Una Finocchiaro troppo nera e triste

Mi ha colpito l’altro giorno alla Camera, seduta su una poltrona del famoso e cosiddetto Transatlantico, che non è naturalmente una nave, l’aspetto dimesso e triste della ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro. L’abito nero e il colore scuro della montatura degli occhiali contribuivano a farla apparire giù di salute, oltre che di umore. Qualche tocco di rosso, cui lei ricorre spesso, come quella volta galeotta in cui fu fotografata, vestita appunto di rosso, in un grande emporio, con la scorta che cavallerescamente le spingeva il carrello della spesa, le avrebbe sicuramente donato. Ma, ripeto, tutto quella mattina era nero in lei. E me ne dolsi sinceramente.

Ho capito solo dopo perché la ministra fosse in quello stato. E mi sono rasserenato. Non era questione di salute, ma solo di umore. Umore tutto politico. Le era forse appena arrivata la notizia dell’arrabbiatura confidata dal risegretario del Pd Matteo Renzi agli amici, al Nazareno, per il pasticciaccio della norma di modifica della legittima difesa. Un pasticciaccio ormai noto, a torto o a ragione, come quello della licenza di sparare al ladro di notte, dentro casa o in fuga, che porta un po’ la maternità della ministra perché derivato da un suo emendamento di compromesso fra la posizione del collega di governo Angelino Alfano e quella del guardasigilli, e suo compagno di partito, Andrea Orlando. Che è stato peraltro anche il candidato alla segreteria del Pd sostenuto dalla Finocchiaro, a sorpresa di Renzi, della cui riforma costituzionale al Senato l’allora presidente della competente commissione era stata quasi co-autrice, spiegando così in una intervista perché gli avesse perdonato l’attacco fattole per quel carrello affidato alla scorta nell’emporio: “Con lui si è creata la piacevole impressione che tutto sia finalmente possibile”. Anche cambiare la Costituzione, salvo essere bocciati dagli elettori.

UnaCon questi precedenti, fatti di polemiche, sorprese, speranze, illusioni e delusioni, l’umore e il color nero della sempre avvenente e signorile Finocchiaro sono comprensibili. Ma tutto passa, anche in politica. E poi, c’è sempre quel tocco di rosso che alla ministra sta bene, anzi benissimo. Se lo faccia consigliare da un sincero estimatore.

Sparare di notte al ladro è più urgente di votare al bisogno

Oddio, non per fare lo spiritoso a tempo perso, o per il gusto di trovarmi una volta tanto d’accordo con Marco Travaglio e col suo Fatto Quotidiano, o per ruffianeria verso Matteo Renzi, che ha esordito come risegretario del Pd prendendo le distanze dal provvedimento appena approvato dalla Camera, ma questa storia di potersi sentire più sicuri, nei sempre difficili rapporti col magistrato di turno, sparando di notte contro l’intruso che entra o cerca di entrarti in casa, o fugge via dopo che lo hai scoperto, sembra anche a me una boiata pazzesca. Vi contribuisce il rispetto che vorrei avere dei ricordi della mia infanzia e delle favole che, se fossi anche nonno, oltre che anziano, vorrei raccontare ai miei nipotini.

E’ la favola della befana che vien di notte, con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana….e via via in quella che più vi piace delle dodici versioni esistenti di questa giocosa filastrocca con la quale si possono, fra l’altro, considerare davvero concluse le feste di Natale e Capodanno. Che facciamo noi grandi e spesso anche scimuniti, o i bambini, ragazzi e giovanotti addestrati dalla televisione agli spettacoli dei presunti buoni in lotta selvaggia contro i presunti cattivi? Ci mettiamo a sparare contro la befana scambiandola per un ladro travestito? E’ possibile che i nostri legislatori, con tutto quello che succede in Italia, in acqua, terra e aria, non trovino di meglio e di più urgente da fare? E’ possibile provocare così tanto la pazienza dell’illustrissimo signor presidente della Repubblica, che con quella bella chioma e una scopa in mano potrebbe peraltro sembrare un befano in servizio permanente effettivo, quindi anche fuori stagione?

