Le vite parallele di Dalemoni e di Renzusconi

A che cosa può portare il livore, umano o politico che sia! In una intervista al Corriere della Sera Massimo D’Alema è arrivato a sostenere di preferire il pur improbabile, secondo lui, 3 per cento del movimento che ha creato con Pier Luigi Bersani e altri uscendo dal Pd e rovesciandone la sigla in Dp, piuttosto che dividere una sola ora in più con l’odiato Matteo Renzi. Il quale altro non sarebbe che un’imitazione di Silvio Berlusconi, tanto da potere farsi cambiare il nome all’anagrafe e chiamarsi Renzusconi.

Questo Renzusconi deve essere il cugino di un altro personaggio politico di fantasia, creato da Giampaolo Pansa negli anni in cui con Berlusconi cercava di andare d’accordo proprio D’Alema. E tanto riuscì ad andarvi da essere aiutato da lui a diventare presidente di un’ambiziosissima commissione bicamerale per le benedette riforme costituzionali. Sembrava una specie di esordiente padre della Patria.

         Il personaggio inventato da Pansa si chiamava Dalemoni. E poco mancò che questi fosse eletto dalle Camere presidente della Repubblica insediandosi al Quirinale, dove vi lascio immaginare che cosa sarebbe riuscito a fare con la supponenza o l’arroganza che lui stesso nell’intervista ha ammesso di possedere, pur assicurando di praticarla solo nei riguardi dei “prepotenti”, o di quelli che egli scambia per tali, con quale facilità di esagerare è facile intuire.

         L’esperienza di Dalemoni al Quirinale ci è stata risparmiata in ben due occasioni -quando sul Colle vi arrivarono invece, in ordine di tempo, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano- solo per la capacità trovata fortunatamente all’ultimo momento da Berlusconi di sottrarsi ai consigli dell’amico e suo già ministro dei rapporti col Parlamento Giuliano Ferrara. Che provenendo da una famiglia comunista di prim’ordine -la madre fu segretaria fedelissima e preziosa di Palmiro Togliatti, chiamato “il Migliore”, con la maiuscola, e il padre, spiritosissimo e coltissimo poeta, oltre corrispondente da Mosca e direttore dell’Unità poi, e infine senatore del Pci- riteneva di conoscere bene e di poter selezionare i compagni di una vita.

Già questo potrebbe bastare ed avanzare per liquidare come merita la rancorosa intervista contro Renzusconi, e il minaccioso invito alla prima metà del suo personaggio, Renzi, di ricordare che deve “farsi una ragione” che lui, Massimo D’Alema, “c’è”: un rottame, per rimanere nel linguaggio del risegretario del Pd, capace di fargli ancora del male. E in effetti lo ha rivelato mettendosi alla testa politica del fronte referendario del no alla riforma costituzionale fortissimamente voluta dall’allora governo Renzi, rovesciato dalla sconfitta, per quanto risorto in qualche modo sotto la guida di Paolo Gentiloni, proposto, anzi voluto dallo stesso presidente del Consiglio dimissionario ma ancora segretario del Pd.

         Ma c’è una cosa che D’Alema si è scordato di dire ai lettori della sua intervista, anche per omissione di domanda da parte del pur ottimo interlocutore Aldo Cazzullo. Si è scordato di dire, in particolare, come mai siano passati ormai quasi sei mesi dalla sua strepitosa vittoria referendaria e nessuno, proprio nessuno, abbia trovato traccia della più semplice ed efficace riforma costituzionale che lui aveva promesso di poter fare proporre dai suoi compagni e di realizzare entro la legislatura.

         L’unica cosa che D’Alema è riuscito a fare è un altro partito valutato nei sondaggi attorno al 3 per cento dei voti. Che, per quanto gratificante per la insolitamente scarsa sete di D’Alema, rimane sempre un 3 per cento: le dimensioni massime del vecchio partito repubblicano raggiunte con Giovanni Spadolini dopo la cura cortisonica di Palazzo Chigi.

L’autorete di Confalonieri col ministro Calenda

Se Carlo Calenda in mancanza dello sviluppo economico dell’Italia, del cui omonimo Ministero è titolare, è davvero tentato – come si dice e si scrive un po’ dappertutto- dallo sviluppo almeno della sua carriera politica, il suo amico ed estimatore Fedele Gonfalonieri, presidente di Mediaset pur aduso alla prudenza per mettere sempre al riparo l’azienda, non gli fatto un grande servizio incoraggiandolo ad emulare il novo presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Che è appena arrivato all’Eliseo dopo essersi messo in proprio, diciamo così, per scomporre i vecchi partiti e offrirsi come il vero e più affidabile garante dell’antilepenismo, paragonabile in Italia non tanto all’antileghismo pur lepenista quanto all’antigrillismo.

Da noi, in effetti, la Lega di Matteo Salvini, così diversa da quella fondata e a lungo guidata da Umberto Bossi, non potrà mai concorrere in voti col movimento pentastellare di Beppe Grillo. Potrebbe al massimo fargli da supporto parlamentare se al partito, o come diavolo preferisce chiamarsi, del comico genovese dovesse riuscire di salire in testa alla graduatoria elettorale e di rivendicare il diritto all’incarico di presidente del Consiglio. Cui ben difficilmente Grillo designerebbe davvero i vari Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, ma forse uno come Piercamillo Davigo. Così finirei paradossalmente per rimpiangere la Repubblica giudiziaria che pur vado lamentando da 25 anni, quanti ne sono passati dal terremoto politico di Tangentopoli, di fronte a quella ancora più autenticamente e sfacciatamente giudiziaria che diventerebbe l’Italia con l’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati a Palazzo Chigi.

