, sulle sette  grazie appena concesse dal presidente della Repubblica nell’esercizio delle sue prerogative costituzionali, valide questa volta anche nell’ultimo semestre del mandato, che gli impedisce invece di sciogliere anticipatamente le Camere. E quindi l’obbliga a graziarle  – è proprio il caso di dirlo- mantenendole in vita anche non esistendo più le condizioni politiche di un loro concreto funzionamento: per effetto -ad esempio- della impossibilità certificata di risolvere una crisi in via ordinaria. 

Fu proprio in questa situazione che Mattarella, peraltro con il potere ancora valido di sciogliere le Camere, ma non sentendosi di mandare alle urne i cittadini in periodo ancora di piena pandemia, allestì improvvisamente nello scorso mese di febbraio un governo eccezionale come quello di Mario Draghi, fuori dagli schemi o dalle formule ordinarie della politica. E scommise sul senso di responsabilità delle forze politiche perché accettassero un passaggio del genere, 

Nulla da eccepire, dicevo, per le sette grazie anche per la sobrietà dimostrata dal capo dello Stato nell’esercizio di questa delicatissima prerogativa: sette tutte insieme, d’accordo, in una volta  sola proprio a causa della imminente conclusione del mandato presidenziale, ma 33 nel settennato di sua competenza, alla media di meno di cinque l’anno. Il Corriere della Sera, in verità. parla di complessive 26 grazie, ma temo per un errore, non includendovi quelle appena firmate dal capo dello Stato e considerate invece dalla quirinalista del Tg1 riferendone dalla postazione del Colle. 

Se proprio dovessi farmi prendere da uno scrupolo critico, esso non riguarderebbe il presidente della Repubblica ma il sistema istituzionale e normativo che lo carica anche di un compito, per esempio, come quello di graziare una persona colpita da un’ammenda di 450 euro per non avere fornito le indicazioni della propria identità. Immagino tutte le scrivanie per le quali è dovuta transitare questa pratica, con i relativi costi, e mi cadono letteralmente le braccia. 

Il presidente Mattarella con Valentino Rossi

Piuttosto, me la prendo col presidente Mattarella -non se l’abbia a male- per le sua perduranti resistenze ad una conferma, anche dopo il bis chiestogli in sei minuti di applausi nel teatro milanese della Scala la sera del 7 dicembre, e condiviso il giorno dopo al Quirinale dal “dottore Valentino Rossi”, in un incontro col campione del motociclismo e accompagnatori, o viceversa. Il pubblico che incontra in ogni sede e occasione, ormai, e una certa parte anche dell’opinione politica, fra giornali, parlamentari e partiti pur in sordina a causa del loro stato generalmente più gassoso che liquido, gli chiedono di rimanere anche per dare o fare una grazie -diciamo così- ad un sistema istituzionale che per un intreccio di sfortunate  circostanze sta per affidare il compito dell’elezione di un nuovo presidente della Repubblica, con sette anni di mandato sulle spalle, ad un Parlamento a dir poco debolissimo. Che, dopo arere evitato lo scioglimento anticipato solo per l’emergenza pandemica ora per fortuna ridottasi, ha davanti a sé solo più di un anno di vita. E sarà sostituito, alla scadenza ordinaria o anticipata, da un Parlamento del tutto diverso: con 345 seggi in meno e rapporti politici letteralmente sconvolti rispetto a quelli usciti dalle urne nel 2018. 

In queste condizioni sarebbe davvero una grazia al sistema istituzionale una disponibilità del presidente uscente della Repubblica a farsi confermare -se richiesto naturalmente da un vasto schieramento parlamentare- per fare sciogliere il successore dal nuovo Parlamento. E permettere nel frattempo l’approvazione di una modifica della Costituzione giù proposta al Senato per meglio definire la figura del capo dello Stato: non rieleggibile ma anche titolare di tutte le sue prerogative sino all’ultimo giorno del mandato, compresa quella di sciogliere le Camere. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

L’ossessione, ormai, di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica

Goffredo Bettini

E’ diventata una vera e propria ossessione quella di Mario Draghi disposto, anzi smanioso, per quanto non abbia mai detto nulla a questo proposito, di farsi eleggere al Quirinale al posto di Sergio Mattarella. E’ un’ossessione che unisce destra e sinistra, Silvio Berlusconi e Goffredo Bettini, appena uscito anche lui allo scoperto nel Pd, dove è un oracolo a cielo aperto, condividendo le preoccupazioni del Cavaliere per la sorte del Paese, e non solo della maggioranza attuale di governo, nel caso in cui un cambio della guardia a Palazzo Chigi dovesse provocare una crisi. O comunque una nuova stagione di instabilità quando ancora la pandemia non è vinta e c’è da realizzare un vasto programma per la ripresa finanziato anche dall’Unione Europea. 