Il povero Sergio Mattarella, dopo avere sprecato -a questo punto- un bel pranzo con entrambi i presidenti delle Camere, sta ancora aspettando al Quirinale notizie degne di questo nome su quella riforma o riformetta elettorale sollecitata con buone, anzi eccellenti ragioni. Cioè, per poter disporre di tutte le prerogative assegnategli dalla Costituzione nel caso in cui gli scoppiasse tra i piedi o le mani una crisi di governo. Che è una cosa possibile non solo per qualche incidente parlamentare, magari provocato più o meno dietro le quinte da un Renzi smanioso di andare alle elezioni anticipate, fosse pure per perderle come il referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale, ma anche a causa di una decisione spontanea e per nulla sofferta del conte Paolo Gentiloni Silveri di dimettersi in autunno, piuttosto che dover preparare una legge finanziaria di lacrime e sangue destinata a fargli intestare la sconfitta nelle elezioni politiche ordinarie nella primavera dell’anno prossimo.

 

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Messo di fronte ad una crisi e chiamato a risolverla per obbligo costituzionale, il povero Mattarella dovrebbe inventarsi un governo con un’assai improbabile maggioranza predefinita, in un Parlamento dove si sprecano i partiti che reclamano le elezioni, e si sprecherebbero pure i deputati e i senatori di prima nomina, che sono tanti, se dovessero e potessero scegliere a fine settembre, dopo avere maturato il diritto al vitalizio, o come altro si chiama la pensione con i contributi versati nei soli quattro anni e mezzo del loro mandato. O il povero Mattarella dovrebbe procedere direttamente allo scioglimento anticipato delle Camere lasciando al conte Gentiloni l’onere di rimanere in carica per gli affari di ordinaria amministrazione, compreso il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio di bilancio.

Ma le elezioni dovrebbero in questo caso svolgersi, anche contro la volontà e le opinioni del presidente della Repubblica, con le due leggi in vigore, una per il Senato e l’altra per la Camera, nel testo uscito dalla sartoria della Corte Costituzionale col certificato ufficiale di immediata applicabilità.ono due leggi così diverse fra di loro da produrre un Parlamento mostruoso, senza la minima possibilità che la maggioranza di una Camera, anche la più fantasiosa, sia compatibile con quella del Senato. E senza quindi la possibilità che un governo riscuota la fiducia di entrambe, com’è obbligatorio per la Costituzione sopravvissuta alla bocciatura referendaria della riforma targata Renzi.

E’ come se la sartoria della Corte Costituzionale avesse venduto ad un cliente di taglia 52 un abito composto da una giacca di taglia 56, pantaloni taglia 44 e gilè taglia 50. E avesse risposto alle rimostranze del cliente dicendo di rivolgersi ad un’altra sartoria, quella del Parlamento, per farsi rimettere a posto tutto. E la sartoria del Parlamento, a sua volta, avesse risposto al cliente, fosse pure il presidente della Repubblica in persona, scortato dai suoi Corazzieri, di avere altre cose più urgenti da fare. E pazienza se nel frattempo si rompesse l’unico abito che indossa e il presidente dovesse andare nudo per strada e per gli uffici del suo Quirinale.

Vi sembrerà paradossale, pazzesca, ma è esattamente questa la situazione nella quale il capo dello Stato è stato messo sia dal Parlamento sia dalla Corte Costituzionale, pur provenendo da entrambi e aspettandosi, non foss’altro per questo, una maggiore comprensione o condivisione.

 

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La Camera, nella cui commissione competente giace -nel verso senso della parola- il problema della riforma o riformetta elettorale, ha ritenuto di dare precedenza alla questione di se e come sparare al ladro di turno, vero o presunto, in quali ore e con quali modalità, correndo meno rischi giudiziari possibili. E ciò pur essendo in vigore, su questa stessa materia, una norma di legge varata a suo tempo da una maggioranza di centrodestra, socialmente e politicamente sensibile a un simile problema.   Ma è uno schieramento oggi diviso, prevalentemente all’opposizione, unito solo nel rivendicare l’urgenza di un cambiamento, salvo tornare a dividersi sul come. Infatti, dovendo inseguire gli stessi segmenti di elettorato, in previsione di elezioni che non si sa -ripeto- con quale legge potranno o dovranno svolgersi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini non si riconoscono nelle modifiche alle norme sulla legittima difesa che il “traditore” Angelino Alfano ha strappato alla maggioranza di cui fa parte.

 

Se tutto questo è accaduto alla Camera, vi lascio immaginare cosa potrà e dovrà accadere al Senato, dove i numeri della maggioranza sono ballerini e la partita della concorrenza apertasi all’interno di quello che fu il centrodestra si farà più accanita e pasticciata.

A questo punto, essendo forte il rischio che non si riesca a realizzare nulla, forse la Befana potrà sperare di farla franca.

 

 

 

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