La boscaglia giudiziaria di Dell’Utri e le elezioni ne impediscono la grazia

La solita mosca che vaga anche fuori stagione per corridoi e stanze del Quirinale mi ha riferito di avere visto Sergio Mattarella, appena rientrato dal Portogallo, alzare il sopracciglio sinistro sfogliando la rassegna stampa. Sarebbe accaduto, in particolare, quando il presidente della Repubblica si è imbattuto nelle notizie sull’ex parlamentare di Forza Italia Marcello Dell’Utri e nei commenti che le hanno accompagnate. In alcuni dei quali è stato tirato in ballo anche lui come capo dello Stato per via di quel benedetto, penultimo comma dell’articolo 87 della Costituzione. Che gli conferisce il potere, testualmente, di “concedere grazia e commutare le pene”.

Dell’Utri, si sa, ha già scontato metà della pena di sette anni di carcere comminatagli in via definitiva per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, entrato ormai nelle consuetudini giudiziarie, o nella giurisprudenza, come dicono i tecnici, unendo due articoli diversi del codice penale. E’ un reato che ha fatto storcere il muso, e non solo alzare le sopracciglia, a molti specialisti del diritto e ai giudici europei. Che sono già intervenuti per smentire i colleghi italiani che avevano applicato addirittura retroattivamente questo reato a Bruno Contrada per fatti risalenti a prima che esso fosse entrato nella giurisprudenza italiana. E il caso di Dell’Utri è analogo a quello di Contrada, cui è stata almeno ricostruita la carriera di poliziotto, non potendogli essere restituita la libertà sottrattagli con la lunga detenzione già scontata al momento del verdetto europeo.

Dell’Utri, afflitto da malanni molto seri, fra cui un tumore alla prostata che richiede un trattamento radioterapico, ha chiesto di essere quanto meno ricoverato in un ospedale. Ma il tribunale di sorveglianza di Roma ha disposto diversamente, per quanto i periti del carcere, del detenuto e persino del Procuratore Generale avessero ritenuto incompatibile la detenzione con le necessarie terapie.

Dell’Utri ha accolto la decisione del tribunale di sorveglianza annunciando di volere rinunciare alle cure e ai pasti per lasciarsi morire.

La mosca proveniente dal Quirinale non ha saputo spiegarmi bene il significato preciso di quell’alzata di sopracciglio del presidente Mattarella. Che mi azzardo pertanto a interpretare da solo fidandomi un po’ dell’intuito e un po’ di come io abbia imparato a conoscere l’uomo negli anni in cui frequentava la Camera.

Da buon cristiano il presidente della Repubblica non può certamente essere rimasto insensibile di fronte alle notizie sulla salute di Dell’Utri, pur con tutto il rispetto dovuto per le valutazioni del tribunale di sorveglianza di Roma anche da lui, che è peraltro il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, oltre che della Repubblica.

Nè Mattarella può essere rimasto intimamente  insensibile ai richiami mediatici ai suoi poteri di grazia e di commutazione delle pene, ma è prigioniero della fitta boscaglia giudiziaria nella quale si trova diabolicamente Dell’Utri.

In quanto condannato in via definitiva, l’ex parlamentare potrebbe chiedere e pure contare sulla benevolenza del capo dello Stato, come Ovidio Bompressi a suo tempo, condannato in via definitiva a 22 anni di reclusione per il delitto Calabresi, potette contare sul presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che lo liberò tenendo conto delle sue  gravi condizioni di salute.

Ma, a parte il clamore di una grazia o di una commutazione di pena disposta a ridosso di una decisione restrittiva del tribunale di sorveglianza, e perciò scambiabile per una deliberata sconfessione di quell’organo giudiziario, per non parlare della speculazione  politica cui si presterebbe un atto di clemenza nel clima dannatamente elettorale in cui ci troviamo, col vento che soffia per giunta  sulle vele del partito alla cui fondazione contribuì Dell’Utri, il presidente della Repubblica ha le mani legate anche dalle altre pendenze giudiziarie del detenuto.

