Se bastasse una vignetta a far cambiare Paolo Gentiloni

Anche questa volta Emilio Giannelli ha affidato al Corriere della Sera una vignetta molto più efficace e godibile dell’editoriale di turno. Eppure il turno è toccato ad uno dei migliori della squadra di via Solferino: il professore Ernesto Galli della Loggia, che ha intrattenuto i lettori sulla  necessità di una nuova legge elettorale e sulla strana figura, nel nostro sistema istituzionale, del presidente del Consiglio. Il quale, anche quando gli è capitato, nella cosiddetta seconda Repubblica, di essere eletto o designato direttamente dagli elettori, capeggiando la coalizione uscita vittoriosa dalle urne, ha dovuto dividere il potere con un capo dello Stato così prevalente da potergli negare, almeno sulla carta, l’autorizzazione alla presentazione di un disegno di legge alle Camere. O da sciogliere anticipatamente uno o entrambi i rami del Parlamento senza neppure bisogno di avvisare il capo del governo, essendo egli tenuto per Costituzione ad infornare solo i presidenti delle assemblee legislative: infornare, sia chiaro, nel senso di consultarli, ma decidendo poi di testa sua, liberamente e insindacabilmente.

Più gustosa a avvincente della pur erudita rappresentazione del quadro istituzionale fatta dall’editorialista, i lettori del Corriere della Sera hanno probabilmente trovato la vignetta nella quale Giannelli ha interpretato le recondite intenzioni del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Che arriva a braccetto con Matteo Renzi al tradizionale meeting estivo di Comunione e Liberazione, a Rimini, pensando al momento in cui potrà o dovrà staccarsene per rimanere alla guida del governo anche dopo le elezioni, nonostante le aspirazioni dell’altro a succedergli con la stessa autorità o forza politica con cui lo ha mandato a Palazzo Chigi meno di un anno fa, dopo la scoppola referendaria sulla riforma costituzionale. Che, se approvata, avrebbe  forse potuto anche riequilibrare in qualche modo i rapporti fra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica.

Pur con tutta la simpatia e la stima che merita Giannelli, dubito tuttavia che Gentiloni sogni o insegua davvero lo strappo che gli viene attribuito nella vignetta. Anche a costo di sembrarvi un ingenuo, credo che il conte Gentiloni sia di una pasta diversa da quella abituale dei politici o dei leader di cui sono piene le cronache e i commenti politici.

Arrivato per caso a Palazzo Chigi, come per caso era arrivato alla Farnesina, egli potrà essere confermato sempre per caso, non di proposito. Cioè, non candidandosi o lasciandosi candidare da altri che non sia il segretario del suo partito. Che proprio per questo, cioè per il modo di essere e di muoversi di Gentiloni, lo riproporrebbe a Palazzo Chigi se non dovesse riuscire a far digerire la propria candidatura agli alleati post-elettorali. Sempre che a vincere, naturalmente, non sarà Beppe Grillo o il redivivo Silvio Berlusconi.

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