Non ditemi, per favore, di stare tranquillo, anzi sereno, come preferirebbe Matteo Renzi, avendo Davigo appena assicurato di non avere ambizioni politiche. Già altri magistrati dissero così e poi ce li siamo trovati parlamentari, ministri e capipartito. Basta un nome per tutti: Antonio Di Pietro.

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Confalonieri non ha fatto un buon servizio a Calenda incoraggiandone la carriera politica, gli ha anzi tirato contro la porta sfondandogli la rete, perché ha allarmato più di quanto già non lo fosse per suo conto il risegretario del Pd Matteo Renzi. Che per le dimensioni del partito che guida e per temperamento ritiene di essere quello che dà le carte. E non ha certamente gradito il discorso di Calenda all’assemblea della Confindustria, dove Confalonieri si è spellato le mani ad applaudirlo prima di correre a salutarlo come il Macron italiano, fingendo furbescamente di scherzare ma non scherzando per niente.

E’ stato un discorso, quello del ministro del (mancato o scarso) sviluppo economico, tutto proteso a contestare la prospettiva delle elezioni anticipate sulla quale invece Renzi è tornato a lavorare, se mai avesse smesso di farlo, ora che ha trovato una sponda nella Forza Italia di Silvio Berlusconi, pur al netto di qualche malpancista azzurro.

Non a caso proprio dopo l’uscita di Confalonieri, che spesso mostra di dissentire dal suo amico di una vita e socio d’affari Silvio Berlusconi non per mettersi davvero di traverso ma solo per un vantaggioso scambio delle parti, Renzi ha frenato il gruppo del suo partito alla Camera nella corsa verso la riforma elettorale in cantiere nella competente commissione per incontrare prima, e di persona, l’ex Cavaliere di Arcore. Al quale- statene certi, al di là o contro tutte le smentite che potranno o dovranno arrivare- chiederà quali intenzioni o progetti abbia davvero per Calenda, magari ricordandogli che l’aiuto offerto dal ministro alla difesa di Mediaset dalla scalata della francese Vivendì non è stata una iniziativa personale, ma di governo. E di un governo presieduto, per scelta e sotto il controllo del suo partito, da Paolo Gentiloni.

Il “Renzusconi” che è appena tornato a denunciare il solito Massimo D’Alema in una intervista al Corriere della Sera, rappresentandolo come il pericolo maggiore per la democrazia italiana, non ha tanta carne politica attorno all’osso, per cui il segretario del Pd non può essere molto generoso, e tanto meno sprovveduto, nella immaginazione dello scenario post-elettorale, quando si potranno o dovranno fare gli accordi di governo, non essendo materialmente prevedibile l’autosufficienza di nessuno dei leader e dei partiti in campo.

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E’ nota, anzi arcinota, l’ambizione di Renzi a tornare anche a Palazzo Chigi, per una seconda edizione del cosiddetto doppio incarico, per quanto esso non abbia portato molta fortuna a chi l’ha praticato nella prima Repubblica, in particolare ad Amintore Fanfani e a Ciriaco De Mita, e neppure a lui. Che è rimasto a Palazzo Chigi per più di mille giorni, come si è sempre vantato l’ex presidente del Consiglio, ma senza riuscire a trasformare il suo maggiore potere in maggiore consenso, visto l’esito disastroso, peraltro non solo per lui, del referendum del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale.

Sono in parecchi fra gli stessi amici vecchi e nuovi, come il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, ad avere sconsigliato e a sconsigliare ancora a Renzi di puntare daccapo su Palazzo Chigi. Ma lui, si sa, è un testone. Non demorde facilmente. Anzi, sembra avere fatto ultimamente un po’ di breccia nel muro di Scalfari, arrivato recentemente a riconoscere che, nonostante tutto, il ritorno alla guida del governo potrebbe rivelarsi utile, se non necessario, a Renzi per portare davvero avanti i suoi apprezzabili propositi di riforma istituzionale dell’Europa: ricorso al ministro unico delle Finanze ed elezione diretta del presidente della Commissione di Bruxelles e insieme anche presidente del Consiglio Europeo.

Sono in parecchi anche a sapere che Berlusconi, per quanto interessato ad un nuovo patto del Nazareno, nonostante le delusioni procurategli dal primo, infrantosi contro lo scoglio dell’elezione del successore di Giorgio Napolitano al Quirinale, teme un’eccessiva visibilità, e potere, di Renzi perché questi è pur sempre, e sempre di più diventerà, un suo concorrente elettorale, specie ora che del Pd non fanno più parte i vari D’Alema e Pier Luigi Bersani.

Messo alle strette, se proprio dovesse rinunciare al progetto di Palazzo Chigi per l’interesse di Berlusconi a tenervelo lontano, Renzi potrebbe consentire nella nuova legislatura la conferma di Paolo Gentiloni, non a caso più volte apprezzato pubblicamente da Berlusconi, non certo la promozione di Calenda, Che userebbe la guida del governo per preparare meglio la sua evoluzione verso il modello Macron indicatogli da Confalonieri, visto che i tempi ormai sempre più stretti delle elezioni non gli consentono di imitare subito il nuovo presidente francese.

 

 

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