Quando il disfattismo arriva per Facebook

         Ai Ministeri dell’Interno, della Difesa, degli Esteri e chissà dov’altro, penso anche al Quirinale, forse persino in Vaticano, visto che è di casa -diciamo così- da noi, o noi siamo di casa da quelle parti nonostante il Papa straniero, debbono avere fatto gli scongiuri pure loro, come lo stesso autore, davanti alla cartolina di colore turchese diffusa per Facebook da un tale Davide Amato, di Noto, in Sicilia. Che dopo l’attentato a Barcellona rivendicato dall’Isis si è chiesto, e ci ha chiesto, con tante mani scaramanticamente trasformate in corna: “Perchè i terroristi colpiscono dappertutto meno che in Italia?”.

         Già, perché? E’ inutile che Marco Minniti al Viminale, sempre conservando le mani in quel posto, cerchi di inorgoglirsi e di farci credere che gli apparati di sicurezza in Italia funzionano davvero, grazie anche a lui. La spiegazione, semplice semplice, addirittura banale se consideriamo il livello di perversione politica cui siamo capaci di arrivare, se e ce l‘ha data una tale Nadia Donati scrivendo: “Qui abbiamo la base che manovra tutto. Se facessero un attentato in Italia, sarebbero finiti”.

         Idea formidabile. Questa signora, o signorina, Donati sarebbe perfetta -temo- in qualche ufficio di Procura della Repubblica italiana, dove spesso non si fanno indagini ma si cerca di riscrivere dietrologicamente la storia: passata, recente e attuale. Non faccio nomi e località, né indico processi nel dettaglio perché non avrei soldi da spendere per un avvocato, e non mi fiderei di quello d’ufficio assegnatomi da lor signori inquirenti.

         Vorrei soltanto ripetere alla signora, o signorina, Donati quello che le ho già risposto per Facebook. Se l’obiettivo del terrorismo islamista, che si è già vantato del sangue sparso sulla rambla di Barcellona uccidendo -sino al momento in cui scrivo- 15 persone, fra cui due italiani, e ferendone un centinaio, è quello di destabilizzare i paesi che lo contrastano, come mi sembra scontato, noi provvediamo da soli a farlo grazie anche al modo di pensare e di votare –credo- della signora, o signorina, Donati. Sarebbe obiettivamente sprecato impiegare uomini e mezzi per fare quello che riusciamo a realizzare da soli con la pratica e l’ideologia del disfattismo.

 

P.S.- Ho visto che dopo qualche ora dalla pagina di Facebook è scomparsa la partecipazione della signora, o signorina, Nadia Donati al dibattito aperto da Davide Amato. Volontaria o non che sia stata questa censura, ma nel secondo caso sarebbe una doppia notizia, mi consola l’idea che qualcuno ritrovi o trovi il buon senso di non scrivere, dire e diffondere sciocchezze.

I processi mediatici come chiodi: l’uno schiaccia l’altro

Quella della scarcerazione di Alfredo Romeo, disposta dal tribunale di sorveglianza di Roma su rinvio della Cassazione, dopo cinque mesi e mezzo fra detenzione in carcere e a casa, per la intricatissima vicenda Consip, non è stata considerata una notizia degna della prima pagina, neppure per un richiamo minimo, di quelli di poche righe, né dal Corriere della Sera, né da Repubblica, né dalla Stampa, né dal Messaggero, né dal Giornale, né da Libero, né da La Verità, né dal Tempo, né dai giornali del gruppo Monti Riffeser- Il Giorno, il Resto del Carlino e la Nazione- né da Avvenire, né dal Manifesto e tanti altri.

Scusate la lunghezza e puntigliosità dell’elenco, ma il problema mi sembra abbastanza serio per richiedere una certa precisione. E per riproporre l’ormai antica e sempre più grave questione del rapporto fra informazione e giustizia. Che non è meno grave della questione dei rapporti fra politica e giustizia, o viceversa.

