La memoria claudicante della figlia di Scalfaro

Alle celebrazioni del venticinquesimo anniversario della strage di Capaci ha voluto in qualche modo partecipare, con una intervista al quirinalista del Corriere della Sera, anche Marianna Scalfaro. Che si può ben considerare testimone importante di quella stagione politica, e non solo politica, terremotata dal tragico attentato al magistrato Giovanni Falcone, che più di tutti aveva saputo combattere la mafia, sino ad essere ammazzato per vendetta con la moglie e mezza scorta.

L’onda d’urto di quell’esplosione catapultò in soli due giorni dalla presidenza della Camera al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, di cui Marianna non era solo la figlia. Ne era anche la confidente e la consigliera, più di tutti gli altri “in decreto”, come si dice di quelli nominati ufficialmente, al Quirinale e altrove, nei vari settori di competenza.

Per Scalfaro la figlia era letteralmente tutto. Quando ne parlava il padre, da me molto frequentato sino a quando non salì tanto in alto da diventare inavvicinabile e non prese iniziative dalle quali dissentii profondamente, ricavandone una dura protesta telefonica che segnò la fine dei nostri rapporti personali, s’inorgogliva e si commuoveva sino alle lacrime.

L’angoscia del presidente, raccontata dalla figlia, per la tragedia di Capaci e le altre che seguirono, compreso naturalmente l’assassinio di Paolo Borsellino, era indubbiamente autentica. E altrettanto autentico il timore che non fosse “solo mafia” quello che si muoveva contro lo Stato. Così come il presidente cominciò a dubitare anche pubblicamente, a furia di celebrarne gli anniversari, che ci fosse stato solo terrorismo dietro quel l’altra tragedia della Repubblica costituita dal sequestro e dall’assassinio di Aldo Moro.

Eppure, c’è una cosa dei ricordi di Marianna Scalfaro che non mi convince, e ancor meno mi convincerebbe se fosse anc’hessa riconducibile alle convinzioni maturate dal padre in quei giorni e anni terribili di Capaci, via D’Amelio, a Palermo, e altro.

Non mi convince, in particolare, “che la Seconda Repubblica -come la figlia di Scalfaro ha detto a Marzio Breda- abbia cominciato a nascere con Tangentopoli e Capaci insieme”.

A Capaci, e tappe successive, si consumò un fenomeno criminale, frutto di disperati messi in ginocchio dallo Stato della pur tanto odiata e disprezzata Prima Repubblica, per ripetere le maiuscole di Breda e di Marianna Scalfaro. Una Repubblica nella quale si era riusciti a fare e a concludere nei tre gradi di giudizio un maxi-processo che nessuno dei referenti politici, reali o presunti, della mafia aveva potuto e forse neppure voluto bloccare o vanificare.

Tangentopoli non può invece essere liquidata, come usava dire il predecessore di Scalfaro al Quirinale, e non solo Bettino Craxi nell’aula di Montecitorio, come lo specchio o il prodotto di una politica tanto profondamente e diffusamente disonesta da essere liquidabile come criminale.

Alla cosiddetta seconda Repubblica, per la quale potrebbe francamente bastare la minuscola, si arrivò, fra il 1993 e il 1994, col referendum contro il sistema proporzionale, l’approvazione di una nuova legge elettorale, avvenuta sotto il governo di Carlo Azeglio Ciampi, e la sua applicazione alle elezioni vinte a sorpresa dall’esordiente Silvio Berlusconi.

Se invece intendiamo per seconda Repubblica, come si potrebbe anche fare, o addirittura si dovrebbe, un profondo cambiamento, diciamo pure ribaltamento degli equilibri istituzionali, oltre che politici, dobbiamo riferirci a Tangentopoli come a un pretesto, o al massimo un’occasione, non come a una causa.

Il rovesciamento degli equilibri istituzionali, prima ancora di quelli politici subentrati nel 1994, avvenne precisamente il 6 marzo 1993, quando Scalfaro annunciò, qualche ora dopo una forte protesta televisiva del capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, il rifiuto a dir poco clamoroso, comunque inedito nella storia repubblicana, di firmare un decreto legge approvato il giorno prima dal governo guidato da Giuliano Amato.