  Da ben quattro anni, che da soli gridano vendetta, Dell’Utri è sotto processo a Palermo per le presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi mafiose del 1992 e 1993. E da qualche mese è rientrato, col suo amico Silvio Berlusconi, sotto le lenti degli inquirenti, in particolare a Firenze, come possibile mandante di quelle stragi. Che  è un reato non prescrivibile, di cui uno può essere chiamato a rispondere anche dopo un’archiviazione, alla prima chiacchiera del pentito di turno, com’è accaduto in questo caso. In tali condizioni, se fossi stato nei panni di Mattarella, di fronte al groviglio di notizie e polemiche su Dell’Utri avrei alzato non uno ma entrambi i sopraccigli, sin forse a farmi saltare sul naso gli occhiali. e a mordermi le mani di rabbia.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Quella “frittata” di Pisapia sfuggita di bocca a Romano Prodi…

Quella “frittata” sfuggita all’ex presidente del Consiglio Romano Prodi parlando del lavoro svolto dall’amico Giuliano Pisapia per un apparentamento elettorale col Pd di Matteo Renzi è una rappresentazione tanto realistica quanto negativa dell’impresa inutilmente tentata dall’ex sindaco di Milano. Che nel migliore dei casi sarebbe stata appunto una frittata, niente di più: non certamente il massimo per un’operazione che si riprometteva di salvare la prospettiva di un nuovo centrosinistra dal naufragio elettorale di fronte alla concorrenza del centrodestra da una parte e dei grillini dall’altra, e al boicottaggio condotto di fatto dalla sinistra antirenziana appena affidatasi all’immagine del presidente del Senato Pietro Grasso.

La frittata piacerà magari a Prodi a tavola, ma non è un bel piatto da servire in politica, specie considerando le frittate offerte dallo stesso Prodi nelle sue due esperienze di governo: entrambe finite abbastanza male, a dieci anni di distanza l’una dall’altra.

Nel 1998 il professore emiliano cadde alla Camera dopo circa due anni e mezzo trascorsi a Palazzo Chigi, cioè a metà legislatura, per mano della sinistra bertinottiana già stanca di sostenerlo e del rifiuto dell’ex presidente leghista di Montecitorio Irene Pivetti di correre a votargli la fiducia, essendo presa dall’allattamento della figlia nata da poco. Il collante della maggioranza ulivista non era evidentemente dei migliori.

Nel 2008 il secondo governo Prodi cadde dopo meno di due anni dalla nascita. E a rovesciarlo non fu la corruzione di un senatore del centrosinistra addebitata giudiziariamente a Silvio Berlusconi, sia pure in modo non definitivo, ma la reazione del suo  indagato ministro della Giustizia Clemente Mastella all’arresto della moglie presidentessa del Consiglio regionale della Campania. Fu un arresto disposto su richiesta della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per il solito procedimento destinato a dissolversi lungo la strada.

Ma più significativa della frittata sfuggitagli parlando della rinuncia di Pisapia a continuare le trattative politiche ed elettorali col Pd di Renzi è forse l’opinione espressa da Prodi che non si debba per questo considerare del tutto chiusa la partita. Evidentemente l’ex presidente del Consiglio ritiene che qualcosa possa essere ancora ritentata in quella stessa direzione, col medesimo Pisapia o con altri del suo ormai ex “campo progressista” che avranno voglia di sottrarsi alla corte dei “Liberi e uguali” di Grasso.

Anche il presidente del Senato, del resto, comincia ad avere i suoi problemi, nonostante il sorriso abituale col quale si muove. E sono problemi provenienti da una direzione davvero a sorpresa, vista l’accusa già rimediata da Grasso di essersi prestato a fare, all’età di quasi 73 anni, il “prestanome” di Massimo D’Alema, come ha scritto il vecchio, navigatissimo Emanuele Macaluso. Che conosce bene i compagni di una vita.

E’ tanto dalemiano da essere il direttore della rivista dei suoi “Italianieuropei” l’ex parlamentare Peppino Caldarola. Che ha appena confidato al Foglio di votare di certo, ma a malincuore, alle prossime elezioni la lista che gli proporrà Grasso. Di cui non gli vanno per niente bene il modo verticistico in cui è stato scelto a capo della nuova sinistra antirenziana e la provenienza dalla magistratura. Che allunga anche sul nuovo campo l’ombra del “giustizialismo” e della confusione che danneggiò il Pds-ex Pci nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, venticinque anni fa, ai tempi delle indagini “Mani pulite” e della ghigliottina mediatica che ne derivò: prima ancora che si svolgessero i processi, e che molti imputati  di corruzione, concussione e quant’altro venissero assolti, anche se il buon Peppino ha omesso di ricordarlo.

