Le origini della politica dell’odio in Italia

Stefania Craxi ha mille ragioni, e anche di più, per indicare nell’ignobile serata delle monetine e degli insulti al padre, il 30 aprile del 1993, una data emblematica, se non l’inizio della politica dell’odio nell’Italia repubblicana. Fu in effetti uno spettacolo orrendo, anticipatore anche dell’antiparlamentarismo, perché quei dimostranti sciagurati, reduci da un comizio di Achille Occhetto, intesero così vendicarsi anche del rifiuto legittimamente opposto dalla Camera neppure a tutte, ma solo ad alcune delle autorizzazioni a procedere chieste dalla magistratura contro il leader socialista accusato di corruzione e altro ancora per la pratica diffusissima del finanziamento illegale dei partiti: anche di quelli che sfacciatamente esaltavano la rivolta “morale” di quanti per le strade chiedevano ai vari Antonio Di Pietro di farli sognare con le manette e i suicidii di chi aveva ancora il pudore -disse qualche magistrato- di vergognarsi delle accuse rivolte dalla Procura di turno della Repubblica.

A quei cortei di giustizialisti assatanati per le strade milanesi, e davanti al Palazzo ambrosiano della Giustizia, si è giustamente richiamata anche Tiziano Maiolo in questi giorni partecipando al dibattito aperto dal Dubbio sulle radici e le ragioni della politica dell’odio.

Eppure, pur coinvolto da quegli spettacoli indecenti, essendomi capitato con Ugo Intini in quei tempi di essere insultato per strada, a Roma, da giovinastri in moto che ci avevano riconosciuti, e non ci rimproverano di essere amici di Bettino Craxi, ho qualche dubbio che la politica dell’odio fosse cominciata allora. Ho dubbi, per esempio, ad escludere che i semi non fossero stati buttati già negli anni della contestazione, per niente o non sempre allegra, sessantottina. Cui seguirono gli anni di piombo, ai quali appartiene anche il quasi trionfale annuncio dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi sul giornale Lotta continua, dove Adriano Sofri e compagni erano convinti che fosse stato così vendicata la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli nella Questura di Milano, dopo il fermo per la strage di Piazza Fontana nel 1969.

Non meno odiosa, sotto tutti i punti di vista, mi parve poi, nel mese di giugno del 1978, dopo la orribile morte di Aldo Moro e della sua scorta per mano delle brigate rosse, la defenestrazione di Giovanni Leone dal Quirinale, sotto una pioggia che sembrava riversasse anche le lacrime di una giustizia e di una politica tradite dal cinismo e dall’opportunismo.

Del povero Leone i conunisti, incredibilmente seguiti dal partito dello stesso presidente della Repubblica, la Dc, e persino da garantisti come i radicali e i socialisti, reclamarono e ottennero le dimissioni non perché si fosse reso responsabile delle colpe attribuitegli da una indecente campagna di stampa smentita poi in tribunale, ma per il fatto stesso di esserne stato il bersaglio.

Si reclamò -ahimè- il sacrificio di un Presidente della Repubblica, con tutto il discredito che lo avrebbe accompagnato sin quasi alla morte, sino a quando cioè non arrivarono le scuse tardive di chi lo aveva voluto punire, come atto riparatorio della sfiducia espressa da molti elettori verso la politica votando per l’abolizione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Che peraltro fu confermata dal referendum, sia pure di stretta misura.

Ancora più vomitevole appare quella destituzione presidenziale, sotto le mentite spoglie di dimissioni volontarie, se collegata al tentativo compiuto dallo stesso Leone nelle settimane precedenti di salvare la vita ad Aldo Moro predisponendo di sua iniziativa la grazia a Paola Besuschio, che era nell’elenco dei detenuti con i quali le brigate rosse avevano chiesto di scambiare in blocco l’ostaggio. Quella grazia, già ritardata dalle proteste dei comunisti per una presunta violazione della cosiddetta linea della fermezza, fu alla fine preceduta dalla decisione dei terroristi di uccidere il prigioniero per evitare di spacccarsi nella valutazione del provvedimento di clemenza, ai fini dell’epilogo del sequestro.

