Tutti attaccano Salvini gonfiandogli la campagna elettorale continua

E’ davvero curiosa la gara in corso fra magistratura e stampa -o, se preferite, fra certa magistratura e certa stampa- su chi assalta di più Matteo Salvini per procurargli non danni, come magari si propongono pure con convinzione, ma vantaggi facilitandone la perenne campagna elettorale nella quale il leader leghista si trova all’esterno e all’interno della maggioranza di governo in cui è appena rientrato. All’esterno, per esempio, dovendosi difendere dalla concorrenza che su certi temi, chiamiamoli così di destra, gli fanno i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, astutamente rimasti all’opposizione del governo di Mario Draghi proprio per contendere a Salvini , come leader del partito più votato, la guida della coalizione di centrodestra operante nella maggior parte delle regioni e di sicura riedizione nelle prossime elezioni politiche. All’interno della maggioranza per strappare consensi, sugli stessi temi, ai grillini, al Pd e ai forzisti di Silvio Berlusconi.

Questi ultimi, peraltro, diversamente dai pentastellati e dai piddini, che gliene fanno e gliene dicono di tutti i colori per difendersi, e magari anche per provocarne reazioni inconsulte, sino alla crisi, debbono fare buon viso a cattivo gioco perché a tutto sono disposti fuorché a ripudiare il centrodestra inventato dal Cavaliere al tramonto della cosiddetta prima Repubblica, o all’alba della seconda. E’ una formula che senza la Lega semplicemente non esisterebbe, come Berlusconi provò sulla sua pelle perdendo le elezioni anticipate del 1996 e ricucendo perciò pazientemente con Umberto Bossi, che lo aveva fatto governare la prima volta per meno tempo di una gravidanza: dal 10 maggio al 22 dicembre 1994.

I magistrati, in particolare quelli di Palermo, hanno appena rinviato a giudizio Salvini addirittura per sequestro di persona offrendogli, per l’obiettiva esagerazione dell’accusa, la copertura di un lungo processo, con i soliti tre gradi di giudizio, lungo tutto il percorso elettorale che va dalle amministrative del prossimo autunno al rinnovo delle Camere, anticipato o ordinario che potrà rivelarsi. Sequestrare più di cento persone, con rifornimenti e assistenza assicurati su una nave il cui comandante, armatore e non so cos’altro ha deliberatamente rifiutato altri approdi o rotte col proposito neppure nascosto di sfidare le autorità preposte ai porti italiani, è una cosa che nessun tribunale riuscirà mai a fare apparire agli occhi della gente comune, cioè degli elettori, diversa dalla bizzarria, a dir poco.

I giornali dichiaratamente ostili alla Lega e, più in particolare, al suo “capitano”, strizzando ogni tanto l’occhio ai subordinati, si sono appena inventati, rappresentandola con cronache, retroscena e quant’altro, una guerra, una sfida, un boicottaggio su un’ora in più o in meno del coprifuoco pandemico che semplicemente non c’è stato.

A parte la sproporzione fra una guerra, e simili, e un’ora di coprifuoco su sette, i tre ministri della Lega non solo non hanno votato contro il provvedimento in gioco a Palazzo Chigi, come pure qualcuno era stato portato a credere con la rappresentazione del “rifiuto” opposto da Salvini fuori dal Consiglio dei Ministri, ma non si sono neppure astenuti, come è stato invece gridato nei titoli, sottotitoli e cronache di praticamente tutti i giornali fuorché la Stampa. Di cui due cronisti si sono presi la briga di consultare le fonti, diciamo così, scoprendo che i tre minstri della Lega erano risultati semplicemente assenti, sapendo bene naturalmente che “in politica la forma è sostanza”.

Ciò è sacrosantamente vero, anche se hanno fatto finta di ignorarlo sia Salvini continuando a parlare come se i suoi ministri avessero fatto chissà che cosa contro il troppo rigore pandemico degli altri partiti della coalizione, sia il buon Mario Draghi facendo trapelare il suo malumore per la “gravità” di quanto sarebbe accaduto. E lasciandosi interpretare da qualche improvvisato sostenitore ad ore -ancora in gramaglie per la fine dell’esperienza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi- come uno sprovveduto che si è finalmente accorto di chi è davvero Salvini, l’uomo irrimediabilmente del Papete e del mohito.E’ inutile che vi faccia il none di un così raffinato e stellare analista perché ve lo siete già immaginato da soli, con la dimestichezza che vi attribuisco alle prese con le cronache politiche, ben immunizzati peraltro col vaccino nella nostra testata: Il Dubbio.

Ciò che più inquieta comunque di quell’analisi politica stellare, ripeto, è la scommessa su quanto potrà ancora durare questo “giochino” del doppio gioco di Salvini uomo di lotta e di governo. Il termine è stato indicato nel “semestre bianco”, quando si potrà giocare alla crisi di governo senza correre il rischio delle elezioni anticipate per la impraticabilità dello scioglimento prematuro delle Camere negli ultimi sei mesi, appunto, del mandato dell’attuale presidente della Repubblica: da agosto e febbraio.

