Solo il cappio è mancato a Montecitorio contro gli ex parlamentari

E’ mancato solo il cappio sventolato il 16 marzo 1993 dal leghista Luca Leoni Orsenigo allo spettacolo offerto dai grillini nell’aula di Montecitorio, in particolare col discorso del vice presidente della Camera Luigi Di Maio sulla legge contro i vitalizi. Che tende, fra l’altro, a tagliare quelli degli ex parlamentari ricalcolandone l’importo col sistema contributivo, essendo stati fissati a suo tempo col sistema retributivo. Ci sarà da perdere circa il 40 per cento dell’importo.

Quel cappio, con cui il partito allora guidato da Umberto Bossi reclamava l’impiccagione dei parlamentari già raggiunti da avvisi di garanzia e quant’altro per le indagini chiamate “Mani pulite” sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che inevitabilmente, secondo i magistrati di Milano e dintorni, lo precedeva o seguiva, è conservato gelosamente in una stanza di Montecitorio dall’allora commesso che lo prelevò dalle mani di Orsenigo su ordine del presidente della Camera Giorgio Napolitano.

Il commesso, Marco Ferretti, nel frattempo salito di carriera sino al massimo della scala, me lo ha mostrato qualche mese fa con un misto di orgoglio e di tristezza. Orgoglio per la sua carriera, ormai compiuta, e tristezza per ciò che quel passaggio dei lavori parlamentari segnò nella storia del Paese. E che certamente non gli sfuggì.

Si vissero allora giorni terribili, in cui le istanze sacrosante per la moralizzazione della vita pubblica si mescolarono, sino ad esserne sopraffatte, a sentimenti di opportunismo politico e di vendetta da voltastomaco. Già c’era stato il suicidio di un deputato, il socialista Sergio Moroni, fucilatosi nella cantina di casa, a Brescia, dopo avere scritto al presidente dell’assemblea una drammatica lettera di commiato e di denuncia del clima di caccia al ladro che riteneva ingiusta. Il finanziamento irregolare della politica era diventata negli anni passati una pratica generalizzata, anche se molti ceravano in quei giorni di girare la testa dall’altra parte.

Al suicidio di Moroni ne seguirono altri in carcere e nei dintorni, diciamo così, a cominciare da quello clamoroso dell’ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, che nel cesso della cella si allacciò al capo un sacchetto di plastica per rimanerne soffocato. Raul Gardini, dal canto suo, preferì uccidersi piuttosto che finire in galera come Cagliari, appunto, col quale aveva trattato l’affare Enimont, diventato nella immaginazione collettiva la madre di tutte le tangenti.

Sei mesi dopo il cappio sventolato da Orsenigo fra le proteste di Napolitano, il Parlamento si sarebbe mutilato da solo approvando a tamburo battente una modifica dell’articolo 68 della Costituzione: quello sulle immunità parlamentari. L’”autorizzazione a procedere” contro deputati e senatori rimase solo per l’arresto, la perquisizione personale o domiciliare e le intercettazioni. Alle quali tuttavia i parlamentari si sarebbero ugualmente trovati spesso sottoposti con le più diverse modalità, se non pretesti.

Le ultime autorizzazioni a procedere anche in giudizio, cioè nelle indagini, avevano del resto subìto modifiche di fatto o regolamentari che ne avevano compromesso l’uso. E’ rimasta celebre, sinistramente celebre, quella mano alzata che l’ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti fu costretto dal clima imperante nei giornali e nelle piazze ad alzare nell’aula del Senato per approvare il processo di mafia cui sarebbe stato sottoposto. E da cui, pur uscito fisicamente indenne, cioè libero, come dall’altro per il delitto, addirittura, del giornalista Mino Pecorelli, il senatore a vita dovette subire sino alla morte l’onta continua dell’accusa. Che con lettere esplicative dell’ormai ex capo della Procura di Palermo, Gian Carlo Caselli, continuò a considerarlo colpevole, per quanto assolto.

La Repubblica parlamentare cui ci avevano abituato i costituenti, e all’ombra della quale l’Italia aveva potuto risorgere dai danni incalcolabili della seconda guerra mondiale e dalla dittatura fascista, subì una torsione incredibile. Da parlamentare essa divenne giudiziaria, per lo strapotere crescente guadagnatosi dalla magistratura o ad essa ceduto da una politica intimidita e rinunciataria. Ora si sono decisi a chiamarla così -Repubblica giudiziaria, o qualcosa di simile- anche molti di quelli che 25 anni fa inorridivano al solo sentirne parlare e ne smentivano l’esistenza. Penso, fra gli altri, all’ex presidente della Camera Luciano Violante, che ha avuto almeno l’onestà e il coraggio di ammettere alla fine una realtà diventata per lui, ex magistrato, particolarmente triste: una onestà e un coraggio che gli sono costati, fra l’altro, il dileggio dei giustizialisti irriducibili, come Marco Travaglio, e l’ostracismo distruttivo, quando il suo partito -il Pd- lo candidò inutilmente a giudice della Corte Costituzionale.

