Assalto fallito alla famiglia Mattarella

Si è verificato un grosso incidente, a dir poco, fra Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio e il Quirinale. Dove il presidente della Repubblica non ha per niente gradito, com’era prevedibile, una campagna riaperta all’improvviso contro la memoria del padre, Bernardo Mattarella. E ciò per una somma di errori e di responsabilità nel nome addirittura di Giovanni Falcone, con carte trovate fra quelle pubblicate dal Consiglio Superiore della Magistratura per onorare la memoria del giudice siciliano nel venticinquesimo anniversario della sua tragica morte, nella strage di Capaci.

Fra quelle carte, tutte desecretate con orgoglio al Palazzo dei Marescialli, al Fatto Quotidiano ne hanno scorto subito una che deve essere apparsa loro esplosiva, e su cui hanno sparato due titoli, a pagina 1 e a pagina 10 del numero dell’altro ieri, che parlano da soli.

“Falconi rivelò: Piersanti Mattarella disse: mai più voti mafiosi a casa di papà”, è stato il vistoso richiamo in prima pagina di un articolo di Giuseppe Lobianco, titolato all’interno così: “Quando Piersanti Mattarella rifiutava i voti di suo padre”.

Il presidente della Repubblica, per quanto preso da impegni internazionali come l’incontro al Quirinale col capo della Casa Bianca Donald Trump, si è improvvisamente rivista come un incubo la rappresentazione sostanzialmente mafiosa del padre, e quasi autocertificata dal fratello Piersanti, il governatore siciliano ucciso dalla mafia nel giorno della Befana del 1980. Una rappresentazione già fatta negli anni Sessanta, con voci e cartacce della commissione parlamentare antimafia, in un libro del sociologo Danilo Dolci. Che nel 1967 fu condannato, fortunatamente in tempo perché Bernardo Mattarella potesse vedersi riconoscere ancora in vita la sua onorabilità in tribunale, ma non in tempo per risparmiarsi l’anno prima l’interruzione di una pur lunga carriera ministeriale cominciata negli anni di Alcide De Gasperi. A dovergliela interrompere, sia pure formalmente per giochi di equilibri politici all’interno del suo partito, dovette essere addirittura il pur amico Aldo Moro, alla cui corrente nel 1968 l’ormai ex ministro fu tra i primi a aderire rompendo con i “dorotei” di Mariano Rumor e Flaminio Piccoli.

Fedele all’amicizia e alla stima che aveva di lui, Moro pur da posizioni ormai di minoranza nel suo partito, essendo stato defenestrato da Palazzo Chigi, reclamò e ottenne la nomina di Bernardo Mattarella a presidente della commissione Difesa della Camera, dove l’ex ministro fu colto da un malore che lo portò alla morte nel 1971.

I due titoli del Fatto Quotidiano e l’articolo di Giuseppe Lobianco hanno potuto giovarsi del richiamo a Falcone per l’imprudenza da quest’ultimo avuta, nonostante la sua nota cautela, di riferire in un’audizione al Consiglio Superiore della Magistratura del 15 ottobre 1991 una confidenza fattagli dall’avvocato palermitano Sorgi dopo la morte di Piersanti Mattarella.

In particolare, fidandosi a torto dell’amico avvocato, Falcone ne riferì la “felicità” espressagli dall’allora governatore siciliano, prima della tragica fine che lo aspettava nel 1980 per ordine della mafia, di avere ereditato dal padre un collegio elettorale difficile come quello di Trapani riuscendo però a farsi votare un po’ dappertutto, e non solo a Castellammare del Golfo. Che fra i vari centri del collegio, con più di 15 mila abitanti, era quello a maggiore densità mafiosa, ed era stato il più generoso di voti per il compianto Bernardo Mattarella. Da qui i titoli del Fatto Quotidiano, forse già forzati un po’ rispetto al racconto di Sorgi preso per buono da Falcone.

Letteralmente indignato, e non volendo intervenire in prima persona, il presidente della Repubblica si è affidato all’avvocato Antonio Coppola per smentire con una lettera “a nome e per conto degli eredi Mattarella” che il fratello si fosse mai presentato candidato nel collegio di Trapani. Egli si era proposto agli elettori sempre e solo a Palermo. Quella di Trapani pertanto era stata una bufala, una grandissima e gravissima bufala.

E’ una circostanza questa che certamente Falcone avrebbe potuto e dovuto verificare. Non sarebbe stato difficile. Ma così avrebbero potuto e dovuto fare anche gli illustrissimi consiglieri superiori della magistratura cui Falcone aveva riferito quella bufala. Così come avrebbero dovuto e potuto verificare gli illustrissimi signori del Consiglio Superiore della Magistratura in carica, e presieduto per dettato costituzionale dallo stesso Sergio Mattarella, prima di desecretare anche quell’infelice audizione, vista la persona di cui si parlava, e di inserirla nella pubblicazione disposta in onore di Falcone, come atto quasi riparatorio di tutti i torti fatti a quel magistrato in vita: le famose “sofferenze” denunciate pochi giorni fa dalla sorella Maria, convinta giustamente che il fratello avesse cominciato a morire ben prima di essere ucciso nella strage di Capaci, quando gli fu negata la nomina a consigliere istruttore a Palermo. O quando fu sottoposto ad una specie di processo davanti al Csm per l’accusa rivoltagli dall’allora e ancora sindaco di Palermo Leoluca Orlando di proteggere praticamente i politici collusi secondo lui con la mafia, a cominciare da Giulio Andreotti.

Ma verifiche e controlli su quell’audizione, prima di prenderla per buona pure loro e di sparare contro Mattarella quei due titoli da santabarbara, avrebbero potuto e dovuto farli anche nella redazione del Fatto Quotidiano. Dove continuamente, e da tempo, si danno lezioni agli altri giornali che valorizzano o enfatizzano notizie giudiziarie e voci su politici di parte, per esempio, grillina.

Con quella lettera dell’avvocato di famiglia, peraltro scritta in termini civilissimi ma confinata all’interno del giornale di Travaglio in uno spazio minimale, come una qualsiasi precisazione, il presidente della Repubblica riteneva non solo di avere chiarito tutto ma di potersi anche aspettare qualche parola non dico di scuse, ma quanto meno di rammarico per tutti gli equivoci, a dir poco, intervenuti.

Invece Il Fatto Quotidiano nel prendere atto della smentita, bontà sua, ha ricordato la fonte dell’informazione, cioè dell’errore, invitando di fatto l’avvocato e gli eredi Mattarella da lui rappresentati, compreso quindi il capo dello Stato, a prendersela con la buonanima di Falcone e -aggiungo io- con la dabbenaggine del Consiglio Superiore da lui stesso presieduto.

Mettetela a questo punto come volete, ma dalla vicenda emerge con desolante preoccupazione quanto facile sia in questo Paese giocare con l’onorabilità dei vivi e persino dei morti.

Il povero Bernardo Mattarella a 46 anni dalla sua scomparsa ha ancora bisogno di un avvocato, come se non bastasse la condanna subita da chi lo diffamò in vita, per cercare di riposare in pace. E il figlio Sergio, arrivato al vertice dello Stato, temo che debba ancora imparare a scoprire di quale pasta siamo capaci di essere anche noi giornalisti, e non solo i magistrati di cui lui presiede l’organo di cosiddetto autogoverno.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio del 26 maggio 2017

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