Pubblicato sul Dubbio

Che spreco di munizioni sui giornali per quell’ora di discordia nel coprifuoco

            Mamma mia, che spreco di aggettivi, sostantivi, sdegno e quant’altro sull’ora della discordia, o sulla discordia per un’ora in più o in meno, leggendo titoli, commenti e resoconti dell’ultima seduta del Consiglio dei Ministri, peraltro brevissima. Dove  i rappresentanti della Lega si sono astenuti -non votato contro, ma semplicemente astenuti- sulla scelta confermata dal presidente Mario Draghi di lasciare prudentemente alle 22 l’inizio del cosiddetto coprifuoco pandemico, senza spostarlo ancora alle 23.

            “Strappo”, ha gridato il Corriere della Sera contro Matteo Salvini. “La prova del fuoco”, ha sparato il manifesto. “Sabotaggio”, ha urlato Il Foglio quasi ordinando al plotone di esecuzione di procedere, come si fa in guerra con i sabotatori, appunto. “Alta tensione”, ha stampato in rosso il Giornale della famiglia Berlusconi commentando, all’unisono stonato col Fatto Quotidiano, che “così non può continuare”. “Salvini sfida Draghi”, ha titolato Il Secolo XIX omettendo di riferire nella titolazione, come hanno invece preferito fare alla Repubblica, dello stesso editore torinese, “il doppio no” oppostogli dal presidente del Consiglio senza particolari e tanto meno rovinose conseguenze. Infatti la Lega ha incassato senza neppure “uscire un po’ dalla maggioranza”, come ha ironicamente messo tra parentesi nel titolone di prima pagina il Riformista.

            Lo “strappo” gridato dal Corriere, cui su Repubblica il prudente Stefano Folli ha preferito “uno screzio”, è il termine -pensate un po’- col quale il compianto Armando Cossutta definì, scandalizzato dal suo punto di vista, quello che avrebbe compiuto nel secolo scorso il segretario del Pci Enrico Berlinguer dichiarando in televisione “esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione comunista d’ottobre”. Quello sì che si poteva scambiare per “strappo”: solo scambiare, per carità, perchè  Berlinguer, pur essendosi spinto a considerare la Nato un ombrello utile a proteggere anche l’autonomia del Pci da Mosca, preferì uscire dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale piuttosto che accettare il riarmo missilistico dell’Alleanza Atlantica. Che pure era mirato a contrastare il vantaggio acquisito dai sovietici con la postazione degli SS20, dietro alla cortina di ferro, contro le capitali dell’Europa occidentale.

            Per tornare ai più modesti tempi di oggi, per quanto impegnati in una guerra forse ancora più insidiosa come quella della pandemia, lasciatemi dire che trovo stupefacente, a dir poco, il ruolo da piromani che i giornali, volenti o nolenti, svolgono in questa fase di pur dichiarata emergenza che ha imposto al presidente della Repubblica la terapia del governo guidato da Mario Draghi, e regolarmente fiduciato dal Parlamento. Per cui solo la fantasia etilica di qualche personaggio peraltro marginale della politica può seriamente vedere il frutto di un colpo di Stato, o di una congiura di ambigui interessi internazionali. E con altrettanta fantasia etilica si può scambiare per sabotaggio  il dissenso su una sola ora di “coprifuoco” di un partito della maggioranza, peraltro indicato sino al giorno prima dagli stessi avversari come la forza motrice, o prevalente, o prepotente della maggioranza.

Mi chiedo perché anche noi giornalisti -mi ci metto pure io, per carità- non ci diamo una calmata e non la smettiamo di aizzare anzicché informare i nostri lettori, facendo loro così soltanto del male, e senza peraltro vendere chissà quante copie in più dei nostri giornali nelle edicole non a caso sempre meno frequenti.

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Il movimento grillino affondato prima che Conte potesse rifondarlo

            Per una volta mi sento di spendere una parola in difesa di Giuseppe Conte da quel “ruggito del coniglio” col quale il Riformista ha voluto liquidare il dissenso espresso dall’ex presidente del Consiglio di fronte all’incredibile uscita di Beppe Grillo contro magistrati e giornali. Che avrebbero trasformato il figlio Ciro da indagato a “stupratore seriale” per una notte, diciamo così, sfortunata di quasi due anni fa in Sardegna con tre amici.

            Che cosa poteva fare di più l’ex presidente del Consiglio dopo avere praticamente solidarizzato con la presunta vittima dello stupro, allo stato delle indagini, pur nel contesto di una comprensione espressa per un padre che dà in escandescenze contro un figlio “coglione”?  Che lo stesso Grillo ha ammesso di aver voluto e potuto spingere “a calci in culo” in galera o chiudere a chiave in casa se gli inquirenti  ne avessero disposto l’arresto a suo tempo, anziché prendersela con comodo e alimentare la convinzione, o speranza, del padre che il figliolo e gli amici non l’avessero fatta così grossa come raccontato e denunciato dalla presunta vittima dello stupro.