Se confrontiamo le prime pagine dei quotidiani di quando Alfredo Romeo fu arrestato, e presentato come un imputato chiave delle indagini sugli appalti della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, e quelle sostanzialmente omissive della scarcerazione, c’è davvero da chiedersi che cosa è diventata la professione di giornalista, se la vogliamo chiamare ancora così, come vorrebbe l’esistenza di ordini, albi e quant’altro.

L’arresto fece notizia soprattutto per la speranza, coltivata nel solito intreccio di redazioni e procure della Repubblica, di vedere più compromessi nelle indagini, anche con misure clamorose, personaggi ancora più attenzionati, come si dice in un gergo assai brutto, a cominciare naturalmente dal padre di Matteo Renzi, Tiziano. Di un incontro col quale Romeo era sospettato per fare o subire affari relativi alla Consip sulla base di un’intercettazione rivelatasi poi farlocca, anzi manipolata, di cui dovrà rispondere un capitano dei carabinieri che lavorava col pubblico ministero, a Napoli, Henry John Voodcock.

Oltre a noi del Dubbio e ai colleghi del Mattino e del Foglio, hanno avvertito la necessità di sistemare in prima pagina la notizia della scarcerazione di Alfredo Romeo, che negli ultimi quarantacinque giorni di arresti domiciliari aveva peraltro anche il divieto di ricevere o fare telefonate ai figli, nella redazione del Fatto Quotidiano. Dove probabilmente è stata avvertita l’opportunità di un minimo di decenza informativa, dopo tutto quello che il giornale diretto da Marco Travaglio ha scritto dell’inchiesta Consip disponendo di informazioni, diciamo così, di prima mano necessariamente provenienti dagli uffici inquirenti o dintorni.

Ma a questo scrupolo informativo, tradottosi in un titolo discorsivo sistemato sulla testata, Il Fatto Quotidiano ha ritenuto di aggiungere una versione delle ragioni della scarcerazione di Romeo a dir poco parziale. Una scarcerazione quasi ovvia, scontata perché l’imputato “non può più inquinare le prove, né delinquere”, cioè ripetere i reati contestatigli di corruzione, né voglia di fuggire.

In realtà, secondo anche le valutazioni della Corte di Cassazione che hanno obbligato il tribunale del riesame di Roma a riaprire una questione che aveva sbrigativamente liquidato in prima battuta, la scarcerazione di Romeo è avvenuta per la insufficienza e contraddittorietà degli elementi di accusa. Ma questo naturalmente ai lettori, almeno di prima pagina, non andava e non va raccontato. Va invece raccontato che “l’inchiesta a Roma prosegue, si spera”, come si legge appunto nel titolo discorsivo del Fatto Quotidiano, con quel “si spera” che la dice lunga sulla sproporzione fra le attese del giornale di Travaglio e gli sviluppi reali della vicenda Consip.

Costretti a ripiegare sulle pagine interne, i giornali attratti dalla moda di intrecciare cronache giudiziarie e politiche hanno nel frattempo trovato spazio per un altro processo mediatico da improvvisare, avendo come obiettivo non certamente casuale lo stesso personaggio che era e un po’ è ancora rimasto il convitato di pietra della vicenda Consip. E’ naturalmente l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, cui proprio Il Fatto ha rivolo le solite domande da pubblica accusa sulla vicenda di Giulio Regeni, sulle informazioni ricevute a suo tempo dal governo americano circa le responsabilità egiziane nell’assassinio del giovane ricercatore italiano e infine sul ruolo che può avere avuto, dietro le quinte, il segretario del Pd nella decisione di ripristinare normali rapporti diplomatici con un governo e un Paese dove si stanno decidendo cose che toccano l’Italia da vicino, molto da vicino.

Come chiodo schiaccia chiodo, così un processo mediatico schiaccia l’altro.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

Blog su WordPress.com.

Su ↑