Renzi sullo scivolo delle intercettazioni

Per capire le condizioni non so se più comiche o più tragiche nelle quali sono ridotte in Italia l’amministrazione della giustizia e la credibilità dell’informazione, specie di quella che finge di sfidare spavaldamente la legge e il potere per cercare di vendere una copia in più nelle edicole -che peraltro chiudono sempre più numerose, tanto poco vendono ormai i giornali- basterà sapere che a violare il cosiddetto segreto d’ufficio, o istruttorio, si rischiano meno di cinque euro al giorno di multa per un mese. Bastano e avanzano per evitare un mese, appunto, di carcere. E ciò ammesso e non concesso che ci sia in Italia un giudice, dico uno, che sia capace di mandare in galera un giornalista così taccagno da non volere spendere neppure 129 euro: l’equivalente di una buona cena in tre, compresa la mancia al cameriere che si è risparmiato il gusto di rovesciargli addosso qualcosa perché, con quella supponenza che ha, ed esposizione di telefonini ed accessori, gli stava antipatico.

In questa situazione pensate veramente che qualcuno possa prendere sul serio l’immancabile annuncio dell’apertura di un’indagine all’altrettanto immancabile scoop, come si chiama in gergo giornalistico la pubblicazione di qualcosa che i concorrenti non hanno? Per esempio, il brogliaccio di una intercettazione telefonica. Beh, è difficile, direi disumano, trovare qualcuno che possa da una parte preoccuparsi o dall’altra indignarsi e sperare di trovarsi di fronte alla volta buona per vedere qualcuno condannato a pagare sia pure meno di 5 euro al giorno, ma in compenso -magari- qualche magistrato o qualche altro delatore, diciamo così, a rischio di carriera o di posto.

 

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Eppure voglio essere disumano o sciocco, come preferite. E sperare -non foss’altro per vedere smascherare una buona volta qualcuno- che il capo della Procura di Roma, il buon Giuseppe Pignatone, venga veramente a capo dell’origine dello scoop del Fatto Quotidiano –e di chi sennò- che è riuscito nell’impresa che pure sembrava impossibile di danneggiare e nello stesso tempo aiutare la persona presa di mira: in questo caso Matteo Renzi. E chi sennò, di nuovo, visto che il segretario del Pd ha preso ormai stabilmente il posto, quanto a ossessione, del Silvio Berlusconi dei tempi migliori ?

Parlo dello scoop dell’intercettazione telefonica nella quale il 2 marzo scorso, alla vigilia del suo interrogatorio nella Procura di Roma come indagato di traffico d’influenze illecite per gli affari della centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, nota ormai come Consip, Tiziano Renzi si prese una bella ramanzina dal figlio Matteo, preoccupato che il padre con le sue bugie, reticenze o quant’altro gli rovinasse definitivamente la carriera politica. Una ramanzina -ecco l’aspetto doppio dello scoop- che da una parte fa fare a Renzi la figura dello “statista” o della “persona perbene”, come hanno detto i suoi sostenitori, confortati dallo scrupolo dell’ora risegretario del Pd perché il padre dicesse ai magistrati tutta la verità, ma dall’altra lo ripropone alla propaganda dei grillini e dintorni come parte di un giro “familistico” -dicono anche i suoi ex compagni di partito che ne hanno rovesciato la sigla da Pd a Dp- poco consono ad uno statista, o aspirante tale.

Quello uscito peggio dall’intercettazione è il padre di Renzi, che non a caso ha inveito alla maniera grillina contro i giornalisti curiosi di raccoglierne le reazioni. Ma a suo favore, sul piano giudiziario, e almeno sinora, rimane la scoperta fatta dalla Procura di Roma della manipolazione di un’altra intercettazione di un colloquio fra due imputati o indagati usata per contestargli il reato di traffico di influenze illecite. Manipolazione della quale è stato chiamato a rispondere il capitano di un nucleo speciale -ecologico- dei Carabinieri usato per un certo tempo tanto dai magistrati napoletani quanto dai magistrati romani per condurre l’inchiesta Consip.

 

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A questo punto conviene che io vi ricordi alcune date per farvi capire come e perché mi sia venuta la voglia disumana di sperare che il buon Pignatone venga a capo questa volta della solita fuga di notizie e documenti utili non al processo vero, nei tribunali, ma a quello mediatico. Che serve non a cercare e punire il colpevole, ma semplicemente a sputtanare -scusatemi la franchezza- il disgraziato di turno.

La telefonata fra Renzi padre, col telefono regolarmente e prevedibilmente sotto controllo, e Renzi figlio è della prima mattina del 2 marzo scorso. Telefonata il cui brogliaccio steso dalla polizia giudiziaria è appunto lo scoop del Fatto Quotidiano di ieri, 16 maggio.