Scusatemi, quindi, se insisto ma la politica dell’odio nell’Italia repubblicana ha forse origini più lontane del 1992 e 1993: origini senza le quali forse quegli anni del terremoto giudiziario delle cosiddette Mani pulite non sarebbero stati così disgraziati.

 

Continua la manipolazione dell’inchiesta targata Consip

Orfano dell’Unità, che aveva generosamente cercato di salvare dall’ultima e forse definitiva chiusura, l’imperdibile Sergio Staino ha rappresentato sul Dubbio -e dove sennò, col nome che ha questa testata diretta da Piero Sansonetti?- la reazione dei lettori comuni di fronte agli sviluppi della complessa vicenda giudiziaria della Consip, cominciata a Napoli e ramificatasi a Roma.

La scarcerazione di Alfredo Romeo, ordinata dal tribunale del riesame di Roma, costretto dalla Cassazione a tornare su un ricorso sbrigativamente respinto in prima battuta, non è avvenuta perché l’imputato non poteva più inquinare le prove, né ripetere il reato contestatogli di corruzione, né fuggire, come annunciato invece dal giornale di Marco Travaglio, ma per la carenza, le contraddizioni delle accuse, e forse anche gli abusi compiuti nelle intercettazioni disposte dalla Procura di Napoli. Dove lavora il pubblico ministero Henry John Woodcock, su cui Staino si è praticamente chiesto se non sia il sinonimo dell’errore giudiziario procurato, non subìto.

Il magistrato col quale Staino se l’è presa è già sotto inchiesta penale e disciplinare. Egli merita naturalmente tutte le garanzie dovute ad un indagato. Sarei disonesto se non facessi questa premessa. Va detto inoltre che, per quanto responsabile dell’inchiesta nella fase napoletana, Woodccok non ha fatto, né poteva fare tutto da solo. Le intercettazioni di Romeo, che prima ne provocarono l’arresto e poi coinvolsero giudiziariamente e mediaticamente nelle indagini anche il padre di Matteo Renzi, con effetti non irrilevanti sul dibattito politico, a dir poco, oltre ad essere state forse troppo invasive, adottate cioè con mezzi e criteri non consentiti dal tipo di reato contestato all’imprenditore campano, ma sono state sicuramente manipolate dalla polizia giudiziaria proprio nella parte riguardante Renzi. A risponderne è già stato chiamato dalla Procura di Roma un capitano dei Carabinieri di cui Voodcok ha difeso quanto meno la buona fede, senza poter tuttavia contestare o eliminare il sospetto che quella manipolazione abbia potuto indurre anche lui in errore: sempre in buona fede, per carità, ma non senza effetti giudiziari e mediatici. E ciò al netto di tutte le fughe di notizie che sono anch’esse oggetto di inchieste.

E’ un pasticcio, come si vede, enorme. Che ha messo in tale imbarazzo i giornali abituati a cavalcare le indagini anticipando i processi da mettere la sordina alla notizia della scarcerazione di Romeo, tenuta lontana dalla stragrande parte delle prime pagine. E quando Repubblica ha cercato di rimediare all’errore affrettandosi a intervistare l’imprenditore finalmente liberato, pur incalzandolo con i toni e gli argomenti dell’accusa, il solito Fatto Quotidiano diretto da Travaglio ha liquidato le dichiarazioni di Romeo, fortemente contestatrici nei riguardi degli inquirenti, come “messaggi per rassicurare babbo Renzi su Consip”. Il problema quindi rimane ossessivamente quello del coinvolgimento del padre del segretario del Pd.

E’ la stampa, bellezza. Lo disse tanti anni fa cinematograficamente a Casablanca Humphrey Bogart.

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