            Certo, Conte avrebbe potuto sin da ieri trarre le conseguenze da quel dissenso rinunciando all’incarico affidatogli da Grillo in persona di rifondare e capeggiare il MoVimento 5 Stelle in crisi dichiarata d’identità. Che equivale ad uno stato confusionale nel quale si inserisce coerentemente anche la sortita di Grillo, del quale è quanto mai esagerato scrivere, come si fa ancora da qualche parte, come del “leader spirituale” di una forza politica che dal 2018, per quanto abbia perduto un bel po’ di deputati e senatori per strada, è ancora la più rappresentata in Parlamento. Dove non a caso in meno di tre anni si sono succedute maggioranze non diverse ma opposte: con i grillini prima alleati con la Lega, poi col Pd contro la Lega e infine rimasti al governo con Lega e Pd insieme, più Forza Italia di Silvio Berlusconi e cespugli vari di sinistra e di centro.

            Ma la rinuncia all’incarico ricevuto da Grillo, o concessogli da Grillo per disperazione politica, prima che diventasse disperazione anche d’altro tipo per vicende familiari all’esame della magistratura, probabilmente destinate a sfociare in un processo che avrà il suo percorso, con tutte le deviazioni e sovrapposizione mediatiche consentite dai grillini nella loro azione di governo; la rinuncia di Conte, dicevo, all’incarico di rifondatore e capo di un MoVimento intanto già affondato dal suo fondatore è nelle cose. Prima o dopo verrà anch’essa, la rinuncia cioè, avendo peraltro già provveduto l’ex presidente del Consiglio a mantenersi ben stretta la cattedra universitaria di Firenze ripresa dopo la fine della sua esperienza di governo.

            Se non succederà, se cioè Conte dovesse continuare nel suo tentativo rifondatore di una cosa affondata dal fondatore -scusate il bisticcio continuo delle parole- sarà peggio per lui. La sua posizione in questo caso sarà come quella penosa dei comunisti e loro amici che all’arrivo della perestroika, glashnot e quant’altro di Michail Gorbaciov si illusero che il comunismo potesse essere riformabile o rifondabile. Si è visto come è finito: come aveva previsto a Mosca l’allora ambasciatore Sergio Romano rimettendoci il posto per non essere riuscito a convincere della sua opinione l’allora presidente del Consiglio italiano Ciriaco De Mita, giuntovi in visita ufficiale con la speranza che si potesse aprire per il comunismo una nuova stagione.

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Beppe Grillo l’ha fatta grossa e non vuole neppure cercare di coprirla

Tutti ad occuparsi, o preoccuparsi, secondo gusti e convenienze, dell’imbarazzo procurato da Beppe Grillo al suo MoVimento -vecchio o nuovo che sia, restaurato o rifondato da Giuseppe Conte- col video-shok sulla vicenda giudiziaria del figlio Ciro e dei tre amici sotto indagini giudiziarie per un presunto stupro di gruppo nell’estate di due anni fa in Sardegna.

Pochi, fra i quali Davide Varì, ad occuparsi del processo mediatico attribuito dal comico genovese ad una stampa una volta tanto però contenuta nelle sue perverse abitudini, perché la quantità degli articoli pubblicati sulla vicenda è stata modesta, e per niente traducibile nella rappresentazione denunciata da Grillo del figlio stupratore “seriale”. Se si intendono per serie più fatti presunti contro più persone in più occasioni e non più fatti, sempre presunti, contro la stessa persona  in una sola circostanza.

Nessuno, dico proprio nessuno, neppure fra quanti hanno solidarizzato, fra i suoi, con Grillo “uomo” e “padre”, si è occupato e preoccupato dei danni che con la sua disinibita prestazione di genitore e difensore egli ha potuto procurare al figlio buttando praticamente tutta la vicenda in politica, pur senza  mai nominarla. L’ha buttata in politica, a sua stessa insaputa, dimenticando di essere un leader, per giunta più leader di un capo partito o movimento in quanto sopra di lui come “garante”, “elevato” e quant’altro, quando si è messo a giudicare tempi e modi delle indagini: per esempio, interpretando come legittima aspirazione all’archiviazione la rinuncia degli inquirenti e dei giudici all’arresto, magari solo domiciliare, dei giovani sotto indagine. Addirittura, se lo avessero disposto, Grillo avrebbe collaborato all’esecuzione dell’ordine spingendo a “calci in culo” suo figlio verso il carcere o la stanzetta destinatagli nell’abitazione.

Se fossi stato il figlio, sarei stato quanto meno tentato di irrompere nella sua postazione video e gli avrei tolto microfono, telecamera e quant’altro per evitare o contenere i danni di una simile prestazione para-forense. Avrei pensato, per esempio, alla situazione incresciosa in cui mio padre stava mettendo il pubblico ministero e il giudice delle indagini preliminari a Tempio Pausania, esponendoli ai rischi, non solo quale più spiacevole dell’altro, di dover decidere a dispetto o su intimidazione.

Nella sua intemerata neppure garantista, con quella invocazione alle manette, Grillo ha buttato in caciara politica tutta la vicenda come uno qualsiasi dei personaggi che lui personalmente e i suoi sono soliti prendere di mira nelle loro esibizioni da giustizialisti. Ha fatto come un Formigoni qualsiasi, un Cosentino qualsiasi, un Pomicino qualsiasi, un Berlusconi qualsiasi, mi spingerei a dire senza spingermi a dargli anche dello “psiconano”.