Titolo di apertura del Giornale

      Persino il notissimo e influente Financial Times è intervenuto per consigliare prudenza a Draghi guadagnandosi un titolo soddisfatto, du autentico sollievo, del Giornale della famiglia Berlusconi , pur rovinato da una gaffe come quella di definire “un pizzino” l’avvertimento arrivato dai “mercati”. Ormai, rimosso il “pericolo” di un trasferimento di Draghi al Quirinale, dando evidentemente per scontato che il presidente del Consiglio non oserà mettersi contro tanto e tale schieramento, nonostante le previsioni formulate da sua moglie ad un barista di dovere forse traslocare appunto sul Colle, per i cultori della candidatura di Berlusconi al vertice dello Stato rimane solo l’ossessione -ci risiamo- di un ripensamento di Mattarella davanti al bis invocato con sei minuti di applausi nel teatro milanese della Scala: un bis non a caso ignorato, o censurato, ieri nel titolo di prima pagina del Giornale.

Berlusconi
Augusto Minzolini sul Giornale

            La permanenza di preoccupazioni per un ripensamento di Mattarella dopo tutti i no già espressi da lui alla conferma è tradita da questo finale dell’editoriale di oggi del direttore del Giornale, Augusto Minzolini: “Il tentativo continuo di tirare Mattarella per la giacca, di strappargli un sì per nulla convinto a restare, somiglia tanto ad una violenza. Un comportamento che non è certo figlio dell’amore verso le istituzioni, ma risponde più all’esigenza di salvaguardare gli interessi di partito. Ed è, in fondo, anche una mancanza di riguardo verso quell’applauso di commiato, sentito e spontaneo, che il pubblico della Scala ha riservato a Mattarella interpretando il sentimento del Paese”. 

“Catenaccio” del titolo del Giornale in prima pagina

            Gli “interessi di partito”  indicati da Minzolini sarebbero quelli soprattutto del Pd, vista la convinzione o la speranza, secondo i gusti, che va diffondendosi tra i fedelissimi di Berlusconi che Giuseppe Conte sotto sotto, nonostante le uscite pubbliche contro la candidatura dell’ex presidente del Consiglio, considerate d’altronde insufficienti anche dall’insospettabile Fatto Quotidiano, dove lo hanno ripetutamente pungolato ad una posizione più netta e persino offensiva, sia tentato pure lui da un aiuto, o aiutino al Cavaliere. Non a caso Il Giornale, sempre quello di famiglia, ha annunciato proprio oggi in un “catenaccio” sotto il titolo di apertura: Conte: “Berlusconi ha creato una destra moderna”. Figuriamoci adesso da quale tirata d’orecchie sarà tentato Marco Travaglio contro il presidente del MoVimento 5 Stelle, ancora oggi descritto sul Fatto come l’uomo politico più popolare d’Italia, anche se, nel timore di qualche brutta sorpresa, ha appena rifiutato la candidatura a deputato offertagli a Roma, per le suppletive del 16 gennaio, dal segretario del Pd Enrico Letta. 

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Panico fra i berlusconiani per la popolarità crescente di Mattarella

Tra gli effetti dei sei minuti di applausi e di incitamenti al bis di Mattarella come presidente della Repubblica nel teatro mitico della Scala, a Milano, c’è un certo panico tra i tifosi della pur difficile candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale. Che prima si sono mobilitati contro l’ipotesi della candidatura di Draghi sostenendone la intoccabilità a Palazzo Chigi. E ora vedono crescere i consensi popolari attorno ad un Mattarella pur indisponibile, almeno sinora, alla rielezione, per quanto a termine, potendosi prevedere il suo ritiro al sopraggiungere delle nuove Camere, non più tardi del 2023.

Titolo di Libero

Mentre il Giornale della famiglia Berlusconi, tuttavia, ha cercato di esorcizzare l’evento ignorando nel titolo della prima pagina il bis chiesto al presidente uscente, che il pubblico si sarebbe limitato a “ringraziare” per il lavoro svolto al Quirinale, su Libero l’ex direttore dello stesso Giornale Alessandro Sallusti ha più furbescamente, o astutamente, cercato di scommettere sulla resistenza di Mattarella alla corte che gli fa il popolo, più ancora dei partiti.

