Il conte Gentiloni a Taormina pensando a Renzi

Il conte Paolo Gentiloni non sa fingere, pur consapevole che la capacità di farlo sia invece un buon requisito di un leader, o di uno destinato alla leadership. E poi, anche la regola della capacità di fingere per diventare un leader non occasionale ha avuto le sue eccezioni.

Alcide De Gasperi, per esempio, era uno incapace di fingere, più triste che allegro, consapevole della quantità e della gravità dei problemi di un Paese da ricostruire materialmente e moralmente dopo i danni immani di una guerra. E Aldo Moro, a dispetto delle apparenze, o della maschera dell’ambiguità cucitagli addosso dagli avversari, specie dopo la formula famosa delle “convergenze parallele”, non fingeva per niente perché, gratta gratta, le cose le diceva chiaramente. Non lo capivano solo quelli che per opportunismo o per partito preso non volevano capirlo.

Una volta rapito dalle brigate rosse, mentre tutti reclamavano la finzione dello “statista” impavido, e indicavano a distanza come esempio le lettere di coraggio scritte ai familiari dai combattenti consapevoli di rischiare la morte o già condannativi, Moro dimostrò con le sue missive dalla cosiddetta prigione del popolo quanto forte fosse la sua voglia e necessità di vivere. E la convinzione che non convenisse neppure allo Stato la cosiddetta linea della fermezza adottata contro di lui dal governo che pure egli aveva contribuito a far rimanere al suo posto, sotto la guida di Giulio Andreotti e dopo una crisi provocata dal Pci di Enrico Berlinguer. Che voleva scambiare la conferma dell’appoggio esterno, passando dall’astensione ad un regolare e contrattato voto di sfiducia, con la nomina a ministri di due “indipendenti” eletti nelle liste comuniste, o almeno con la rimozione di due ministri democristiani particolarmente invisi alle Botteghe Oscure: Carlo Donat-Cattin e Antonio Bisaglia.

Il Pci non ottenne né l’una né l’altra cosa. E la fermezza contro Moro né fermò le brigate rosse, vinte negli anni successivi solo grazie alla cattura e al pentimento di Patrizio Peci, né salvò la permanenza del Pci nella maggioranza, dissoltasi sette mesi dopo l’assassinio del presidente della Dc.

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Ma torniamo a Gentiloni e alla sua incapacità di fingere, o di fingere più di tanto. Lo avete visto tutti in televisione a fare il padrone di casa a Taormina per il famoso e tanto atteso G7, politicamente eccezionale anche per l’esordio dei nuovi presidenti degli Stati Uniti e della Francia, per non parlare della nuova dimensione dell’Inghilterra dopo la Brexit.

Pur sorridente nel ricevere gli ospiti, il presidente del Consiglio dev’essere apparso anche a loro, come agli spettatori televisivi, più stanco che in forma, più curvo che dritto, più triste o preoccupato che felice.

Ho sentito, fra gli amici, più spiegazioni di questo senso di stanchezza e di preoccupazione. La spiegazione, per esempio, dell’imbarazzo procurato a Gentiloni solo a pensare al risegretario del Pd Matteo Renzi, che lo volle al suo posto, a Palazzo Chigi, dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, per lasciarvelo solo per qualche settimana o due o tre mesi: il tempo necessario per strappare al capo dello Stato le elezioni anticipate, tornare alla guida del governo e fare lui il padrone di casa al vertice mondiale in Sicilia, in una località e in uno scenario ch’egli stesso d’altronde aveva scelto. O la spiegazione di una preoccupazione per la forte, anzi fortissima ripresa dei titoli delle elezioni anticipate nella Borsa della politica. Ormai tutto sta correndo, in effetti, verso l’approvazione di una ulteriore riforma o riformetta elettorale che consenta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di sciogliere le Camere per rimandare alle urne gli italiani già il 24 settembre, il giorno delle elezioni tedesche, o poco più in là.

Un’altra spiegazione ancora della stanchezza, della tristezza, comunque del tono dimesso di Gentiloni a Taormina ve la riferisco solo per dovere d’informazione, considerandola del tutto sbagliata, anzi ridicola. Sarebbe la delusione del conte per non avere più il tempo di preparare e gestire quell’atto di eroismo, di responsabilità e quant’altro assegnatogli a tavolino dai suoi estimatori, che è la legge finanziaria del 2018.

Ho sempre considerato quest’ambizione attribuita o assegnata al presidente del Consiglio una grandissima bufala, se non vogliamo chiamarla addirittura idiozia. Non un eroe, uno statista responsabile in quanto tale, ma solo un pazzo, o uno sprovveduto, potrebbe ambire a Palazzo Chigi a fare una legge finanziaria di grossi sacrifici, se non di lacrime e

sangue, per poterne incassare gli effetti impopolari qualche settimana o mese dopo l’approvazione, nelle elezioni alla scadenza ordinaria della legislatura.

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Se proprio volete sapere l’impressione che ho ricavato da quei sorrisi stentati e formali del presidente del Consiglio a Taormina è quella di una certa preoccupazione, o ansia, per l’imminente incontro fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, già accomunati nel personaggio unico e immaginario di Renzusconi da un Massimo D’Alema che non saprei se più disinvolto o provocatore, dimentico di avere tanto vistosamente preceduto Renzi sulla strada dell’intesa con l’odiato, adesso, leader di Forza Italia da procurarsi il soprannome di Dalemoni da Giampaolo Pansa. Un Dalemoni portato dall’uomo di Arcore alla presidenza della commissione bicamerale per le riforme costituzionali e gratificato dalle marmellate della moglie di Gianni Letta, consigliere principe, ambasciatore e altro ancora dell’allora Cavaliere.

E’ naturale -o innaturale se non avvenisse- includere fra i temi su cui accordarsi nell’incontro in preparazione fra Renzi e Berlusconi, oltre al contenuto della riforma elettorale, e alle soglie di sbarramento da cui si sentono minacciati, su versanti opposti, sia il centrista Angelino Alfano sia il baffuto D’Alema, valutato nei sondaggi attorno ad un modesto tre per cento dei voti, lo scenario governativo post-elettorale. Uno scenario in cui

non può certamente definirsi secondario il destino di Gentiloni. Il quale potrebbe rimanere a Palazzo Chigi o tornare alla Farnesina con una staffetta rovesciata rispetto a quella di dicembre scorso.

Poiché la carne è notoriamente debole, non ci sarebbe nulla di male se il conte presidente del Consiglio, per quanto stanco, volesse essere confermato, non importa se più per la generosità di Renzi o per la forza negoziale di un Berlusconi al quale il risegretario del Pd tutto potrebbe francamente concedere fuorché la promozione del ministro Calenda, appena sponsorizzato dall’imprudente presidente di Mediaset Fedele Confalonieri.

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