La ritirata pretestuosa, a sinistra e a destra, di Pisapia e di Alfano

In comune hanno il carattere pretestuoso le due rinunce di segno politico opposto che sono calate nelle cronache politiche delle ultime ventiquattro ore: quelle di Giuliano Pisapia a sinistra e di Angelino Alfano, non so se più a destra o al centro. Entrambi  erano arrivati ad un palmo dall’apparentamento elettorale col Pd di Matteo Renzi, prima di schiantarsi contro la paura. Vale per l’uno e per l’altro quel che il grande Alessandro Manzoni mise in bocca al suo don Abbondio nei Promessi sposi. Il coraggio uno non se le può dare, se non lo ha.

Nè Pisapia né Alfano hanno avuto il coraggio di resistere sino in fondo a chi li accusava da sinistra e da destra di fare da “stampella” a Matteo Renzi affrontando insieme  a lui la campagna elettorale del 2018, ma in realtà in corso già da un annetto, per il rinnovo delle Camere.

Dei due, tuttavia, Alfano il coraggio lo ha un po’ ritrovato nell’ammettere la paura provata sulla strada dell’intesa: quando ha accompagnato l’annuncio della rinuncia a ricandidarsi sia al Parlamento sia al governo attribuendone la ragione “anche” agli “attacchi ingiusti” ricevuti. Come quello appena ripetutogli sul giornale della famiglia Berlusconi dal direttore Alessandro Sallusti di avere fatto del suo originario e conclamato “Nuovo Centro Destra il più vecchio e sinistrorso partito della legislatura” arrivata agli sgoccioli. Che è stato  ed è in effetti un giudizio infondato, sfacciatamente di parte, utile forse solo a far dire poi a Sallusti, di fronte alla resa di Alfano, che ora Berlusconi può pure riaprire le porte di casa agli amici e seguaci del ministro uscente degli Esteri, divisi tra la fedeltà allo stesso Alfano e l’attrazione di una Forza Italia in ripresa elettorale: si vedrà in che misura.

In realtà, Alfano quattro anni fa, rimanendo nel governo di Enrico Letta dopo che Berlusconi ne aveva praticamente ordinato l’abbandono, aveva avuto solo il torto di prendere sul serio lo stesso Berlusconi. Che sino al giorno prima aveva teorizzato o riconosciuto la necessità di non confondere i suoi problemi giudiziari, diventati nel frattempo anche istituzionali con la pur controversa decadenza da senatore, e quelli del governo delle cosiddette larghe intese da lui stesso voluto e negoziato qualche mese prima.

Il carattere pretestuoso della rinuncia di Pisapia, a sinistra, è di una evidenza persino disarmante con quella sua protesta contro la presunta rinuncia, a sua volta, di Renzi all’approvazione della legge del cosiddetto “ius soli” nei pochi giorni ormai che restano della legislatura al Senato, a vantaggio della legge sul cosiddetto “fine vita” dignitoso per i malati terminali.

Pisapia, che pure è un avvocato di lunghissimo corso, e non un marziano sbarcato da poco sulla terra, ha curiosamente deciso di classificare il fine vita a destra, che pure lo contrasta in Parlamento, e a sinistra lo ius soli. Che consentirebbe ai figli nati in Italia da immigrati di accedere a un diritto che già hanno di loro: la possibilità di ottenere a 18 anni la cittadinanza tricolore.

La distratta commemorazione di Enzo Bettiza al Senato presieduto da Grasso

A poco più di 4 mesi dalla scomparsa, il Senato ha voluto ricordare in aula Enzo Bettiza. Che la frequento’ diligentemente dal 1976 al 1979, prima di passare più lungamente al Parlamento europeo di Strasburgo. Fu una legislatura breve ma intensa, e persino drammatica, contrassegnata dalla stagione politica della “solidarietà nazionale”, dal sequestro e assassinio di Aldo Moro e dall’elezione al Quirinale di Sandro Pertini. Cui tocco’ di partecipare più a funerali di vittime del terrorismo che a feste della Repubblica.

Quanto fortunata è stata la decisione di commemorare Bettiza, tanto sfortunato è  stato il clima ambientale della celebrazione. Che si è svolta in un’aula a dir poco distratta e vociante, persino ilare in alcuni momenti, nonostante la serietà della discussione e persino degli argomenti che forse distraevano i senatori, alle prese con pensieri e preoccupazioni di fine legislatura per le candidature. E nonostante gli interventi di altissimo livello politico e culturale pronunciati, per esempio, dal capogruppo del Pd Luigi Zanda e da Luigi Compagna, che di Bettiza sono stati amici, e non solo lettori ed estimatori.