Alessandro Sallusti su Libero

Ma, anche a costo degli scongiuri dell’interessato, Sallusti si è spinto a prevedere per un Mattarella che dovesse cedere alla tentazione una conclusione dell’avventura in linea con la tragedia shakesperiana di Macbeth che si è goduto in opera proprio alla Scala. Una tragedia -ha spiegato Sallusti da melomane dichiaratamente improvvisato- che racconta dei catastrofici effetti della ricerca del potere per il proprio interesse personale”. Ma non sarebbe chiaramente il caso di Mattarella, via.

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Il pubblico reclama un Mattarella bis e la politica si tappa le orecchie

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX
Egle Santolini sulla Stampa

Non per fare il bastian contrario ma non sono sicuro che la notizia principale giunta da Milano sia quella data da tutti i giornali, o quasi, dei sei minuti pur importanti e significativi di applausi e richiesta di bis al presidente della Repubblica appena arrivato con la figlia sul palco reale del mitico teatro della Scala, E così colpito per tanto calore di pubblico, proveniente -come ha tenuto a raccontare il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- anche dal popolarissimo loggione, da avere chiesto al vicino di posto -nella bellissima vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX- dove fosse la scala, al minuscolo, della fuga dagli incendi. Che in questo caso, peraltro, sarebbe anche una fuga dal fumo sparso dallo stesso Mattarella sullo scenario politico della corsa al Quirinale con i suoi ripetuti no ad una rielezione, sia pure implicitamente a termine, per dare il tempo alle Camere attuali di approvare una modifica costituzionale sui poteri e sulla figura del capo dello Stato e alle Camere nuove, nel 2023, di eleggere in modo più rappresentativo e realistico il successore. Il problema del Mattarella bis, chiamiamolo così, non è stato per niente archiviato da quel fumo. Lo ha riproposto il pubblico. “La Scala ha parlato”, ha giustamente scritto sulla Stampa Egle Santolini.

Semnpre Efle Santolini sulla Stampa
Titolo del Corriere della Sera

La notizia politica più intrigante, ma direi anche la più inquietante, è nella cronaca della stessa giornalista della Stampa in cui si racconta della reazione del sindaco di Milano Beppe Sala, eletto come tutti i sindaci direttamente dai cittadini, quindi anche da quelli che avevano appena chiesto il bis a Mattarella “invocandone” la conferma, come nel titolo del Corriere della Sera. Ebbene, questo sindaco così poco in sintonia con i milanesi ha avuto da ridire sulla invocazione -ripeto- del bis con queste parole. “Non credo che si possano tirare per la giacchetta persone come Mattarella e Draghi”. Il quale ultimo peraltro non era alla Scala ieri, avendo preferito lasciare giustamente tutto lo spazio possibile al capo dello Stato, ma è in testa a tutti i sondaggi per un eventuale nuovo presidente della Repubblica.

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Ecco. Sala mi sembra il perfetto rappresentante di un ceto politico indeciso a tutto. Che si mette da parte di fronte ai problemi e non prende una iniziativa neppure sotto tortura. Una classe politica seria è invece quella capace di agire, smettendola di stare alla finestra, e porre concretamente al presidente uscente della Repubblica il problema di un suo gesto di generosità e responsabilità di fronte ad una situazione anomala, eccezionale e quant’altro come questa. C’è un Parlamento di fatto scaduto, con tutto quello che è accaduto dopo le elezioni del 2018, compresa la riforma delle Camere tagliando un terzo dei seggi, che dovrebbe scegliere fra un mese un capo dello Stato da lasciare in carica per sette anni. Vi sembra normale?

Titolo del Giornale della famiglia Berlusconi

La ciliegina, diciamo così, sulla torta dello spettacolo di questa politica, e di questa informazione, un po’ avulsa dalla realtà è data dal titolo -ahimè- di un giornale che mi è caro, avendovi lavorato per dieci anni col fondatore Indro Montanelli, Il Giornale appunto, in cui nel titolo di prima pagina il “bis” chiesto a Mattarella è ignorato, cioè censurato, sostituito praticamente da un saluto di “ringraziamento”. E questo -temo- solo per non disturbare animo, cuore e non so cos’altro di un Berlusconi deciso, tentato, non so cos’altro dalla candidatura al Quirinale pur in questa situazione di grandissima confusione e transitorietà.  