Appena tre giorni dopo quella telefonata, il 5 marzo, Pignatone decide o annuncia di fare a meno della polizia giudiziaria ereditata da Napoli, sostituendola con un’altra, sia pure della stessa Arma, per proteggere meglio la sua inchiesta da rischi di fughe di notizie o documenti. Ma nel frattempo il brogliaccio di quella telefonata ha preso due strade: una è quella di Roma, dove Pignatone decide di non mettere il documento neppure agli atti non ravvisandovi -come ha annunciato a scoop avvenuto da parte del Fatto Quotidiano– di non avervi trovato nulla di penalmente rilevante, come si dice in gergo tecnico. L’altra strada è quella di Napoli, dove il nucleo dei Carabinieri scaricato, diciamo così, da Pignatone continua a godere della fiducia della Procura. Nella quale lavora, fra gli altri, l’ormai famosissimo sostituto Henry John Voodcok, ora -guarda caso- sotto esame al Consiglio Superiore della Magistratura.

Ma con le date non è finita. Pignatone torna a farsi vivo il 3 aprile con un articolo su Repubblica contro i pericoli della gogna mediatica seguita alla violazione del segreto istruttorio e il 13 aprile con un intervento contro la pratica dei rapporti privilegiati o particolari fra magistrati o uffici giudiziari e certi giornalisti o giornali. Nel frattempo lo stesso Pignatone ha aperto il vaso di Pandora contestando al già ricordato capitano dei Carabinieri di cui si era liberato il 5 marzo la manomissione dell’intercettazione, risalente allo scorso mese di dicembre, servita a coinvolgere nelle indagini il padre di Renzi e a impensierirne il figlio. Che vorrebbe -credo giustamente- un babbo meno loquace, più sincero e meno pasticcione, per quanto sia finito nel tritacarne giudiziario per una intercettazione manomessa.

Raccontatovi tutto questo, lascio la soluzione del giallo dell’ultimo, per ora, scoop del giornale di Marco Travaglio, e dell’inviato giudiziario Marco Lillo, alla vostra fantasia, in attesa alla conclusione delle indagini annunciate da Pignatone.

 

 

 

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La fiction del terribile 1993 tradita dal ricordo di Clelio Darida

L’ultima volta che ci sentimmo, perché ormai ci si sentiva soltanto uscendo lui raramente, già prima di esservi impedito anche da una brutta caduta e dalla frattura del femore, Clelio Darida mi chiese con amara ironia quante possibilità avesse di essere invitato da qualche “rinsavito” a partecipare a qualcuna delle celebrazioni che si stavano organizzando tra Milano e Roma, ma soprattutto a Milano, per i 25 anni trascorsi dall’esplosione della cosiddetta Tangentopoli. O, come le avevo chiamate in un’altra telefonata, sempre con lui, le “infauste nozze d’argento” dell’inchiesta ambrosiana nota come “Mani pulite” con una opinione pubblica assetata di manette e di processi. Ma soprattutto di processi mediatici: quelli che si svolgono sulle piazze, metafore dei giornali, col solito rito sommario, grazie al quale l’avviso di garanzia va inteso alla rovescia, di garanzia cioè per il magistrato che sospetta e accusa, non per lo sventurato che viene iscritto nel registro degli indagati e ne è informato, appunto, per potersi difendere meglio.

Il sarcasmo un po’ vendicativo del mio carissimo amico Clelio, morto novantenne giovedì scorso nella sua abitazione romana, per l’improbabile invito a qualcuna delle celebrazioni di Mani pulite in programma nelle settimane che sarebbero state le ultime della sua vita, era più che giustificato. Egli era stato uno dei bersagli più illustri e più ingiustamente colpiti da quella che ancora in troppi ritengono sia stata l’epopea, addirittura, della lotta alla corruzione e della conseguente e meritata fine -secondo loro- della cosiddetta prima Repubblica. Che era pur stata la Repubblica della ritrovata democrazia, dopo il fascismo, della ricostruzione, dopo la terribile guerra e la liberazione del Paese dall’occupazione nazifascista, e delle coraggiose scelte internazionali lungamente osteggiate e poi riconosciute giuste anche dalla forte opposizione comunista, divenuta proprio per questo riconoscimento anch’essa una forza di governo.

Democristiano, anzi democristianissimo di lunga e stretta osservanza fanfaniana, poi schieratosi con Arnaldo Forlani quando si ruppe la corrente dell’allora presidente del Senato, Darida era stato dal 1969 al 1976 un sindaco di Roma particolarmente operoso e abile. Erano cominciati con lui i lavori di costruzione della metropolitana, con tutte le complicazioni annesse e connesse, la costruzione della panoramica di Monte Mario, la decentrazione amministrativa con la nomina dei primi consiglieri circoscrizionali, il risanamento delle borgate.

