Cominciò per scherzo il postificio Antimafia

Rosy Bindi, tornata sulle prime pagine dei giornali per l’annuncio di non volersi più ricandidare al Parlamento con la fine di questa legislatura, avendo peraltro già goduto di una deroga al limite dei mandati fissato nello statuto del suo partito, è la quindicesima presidente della commissione parlamentare antimafia. Quindicesima di un elenco che comprende, dal 1963, e nell’ordine in cui si sono succeduti in questi 54 anni, Paolo Rossi, Donato Pafundi, Francesco Cattanei, Luigi Carraro, Nicola Lamenta, Abdon Alinovi, Gerardo Chiaromonte, Luciano Violante, Tiziana Parenti, Ottaviano Del Turco, Giuseppe Lumia, Roberto Centaro, Francesco Forgione e Giuseppe Pisanu.

La lista sarebbe più lunga, sia pure di un solo nome, se la serie delle commissioni parlamentari antimafia non fosse stata interrotta nel 1976, con la legislatura della cosiddetta “solidarietà nazionale”, durata meno di tre anni, durante i quali non fu evidentemente ravvisata la necessità di ricorrervi. E non perché non si fosse trovato il tempo per proporla con la solita legge e allestirla. Una commissione antimafia fu proposta e fatta persino nella legislatura in assoluto più corta dell’intera storia repubblicana: quella fra il 1992 e il 1994. Che fu anche la legislatura di Tangentopoli, Mani pulite, delle morti per mafia di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, delle presunte trattative fra lo Stato e la mafia delle stragi, del suicidio del deputato socialista Sergio Moroni, delle monetine contro Bettino Craxi, del referendum elettorale per il sistema maggioritario, della pur parziale abolizione dell’immunità parlamentare ed altro ancora. Fu una legislatura tanto breve quanto intensa e drammatica, durante la quale la Bindi si allenò alla segreteria regionale veneta della Dc per approdare la prima volta alla Camera nel 1994. E rimanervi ininterrottamente sino ad ora, facendo più volte anche la ministra.

Ma la Bindi, sempre lei, resterà la presidente anche dell’ultima commissione parlamentare antimafia? Se lo stanno chiedendo in tanti perché proprio l’annuncio della fine della carriera politica della deputata ex democristiana ha fornito l’occasione per chiedersi se sia il caso di ricostituire nella nuova legislatura la ormai “solita” commissione antimafia. Che rischia in effetti, specie con i nuovi strumenti di cui dispone la magistratura ordinaria per contrastare questa ed altre forme di criminalità organizzata, di apparire o un banale postificio -da posti- o la certificazione non certo esaltante del carattere organico della mafia nel tessuto nazionale. Ma in questo caso il Parlamento dovrebbe provvedere non alla costituzione di una commissione d’inchiesta, che ha in sé una natura straordinaria e quindi provvisoria, ma una commissione permanente, ordinaria, da aggiungere alle altre di questo tipo esistenti alla Camera e al Senato: esteri, affari costituzionali, giustizia, affari sociali, ambiente, eccetera.

I più giovani, o i meno anziani, forse non ci crederanno, ma il sospetto o la tentazione di fare della commissione parlamentare antimafia un postificio, come tanti altri, si avvertì sin dai suoi primi tempi: diciamo, già al terzo anno di vita dell’organismo d’inchiesta. E lo si avvertì per uno scherzo, un gioco, chiamatelo come volte, di cui mi capitò di essere testimone, e in qualche misura anche partecipe. Provo a raccontarvelo.

Il 21 gennaio 1966 il secondo governo di centrosinistra organico presieduto da Aldo Moro si dimise per i contrasti esplosi nella coalizione, ma più in particolare all’interno della Dc, sulla istituzione della scuola materna statale. Di quel governo faceva parte come ministro del Commercio Estero Bernardo Mattarella, amico personale del presidente del Consiglio ed esponente di primissimo piano della Dc siciliana, che aveva cominciato a fare politica nel Partito Popolare di don Luigi Sturzo. Cui si era iscritto nel 1924, quando non aveva neppure vent’anni.

La carriera governativa del padre dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio, era di tutto rispetto. Bernardo Mattarella era già stato nominato ministro, alla Marina Mercantile, nell’ottavo e ultimo governo di Alcide De Gasperi, nel 1953. Era poi passato alla guida del Ministero dei Trasporti, fra il 1953 e il 1955, con i governi di Giuseppe Pella, di Amintore Fanfani e del corregionale Mario Scelba.