Il presidente Pietro Grasso, da qualche giorno oberato anche degli impegni e delle preoccupazioni di capo del cartello elettorale dei “Liberi e uguali”, ha solo una volta scampanellato lievemente per chiedere  ordine a attenzione ai senatori chiacchieranti, senza ottenere ne’ l’uno né l’altra.

Peccato. Lo scrivo da amico, certo, di Bettiza e di chi lo ha voluto celebrare, ma anche da ormai vecchio cronista parlamentare. Che ne ha viste tante, tra Montecitorio e Palazzo Madama, ma si sarebbe risparmiato volentieri anche questa delusione.

L’accaduto è forse anche colpa del clima di confusione persino istituzionale in cui si sta andando alle elezioni, espresso causticamente sulla Stampa da Sergio Staino con una vignetta paradossale sul Pd tentato dal candidare Mattarella, visto che altri sono ricorsi a Grasso.

La farsa istituzionale della corsa alle liste elettorali del 2018

Ancora una volta la vignetta supera l’editoriale. Ed ancora una volta la mano felice del vignettista è quella di Sergio Staino, che ha saputo rappresentare come meglio non si poteva la farsa istituzionale che si sta consumando nella corsa alle prossime elezioni politiche.

Portato molto opportunamente dall’interno, dove abitualmente compaiono i suoi disegni, sulla prima pagina de La Stampa, l’ex e ultimo direttore dell’Unità purtroppo scomparsa dalle edicole ha fatto prospettare al suo Bobo l’idea paradossale di candidare alle prossime elezioni come portabandiera del Pd il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sarebbe la contromisura dell’ancora maggiore partito della sinistra di fronte alla decisione già presa dal presidente del Senato Pietro Grasso di capeggiare le liste elettorali antirenziane di “Liberi e uguali”. Così infatti hanno deciso di chiamarsi compagni, amici ed estimatori di Massimo D’Alema, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola e Pippo Civati, nell’ordine della loro notorietà e lunghezza di carriera politica.

Ma la contromisura varrebbe anche di fronte alla tentazione attribuita da Staino alla presidente della Camera Laura Boldrini di unirsi elettoralmente -solo elettoralmente, per carità- all’ammogliatissimo Grasso. Eppure la signora di Montecitorio, forse anche perché preceduta nei tempi dal presidente del Senato per via dei suoi impegni con la sessione di bilancio in corso alla Camera, è sembrata ancora indecisa a qualcuno che le ha parlato.  

 Penso che Mattarella sia stato il primo a sorridere della vignetta  di Staino, augurandosi di continuare a stare bene in salute e di non essere impegnato troppo a lungo in missioni all’estero: circostanze nelle quali scatterebbe la supplenza quirinalizia di Grasso come seconda carica dello Stato.

Una dimostrazione fisica degli effetti di questa che insisto a considerare, al di là delle intenzioni degli interessati, una farsa istituzionale l’ho colta seguendo dalla tribuna stampa di Palazzo Madama la commemorazione di Enzo Bettiza, già senatore della Repubblica e poi parlamentare europeo, morto a 90 anni nello scorso mese di luglio.

Per quanto di altissimo profilo politico e culturale, specie negli interventi del capogruppo del Pd Luigi Zanda e di quell’irriducibile liberale che considero Luigi Compagna, entrambi amici oltre che estimatori del mio carissimo Enzo, la celebrazione si è svolta in un’aula francamente disattenta e vociante come quella di una scolaresca indisciplinata. Dove tutti mostravano di avere ben altro -di natura prevedibilmente elettorale- cui pensare e di cui parlare fra di loro, a cominciare purtroppo da chi presiedeva la seduta. Che era proprio Grasso, costretto per il ruolo che ha deciso volontariamente e orgogliosamente di assumere a pensare continuamente al risultato che potrà raccogliere nelle urne fra qualche mese con i suoi “liberi e uguali”. Ho contato un solo ricorso del presidente alla campanella di ordinanza per richiamare l’uditorio al silenzio. Che era poi anche rispetto per uno scrittore che ha onorato la politica e la cultura europea, oltre che italiana.