Quel decreto legge, passato in modo infausto alla storia col nome dell’allora Guardasigilli Giovanni Conso, e ricalcante per sommi capi un disegno di legge appena approvato in commissione al Senato, doveva costituire la cosiddetta “uscita politica” da Tangentopoli depenalizzando, fra l’altro, il finanziamento irregolare ai partiti.

Dal Consiglio dei Ministri esso tuttavia era stato licenziato in modo diverso da come vi era arrivato, al termine di una lunghissima riunione, interrotta una ventina di volte per consentire, come raccontò poi in ripetute interviste, fra gli altri, il ministro democristiano Sandro Fontana, consultazioni fra gli uffici, quanto meno, di Palazzo Chigi e del Quirinale, se non direttamente fra Amato, Conso e Scalfaro, man mano che si procedeva con l’esame degli articoli.

Commenti tutto sommato favorevoli a quel provvedimento erano già usciti su giornali non certamente sospettabili d’indulgenza verso Tangentopoli: la Repubblica fondata e diretta da Eugenio Scalfari e l’Unità, il quotidiano storico del Pci e sigle successive diretto allora da Walter Veltroni. Ma prevalse su tutti e su tutto il parere, o il potere, come preferite, di Borrelli. Che dichiarò di essere solo insorto contro le voci di una preventiva e positiva consultazione avvenuta fra esponenti del governo e della Procura da lui diretta. Alcuni dei quali, compreso Antonio Di Pietro, avevano però partecipato, in modo evidentemente incauto, a convegni sul modo di uscire da Tangentopoli, vista la sua riconosciuta e vasta diffusione, su un piano non esclusivamente giudiziario.

Fu -ripeto- in quella maledetta o benedetta giornata del 6 marzo 1993, secondo i gusti, che nacque la seconda edizione della Repubblica, caratterizzata dalla perdita del primato, non più riconquistato nella sostanza, della politica.

 

Pubblicato su Il Dubbio del 24 maggio 2017, a pagina 14 dei commenti

A 25 anni, forse inutili, dalla strage di Capaci

La strage di Capaci – come viene comunemente chiamata quella compiuta esattamente 25 anni fa non là ma sull’autostrada che porta dall’aeroporto Punta Raisi alla città di Palermo, vicino allo svincolo per raggiungere il Comune di Capaci, appunto- non si limitò a togliere la vita al magistrato Giovanni Falcone, distaccato allora al Ministero della Giustizia per dirigerne gli affari penali, alla moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrata, e a tre agenti della scorta risparmiandone solo per caso altri quattro. Essa fece anche perdere letteralmente la faccia al Consiglio Superiore della Magistratura, che aveva procurato al povero Falcone bocciature a dir poco immeritate e si accingeva a procurargliene un’altra ancora, negandogli la guida della Procura nazionale antimafia di cui lui aveva fortemente voluto l’istituzione.

Per il trattamento riservato a Falcone, già da tempo a rischio di attentati da cui in qualche modo lo aveva per un pò protetto l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga patrocinandone la nomina a dirigente del Ministero della Giustizia, l’organo di autogoverno delle toghe demeritò l’aggettivo “superiore” conferitogli dalla Costituzione.

Piuttosto che superiore, appunto, si dimostrò inferiore il Consiglio della Magistratura. Che lo ha praticamente ammesso riparando all’errore con una eccezionale commemorazione di Falcone nel venticinquesimo anniversario della morte. Una commemorazione presieduta dal capo dello Stato in persona, che ne ha sottolineato le straordinarie doti di investigatore, e alla quale non si è lodevolmente avuta paura di invitare la sorella del celebrato, Maria. La quale ha rinfacciato al Csm le “sofferenze” procurate al fratello proprio nell’aula in cui parlava, aggiungendo che lui proprio per l’ingiusto trattamento ricevuto dai suoi colleghi e insieme giudici aveva “cominciato a morire” prima ancora di essere materialmente ucciso dalla mafia: quella stessa che Falcone col suo maxiprocesso era riuscito a mettere in ginocchio facendo erogare una sfilza di ergastoli col suo collega Paolo Borsellino, non a caso assassinato pure lui meno di due mesi dopo con un’altra strage.

 

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Oltre a celebrarne la memoria con i discorsi, il Consiglio della Magistratura ha dedicato a Falcone, quasi come gesto riparatorio, una pubblicazione ricavata con i documenti desecretati della sua “sofferenza”: ricavata cioè dai fascicoli, personali e non, nei quali si trovano tutte le prove delle decisioni prese ingiustamente contro di lui, sia pure nel rispetto formale di norme che dovevano pur essere irragionevoli e sbagliate se hanno potuto essere applicate in maniera così clamorosamente distorta.

