La politica prigioniera della logica e dei rituali del ring

A dimostrazione, anzi a conferma del fatto che la politica italiana è prigioniera della logica e dello spettacolo del ring, che divide sempre il pubblico fra i tifosi di uno o dell’altro dei contendenti, non unendolo mai, o quasi mai, nella valutazione obiettiva del risultato finale della partita, sono arrivate le reazioni al pur misurato sollievo espresso a Cernobbio dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, nell’annuale Forum Ambrosetti, per “la crisi peggiore ormai alle spalle”. E nel rispetto -ha precisato il conte- di regole europee pur discutibili nei  contenuti rispetto alle loro finalità.

Al netto delle posizioni estreme- della destra, della sinistra e dei grillini- che inseguono il vantaggio elettorale della negazione o della minimizzazione di ogni miglioramento della situazione economica e sociale, la discussione che si è aperta sul sollievo di Gentiloni riguarda chi ha più il diritto di vantarsi del passo compiuto in avanti, più o meno lungo che esso sia o possa essere. E la divisione è stata, ed è, fra chi ne attribuisce il merito solo o soprattutto all’attuale presidente del Consiglio per gli otto mesi  pazientemente trascorsi a Palazzo Chigi o anche a chi lo ha preceduto per tre anni guidando, magari impazientemente, la stessa coalizione di governo e, in prevalenza, gli stessi ministri.

La discussione si è subito spostata insomma sulla effettiva “continuità” vantata dallo stesso Gentiloni e dal suo predecessore Matteo Renzi, ora soltanto segretario del Pd, o sulla “discontinuità” ogni tanto -non sempre- avvertita dalla componente più agitata e sofferente della maggioranza. Che è quella costituita dai vari Bersani, D’Alema, Speranza, Gotor: tutti usciti, o scappati, dal Pd per non partecipare neppure come minoranza alla conferma congressuale del segretario uscente.

Per costoro l’obiettivo finale del proprio impegno politico non è il pur proclamato desiderio di una politica più di sinistra, o di sinistra tout court considerando di destra quella praticata dal Pd, ma la sconfitta finale di Renzi: il nuovo nemico da abbattere, come furono Bettino Craxi negli anni conclusivi della cosiddetta prima Repubblica e Silvio Berlusconi nella seconda.

Senza il ring questo tipo di sinistra, ormai arcaica nei contenuti e nei comportamenti, anche quando salgono sul palcoscenico giovanotti come Roberto Speranza, non sa vivere. Non si sente di casa nella politica. Non si sente insomma realizzata. E declassa a puri fattori tecnici quei successi altrui che non può decentemente negare, come ha appena fatto il solito Massimo D’Alema commentando l’azione del suo ex compagno di partito e di corrente Carlo Minniti al Viminale, alle prese con un fenomeno come quello dell’immigrazione.

Liquidare Minniti come un tecnico, alla stregua di un prefetto della Repubblica, e forse neppure di prima classe, o di un alto funzionario di Polizia, è obiettivamente qualcosa che grida, diciamo così, vendetta. E contribuisce a fare avvertire il livello cui è arrivata in Italia la lotta politica, per non parlare di quello cui la vorrebbero portare i grillini, che si sono appena proposti proprio a Cernobbio col vice presidente della Camera Luigi Di Maio, aspirante a Palazzo Chigi, come “l’ultima speranza” degli italiani. L’ultima speranza o l’ultima idea, vecchia pubblicità di una bara fra le più vendute in Italia ? Fuori le mani dalle tasche dei pantaloni, per favore.

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