Papa Francesco colto in flagranza di peccato gravissimo

La notizia non è proprio fresca di giornata, ma è ugualmente uno scoop. Di cui può vantarsi giornalisticamente e laicamente il direttore del Foglio Claudio Cerasa. Che ha dato un buco, come si dice nel nostro gergo professionale, persino all’amico e fondatore del giornale Giuliano Ferrara, pur introdotto nelle sacre stanze pontificie dove si coltiva e spesso si manifesta il dissenso verso Papa Francesco.

         E’ accaduto, in particolare, che Il Foglio abbia potuto cogliere il Papa in flagranza, sia pure stagionata, di “peccato gravissimo”, come Francesco definisce ogni iniziativa che produca disoccupazione. Si deve a lui, in particolare, la chiusura alla fine dell’anno scorso dello studio fotografico Felici, che dagli anni di Pio IX, peraltro Santo, aveva accesso alle sacre stanze e dintorni, comprese le aule di udienza e le località italiane e straniere raggiunte dai Pontefici sempre più itineranti, e venderne le immagini a prezzi di mercato, lavorando in concorrenza con un altro studio. Che Papa Francesco ha voluto invece privilegiare conferendogli in pratica il monopolio.

         L’ultimo titolare dello storico studio Felici ha tentato con un centinaio di lettere, rimaste tutte senza risposta dell’Augusto destinatario, di riacquistare per sé, per la sua famiglia e per almeno otto collaboratori il diritto al lavoro in cui si era specializzato. Si è dovuto alla fine accontentare di una telefonata del Cardinale Segretario di Stato, Parolin, di curiosi auguri per la sua attività futura, proprio mentre lo studio chiudeva i battenti: auguri che, date le circostanze, debbono essere apparsi beffardi agli interessati

         Papa Francesco, che i sindacalisti di tutto il mondo adorano per quel “peccato gravissimo” cui ha ridotto la perdita anche di un solo posto di lavoro, è riuscito a fare -altro scoop di Cerasa e del Foglio- ciò che il suo predecessore e ora Emerito Benedetto XVI impedì al potente Cardinale Bertone.

         Il titolare dello studio fotografico Felici sarebbe forse riuscito a salvare la sua “ditta”, come direbbe il buon Pier Luigi Bersani, se avesse trovato il suo angelo custode. E pensare che lo aveva a portata di mano, o di telefono. Bastava rivolgersi ad Eugenio Scalfari, peraltro pratico familiarmente di fotografie.

         Volete che il fondatore di Repubblica, rivelatosi recentemente capace di raccomandare con successo la buonanima di Blaise Pascal al Papa per un rapido processo di Beatificazione, nonostante quello che in vita il matematico, fisico, filosofo e quant’altro usasse pensare e scrivere nel 1600 dei gesuiti, non sarebbe stato in grado di trovare una parolina buona anche per lo studio Felici? E naturalmente per i suoi otto dipendenti, togliendoli dalla tentazione del peccato gravissimo di dire del Papa tutto il male che comprensibilmente pensano, per niente convinti di non potersi chiedere fracescanamente che cosa sono loro per giudicare.

Questa estate torrida della politica italiana

         L’estate politica italiana di questo 2017 è riuscita ad essere ancora più torrida di quella metereologica, che si muove tra Caronte e Lucifero, come sono state chiamate le ondate di caldo segnalateci ogni giorno sui telefonini, non bastando evidentemente l’aria a farcene accorgere.

         La sospensione agostana dei lavori parlamentari una volta aiutava i partiti a respirare, mandandoli sotto gli ombrelloni o nelle baite. Le truppe di ogni colore si riposavano agli ordini del “Generale Ferragosto”, evocato una volta da Bettino Craxi per spegnere l’incendio di una crisi di governo sfuggita di mano anche al Quirinale, dove il presidente di turno della Repubblica avvertiva segni preoccupanti di labirintite. Ma di quel generale, pure in versione minuscola, si sono ormai perse le tracce.

         A destra Silvio Berlusconi si sta chiedendo tra le diete di un centro rigeneratore di Merano se ce la farà davvero ad evitare nelle prossime elezioni politiche il sorpasso della Lega in quella che fu l’area del centrodestra per mettere finalmente a tacere quel maleducato di Matteo Salvini. Che parla bene di lui solo al passato e si è messo in testa di sottrargli la guida di una coalizione che peraltro sopravvive solo a livello locale già a conduzione prevalentemente leghista. Prevalentemente, perché l’assetto di due regioni come la Lombardia e il Veneto, con governatori leghisti come Roberto Maroni e Luca Zaia, parla da solo, per quanti sforzi faccia il governatore forzista della Liguria Giovanni Toti di farsi sentire e vedere, sino a infastidire lo stesso Berlusconi, che pure se l’è inventato prima come giornalista e poi come politico.

         A sinistra un altro Matteo, naturalmente Renzi, è sempre alle prese con i suoi avversari rossi, anche dopo avere pensato di essere riuscito a liberarsene con la scissione del Pd promossa da Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. Che ora, pur impegnati a prima vista a creare problemi a Giuliano Pisapia, non abbastanza antirenziano per i loro gusti, continuano a lottare soprattutto contro l’odiato rottamatore toscano. Di cui sognano la definitiva disfatta elettorale, anche se questa dovesse segnare inevitabilmente pure la fine di ogni possibilità di riesumare il centrosinistra, largo o stretto che sia.

         Del centro non parliamo neppure, tanto è il caldo che soffrono i suoi avventori, e tanta è la pena che costoro suscitano ad osservarli come mosche impazzite. Il povero Angelino Alfano, che pure è il ministro degli Esteri della Repubblica, soffre di mattina, s’offre -con l’apostrofo- di pomeriggio, ora a destra e ora a sinistra, e dorme di sera per tenersi sveglio di notte e sorvegliare le pecore che vogliono lasciarlo, seguendo quelle che si sono già accasate altrove.

         A destra della destra e a sinistra della sinistra impazza Beppe Grillo. Che, per quanti aiuti possa ricevere sulla strada demagogica dell’anti-politica e dell’anti-casta da quello sprovveduto di Renzi e dei suoi uomini, che lo inseguono su quel terreno illudendosi di contendergli chissà quanti voti, vive ormai politicamente come il Polifemo omerico. Egli sbraita, minaccia, sfotte, vorrebbe divorare con un boccone in autunno la Sicilia, come antipasto di una vittoria elettorale in tutta Italia dopo qualche mese, ma intanto non sa come uscire dal casino -scusate la parola- in cui un po’ lo ha messo a Roma la troppo improvvisata sindaca Virginia Raggi e un po’ si è messo da solo facendola praticamente commissariare da Davide Casaleggio. Su indicazione del quale la prima cittadina della Capitale nomina, muove e rimuove assessori, dirigenti e quant’altri in una metropoli che ormai si è persa per strada tutto: anche la metro e le rote – come si dice a Roma, ma ora col plurale di Rota, ex capo Atac- degli autobus che viaggiano, si fa per dire, in superficie.

         Come possa un movimento politico di questo genere, con le cinque stelle sulla visiera del suo berretto cinese, candidarsi seriamente al governo del Paese, Dio solo lo sa, nella speranza tuttavia che riesca almeno Lui a fermarlo in tempo.

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