Meno male che c’è Mario Draghi, chiamato a chiudere la crisi di governo

        Meno male che è scoppiata questa crisi di governo, per quanto aperta con caparbio ritardo da un presidente del Consiglio che aveva semplicemente paura di affrontarla, pur conoscendone le ragioni. Essa ha dato al presidente della Repubblica l’occasione o il coraggio, come preferite, di affidarne la soluzione al prestigioso Mario Draghi. Che negli otto anni di presidenza della Banca Centrale Europea ha fatto onore a un’Italia pur attraversata da un’ondata antistorica di sovranismo in cui -ricordiamolo bene- si è avuta la crescita non solo della Lega, da qualche parte considerata il male assoluto, specie dopo l’incauta ambizione ai “pieni poteri” confessata da Matteo Salvini, ma anche del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Che è arrivato  nel 2018 con più del 32 per cento dei voti al ruolo centrale, in Parlamento, che fu della Democrazia Cristiana.

           Una sola cosa si può  onestamente contestare a Sergio Mattarella. E’ di avere contribuito alla cattiva maturazione della crisi, pur diventata necessaria per gli oggettivi limiti del secondo governo Conte e della sua troppo composita e paralizzata maggioranza, alla fine galleggiante sui rinvii e sull’emergenza pandemica. In particolare, il Quirinale si è per un bel po’ lasciato silenziosamente attribuire, perciò accreditandola, la determinazione a sciogliere le Camere nel caso di una caduta del governo giallorosso. Che ha potuto giovarsi della paura delle urne – in un Parlamento che già di suo ha un terzo dei seggi soprannumero dopo i tagli voluti dai grillini dalla prossima edizione- per resistere in quella specie di fortilizio in cui Conte aveva trasformato Palazzo Chigi. E addirittura per aprire una campagna, peraltro fallita, di arruolamento di senatori “responsabili, europeisti, volenterosi” e quant’altro sostitutivi degli scomodissimi renziani, infine fuorusciti dal governo. Ciò ha oggettivamente allungato i tempi della crisi e persino intossicato di più i rapporti politici.

               Mattarella non ha certamente scoperto solo all’ultimo momento, e su segnalazione di Matteo Renzi, dopo l’esito negativo dell’esplorazione affidata al presidente della Camera, le ragioni serie e persino drammatiche che ha esposto con molta franchezza ed efficacia davanti alle telecamere per scartare le elezioni anticipate. E per mettere in pista con Draghi un governo di “alto profilo”, scommettendo sul senso di responsabilità, questa volta vera, del Parlamento chiamato costituzionalmente a dargli la fiducia, al di là delle “formule” e degli schieramenti sviluppatisi in questa legislatura. Alla irresponsabilità, permettetemi di dirlo, si sono già prenotati i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni ed altri, per esempio fra i grillini e il solito Fatto Quotidiano,, che anche a Draghi preferirebbero le elezioni anticipate, come se a disporne fossero loro e non il presidente della Repubblica  in via esclusiva, per dettato costituzionale e non per capriccio.

               Sull’esito negativo della missione del presidente grillino della Camera Roberto Fico hanno pesato in modo decisivo nell’ultimo dei quattro giorni messigli a disposizione dal Quirinale i compagni di partito dell’esploratore. Essi si sono arroccati su alcuni temi cosiddetti divisivi del programma di un terzo governo Conte e hanno reclamato l’inamovibilità non solo del presidente dimissionario del Consiglio ma anche di alcuni ministri quanto meno logorati, come quelli pentastellati della Giustizia e dell’Istruzione. I grillini volevano insomma non un nuovo governo ma un rimpasto limitatissimo di quello ormai caduto. Ora anche loro, come tutta la politica, si trovano in qualche modo commissariati nelle condizioni d’emergenza del Paese.

 

 

 

 

 

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