L’addio urticante e allusivo della Santanchè a Forza Italia

E’ proprio vero che il diavolo si nasconde nei dettagli. Come quello di una domanda galeotta di Paola Sacchi, del Dubbio, a Daniela Santanchè fresca di rientro nella “casa madre” della destra, come la stessa parlamentare ex forzista ha definito la famiglia dei Fratelli d’Italia guidata da Giorgia Meloni.

Perché Silvio Berlusconi si è lasciata scappare una come lei?, le ha chiesto la giornalista. “Beh, questo dovrebbe chiederlo a Berlusconi, non a me. Io credo di averlo motivato in quello che sento dentro di me”, ha risposto testualmente la deputata. Che così ha smentito quella parolaccia -“stronzate”- opposta a un altro giornalista, de La Stampa, che le aveva chiesto il giorno prima, al congresso triestino dei Fratelli d’Italia, se e quali problemi avesse avuto all’interno di Forza Italia per uscirne.

Su quali e quanti siano i problemi della Santanchè lasciatisi alle spalle nel partito di Berlusconi, il mistero naturalmente resta. Ma non è escluso che prima o dopo la stessa Santanchè si decida a svelarli, chiamando magari per nome e cognome persone e cose, come d’altronde è nel suo stile.

In attesa delle sue rivelazioni, c’è da prendere per buono l’impegno della Santanché a vigilare a destra perché dopo le elezioni Berlusconi o altri non tornino a fare accordi col Pd di Renzi. E anche a sostenere la candidatura di una donna finalmente a Palazzo Chigi, dopo il fallimento della sua corsa, nel 2006, alla luce e al calore della Fiamma tricolore allora custodita da Francesco Storace, adesso però approdato con Gianni Alemanno nella Lega di Matteo Salvini. Troppe cose forse si muovono e cambiano in questo centrodestra pur in testa ai sondaggi elettorali, grazie alla confusione maggiore che esiste a sinistra.

Vauro traduce in vignetta il Grasso “prestanome” indicato da Macaluso

Senza voler togliere nulla alla bravura e alla simpatia di Vauro Senesi, ho colto l’involontario zampino del nostro comune amico Emanuele Macaluso nella vignetta ch’egli ha dedicato all’ascesa di Pietro Grasso, acclamato domenica dai militanti della nuova sinistra antirenziana capo di Liberi e uguali. Che esordiranno elettoralmente fra qualche mese.

La vignetta è stata pubblicata sul Fatto Quotidiano, dove i sentimenti verso Grasso sono, diciamo così, opposti. Da una parte il direttore di quel giornale ne apprezza l’antirenzismo, dall’altra non riesce ancora a perdonargli di essere arrivato a suo tempo alla guida della Procura Nazionale Antimafia grazie ad una legge improvvisata dall’allora maggioranza di centrodestra per precludere la carica a Giancarlo Caselli con espedienti anagrafici.

Vauro ha messo nelle mani di un entusiasta militante di sinistra un cartello inneggiante al nuovo capo, scambiato però per il grasso, al minuscolo, più celebre in questi giorni per i suoi missili nucleari: il dittatore nordcoreano, e comunista, Kim Jong-un. Di cui alla Casa Bianca il presidente Trump non vede l’ora di ordinare l’annientamento con i missili americani.

Al malcapitato militante italiano tocca di incrociare per strada non un missile ma un trasecolato pedone Massimo D’Alema, che gli rimprovera l’equivoco e gli spiega che il Grasso da festeggiare è quello con la maiuscola, che ora divide il suo tempo fra i doveri della seconda carica istituzionale della Repubblica e quelli dell’opposizione a Renzi, ed anche al governo di Paolo Gentiloni.

La vignetta di Vauro rappresenta come meglio non si potrebbe lo scenario denunciato da Macaluso nel suo commento digitale all’avventura del pur amico Grasso, da lui molto stimato negli anni in cui faceva il magistrato.

In particolare, dall’alto dei suoi 93 anni e mezzo abbondanti Macaluso ha contestato l’ingenuità di Grasso di ritenere che a 73 anni, quanti gliene ha attribuito togliendogli i 25 giorni che ancora mancano alla scadenza anagrafica, possa essere o diventare davvero un capo politico. Egli si è più semplicemente adattato al ruolo di “prestanome”: di D’Alema, quello appunto della vignetta di Vauro, più ancora dell’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che cinque anni fa portò l’ex magistrato in politica candidandolo al Senato nelle liste blindatissime del cosiddetto Porcellum.

Chi ha davvero cercato di “comprare” Pietro Grasso ?

