Autorete di Bruxelles con Renzi, spinto a Palazzo Chigi

Il carattere “centrale” di quella che Carlo Fusi ha giustamente indicato come “la determinazione di Matteo Renzi” in questa estate rovente è stato forse sottovalutato a Bruxelles, vista la fretta con la quale lor signori commissari, portavoce e collaboratori vari hanno insieme snobbato e liquidato il progetto del segretario del Pd di usare per cinque anni il deficit sino alla soglia – il 2,9 per cento rispetto al prodotto interno lordo- non fissata capricciosamente da lui ma dal trattato costitutivo dell’Unione Europea 25 anni fa a Maastricht. Dove si stabilì che il deficit, appunto, dovesse essere contenuto entro il 3 per cento. Poi sopraggiunse, fuori dal trattato, il maggiore rigore ora preteso a Bruxelles, sia pure con qualche flessibilità faticosamente negoziata.

Più che un dispetto a Renzi e un piacere al presidente del Consiglio in carica, Paolo Gentiloni, e al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, i signori dell’Unione rischiano di avere fatto il contrario: un piacere al segretario del Pd e un dispetto agli interlocutori istituzionali che nella capitale belga hanno mostrato di preferire, sin quasi a contrapporli a chi pure dispone politicamente del governo nel Parlamento italiano, guidando il principale partito della maggioranza.

Non a caso Renzi, tra un’anticipazione e l’altra del suo libro Avanti, si è affrettato a reagire alla sua maniera, definita di recente “indisponente” dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. Che pure si trova a Palazzo Marino grazie all’appoggio dello stesso Renzi, vincendo di strettissima misura sul candidato del centrodestra Stefano Parisi, forse azzoppato dall’indifferenza degli alleati leghisti.

Me ne sbatto, ha praticamente risposto Renzi confermando il suo obiettivo, chiamiamolo così, del 2,9 per quella che sarà la nuova legislatura, e quindi anche come candidato a Palazzo Chigi, pur non dicendolo esplicitamente. E’ importante, per il segretario del Pd, che l’abbiano capito gli addetti ai lavori, dentro e fuori casa. E i destinatari del messaggio l’hanno subito capito, vista l’ulteriore salita della tensione, che pure sembrava già altissima, fra Renzi e Massimo D’Alema. Che, forse conoscendo anche la parte alquanto imbarazzante del libro del segretario del Pd riguardante l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale due anni fa, quando lo stesso D’Alema si adoperò dietro le quinte con Silvio Berlusconi per la scalata di Giuliano Amato al colle più alto di Roma, ha ammonito Renzi a “non stare tranquillo” sino a quando lui avrà fiato. E ciò dopo che lo stesso D’Alema essere intervenuto ad una riunione del partito fondato con Pier Luigi Bersani uscendo dal Pd per assumere una posizione largamente apparsa, a torto o a ragione, alternativa alla troppa moderazione attribuita, sempre a torto o a ragione, al candidato federatore di un nuovo centro sinistra Giuliano Pisapia.

Nel quadro politico che i no giunti a Renzi da Bruxelles hanno contribuito a creare, la pur controversa o contrastata aspirazione del segretario del Pd a tornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni, non bastandogli evidentemente la guida del partito, finisce per assumere un carattere sovranista, per ripetere il termine usato dai maggiori contestatori dell’attuale gestione dell’Unione Europea, a destra e a sinistra: da Matteo Salvini a Giorgia Meloni e ai grillini. Sì, anche i grillini: quelli che Pier Luigi Bersani, per esempio, prima ancora che vi arrivasse il segretario della Lega, considerava già nel 2013 possibili interlocutori per realizzare governi “di minoranza e insieme di combattimento”. A fermarlo, togliendogli l’incarico o pre-incarico di presidente del Consiglio, fu l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Se una candidatura di Renzi a Palazzo Chigi per un governo di cosiddette larghe intese, con cespugli centristi sopravvissuti in qualche modo alle elezioni ma soprattutto con un Berlusconi sempre scambiato a sinistra per il male assoluto di questo paese, dovesse essere motivata anche con la necessità di tenere testa ai signori di Bruxelles, e non per cambiare ma per rispettare -ripeto- i famosi parametri di Maastricht, assisteremmo al crollo anche dell’ultima, pur contraddittoria speranza coltivata dagli avversari più inaciditi del segretario del Pd. Alludo alla speranza, espressa da qualcuno a sinistra, di un Renzi accettato da Berlusconi come alleato ma non come presidente del Consiglio, nel timore che diventi troppo attrattivo per l’elettorato del vecchio centrodestra ancora in libera uscita, o in astensione. A quel punto, in nome del sovranismo, pure Berlusconi darebbe forse via libera a Renzi, che d’altronde ha appena scritto che l’ex presidente del Consiglio non riesce ad essergli antipatico, per quanti sforzi facciano gli altri, e persino lo stesso Berlusconi, di faglielo diventare.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

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