Di una cosa comunque do atto volentieri a Grillo nella sua improvvida iniziativa: di averci risparmiato, come ciliegina sulla torta, dopo la colpa rimproverata alla presunta vittima di avere denunciato con otto giorni di ritardo sospetto l’accaduto, la contestazione dell’avvocato che la giovane ha assunto a sua difesa. Che è l’ex ministra leghista, quindi avversaria politica Giulia Bongiorno, per quanto leghisti e pentastellati si siano appena ritrovati insieme nello stesso governo e nella stessa maggioranza, come ai tempi del Conte numero uno.   Consentitemi, a conclusione di queste riflessioni, di esprimere i brividi che, senza volerlo, hanno percorso la mia schiena a pensare che per un bel pò di tempo, per quasi metà di questa specialissima legislatura, ad un movimento politico della cultura, delle abitudini, della sensibilità e non so cos’altro di quello fondato da Grillo, e tuttora da lui “garantito”, sia capitata la sorte di dirigere il Ministero della Giustizia. Col cui titolare, Alfonso Bonafede, ebbi l’occasione di scontarmi, quando era semplice deputato o portavoce, come amano chiamarsi gli eletti nelle liste delle 5 Stelle, per avere individuato durante una trasmissione televisiva nei giornalisti parlamentari, particolarmente quelli pensionati, la “lobby” più attiva nelle Camere in difesa dei vari interessi all’assalto di ogni legge di bilancio. Quando, presentandomi con la dovuta cortesia, glielo contestai mi sentii rispondere che non si sarebbe lasciata scappare occasione per ribadirlo. Spero, per quanto labilmente, ch’egli abbia cambiato idea, visto anche che nel frattempo, per la sopraggiunta pandemia, sbarcati dal famoso “Transatlantico” di Montecitorio, siamo un po’ diventati animali da cortile del palazzo, o corridoi.

Pubblicato sul Dubbio

Beppe Grillo inciampa rovinosamente nella vicenda giudiziaria del figlio

            Beh, sarei disonesto se non riconoscessi a Beppe Grillo il coraggio che ha avuto attaccando “giornalisti o giudici”, pur accomunati con un punto interrogativo che non so se più offensivo verso gli uni o gli altri, per il rischio che corrono il figlio e tre amici di essere processati per stupro. E ciò paradossalmente dopo avere subìto il torto, par di capire, di non essere arrestati due anni fa, quando furono accusati di stupro da una studentessa attardatasi troppo nella denuncia: otto giorni, pensate, non otto anni, risultati sufficienti o credibili in altri casi.

Ma per coraggio intendo non la “vergogna” gridatagli addosso a Grillo dagli onorevoli avversari politici, che hanno potuto permetterselo per quel poco di immunità parlamentare che è rimasta a proteggerli, bensì quella che il dizionario della lingua italiana definisce “sfacciataggine, imprudenza” per lo sconcerto che troppo coraggio può a volte suscitare per le circostanze in cui viene mostrato.

            Le circostanze nel caso di Grillo sono quelle della sua figura: un uomo certamente, un padre, un marito, un comico al quale può professionalmente sfuggire anche del “coglione” dato al figlio e agli amici protagonisti di una notte a dir poco sfortunata, ma anche -e per sua scelta, non per mia o per altri che dovessero condividere le mie opinioni- un leader politico. Che, pur lasciando ad altri nel suo MoVimento 5 Stelle -si scrive così- la carica formale di capo, o simile, gli rimane sopra come “responsabile”, “elevato” e non ricordo cos’altro gli sia sfuggito di dire per definirsi. Ed è un leader -purtroppo per lui, visto lo sfogo al quale si è abbandonato- che ha sempre reclamato il dovere civico, costi quel che costi, di nutrire fiducia nella magistratura. E, oltre a deridere gli imputati di turno, ha generalmente scambiato le critiche, gli attacchi ai magistrati per interferenze, intimidazioni e simili. Che è esattamente quanto l’ex ministra Maria Elena Boschi non ha avuto torto ad accusare Grillo di avere fatto questa volta “usando il suo potere mediatico e politico” così male da “imbarazzare” persino le cinque stelle disinvolte, come gli ha rimproverato persino Il Fatto Quotidiano.

            Non vorrei farmi illusioni, ma penso che questo infortunio politico –“suicidio”, ha titolato Il Giornale-  potrebbe risultare fatale a Grillo e al suo movimento,  che è stato la più clamorosa bolla prodotta dall’antipolitica. Grillo è politicamente cresciuto in Italia di più e più rapidamente di quanto non avesse fatto una ventina d’anni prima Antonio Di Pietro. La cui bolla politica si sgonfiò all’improvviso con lo spillo di una trasmissione televisiva nella quale Milena Gabanelli mise in fila fatti e numeri, peraltro già noti, della gestione patrimoniale del suo partito, chiamato Italia dei Valori, non solo bollati.  Egli fu steso politicamente così a terra da diventare inappetibile persino ai grillini, ai quali l’ex pubblico ministero aveva dato l’impressione, a torto o a ragione, di offrirsi senza ottenere nulla di più che sorrisi a qualche manifestazione pentastellata. Eppure Di Pietro poteva ben vantarsi di esserne stato un precursore.