Pur se Pietro Grasso non lo ha detto nel discorso di avvento, con la minuscola,  alla guida del nuovo movimento della sinistra italiana nella prima domenica liturgica  dell’Avvento, con la maiuscola, il solito Fatto Quotidiano glielo ha messo quasi in bocca col titolo di prima pagina in cui si parla di un Pd che “voleva comprarlo”. Cioè corromperlo perché non gli si mettesse contro.  E a quale prezzo? Offrendogli quali “posti”, sempre nella traduzione travagliesca -da Travaglio- delle parole del presidente del Senato?

Al prezzo di alcuni “seggi sicuri”, ha detto Grasso, quello autentico, parlando naturalmente di seggi parlamentari e di relative candidature fra cui scegliere: quelle giornalisticamente definite blindate, come capitò ad un altro magistrato famoso, Antonio Di Pietro. Che fu candidato al Senato nel 1997 al Mugello dai post-comunisti, pur non essendo lui certamente di sinistra. Roba vecchia, d’accordo, ma sempre buona a ricordarsi e a ricordare.

Pure Grasso, d’altronde, è approdato dalla magistratura alla politica senza i rischi di una vera competizione, contendendo davvero il seggio a qualche temibile concorrente. Non fu certamente corruzione quella esercitata sull’ex magistrato dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani offrendogli cinque anni fa, proprio di questi tempi, una candidatura senatoriale. Che era in quel momento non blindata ma blindatissima, essendo in vigore il sistema  delle liste bloccate instaurato con una legge  elettorale passata giustamente alla storia col nome di Porcellum, per la cui traduzione in italiano non occorre una laurea in lettere.

Circostanze politiche, credo, irripetibili consentirono poi a Bersani di giocare la carta di Grasso anche per la presidenza del Senato, all’inizio della legislatura e all’inseguimento di un aiuto o aiutino dei grillini nella costruzione di un governo “di minoranza e di combattimento”. Fino a quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non si spazientì e non tolse al segretario del Pd quello che si scoprì solo allora essere stato non un incarico, ma un pre-incarico a presidente del Consiglio.

Poi le cose, fuori e dentro il Pd, andarono come andarono, sino alla scissione a sinistra consumata dallo stesso Bersani, col quale Grasso si è ricongiunto mettendosi alla testa di Liberi e uguali, , senza tuttavia lasciare, oltre al Pd, la presidenza del Senato.

Sul piano strettamente personale Grasso si è comportato con Bersani con lealtà e fedeltà rare in politica. Ma sul piano istituzionale il discorso è diverso perché la neutralità imposta al presidente di un’assemblea legislativa in qualche modo ne soffre. Grasso e i suoi amici hanno ragione a ricordare l’immutato impegno politico di alcuni presidenti della Camera succedutisi nella prima e nella seconda Repubblica. Ma al presidente del Senato è richiesto qualcosa in più dal ruolo di capo supplente dello Stato che la Costituzione gli assegna in caso di necessità.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Tornata nella “casa madre” di destra, la Santa prenota il soprannome di papessa

Di un Papa che muore si dice che torni alla “casa del padre”, come ricorderanno bene i fedeli che seguirono in Piazza San Pietro l’agonia di Giovanni Paolo II apprendendo appunto con queste parole l’annuncio della dipartita.

Di lei invece ancora fortunatamente in vita, e in buona salute, la deputata ormai ex forzista Daniela Santanchè ha detto di essere tornata alla “casa madre” presentandosi al congresso nazionale dei Fratelli d’Italia, a Trieste. Dove, seduta in prima fila, è stata salutata da Giorgia Meloni col ricordo del “coraggioso” sostegno da lei ricevuto nella sfortunata corsa al Campidoglio, quando Silvio Berlusconi preferì invece puntare prima su Guido Bertolaso e poi su Alfio Marchini, finendo così per facilitare la vittoria della grillina Virginia Raggi nel ballottaggio col piddino Roberto Giachetti.

Il ricordo di quel sostegno nel primo turno, tanto generoso quanto inutile, ha consentito a Giorgia Meloni di strappare a favore della Santanchè un applauso di benvenuto che forse da sola la signora non avrebbe avuto se si fosse presentata sul palco a parlare, anche se ha sprezzantemente liquidato come “stronzate” le voci corse sui rischi di essere fischiata. Sembra infatti che molti a Trieste non volessero perdonare alla Santanchè di avere impiegato tanto a tornare a casa, e di essersene a suo tempo andata troppo presto, peraltro prima come antagonista di Silvio Berlusconi, candidata a Palazzo Chigi da Francesco Storace, e poi come sua fedelissima.