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Berlusconi adotta il repertorio di Moro per aprirsi ai grillini

Titolo del Fatto Quotidiano
Aldo Moro

Si è persino imbarazzati a scomodare la buonanima di Aldo Moro per trovare e indicare qualcuno a cui paragonare Silvio Berlusconi negli esercizi di alta acrobazia politica che contraddistinguono la  sua anomala scalata al Quirinale. Che c’è, perché lui è il primo a permettere agli amici e persino al Giornale di famiglia di parlarne e scriverne, e non c’è perché lui è anche il primo a consentire persino alla figlia Marina di reagire con stizza in una intervista, com’è accaduto di recente col Corriere della Sera, quando viene interrogata sulla corsa appunto del padre al Colle, come se questa fosse l’invenzione di chi gli vuole male. E magari lo espone alle campagne d’odio tipo quella riproposta in questi giorni dal solito Fatto Quotidiano con la ricostruzione della sua vita come di un’avventura criminale. Della quale è stato accusato di non rendersi abbastanza conto anche un beniamino di quel giornale come Giuseppe Conte, cui pertanto Marco Travaglio ha chiesto di decidersi a dire a chiare lettere quello che l’uomo di Arcore meriterebbe, anziché cercare di fare la persona educata limitandosi a precisare al povero Alessandro Sallusti, lasciandolo tuttavia lo stesso senza parole, che Berlusconi non può essere il candidato del MoVimento 5 Stelle al Quirinale.

Berlusconi a Milano Finanza

Eppure a questo partito -che adesso si può anche definire tale per avere chiesto di iscriversi al relativo registro nazionale per poter accedere al meccanismo del finanziamento pubblico del 2 per mille- Berlusconi ha teso ormai tutte e due le braccia. Dopo averne apprezzato il cosiddetto reddito di cittadinanza, introdotto dai grillini appena arrivati al governo nella presunzione addirittura di eliminare la povertà, con una intervista a Milano Finanza Berlusconi si è riconosciuto,  pur essendone “lontanissimo”, nelle “motivazioni tutt’altro che ignobili o irragionevoli” del movimento fondato dal comico genovese gridando insulti nelle piazze e dando al Cavaliere, non dimentichiamolo, dello “psiconano”.  “Nasceva -racconta adesso Berlusconi parlando appunto del partito grillino- dallo stesso disagio e dallo stesso fastidio per un certo tipo di politica per la quale è nata Forza Italia”. Avrebbe dovuto dire, in verità, “per i quali” – intesi come disagio e fastidio- ma pazienza per l’italiano zoppicante.

Purtroppo -ha insistito generosamente Berlusconi- “i Cinque Stelle non sono riusciti a dare una rappresentanza a questa Italia”, pur avendo raccolto nelle elezioni del 2018 il maggior numero di voti fra tutti i partiti- “ma hanno dato voce a un disagio reale, che merita rispetto, attenzione e anche delle risposte”.

“Attenzione”, ecco la parola magica, diciamo così, che accosta Berlusconi al povero Moro. Che nel 1968 adottò verso il Pci, scavalcando i “dorotei” di Mariano Rumor e Flaminio Piccoli che lo avevano appena detronizzato da Palazzo Chigi, la famosa e cosiddetta “strategia dell’attenzione”.  Fu proprio Rumor tre anni dopo a rinfacciargliela, in occasione delle elezioni presidenziali destinate a concludersi con l’elezione di Giovanni Leone, spiegandogli in un incontro a casa che non poteva essere il candidato della Dc al Quirinale senza essere scambiato per il candidato, nei fatti, del Pci. “Mi avete confezionato addosso un abito che non è il mio”, rispose Moro. Non vorrei che dovesse capitare anche a Berlusconi, a questo punto, di sentirsi trattare così dai “franchi tiratori” del centrodestra quando si voterà per il Quirinale nell’aula di Montecitorio.

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Quel Mattarella a sorpresa, insofferente verso la libera stampa

Titolo del Dubbio

La stampa o l’informazione, come preferite, con la quale se la sono presa al Quirinale nei giorni scorsi, fra stupore e irritazione, per avere premuto troppo su Sergio Mattarella perché si rendesse disponibile ad una rielezione, ha fatto la parte della nuora. Alla quale, secondo un vecchio proverbio, si dice perché suocera intenda. Ma la suocera in questo caso sarebbe un suocero, anzi l’insieme di tre suoceri, quanti sono i firmatari di un disegno di legge presentato al Senato per modificare due articoli della Costituzione. Cioè per abolire il cosiddetto semestre bianco, l’ultimo del mandato in cui il capo dello Stato perde la prerogativa dello scioglimento anticipato delle Camere, e rendere ineleggibile il presidente uscente della Repubblica.