Sul piano politico la sua sindacatura era cominciata con una dura contrapposizione al Pci per chiudersi con una giunta monocolore democristiana appoggiata esternamente dal partito guidato a livello nazionale da Enrico Berlinguer. Gli era capitato così, con la preveggenza e il realismo della migliore politica, di precedere a livello capitolino quella linea di “solidarietà nazionale” praticata da Moro e da Berlinguer in Parlamento proprio nel 1976, quando Darida, esaurita la sua esperienza di sindaco, saliva di livello e di grado.

Eletto deputato quell’anno, Darida fu nominato sottosegretario al Ministero dell’Interno nel terzo e quarto governo di Giulio Andreotti, sostenuto dal Pci prima con l’astensione e poi col voto di fiducia. Gli capitò così di partecipare col ministro Francesco Cossiga, e con l’altro sottosegretario all’Interno Nicola Lettieri, moroteo, alla gestione di quella grandissima tragedia politica e istituzionale che fu il sequestro di Moro ad opera delle brigate rosse.

Dal 1979 al 1987 egli fu ministro, in ordine rigorosamente cronologico, dei rapporti col Parlamento, delle Poste, della funzione pubblica e Regioni, della Giustizia e delle Partecipazioni Statali. Incarico, quest’ultimo, che lo portò in rotta di collisione con l’allora segretario del suo partito, Ciriaco De Mita, perché condivise dubbi e proteste del presidente del Consiglio Bettino Craxi e del sottosegretario Giuliano Amato contro la progettata vendita, o svendita, della Sme, che era il reparto alimentare dell’industria pubblica, alla Cir di Carlo De Benedetti. E quando De Mita riuscì a liberarsi di Craxi, per Darida curiosamente non si trovarono più posti di governo disponibili.

All’esplosione di Tangentopoli, nel 1992 con l’arresto del socialista Mario Chiesa a Milano e tutto quello che ne seguì, Darida non si poteva quindi considerare un uomo di prima linea. Avrebbe potuto forse ridiventarlo, con le cadute e le resurrezioni della politica, ma a troncargli la carriera provvidero il 5 giugno 1993 i magistrati di Milano ordinandone l’arresto e destinandolo al carcere ambrosiano di San Vittore, accusato di avere preso tangenti per la costruzione della metropolitana capitolina.

Ma che c’entrava la magistratura di Milano -mi chiederete- con fatti che sarebbero accaduti a Roma? C’entrava per l’abitudine ormai presa a Milano di considerare di propria competenza tutto ciò che di sospetta corruzione poteva essere accaduto ovunque.

Se non mi credete, se pensate che stia esagerando, che sia tra quelli prevenuti verso la Procura milanese guidata con mano ferma in quegli anni da Francesco Saverio Borrelli, vi invito a rileggere con me la pagina 171 del libro autobiografico di Francesco Misiani, magistrato allora in servizio a Roma, intitolato “La toga rossa”. Un magistrato dichiaratamente, direi anzi orgogliosamente di sinistra, prima di sperimentare di persona gli inconvenienti della confusione fra politica e amministrazione della giustizia, e di finire in un’inchiesta per favoreggiamento di un collega -capo dei giudici delle indagini preliminari di Roma, Renato Squillante, accusato e poi condannato per corruzione- che lo avrebbe indotto a lasciare la magistratura, dopo un trasferimento da Roma a Napoli .

A pagina 171 di quel libro Misiani racconta in questi termini un colloquio avuto a Roma col collega Gherardo Colombo, della Procura di Milano, a proposito proprio dell’abitudine dei suoi colleghi ambrosiani di monopolizzare tutte le indagini sul finanziamento illegale della politica: «Colombo rafforzò il suo concetto. “Forse non hai capito, Ciccio, ma qui non dobbiamo decidere chi è competente, ma chi può fare o non può fare le inchieste. A Milano in questo momento storico irripetibile, si possono fare. Qui a Roma, no”».

Se questa era l’opinione del sostituto procuratore Gherardo Colombo, figuriamoci quella del suo capo Borrelli, a Milano. Di cui Misiani, morto purtroppo nel 2009, scrive a pagina 253 del suo libro, dopo avere raccontato dell’arresto di Squillante a Roma: “In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera (Borrelli) aveva spiegato: “I magistrati romani subiscono una pressione atmosferica che talvolta può essere sentita inconsapevolmente e talvolta può portare a connivenze e complicità”. La risposta di Coiro (Michele Coiro, capo della Procura di Roma, n.d.r.) era stata una dichiarazione di guerra. Aveva convocato -fatto insolito per lui- decine di giornalisti nel suo ufficio. Quindi, con calma, aveva dettato la sua replica: “Le parole di Borrelli sono di eccezionale gravità. Sono stato offeso io e l’intero ufficio da un clima e da modi che hanno testimoniato diffidenza nei confronti della nostra indipendenza e del nostro lavoro”.