Non vorrei che con questa storia del ritorno alla “casa madre”, visto che i Papi tornano da morti alla casa del padre, Daniela Santanchè si guadagnasse un altro soprannome: quello di papessa, dopo quelli di pitonessa e di Santa, fortunato abbreviativo del cognome guadagnatosi sposandone  a suo tempo, prima naturalmente di separarsene, il titolare anagrafico

Il misterioso, ma non troppo, mercato politico denunciato da Pietro Grasso

Uno legge i titoli di prima pagina dei giornali sull’avvento, al minuscolo, di Pietro Grasso a capo del nuovo partito antirenzista di sinistra nella prima domenica di Avvento, al maiuscolo, e si chiede che cosa mai abbia potuto promettere o far promettere il segretario del Pd al presidente del Senato per non farlo correre alle elezioni contro di lui.

“Mi hanno offerto posti”, ha fatto dire a Grasso, sintetizzando le sue parole allusive, Il Fatto Quotidiano di Marco Travagli. Che lo ha così promosso finalmente al ruolo dell’incorruttibile, dopo averlo messo in croce per avere usato a suo tempo una legge del centrodestra studiata apposta contro Giancarlo Caselli nella corsa al posto di capo della Procura nazionale antimafia.

“Il Pd mi ha offerto di tutto”, ha fatto dire invece a Grasso, sempre con un titolo di prima pagina, il Quotidiano Nazionale che raggruppa le storiche testate della Nazione, del Resto del Carlino e del Giorno, in ordine geografico salendo dalla Toscana alla Lombardia. Di tutto, in che senso?

“Mi hanno offerto seggi sicuri, ma questi calcoli non fanno per me”, ha fatto invece raccontare a Grasso in una sintesi virgolettata, sempre in prima pagina, ma non nel rango di un titolo, la Repubblica. Dove hanno per fortuna trovato il modo e il tempo di fare il giornale in una domenica terremotata dallo scontro a distanza fra l’editore Carlo De Benedetti e il fondatore Eugenio Scalfari. Che è stato addirittura accusato dall’ingegnere di danneggiare molto nelle edicole  il già sofferente quotidiano con le sue aperture politiche a Silvio Berlusconi: aperture sopravvissute a tutte le precisazioni che lo stesso Scalfari ha dovuto fare per iscritto e a parole. E ciò anche a costo di incorrere nelle impietose imitazioni di Maurizio Crozza, ormai  a corto di ispirazioni dopo che Pier Luigi Bersani, suo vecchio e fortunato bersaglio, è riuscito a imitarsi da solo divertendo il pubblico dei salotti televisivi dove è ormai di casa.

I seggi sicuri offerti a Grasso dal Pd per trattenerlo, prima e dopo ch’egli ne aveva lasciato polemicamente il gruppo tenendosi però ben stretta la presidenza del Senato, non possono tuttavia considerarsi una novità né nel mercato politico, in generale, né nel caso dell’ex magistrato, in particolare.

Grasso arrivò a Palazzo Madama nel 2013, reduce da una lunga carriera giudiziaria, non già mettendosi in concorrenza con chissà quali e quanti candidati al Parlamento. A volerne l’elezione fu l’allora segretario del Pd Bersani iscrivendolo al posto giusto nella lista giusta, rigorosamente bloccata nella logica e nella struttura di una legge elettorale non a caso passata alla storia col poco commendevole nome di Porcellum, comprensibile anche a chi non ha studiato il latino.

Lo sventurato Pietro Grasso allora rispose, come la celebre suora di Monza nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. Egli non ha invece voluto rispondere a Renzi e ai suoi “bravi”, sempre per rimanere nell’orto manzoniano. Ma ha preferito continuare a rispondere a Bersani, che lo ha fortemente voluto come portabandiera dei Liberi e uguali, convinto che ci stesse “da dio”, con la minuscola. E nella speranza che ora lo aiuti quello con la maiuscola, non sembrando francamente sufficiente la forza degli scissionisti del Pd e dintorni a sostenere le ambizioni del presidente del Senato e di quelli che ne hanno applaudito l’arrivo , anzi l’avvento, mescolandosi furbescamente con la  platea.

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