Il convitato di pietra degli incontri italiani di Mike Pompeo è Beppe Grillo

            Al netto, molto al netto delle buone parole spese dal segretario di Stato americano Mike Pompeo dopo gli incontri col presidente del Consiglio Giuseppe Conte e col ministro degli Esteri, e di quelle pronunciate da costoro sulla grande, solida e quant’altro amicizia con l’alleato “storico” d’oltre Oceano, è facile immaginare la realtà molto diversa  avvertita dall’ospite statunitense a Roma, peraltro di origini italiane.

            Mike Pompeo, secondo Il Fatto Quotidiano impegnato solo in una missione elettorale sulle due sponde del Tevere per aiutare Donald Trump a vincere anche la seconda corsa alla Casa Bianca, è venuto a reclamare più prudenza, quanto meno, nei rapporti con la Cina sulla cosiddetta via della Seta, e dintorni o connessi. Egli tuttavia conosce bene le condizioni di ambiguità in cui si trova su questo versante il governo italiano, tollerate d’altronde da Trump in persona con quel “Giuseppi” dato amichevolmente a Conte in una circostanza molto utile al presidente del Consiglio, mentre rischiava l’anno scorso di perdere Palazzo Chigi nel cambio di maggioranza dopo la rottura con Matteo Salvini.  

            I rappresentanti diplomatici degli Stati Uniti in Italia avranno sicuramente fornito al loro governo notizie più particolareggiate di quelle dei giornali italiani sull’abitudine che ha il fondatore, garante, elevato e quant’altro del maggiore movimento di governo, il comico di professione Beppe Grillo, di andare a colloquio e a colazione con l’ambasciatore di Pechino ogni volta che scende a Roma dalla  Liguria per cercare di mettere ordine nel suo quasi partito, peraltro senza mai riuscirvi. Risalgono quanto meno al 2013 questi rapporti di Grillo, quando c’era ancora Gianroberto Casaleggio, che lo accompagnava personalmente nelle visite all’ambasciata cinese in Italia.   

            E’ difficile pensare che uno come Grillo, ora tra i soci -e che socio- della maggioranza di governo, ben reputabile come un convitato di pietra di tutti i vertici e sottovertici giallorossi, vada a trovare l’ambasciatore Li Junhua per raccontargli barzellette e battute dei suoi spettacoli sospesi o diradati dalle misure più o memo di sicurezza imposte dall’epidemia virale, d’importazione proprio cinese. Ed è difficile pensare che un racconto del genere sia potuto risultare credibile al Segretario di Stato americano se qualcuno ha avuto la disinvoltura di farglielo, tra la Farnesina e Palazzo Chigi.

 

 

 

 

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