            Se fossi nei panni di Giuseppe Conte, mi guarderei bene dal raccogliere quella specie di staffetta politica che gli ha offerto Grillo. Ma temo, per lui, che non lo farà perché a dargli questo consiglio, prima ancora che Grillo scivolasse sulla vicenda del figliolo, è stato in una intervista a Repubblica l’odiato Matteo Renzi. Il dispetto riesce ad essere a volte più forte della convenienza

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Il fuoco lento su cui Enrico Letta cerca forse di mettere i grillini

            Quell’Enrico Letta multicolore, ad eccezione delle lenti sempre bianche, proposto ai lettori di Domani dal vignettista Dario Campagna a supporto di un’analisi fatta dal politologo Piero Ignazi, è un po’ un’esagerazione alla luce del merito che  lo stesso Ignazi ha attribuito al nuovo segretario del Pd. Che sarebbe quello di avere ristabilito, o di essere comunque deciso a farlo, il cosiddetto bipolarismo messo in crisi già nel 2013 e ancor più nel 2018 dai grillini, e dalla loro pretesa di non essere né di destra né di sinistra nel ruolo di forza centrale ottenuto dagli elettori.

            L’analisi di Ignazi sarebbe esatta se Letta avesse riproposto lo schema di Nicola Zingaretti di un centro sinistra tanto strutturalmente legato al Movimento 5 Stelle da riconoscere a Giuseppe Conte, non ancora nuovo capo dei grillini ma ad essi comunque riferibile, il ruolo di “punto di riferimento dell’area progressista”. Fu a quella scelta o definizione che Matteo Renzi volle inchiodare Zingaretti nell’autunno scorso aprendo contro Conte una lunga caccia conclusasi con la caduta del suo secondo governo e con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Che è sorretto da una maggioranza larghissima, in cui il peso dei pentastellati, già ridottosi di suo con la perdita di un centinaio di parlamentari, fra deputati e senatori, non è neppure paragonabile a quello avuto nelle precedenti combinazioni governative di questa diciottesima legislatura. Non a caso non passa giorno senza che un giornale come Il Fatto Quotidiano non contesti con titoli, vignette e articoli una specie di sudditanza politica di Draghi e del lamentoso Enrico Letta a Matteo Salvini. Che detterebbe l’agenda al governo, pur tra qualche insofferenza o rimbrotto del presidente del Consiglio.

            In realtà, diversamente dal predecessore, il nuovo segretario del Pd quando parla di un nuovo centro sinistra non vi include i grillini, che considera solo alleati possibili di una combinazione ruotante attorno al Pd, di cui Enrico Letta si è proposto esplicitamente di riportare un uomo, o una donna, a Palazzo Chigi. Per Conte o chiunque altro al suo posto, vista la confusione permanente nel movimento grillino in via di rifondazione, non vi sarebbe più spazio alla guida del governo nella concezione lettiana del centro sinistra,  espressa bene su Domani da quelle lenti sempre bianche del segretario pur multicolore del Pd.

            In questo sì che sarebbe “bipolare” il quadro politico immaginato da Ignazi, con i grillini sostanzialmente subalterni al centro sinistra o al centro destra, se volessero tornare ad allearsi con i leghisti di Salvini. Con i quali del resto essi hanno già accettato di ritrovarsi nel governo Draghi: e non solo con loro, perché Luigi Di Maio e amici siedono in Consiglio dei Ministri anche con i forzisti del tanto odiato Silvio Berlusconi, lo “psiconano” degli spettacoli del comico genovese sospesi per la pandemia ma forse destinati a riprendere nel “rischio ragionato” delle riaperture appena assunto dal nuovo presidente del Consiglio.

Nessuno tuttavia può scommettere più di tanto sulla disponibilità dei grillini, per quanto siano malmessi, ad accettare così rapidamente la loro fine, cominciando col rinunciare, per esempio, ad usare i numeri di cui pure dispongono ancora in Parlamento nella partita quirinalizia fra meno di un anno. Alla quale proprio Il Fatto, quasi per suonare l’allarme, ha oggi iscritto d’ufficio ben sei giocatori del Pd: Walter Veltroni, Paolo Gentiloni, Romano Prodi, Dario Franceschini, David Sassoli e Pier Ferdinando Casini.  

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Braccia aperte della magistratura alla campagna elettorale di Matteo Salvini

            Povero Letta. Parlo naturalmente di Enrico Letta, il segretario del Pd tornato recentemente da Parigi a Roma per assumere il compito ottimisticamente dichiarato di portare il suo partito alla vittoria elettorale nel 2023, salvo anticipo di un anno, con un nuovo centro sinistra collegato stabilmente -ha appena spiegato- con ciò che nascerà dalla rifondazione del Movimento 5 Stelle, affidata da Beppe Grillo all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Solo così -ha spiegato il nuovo segretario piddino- sarebbe possibile quanto meno tentare con qualche possibilità di successo di strappare la vittoria elettorale al centro destra, ma più in particolare a Matteo Salvini: l’orco di cui la sinistra ha bisogno di ingigantire l’aspetto truce perché essa -si sa- non sa vivere senza un nemico da demonizzare.

