Il partito preso di Marco Travaglio

         Marco Travaglio se le va proprio a cercare. Ne avevo appena preso le difese, in onore della sacralità della stampa, dal tentativo di Matteo Renzi di imitarlo nella pratica di storpiare i nomi agli avversari o sgraditi di turno, per cui lo ha nominato seduta stante, nel salotto televisivo di Lillli Gruber, direttore del Falso Quotidiano, e non del Fatto Quotidiano, che ho dovuto pentirmene, o quasi. E ciò a causa di un suo scombinato, a dir poco, attacco non solo e non tanto allo stesso Renzi, quanto al capo della Procura di Roma, Giuseppe Pignatone. Che è pur un magistrato, e il capo di un ufficio giudiziario: qualifiche, entrambe, verso cui il direttore del Fatto mostra e reclama sempre rispetto in difesa del principio e della pratica della legalità. Mentre su Renzi, non importa se presidente del Consiglio o segretario di partito, peggio ancora se entrambi nello stesso tempo, com’è accaduto per mille e più giorni, egli si è dato ampia libertà di attacco ritenendo che il potere in quanto tale abbia bisogno di vedersela in democrazia con un contropotere. E che un giornale debba essere proprio questo: una specie di cane che azzanna d’istinto chiunque comandi.

         Ora, Travaglio ha azzannato Pignatone, più ancora di Renzi, per avere fatto le pulci alla polizia giudiziaria usata nelle indagini sulla Consip dalla Procura di Napoli, l’ormai famoso nucleo operativo ecologico dei Carabinieri, incriminandone un capitano che ha scambiato in una intercettazione una voce per l’altra: in particolare quella di Italo Bocchino per quella di Alfredo Romeo a proposito di un incontro con Renzi, determinando così, o contribuendo a determinare il coinvolgimento di Renzi padre, Tiziano, nell’inchiesta con l’accusa di di traffico di influenze illecite.

         Pignatone, secondo Travaglio, si sarebbe dato da fare, sguinzagliando i suoi sostituti, sostituendo i Carabinieri del reparto ecologico cari alla Procura di Napoli con quelli di un altro reparto scelto da lui, perché in gioco era ed è papà Renzi, e indirettamente anche Renzi figlio per il solito gioco degli specchi familiari.

         A dimostrazione del sospetto, anzi della convinzione, che il capo della Procura di Roma sia stato mosso dalla volontà di proteggere la famiglia Renzi il direttore del Fatto ha elencato tutta una serie di errori commessi dai Carabinieri usati da Pignatone nel trattamento delle intercettazioni nelle indagini su Mafia Capitale. Tutti errori emersi nei processi, il principale dei quali in corso, e non tradottisi in procedimenti a carico di chi ha pasticciato, diciamo così, nelle trascrizioni e nei brogliacci.

         A prima vista il ragionamento di Travaglio non fa una grinza. Ma a prima vista, appunto. Perché nel processo di Mafia Capitale la pubblica accusa ha sostenuto che quegli errori non hanno compromesso gli elementi a carico degli imputati, potendosi con ciò ritenere gli svarioni della polizia giudiziaria commessi in buona fede e senza danno. Cosa che è francamente difficile sostenere nel caso dello scambio fra le parole di Bocchino e di Romeo, essendo stato possibile solo con quello scambio l’iscrizione di Tiziano Renzi nel registro degli indagati, il suo lungo interrogatorio, il suo pedinamento dalla Toscana all’aeroporto di Fiumicino per un incontro che sembrava chissà con chi interessato agli appalti e all’inchiesta Consip, e che poi è invece risultato estraneo.

         C’è poi un’altra cosa nel ragionamento di Travaglio francamente inaccettabile. C’è il lamento per i tanti indagati e imputati sprovvisti di mezzi e di buoni e costosi difensori che possono incorrere in infortuni giudiziari come quello capitato a papà Renzi ma debbono subirne gli effetti. Eh, no, caro Travaglio. Questo argomento è da garantista, non da giustizialista come tu ti vanti di essere scambiando per garantisti quelli che per partito preso stanno con i colpevoli e contro gli inquirenti, per i ladri e contro le guardie.

         Qui il partito preso è quello di Travaglio contro una Procura dove una volta tanto, e poco importa a questo punto a vantaggio di chi, si sono ricordati dell’obbligo espressamente imposto loro dalla legge di cercare prove non solo a carico ma anche a discarico dell’indagato.

                                                 

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