Diversamente dal presidente della Camera Napolitano, che nella stessa giornata del 16 marzo 1993 comminò al leghista Orsenigo sette giorni di sospensione per “l’inammissibile offesa ai principi di civiltà” arrecata con quel cappio, il gesto del deputato del Carroccio piacque ai cultori dei processi mediatici. Non se ne vergognò nessuno nella Lega, e neppure fuori: una Lega, debbo aggiungere, che per quanto passata di mano e di guida, è rimasta la stessa in materia di giustizialismo e di caccia alle streghe: ieri i ladri di tangenti e oggi quelli di pensione, come vengono praticamente bollati i 2600 ex parlamentari che la percepiscono sotto voce di vitalizi e l’hanno legittimamente maturata, sia nella forma sia nella quantità.

Leghisti e fratelli d’Italia della giovane Giorgia Meloni si sono associati allegramente alla schiacciante maggioranza populista e demagogica- diciamo la verità- con la quale la Camera si è espressa su questa materia, scambiando lucciole per lanterne, e tagliando una ben misera parte della spesa pubblica, come sono 76 milioni di euro rispetto agli 830 miliardi e rotti che lo Stato spende ogni anno.

Neppure i forzisti, per quanto il presidente del gruppo Renato Brunetta avesse visto e denunciato il carattere farlocco della legge, che potrebbe fornire domani l’occasione o il pretesto di tagliare anche il trattamento di milioni e milioni di pensionati comuni, hanno potuto o saputo resistere alla spinta grillina. La coordinatrice di Forza Italia in Lombardia, l’ex ministra Mariastella Gelmini, ha votato a favore della legge, insieme con la pitonessa Daniela Santanchè. E chi sennò? Il massimo delle distanze che Berlusconi in persona ha deciso di poter prendere è stato quell’ordine telefonico al gruppo di uscire dall’aula nel momento del voto, come hanno riferito i giornali senza alcuna smentita. Un’uscita che è apparsa a molti, forse non a torto, una fuga. Un’uscita preferita, evidentemente, alla prospettiva di votare no con i “traditori” del partito o partitino dell’odiatissimo Angelino Alfano.

Nell’aggiudicare al proprio partito il merito, che sicuramente ha, dell’intervento contro i vitalizi, e tutto ciò che potrebbe conseguirne se non ci metteranno pezze consistenti il Senato prima e la Corte Costituzionale poi, per quanto intimidita con le polemiche sul presunto conflitto d’interessi dei pensionati “d’oro” in carica alla Consulta, il grillino Luigi Di Maio, una volta tanto senza errori da congiuntivite, ha deriso i piddini di Matteo Renzi. Che hanno voluto imprudentemente intestarsi la vittoria con un altro Matteo, il Richetti responsabile addirittura della comunicazione del Pd e firmatario della proposta di legge approvata a Montecitorio con ben 348 sì, 28 astenuti e solo 7 contrari.

“Sentiamo il vostro affanno – ha detto sarcasticamente il vice presidente della Camera ai piddini- nel rincorrerci su un tema che non appartiene al vostro dna”. Molti infatti sono stati i malumori nel Pd, repressi da un Renzi che non ha voluto risparmiarsi un’altra occasione di gareggiare con i grillini, per quanto reduce da una sconfitta cocente come quella del referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, anch’esso giocato un po’ con argomenti pentastellati.

Ma l’ombra o la puzza del cappio peraltro lercio di 24 anni fa -lercio appunto l’ho visto fra i trofei dell’amico Marco Ferretti- si sono avvertite soprattutto nella chiusura del discorso di Di Maio, quando il vice presidente della Camera ha detto: “Non rimarrà un solo privilegio. Iniziate a prepararvi”.

Per privilegio temo che i grillini intendano qualcosa che superi la loro cultura, non solo politica, o le dimensioni di quel reddito di cittadinanza, come loro chiamano il sussidio che intendono garantire a tutti nella società pauperistica, o della decrescita felice, che sognano.

 

 

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

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