I tre senatori, tutti del Pd, sono in ordine rigorosamente alfabetico, e inversamente proporzionale alla loro notorietà o autorevolezza, Gianclaudio Bressa, Dario Parrini, e Luigi Zanda, già capogruppo al Senato, tesoriere del partito e tante altre cose che contribuiscono a farne una personalità di maggiore spicco, dicevo, rispetto agli altri due.

I tre senatori del Pd meritano una certa comprensione per avere incassato con molto garbo istituzionale il messaggio obliquo del Quirinale, facendo finta di cadere anche loro dalle nuvole, cioè precisando di non avere mai voluto fare pressione su Mattarella per accettare di farsi rieleggere, e quindi scaricando anch’essi la responsabilità del fraintendimento, diciamo così, su noi giornalisti.  Ma pure la comprensione ha i suoi limiti.

Non per scortesia, o per tigna, o per “logica corporativa”, che Sergio Mattarella da qualche tempo non si stanca giustamente di criticare quando parla dei o ai magistrati auspicandone addirittura una “rigenerazione”, ma per scrupolo professionale che mi sarà perdonato all’età che ho, dopo una vita trascorsa nelle redazioni, debbo dire ai tre senatori del Pd sentitisi fraintesi dai giornali che il rispetto dovuto, per carità, al presidente della Repubblica non poteva né può autorizzare a non averne per la stampa.

Un disegno di legge come quello da loro preannunciato e infine presentato, in tempo per  poter cominciare il percorso prima dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, si prestava legittimamente all’interpretazione che pure ha stupito e persino irritato il pur solitamente calmo, anzi calmissimo Sergio Mattarella. Che ha un po’ smentito o sminuito anche quella capacità di “autoironia” vantata di recente e lodevolmente raccomandata a tutti gli attori della politica, specie a quelli -penso- dei cosiddetti piani alti.

Di fronte alla prospettiva di una modifica costituzionale già proposta da due predecessori e colleghi di partito dello stesso Mattarella, da lui personalmente citati in due circostanze commemorative, era logico, oltre che legittimo, pensare che al presidente della Repubblica potesse essere implicitamente chiesto di garantire il percorso del cambiamento rimanendo per un po’ al suo posto,  sulle orme di  Giorgio Napolitano nel 2013. Non era certamente uno scandalo -come non lo era stato quello appunto di Napolitano nove anni fa- che si ipotizzava o proponeva a Mattarella.

Non ci sarebbero stati certamente fraintendimenti di sorta se i tre senatori del Pd avessero presentato il loro disegno di legge dopo le elezioni presidenziali del mese prossimo, a successione cioè già avvenuta al Quirinale. O no? I tempi di una iniziativa legislativa, e di quella natura, hanno pur la loro importanza. O, come preferite, offrono pure un angolo particolare dal quale vederla, analizzarla e giudicarla, o raccoglierne l’eco sotto i soffitti decorati del Quirinale.

La frittata comunque è ormai fatta. E conviene a questo punto prenderne solo atto, pur col rammarico che almeno personalmente mi sarà permesso di fronte allo spettacolo non comune offerto dai grillini con una riforma costituzionale -la loro, quella del taglio dei seggi parlamentari- che sta  per produrre, fra i vari effetti, l’elezione del presidente della Repubblica da parte di un Parlamento doppiamente delegittimato sul piano politico e del buon senso. Lo è, in particolare, per le nuove Camere ridotte di un terzo dei seggi , dove di sicuro, al massimo dopo poco più di un anno, i grillini non disporranno della maggioranza come nel 2018. E saranno probabilmente in coda ad altri tre partiti che si contenderanno il primato attorno al 20 per cento dei voti ciascuno, non si sa peraltro ancora con quale legge elettorale.

