Bersani con Grillo come De Mita col Pci negli anni 80

         Se non ci fosse, Pier Luigi Bersani bisognerebbe inventarselo. E non solo per riderne, come ha cercato dal primo momento di fare Maurizio Crozza esasperandone con imperdibili imitazioni gli elementi distintivi, le metafore e gli ammonimenti agli avversari di turno. Che sono andati via riducendosi per diventare uno solo: naturalmente Matteo Renzi, il giovanotto toscano impadronitosi della “ditta”, come Bersani usava chiamare il partito comunista italiano e tutte le edizioni successive, compreso il Pd da lui abbandonato nei mesi scorsi, con Massimo D’Alema e altri, per rovesciarne la sigla in Dp, visto il fallimento di tutti i tentativi di rovesciarne il segretario.

         Bersani è prezioso, per chi segue la politica, a causa della capacità che ha, con o senza metafore, di far capire gli umori più profondi di una certa sinistra irriducibile nelle sue simpatie e antipatie, bonaria nelle parole e impietosa nelle demolizioni, quando si mette in testa di abbattere qualcuno e qualcosa, pure al costo di rimanere anch’essa sepolta purtroppo sotto le macerie.

         L’ultima sortita che ha fatto notizia dell’ex segretario del Pd è stata la rievocazione del Sessantotto del secolo scorso per auspicarne in pratica una riedizione in funzione antirenziana.

         Il 1968 fu l’anno della contestazione giovanile, della “fantasia al potere”, destinata purtroppo a produrre anche la tragica illusione e speranza della lotta armata, praticata da uomini e donne che l’onestà intellettuale di Rosanna Rossanda sul Manifesto, all’indomani del sequestro di Aldo Moro, dieci anni dopo, riconobbe fra i volti dell’”album di famiglia” comunista. Basterebbe già questo per liquidare come merita il ricordo che ne ha Bersani nelle allucinazioni antirenziane di oggi, dimenticando peraltro che il 1968 delle sinistre europee ebbe, fra gli altri inconvenienti, anche quello autenticamente vergognoso di non spendere una parola o una manifestazione a favore di quanti nell’allora impero sovietico cercavano di riconquistare autonomia e libertà: per esempio, nella Cecoslovacchia di Alexander Dubcek. Chissà se ricorda ancora qualcosa questo nome a Bersani.

         Eppure non è la rievocazione del 1968 in funzione antirenziana, o di antirenzusconismo, come viene chiamata la combinazione temuta di Renzi con Berlusconi dopo le prossime elezioni politiche. Ancora più sconcertante è il rapporto privilegiato che Bersani continua a coltivare col grillismo, ch’egli preferisce a Renzi e al cosiddetto Renzusconi.

         “Non gioisco -ha detto testualmente Bersani alla Stampa– dei fallimenti del M5S”, che non è naturalmente la sigla di un sommergibile ma quella del movimento a 5 stelle di Beppe Grillo,”perchè -ha spiegato l’ex segretario del Pd- cresce la sfiducia”. Egli insomma preferisce un Grillo più forte a un Renzi più forte, o meno debole, viste le difficoltà del giovanotto toscano.

         Bersani è riuscito così ad andare anche oltre il 2013, quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovette togliergli l’incarico, o pre-incarico, di presidente del Consiglio per impedirgli di inseguire i grillini sino a scommettere su un loro aiuto ad un suo governo “di minoranza e combattimento”. Di combattimento, in particolare, contro il “giaguaro” Berlusconi, ch’egli si era proposto in campagna elettorale di “smacchiare” riuscendo invece a fargli sfiorare la vittoria.

         Bersani parla dei grillini come negli anni Ottanta l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita parlava del Pci, rammaricandosi ogni volta ch’esso perdeva voti, stando all’opposizione, a vantaggio del Psi di Bettino Craxi, che pure era alleato della Dc guidando un governo di coalizione per metà composto di ministri democristiani.

         L’avversione politica di Bersani a Renzi, sino a qualche mese fa compagno di partito, è quindi pari a quella che De Mita aveva per Craxi una trentina d’anni fa e più. Craxi notoriamente è morto, la sinistra post-comunista si cannabilizza, De Mita fa il sindaco della sua Nusco e Bersani ne ha preso il posto a livello nazionale, ereditandone umori e pregiudizi. Che parabola, signori!

 

 

 

 

 

        

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