Al povero Falcone il Csm non solo negò le nomine, anzi promozioni, a consigliere istruttore, a procuratore del tribunale di Palermo e ad alto commissario antimafia. Ma riservò anche un processo su denuncia o per effetto di accuse, fra gli altri, dell’attuale sindaco di Palermo Leoluca Orlando, convinto che Falcone avesse trattenuto nei suoi cassetti prove contro il ruolo che avrebbero svolto esponenti andreottiani della Dc nell’uccisione dell’allora governatore della Sicilia, anche lui democristiano, Piersanti Mattarella, fratello dell’ora presidente della Repubblica. Fu proprio in quell’occasione che Falcone, difendendosi con orgoglio pari alla sua onestà e competenza, contestò il diritto rivendicato già allora da alcuni suoi colleghi, e ancora oggi praticato con una certa frequenza, di usare come “una coltellata” l’avviso di garanzia. Che sempre di più si sarebbe infatti trasformato in un atto ostile all’indagato, anziché in un atto appunto di garanzia: tanto ostile da poter diventare strumento per i processi mediatici svoltisi col solito rito sommario, spesso smentiti poi nelle conclusioni dai processi veri, nei tribunali, con verdetti ignorati però dai giornali, o declassati a notizie minori, da pagine interne o ultime, contro le prime pagine dedicate invece alla gogna iniziale.

Di tutte queste cose elementari il povero Falcone dovette essere in qualche modo insegnante davanti ad un consesso composto di persone che avrebbero dovuto saperne quanto lui, e quindi risparmiargli o l’onere della lezione, nella migliore delle ipotesi, o l’umiliazione di doversi giustificare. Una umiliazione aggravata dal fatto -teniamolo bene a mente- che nessuno degli accusatori e dei denigratori di Falcone è mai stato davvero punito. Tutti hanno invece continuato a fare la loro carriera, giudiziaria o politica, o addirittura entrambe insieme.

D’altronde il retroterra, diciamo così, del Consiglio della Magistratura era, come purtroppo è ancora sotto molti versi, quello di una categoria che non aveva ritenuto Falcone degno di essere eletto all’organo di autogoverno quando vi si era candidato. E che continua a soffrire degli stessi mali, o vizi, lamentati a suo tempo da uno che se ne intende come Luciano Violante per spiegare l’ostilità di tanti colleghi per Falcone: la gelosia, l’invidia, il protagonismo, cioè la vanità, il carrierismo, il correntismo. Che è parente stretto di un altro male diffuso fra i magistrati: l’incapacità di dimenticare nell’esercizio delle loro funzioni le proprie simpatie o antipatie politiche, e persino la militanza partitica.

 

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Pur protagonista, sul versante dell’accusa, di un processo addirittura maxi contro i capi della mafia che si buscarono un bel po’ di ergastoli, da alcuni latitanti evitati solo per qualche anno perché prima o poi finirono anch’essi in galera, come Totò Riina e Bernardo Provenzano, l’uno per rimanervi ancora in regime durissimo e l’altro per morirvi davvero, Falcone non aveva la smania dei processi. Non decideva mai di arrivarvi ad ogni costo, anche a quello consapevole di perderli, come accadeva e accade ancora a molti suoi colleghi. O era sicuro del suo cosiddetto impianto accusatorio, cioè delle prove raccolte e sostenibili nel dibattimento pubblico, o vi rinunciava.

Di un’altra cosa ancora Falcone era convinto, anche se parecchi magistrati finsero di non capire quando lui era in vita e contestano ora che lui non c’è più e non può contraddirne le interpretazioni del suo pensiero basate su cavilli e distorsioni: la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Alla quale credo che si stia convertendo, se non si è già convertito, l’ex presidente della Camera e magistrato Luciano Violante. Il quale tuttavia è persuaso, forse giustamente, anche di fronte a ciò che sta accadendo fra Napoli e Roma nella gestione dell’inchiesta sugli appalti della Consip, che prima ancora di separare le carriere dei pubblici ministeri dai giudici occorra separare quelle degli stessi pubblici ministeri dai cronisti giudiziari.

 

 

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