Dai Trasporti egli era passato nel 1955 al Commercio Estero nel governo di Antonio Segni, quindi alle Poste e Telecomunicazioni nel governo di Adone Zoli, tornando ai Trasporti nel 1962 con Fanfani alla presidenza del Consiglio, passando all’Agricoltura nel governo cosiddetto balneare di Giovanni Leone, nell’estate del 1963, e tornando ai Commercio Estero con il primo governo di Moro. Che, caduto già nell’estate successiva fra il famoso “rumore di sciabole” avvertito da Pietro Nenni, lo aveva confermato nel secondo: quello caduto per la scuola materna.

Nella trattativa per la formazione del suo terzo governo, Moro trovò difficoltà a confermare, come avrebbe voluto, l’amico Mattarella perché la corrente dei “dorotei”, di cui entrambi facevano ancora parte in quel momento, e che era capeggiata dall’allora segretario del partito Mariano Rumor, pose un problema di riequilibrio interno.

In realtà, i dorotei di Rumor, Flaminio Piccoli ed altri, smaniosi di prenderne il posto, accusavano Moro di essere troppo accondiscendente con i socialisti, di cui peraltro egli aveva favorito il progetto di unificazione sostenendo alla fine del 1964 l’elezione di Giuseppe Saragat al Quirinale, in sostituzione del doroteissimo Antonio Segni. Che disgraziatamente era stato colto da ictus nel suo studio al Quirinale proprio durante un alterco con il leader socialdemocratico, allora ministro degli Esteri.

La formazione della lista del terzo governo Moro fu pertanto l’occasione per i dorotei di ridurre il numero dei ministri più vicini al presidente del Consiglio. Il quale finì per cedere scrivendo però all’amico Mattarella di suo pugno una lettera di rammarico e di spiegazione, in cui ne elogiava l’azione svolta e gli confermava tutta la stima, ricambiata da Mattarella. Che due anni dopo, quando Moro, allontanato da Palazzo Chigi, ruppe con i dorotei allestendo una propria corrente, lo seguì all’istante.

Moro volle scrivere quella lettera a Mattarella nel 1966, al termine di una crisi di governo durata un mese, anche per solidarietà contro una campagna condotta contro l’amico per presunti rapporti con esponenti mafiosi: una campagna basata su voci raccolte nella commissione parlamentare antimafia e sfociata nel 1965 in un libro del sociologo Danilo Dolci. Che Mattarella denunciò ottenendone nel 1967 la condanna a due anni di reclusione, evitati per un sopraggiunto indulto.

Nella legislatura successiva l’ex ministro ricoprì la carica di presidente della Commissione Difesa della Camera rimanendovi sino alla morte, nel 1971, sopraggiunta ad un malore occorsogli a Montecitorio.

Ma torniamo adesso alla crisi del secondo governo Moro e alla preparazione della lista dei ministri del terzo.

Una mattina ero a Palazzzo Chigi, nella sala stampa situata al piano terra, a raccogliere voci, indiscrezioni e quant’altro proprio sulla formazione di quella lista. Eravamo in tanti giornalisti. Si aggirava fra di noi il portavoce di Bernardo Mattarella, che era il collega Enrico Benso, comprensibilmente impegnato a capire se e in che misura il suo ministro rischiasse il posto. Che significava poi anche il posto dello stesso Benso.

Insofferente per le insistenze di Enrico, un collega pensò di liberarsene con una battuta che gli parve ironica ma era a dir poco infelice, vista la campagna che il ministro stava subendo e di cui -ahimè- il portavoce non tenne conto. “No, Enrico, Il tuo ministro rimane fuori, ma c’è l’accordo per farlo presidente dell’antimafia”, gli disse lo sventurato.

Benso si precipitò improvvidamente sul primo apparecchio telefonico libero -allora i telefonini non erano neppure immaginabili- e chiamò sul numero diretto il suo ministro dicendogli all’incirca così: “Eccellenza, per il governo niente. Ma per Lei c’è l’antimafia”. Io, che gli stavo accanto, impallidii. Non immaginavo che Enrico potesse cadere in un infortunio del genere. Sentii nitidamente, tanto era forte la voce di Mattarella, un’imprecazione che oggi definiremmo grillina e il grido finale di “stronzo”. Cui seguì, in verità, anche il mio, quando Benso, sgomento, abbassò il ricevitore.

Poi me la presi naturalmente con il collega che aveva involontariamente provocato l’incidente per il suo scherzo, che tuttavia aveva paradossalmente segnato in qualche modo l’ingresso della commissione parlamentare antimafia nel regno politico del postificio.

Il ricorso sistematico a quest’organismo d’inchiesta lo fece infatti rientrare nel mercato politico di ogni inizio di legislatura, con gli incarichi in palio di presidente, vice presidente , segretario di commissione e via discorrendo, e relativi imprevisti. Da uno dei quali ha tratto vantaggio anche la Bindi, risultata eletta al vertice della commissione nell’autunno del 2013 con una clamorosa rottura delle larghe intese ancora operanti attorno al governo di Enrico Letta.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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