Ciò è nella storia quasi genetica della sinistra, per quanto contraddetta dall’abitudine che essa ha poi preso di rivalutare e persino allearsi col nemico che dovesse ugualmente uscire vittorioso dallo scontro. Ricordo, come esempio, ciò che di bene l’ancòra Pci, prima di sciogliersi in altri nomi e simboli, riuscì a dire di Alcide De Gasperi dopo che Palmiro Togliatti nel 1948 si era proposto di cacciarlo dal governo “a calci in culo”, letteralmente. Alla rivalutazione -giusta, per carità- di De Gasperi è seguita ai tempi d’oggi, quella un po’ meno giusta, diciamo così, di Beppe Grillo e derivati, tutti operosi nel mercato politico italiano.

Povero Enrico Letta, dicevo. L’ex esule partendo da Parigi non aveva fatto i conti con la magistratura italiana. Che forse senza neppure volerlo -cosa che aggrava la situazione anziché alleggerirla- ha appena deciso a Palermo di regalare a Matteo Salvini la campagna elettorale e la vittoria con quel processo per sequestro di persona nel 2019 sulla nave Open Arms e rifiuto di atti d’ufficio che si aprirà il 15 settembre. Per le abitudini e i tempi della giustizia in Italia esso durerà tutto il tempo necessario, fra i tre gradi di giudizio, a coprire la campagna elettorale di Salvini sia nella versione breve, in caso di elezioni anticipate l’anno prossimo, sia nella versione lunga o ordinaria, nel 2023.

Senza neppure scomodare il pur significativo e vantaggioso, per Salvini, pronunciamento del tribunale di Catania su analoga vicenda della nave Gregoretti, dove la stessa accusa ha riconosciuto che non ci fu sequestro alcuno ma solo un rinvio dello sbarco per motivazioni politiche non sindacabili in sede giudiziaria, basta solo il tipo di reato, appunto, contestato all’allora ministro dell’Interno per la vicenda della Open Arms per immaginare lo “sconcerto” dell’opinione pubblica. Così lo ha appena definito Luigi Manconi, che è un ex parlamentare della sinistra non certamente sospettabile di indulgenza per i veri sequestratori di persone: lui che, fra l’altro, viene da una terra, la Sardegna, dove rapimenti e sequestri furono purtroppo di casa per un bel po’ di tempo.

Open Arms- lo ricordo agli sprovveduti- significa Braccia Aperte. Sono quelle che la magistratura e prolunghe hanno offerto a Salvini, lanciandolo su un’autostrada quale a questo punto è diventata la sua  campagna elettorale. Infatti l’uomo è felice come una Pasqua: quella in assoluto, non l’edizione appena trascorsa, il 4 aprile, fra le limitazioni e le paure imposte dalla pandemia.  

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Mario Draghi a “rischio ragionato” dal 26 aprile. In bocca al lupo…

            Mario Draghi ha dunque deciso di correre quello che ha definito il “rischio ragionato” di una data -il 26 aprile- da offrire in pasto alla speranza degli italiani per la “riapertura del Paese”, come gli ha attribuito enfaticamente la Stampa con un titolo su tutta la prima pagina, o per una “boccata d’aria”, come più prudentemente ha titolato Avvenire, il giornale dei vescovi. O per scatenare, suo malgrado, la fantasia dei nostalgici del suo predecessore a Palazzo Chigi, Giuseppe Conte, e farli scommettere su un fatale errore di calcolo per cercare di inchiodare il governo già il 27 aprile alla vignetta nella quale Stefano Rolli, sulla prima pagina del Secolo XIX, fa chiedere “Ora cosa mi invento?” a  Matteo Salvini. Che è considerato  il responsabile del coraggio datosi dal presidente del Consiglio sventolando la “bandiera gialla” messagli metaforicamente in mano dai giornali del gruppo Riffeser Monti.

            C’è solo l’imbarazzo di scegliere fra le varie rappresentazioni e interpretazioni dell’annuncio di Draghi. In nessuna delle quali -temo- si sarà riconosciuto questa mattina il presidente del Consiglio. Che a sua difesa non ha neppure il vizio o la virtù, come preferite, di un ormai lontano suo predecessore a Palazzo Chigi: Giovanni Leone. Il quale si riempiva tasche e taschini di amuleti scaramantici e, ciò nonostante, all’occorrenza si lasciava tentare dalle corna digitali, intese naturalmente non nel senso elettronico ma di mani protese a respingere o restituire -come lui diceva- il malocchio sempre in agguato. Draghi non mi sembra il tipo di ricorrere a questi mezzi.

