Buche e monnezza bastano e avanzano contro la Raggi

Il Marco Travaglio garantista dei giorni dispari, che sono del tutto casualmente, per carità, quelli in cui hanno problemi nei tribunali anche i grillini, si è consolato degli sviluppi della vicenda giudiziaria della sindaca di Roma titolando sulla “Raggi mezza archiviata e mezza accusata”, restandole appese alla fine delle indagini preliminari solo “2 imputazioni su 5”: falso e abuso d’ufficio. E non è ancora detto naturalmente che la prima cittadina della Capitale venga rinviata a giudizio davvero, e per entrambe le imputazioni confermate dagli inquirenti.

Con i tempi abituali della giustizia -ha avvertito sul Corriere della Sera Fiorenza Sarzanini, che se ne intende- le decisioni potrebbero arrivare in autunno e la sindaca potrebbe “finire davanti ai giudici in campagna elettorale”: quella non anticipata per il rinnovo assai improbabile del Consiglio Comunale di Roma, ma quella ordinaria di fine legislatura per il rinnovo obbligato delle Camere.

Non foss’altro che per questo ruolino di marcia, un processo alla Raggi non mi piace e non mi convince. Le cronache elettorali e politiche combinate con quelle giudiziarie mi hanno sempre fatto schifo. E non me ne faranno certamente di meno solo perché il processo potrà riguardare questa volta una sindaca per la quale non ho votato e, bene o male, per un movimento che potrà pure vantarsi, a torto o a ragione, di moltiplicare prima o dopo per cento le sue cinque stelle di oggi, ma rimarrà lontano anni luce dalle mie idee e preferenze.

Considero il processo in cantiere a carico della sindaca più incidentata d’Italia, visto ciò che le è già accaduto e potrebbe ancora capitarle in Campidoglio, un inutile sovrapprezzo politico. Per i miei gusti di critico, mi bastano e avanzano le perdite di consenso che la signora ha subìto e subisce. E che peraltro sono portato ad attribuire ancora più che a lei, ai vari e sostanziali commissari politici che il suo partito, o come altro preferisce chiamarsi, le ha via via assegnati complicandole un lavoro già difficile di suo.

Delle due imputazioni rimaste addosso alla Raggi, quella di abuso d’ufficio continua a sembrarmi per un sindaco ciò che ne disse una volta, a proposito di un altro amministratore locale allora ancora grillino, Pier Luigi Bersani paragonandolo al sovraccarico contestato dalla polizia stradale all’autista di un camion e rimorchio: roba insomma da multa e non da galera. Un reato, se lo vogliamo ancora considerare tale, più professionale che altro, come una querela o denuncia per diffamazione per un giornalista che si fa prendere la mano nelle critiche. E’ un inconveniente che si aggrava quando a sentirsi colpito è un magistrato che nella reazione può oggettivamente contare su qualche vantaggio, finendo la pratica per forza in mano ad un suo collega di toga, per quanto di un distretto giudiziario diverso.

Neanche l’altra imputazione alla Raggi -il falso- mi convince più di tanto, essendosi la sindaca assunta per intero la responsabilità di una nomina alla quale poi si è scoperto che aveva contribuito non poco un suo collaboratore stretto, fratello del nominato.

Poiché poi le nomine, e i relativi trattamenti economici, sono state due, l’altra delle quali ha procurato alla sindaca l’accusa di abuso, mi sembra onesto e doveroso ricordare che entrambe le persone interessate -di cui non faccio neppure i nomi perché dovrebbero contare di più fatti- sono state rimosse senza tante storie o resistenze. Se c’è stato un danno per l’amministrazione capitolina, è stato quindi modesto. Un danno che la sindaca potrebbe sanare di tasca propria senza il sovrapprezzo -ripeto- di un processo penale mescolato ad una campagna elettorale.

Furono inutili e addirittura ingiusti sovrapprezzi, secondo me, pure a costo di far saltare sulla sedia il Marco Travaglio giustizialista dei giorni pari, anche i processi che negli anni scorsi, più che determinare, accompagnarono la perdita progressiva di consenso dell’odiato Silvio Berlusconi. Per il quale, per esempio, pur essendo fra i maggiori contribuenti -beato lui- del fisco italiano, fu scomodata una sezione feriale, cioè estiva, della Cassazione per condannarlo per frode ai limiti di una prescrizione segnalata dalla Procura di Milano con una tempestività e con modalità apparse a molti, a torto o a ragione, come improprie, se non addirittura minacciose.

Pur fatte le debite proporzioni, siamo di fronte alla stessa patologia nei rapporti fra giustizia, politica e informazione. Già, anche l’informazione, non dimentichiamolo.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio a pagina 15 dei commenti col titolo: Processo alla sindaca Raggi ? Ecco perché non mi convince

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