Grande, grandissimo Sergio Staino: un giovanotto di 77 anni……

Nei miei quasi sessant’anni di elettorato attivo non mi è mai capitato di votare per il Pci e per i suoi derivati, come ha invece fatto sempre  con orgoglio e passione Sergio Staino, arrivando a dirigere alla bella età di 76 anni la testata storica della sinistra marxista e poi post-marxista fondata nel 1924 da Antonio Gransci: l’Unità, di cui era stato in precedenza un vignettista storico quanto il corsivista Fortebraccio nei decenni precedenti.

Una sola volta -lo confesso- sono stato tentato di votare per il Pd appena fondato e diretto dal mio amico Walter Veltroni, di cui ho sempre apprezzato la cultura e la buona educazione, spinta all’eroismo dalla capacità di affrontare sgambetti e quant’altro di Massimo D’Alema. Ma dovetti tirarmi indietro quando Walter decise, all’ultimo momento, di apparentare elettoralmente nel 2008  il suo partito ancora in fasce con quello sfasciacarrozze politico che consideravo Antonio Di Pietro. Il quale poi, sempre politicamente parlando, lo avrebbe portato alla rovina trascinandolo su una linea giustizialista e manettara che mi ha fatto sempre orrore. E che ritengo non sia mai piaciuta neppure a Veltroni, che quella volta dovette subire chissà quale situazione.

Fatta questa premessa, debbo dirvi con franchezza che ammiro Sergio Staino sia per la sua passione politica, sia per la franchezza, sia per la capacità di conciliare l’una e l’altra con una capacità di analisi sulla natura che dovrebbe avere oggi, cadute le famose ideologie, una sinistra moderna.

Letta e riletta l’intervista ch’egli ha appena fatta al Dubbio di Piero Sansonetti, dove non a caso ha scelto di proseguire il suo mestiere di vignettista dopo la incredibile chiusura, spero ancora non definitiva, della “sua” Unità, debbo dire che quest’uomo di 77 anni è in realtà più giovane di quanti sono anagraficamente giovani ma mentalmente vecchissimi.

Staino merita le scuse del segretario del Pd Matteo Renzi per la villanìa con la quale ha consentito la chiusura dell’Unità liquidandola come “un fatto capitalistico”, essendo la testata finita per sua stessa scelta nelle mani di un imprenditore che l’ha gestita come un dentifricio, buttando il tubo svuotato delle opportunità non proprio editoriali che lo avevano indotto ad acquistarlo, pur al netto -lo riconosco- del rischio altissimo che aveva assunto l’avventura quando è cominciata una campagna intimidatrice sul solito percorso mediatico-giudiziario.

Staino merita le scuse anche di Pier Luigi Bersani, su cui egli aveva riposto una fiducia immeritata per quella bonomia emiliana che lo aveva portato a considerare il partito comunista e poi quello post-comunista come una “ditta”. Da cui non si esce quando si hanno problemi con gli altri soci.

Infine, con la sua ostinata decisione di continuare a votare per il Pd di Matteo Renzi, pur con tutti i torti subiti dal segretario, bastandogli e avanzandogli la prospettiva di fargli l’opposizione interna, Staino merita la rabbia -immagino- che deve avere provato Massimo D’Alema nel sentirsi da lui definire “il personaggio più deleterio per la sinistra italiana”, perché “ha vissuto tutta la storia del partito”, anzi dei partiti che ha frequentato e persino diretto, “in chiave personale”, arrivando a “distruggere” via via “Alessandro Natta, Achille Occhetto, Romano Prodi e Walter Veltroni”.

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