            Eppure gliene hanno scritte e attribuite di tutti i colori in questa sortita vagamente ottimistica: persino di avere voluto sottrarre così agli “artigli” di Salvini il ministro della Salute Roberto Speranza troppo rigorista nel contrasto alla pandemia, come ha titolato Il Tempo”, o -al contrario- di segnare contro di lui “la rete decisiva”, come ha sospettato il Corriere della Sera immaginando una partita di “calcetto” con la partecipazione del presidente del Consiglio in funzione di attaccante contro la porta del suo ministro. Non parliamo poi del solito Fatto Quotidiano, che ha improvvisato non un campo di calcetto ma un ring col ministro leghista Giancarlo Giorgetti deciso a trattenere sul tappeto il collega di governo Speranza fra gli applausi o la soddisfazione, presumo, di Draghi in persona. “Duro scontro nella maggioranza: la Lega comanda, Speranza è isolato, il Pd tace e il M5S non ne può più”, racconta il giornale di Travaglio ai suoi lettori omettendo tuttavia di informarli, a proposito degli umori e delle abitudini dei pentastellati, che lo stesso Beppe Grillo ha appena definito “psicopatici” i suoi fans, portavoce e simili. E questo giusto per incoraggiare il povero Conte, visto che adesso è libero da impegni di governo, ad accelerare la rifondazione del MoVimento lasciatogli ancora da vivo in eredità.

            In queste condizioni mi sembra che con “rischio” anch’esso “ragionato” ci sia solo da augurare le migliori fortune a Draghi e ai suoi ministri, compreso quello delle Infrastrutture Enrico Giovannini, che ha appena proceduto a nominare finalmente 29 commissari per sbloccare 57 cantieri, 83 miliardi di euro e centomila posti di lavoro. Con i tempi che corrono, non mi  sembrano pochi.

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Enrico Letta senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione

Non so se più per lo stato di grazia, diciamo così, in cui si trovava il mio amico Paolo Mieli in veste di gatto contro il topo, o per le difficoltà obbiettive in cui si trovava e si trova, in generale, Enrico Letta alla guida di un partito complesso come il Pd lasciatogli in eredità da Nicola Zingaretti, lo spettacolo che i due hanno dato nel salotto televisivo di Corrado Formigli, su la 7, è stato succulento. E per niente scorretto, perché Mieli ad un certo punto, con l’esperienza che ha sulle spalle di direttore di giornali, e che giornali, dalla Stampa al Corriere della Sera, ha lealmente avvertito il suo interlocutore della posta in gioco. Che era quella di qualche titolo imbarazzante per la funzione che il segretario del Pd si è data, volente o nolente, di acrobata, o di uno costretto a correre senza pattini su una lastra di ghiaccio fuori stagione. Le temperature infatti sono tornate a salire, fortunatamente a scapito di quella carogna che continua ad essere il covid.

            “Letta contro Draghi”, ha suggerito lo stesso Mieli ai colleghi di redazione in orario di chiusura dopo averli messi l’uno contro l’altro, per esempio, sul presidente turco Erdogan. Che il presidente del Consiglio, con una zampata apparsa a torto involontaria, essendo stata  voluta nella congiuntura appena apertasi con un suo viaggio sull’altra sponda del Mediterraneo, ha definito “dittatore” e il segretario del Pd soltanto “autarca”, riconoscendogli l’origine formalmente democratica del suo potere per l’esistenza di un Parlamento eletto. Mentre Draghi -aveva peraltro appena risposto Erdogan dandogli del “maleducato”- non è stato eletto. Ma -aggiungerei- quando viene fiduciato da un Parlamento eletto il presidente del Consiglio diventa indirettamente eletto pure lui, a meno che non si voglia sostenere che le nostre Camere siano ormai abusive, come d’altronde sostengono quelli che ne reclamano lo scioglimento anticipato un giorno sì e l’altro pure, durante e dopo la crisi di turno.

            Vedo peraltro che anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ex capo politico dei grillini e non so a cosa destinato nel suo movimento dopo la rifondazione che ne avrà fatto Giuseppe Conte, in una intervista al Corriere della Sera non ha voluto dare a Erdogan del dittatore rivendicando la diplomazia cui è tenuto per funzioni di governo. E così, volente o nolente, si è meritato anche lui, nei rapporti con Draghi, il titolo malizioso suggerito contro il segretario del Pd ai giornali in quel momento – ripeto- di chiusura, in tempo quindi per cadere in tentazione. Così ci capitava  quasi ogni sera negli ultimi anni del mandato presidenziale di Francesco Cossiga, che dopo cena giocava come picconatore con le sue esternazioni per niente improvvisate. C’era del sadico nella sua scelta degli orari contro i giornali, gli dissi una volta procurandomi non delle scuse, ma una bella risata di soddisfazione.

            Sempre su quella lastra immaginaria di ghiaccio, e senza pattini, Enrico Letta ha dovuto prendere posizione, nella piazza pulita di Formigli, anche sul complotto addirittura internazionale che dall’interno del suo Pd Goffredo Bettini ha ripetutamente visto e indicato dietro la fine dell’esperienza a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte.  Che non sarebbe caduto su spinta di Matteo Renzi, ma “fatto cadere” da Renzi su spinta, a sua volta, di chissà quali e quanti poteri forti italiani e stranieri, non esclusi evidentemente quelli che invitano il senatore di Scandicci  a fare a pagamento conferenze e interviste all’estero. Non a caso si è ormai guadagnato il soprannome di Matteo d’Arabia.