Mi sia consentita un’ultima osservazione. Sinora dal Quirinale hanno lasciato passare senza reazioni la libera interpretazione data da qualche giornale alla smentita opposta alle lamentate finalità tattiche delle modifiche costituzionali proposte dai tre senatori del Pd. Essa consisterebbe nella recondita volontà di Mattarella di non osteggiare la candidatura, da altri invece contestata, di Mario Draghi al Quirinale. Mi chiedo se dobbiamo aspettarci qualche precisazione anche su questo punto, vista l’insistenza con la quale da parte berlusconiana, per esempio, si continua a legare l’ipotesi di Draghi a quella minacciosa di elezioni anticipate. O, come sarebbe forse meglio dire, di una campagna elettorale di soli settanta giorni, o poco più, anziché di un anno e mezzo, quanto durerebbe di fatto con la conclusione ordinaria della legislatura.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 dicembre 2o21

Alla ricerca di un vaccino anche per gli aspiranti al Quirinale

Nel giorno peraltro dell’entrata in vigore del green pass in versione super ci sarebbe da chiedersi -scherzando ma non troppo- se in questa stagione politica non occorra anche un altro vaccino, che immunizzi dalle ambizioni eccessive i tanti aspiranti al Quirinale, palesi o sommersi che ancora siano.  

Titolo del Giornale
Titolo sempre del Giornale

Il Giornale, sempre quello della famiglia Berlusconi, titola in prima pagina sull’incoraggiamento di Maurizio Costanzo all’amico quasi coetaneo Silvio a correre davvero per il Colle, con la maiuscola che ormai gli spetta, smettendola quindi di entrare e uscire dalla competizione secondo i giorni e le ore. Già, perché la corsa del Cavaliere ha anche questa intermittenza curiosa, che ne fa spesso più una minaccia che un assaggio. Ma ciò è già bastato -bisogna ammetterlo, come lo stesso Giornale ha annunciato con un altro titolo- perché nei sondaggi sul successore di Sergio Mattarella “svettano Draghi e Berlusconi”, appunto.

Titolo di Domani

Sarà quanto meno difficile che riesca ad inserirsi nella gara, come ha invece immaginato Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, anche il ministro della Cultura Dario Franceschini, del Pd. Le cui credenziali sono state così elencate, in una didascalia un po’ acida, dal quotidiano che si è mostrato più attento di altri, diciamo così, alla sua aspirazione presidenziale: “Il grande navigatore del potere è stato demitiano, prodiano, veltroniano, bersaniano, renziano, zingarettiano e molto altro. In vista della corsa al Colle è per la prima volta franceschiniano”, e basta: tanto avventato, forse, da immaginare che nessuno dei leader da lui prima adottati e poi abbandonati sia in grado o abbia la voglia di organizzargli la fronda in un Parlamento affollato più di umori, anzi malumori, che altro.

Prodi a Rai 3

Il vaccino su cui scherzavo contro le ambizioni eccessive, solitamente foriere più di infortuni che di successi, deve averlo preso nella sua Bologna l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. Che vedendosi serenamente nello specchio -una volta tanto, perché l’uomo dietro una certa bonomìa nasconde un carattere spigoloso e una memoria di ferro- ha appena confermato in una intervista televisiva alla Rai di non essere interessato al Quirinale. O di non esserlo più, dopo lo sgambetto riservatogli dai colleghi di partito nel 2013 per pareggiare quello che aveva portato alla bocciatura anche di Franco Marini, presidente peraltro del partito e forte dell’appoggio annunciato anche dal centrodestra.

A 82 anni compiuti nella scorsa estate, per quanto ne avesse altrettanti Sandro Pertini nell’elezione del 1978, Prodi ha detto di avere imparato a contare dalla “maestra elementare”. E spiegato: “Non è cosa, si dice. C’è l’età,  c’è che sto benissimo così, ci sono tantissime ragioni. E poi c’è il realismo politico: se un uomo politico ha un minimo di saggezza deve rendersi conto delle situazioni”.

Il senatore del Pd Andrea Marcucci

In particolare, Prodi è stato nella cosiddetta seconda Repubblica- dopo l’esordio nella prima con una celebre seduta spiritica durante il sequestro di Aldo Moro per cercare di individuare la prigione in cui l’avevano chiuso le brigate rosse-  l’antagonista di Silvio Berlusconi. Lo sconfisse due volte nelle urne, nel 1996 e dieci anni dopo, perdendo però rapidamente entrambe le partite nelle aule parlamentari. E’ stato pertanto “un filino di parte”, come ha detto anche di Berlusconi l’ex capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci riconoscendogli, per carità, il diritto di aspirare al Quirinale ma avvertendo l’improbabilità del successo.    

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