Ecco quindi che cos’era, o che cos’erano anche Tangentopoli e il lavoro dei magistrati. Per cui, tornando all’arresto di Clelio Darida a Roma e al suo trasporto istantaneo nel carcere di Milano per cose che avrebbe fatto o gli sarebbero state offerte a 500 chilometri circa di distanza, quanti ne stava percorrendo lui da detenuto, è facile immaginare che cosa gli potesse passare per la mente: a lui, poi, che essendo stato guardasigilli poteva conoscere meglio di altri l’ambiente in cui gli era capitato di finire stando dalla parte di un comune cittadino.

L’accoglienza di Darida a San Vittore non fu delle migliori da parte dei detenuti, abituati a dileggiare i “ladri” che da un anno venivano ordinariamente e quasi quotidianamente portati, sino a poco prima potenti politici e addirittura ministri, e persino della Giustizia. Dopo la prima domenica trascorsa da detenuto, in fila con gli altri per ricevere la comunione nella messa ai carcerati, il direttore del penitenziario si trovò nella incresciosa situazione di chiedere a Darida di astenersene perchè, con le forze di cui disponeva, temeva di non potergli garantire tutta la sicurezza che meritava. E Darida pazientemente lo accontentò.

Per sua fortuna -si fa per dire- quell’estate del 1993 fu torrida sotto tutti i punti di vista. Il 20 luglio si uccise nella cella di San Vittore l’ormai ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, da troppo tempo in custodia “cautelare”, dopo avere scritto una terribile denuncia dei metodi degli inquirenti, ai quali non si era deciso a raccontare quello che si aspettavano a carico di altri, a cominciare naturalmente da Bettino Craxi. Il 23 luglio si uccise a casa sua, a Milano, Raoul Gardini per evitare un interrogatorio da parte di Antonio Di Pietro che immaginava fondatamente destinato a chiudersi col suo trasferimento proprio a San Vittore.

Una volta tanto, i maniaci della manette, i dimostranti smaniosi di vederle scattare alla loro presenza ai polsi del primo disgraziato di passaggio, meglio se noto, vacillarono per qualche giorno. E Darida fu scarcerato il 9 settembre, senza però che i magistrati milanesi rinunciassero a tenersi strette le sue carte processuali. Per togliergliele di mano e indurli a rispettare la competenza territoriale di Roma, nonostante quello che dei magistrati romani pensassero i loro colleghi ambrosiani, a cominciare dal capo Borrelli, dovette intervenire la Corte di Cassazione. Alla quale peraltro si erano rivolti imputati diversi da Darida, tanto questi era da ex guardasigilli timoroso di sembrare un privilegiato, un prevaricatore, o come altro erano considerati i politici.

L’inchiesta a Roma si concluse con l’accertamento della insussistenza delle accuse o dei sospetti, per cui Darida fu prosciolto senza essere neppure rinviato a giudizio. E la chiusura formale della pratica fu ritardata di qualche settimana perché qualcuno da Milano, avvertendo il rischio di ispezioni ministeriali per altri fatti contestati al cosiddetto rito ambrosiano, chiese ai colleghi di Roma, per quanto disprezzati come protagonisti del famoso “porto delle nebbie”, di non fare sovrapporre eventi scomodi.

Nel 1997 Darida avrebbe ottenuto un risarcimento di 100 milioni di lire per ingiusta detenzione: sufficienti forse -ma molto forse- a coprire le spese legali sopportate per difendersi, del tutto e sicuramente insufficienti a ripagare lui, la moglie Wilma e le figlie dal dolore e dalle umiliazioni subite.

E quel benedett’uomo di Silvio Berlusconi non ebbe mai la tentazione di ripagare Darida di tutti i torti subiti riportandolo al Ministero della Giustizia alla prima occasione utile, dopo avere peraltro esordito come presidente del Consiglio incaricato, nel 1994, offrendo il Ministero dell’Interno ad Antonio Di Piero. Scusalo, Clelio carissimo, dove ora stai e dove prima o dopo, se la fede non mi fregherà, potrò raggiungerti, come ho scritto in altra sede per un altro amico che ho perduto di recente e ti somigliava, per cultura e gentilezza, anche se politicamente così diverso da te: Valentino Parlato. Che commentò la tua vicenda- credimi- dicendomi una volta tra un caffè e una sigaretta: “Che schifezza”.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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