            Di fronte ai comprensibili tentativi di Letta di sottrarsi al gioco del gattone travestito da giornalista, storico e quant’altro, mi è quasi mancato il fiato quando il segretario del Pd è stato invitato a dire chiaramente se avesse condiviso o no la decisione del presidente della Repubblica di chiudere quasi d’autorità una crisi che si trascinava da troppo tempo chiamando al Quirinale Mario Draghi. Sì, ho  condiviso, ha dovuto ammettere Enrico Letta. E l’altro: pienamente condiviso? Sì, pienamente, ha dovuto rispondere la “vittima”. E così Bettini, Conte e tutti gli altri interessati cultori espliciti o impliciti del colpo di Stato di turno nel nostro Bel Paese sono stati serviti con la parola della personalità politica di cui avrebbero maggiore bisogno non tanto per sostenere la tesi golpista quanto per trarne prima o poi gli effetti politici riparatori nei riguardi dell’ex presidente del Consiglio.

            Vedete come riesce ad essere persino divertente la politica italiana? Purtroppo però fuori contesto, perché quest’ultimo non è affatto divertente, continuando tutti a vivere nelle emergenze -sanitaria, sociale ed economica- che hanno portato Draghi a Palazzo Chigi, e il generale Francesco Paolo Figliuolo nei dintorni, avvolto in quella tuta mimetica che indossa forse anche a letto e ha contribuito a far perdere la testa a qualche giallista, in pantaloni o gonna che sia.

Pubblicato sul Dubbio

Il Covid fregato da D’Alema, prima ancora che dal generale Figliuolo…

Non se l’abbia a male il generale Figliuolo né in abito civile, se mai ne indossa uno, né in alta uniforme, con quei 27 nastrini che un cronista gli ha contato addosso facendo rimediare un buco a tutti i colleghi distratti dalle medaglie, nè in quella tenuta mimetica che  lui mi sembra preferire negli spostamenti da commissario straordinario alla pandemia, e secondo me lo fa più goffo che marziale, procurandogli buona parte delle cattiverie che si scrivono o si dipingono a suo carico.  Non se l’abbia a male, ripeto, il generale Figliuolo ma, più ancora di lui, la certezza che questo maledetto Covid, una volta tanto con la maiuscola, non è invincibile e che farà la fine che merita me l’ha data un’esclusiva dell’informatissimo Tommaso Labate sul Corriere della Sera oggi. Al quale Massimo D’Alema ha confermato di essere risultato positivo a un controllo e di essere guarito a suo modo, cioè sbrigativamente.

            “Sì. Sono stato fortunato -ha raccontato l’ex presidente del Consiglio cercando lodevolmente di non attribuirsene il merito ma di lasciarlo tutto al caso o, come vedremo, alla dabbenaggine del mostro- perché ho avuto una carica virale molto bassa. Sono rimasto in isolamento, mi sono curato con gli anti-infiammatori e dopo due settimane sono risultato negativo”. Mica come quel giovane veterano del Parlamento che è Pier Ferdinando Casini, costretto a ricoverarsi all’ospedale Spallanzani senza perdere neppure un etto di peso e uscendone in tempo per non perdersi un salotto televisivo -dico uno- in cui raccontare della sua gloriosa guarigione. Che -ci scommetto una pizza con chiunque voglia sfidarmi- non gli impedirà l’anno prossimo di entrare in un modo o nell’altro, anche di striscio, nelle cronache dell’ennesima edizione della corsa al Quirinale.

            D’Alema, che a quelle cronache -scommetto anche su questo- non si affaccerà neppure di straforo, ha anche raccontato di avere fatto “la prenotazione” del vaccino per la settimana prossima senza cercare di scavalcare nessuno, seguendo “le indicazioni destinate alla mia fascia d’età dalla regione Lazio, che tra l’altro -ha aggiunto, tanto per non perdere l’abitudine di dare i punti o le pagelle- si sta muovendo molto bene”. E ha dato il buon esempio assicurando che si farà iniettare qualunque fiala, di qualunque marca, gli capiterà di ricevere. Rimarrà così ben lontano anche   da quei ventilatori cinesi un po’ farlocchi  -sembra- che lui ha contribuito a fare arrivare in Italia trovando, grazie alle sue “buone relazioni internazionali”, l’associazione giusta per pagare tutto all’ordine, e non alla ricezione. Così sono stati praticamente anticipati i soldi al “governo italiano”, obbligato a pagare solo alla consegna. E’ inutile dunque  la curiosità attribuita da qualche giornale ai magistrati che vorrebbero sentirlo.

            Questo Covid, di nuovo con la maiuscola, dei miei stivali ha tentato -pensate un po’- di aggredire anche uno come D’Alema, che ha messo k.o. tutti quelli che hanno cercato di rottamarlo: a cominciare da Matteo Renzi. Cui in fondo -viste le dimensioni della sua ultima creatura politica e le sconfitte che l’hanno preceduta, dal referendum costituzionale del 2016 alle elezioni politiche del 2018- la guerra a D’Alema ha portato più sfiga che altro.

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