Tre anni perduti in tribunale appresso a una processione

C’è solo l’imbarazzo della scelta. Non so francamente se sia più giusto compiacersi del salvataggio giudiziario di una processione finita sulle prime pagine di tutti i giornali per un inchino davanti all’abitazione del boss locale o indignarsi per i tre anni, o i 36 mesi, o i 1095 giorni e più, come preferite, impiegati dal tribunale di Reggio Calabria per chiudere le indagini cosiddette preliminari e archiviare tutto, fra il sollievo di un parroco, di un sindaco e di un maresciallo dei Carabinieri sospettati di scarsa o nulla sensibilità antimafiosa, anzi antindraghetista. Tutto infatti si svolse nel mese di luglio del 2014 in territorio d’indrangheta: a San Procopio, un paesino  calabrese di un migliaio di abitanti.

La sosta galeotta della processione durò una ventina di secondi, sufficienti a indignare la collettività nazionale e  a fare storcere il naso, e chissà quante altre parti del corpo, alla presidente della commissione parlamentare antimafia.

Il boss omaggiato con quella sosta fu indicato in Nicola Alvaro, in quei giorni però assente da casa perché detenuto in carcere. Da cui sarebbe uscito dopo una settimana, non credo proprio per intercessione del Santo la cui statua fu vista o avvertita inchinata al cospetto dei familiari e delle mura del carcerato.

Questa piccola, piccolissima vicenda è emblematica del pressappochismo dell’informazione e delle sempre più insopportabili lungaggini di una magistratura che non si lascia ormai scappare occasione per allungare le distanze fra ciò che si aspetta la gente comune e ciò che produce l’amministrazione della giustizia.

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