Storia ordinaria di cantonate italiane

 

Spero che a nessuna Procura della Repubblica, né a Trani, dove hanno già fatto cose del genere, né altrove venga ora la tentazione di aprire un’inchiesta a carico dell’agenzia americana Fitch Ratings. Che ha appena tolto quell’unica + accanto alle tre B assegnate all’Italia, facendoci quindi scendere di un gradino nella valutazione internazionale di affidabilità. E ciò a causa del solito elevatissimo debito pubblico e del rischio politico. Di cui purtroppo non basta ripetere l’aggettivo “solito” perché esso aumenta ancor più del debito ogni volta che a qualcuno di Fitch o d’altra agenzia venga la malaugurata tentazione di leggere o di farsi tradurre le cronache politiche, appunto, dei giornali italiani.

C’è obiettivamente da mettersi le mani nei capelli, per chi li ha, o grattarsi a sangue la testa, per chi è calvo, di fronte allo spettacolo di una miriade ormai di partiti divisi fra di loro e al loro interno. Nessuno dei quali ha la minima possibilità di vincere le elezioni -ma di vincerle davvero- con le due leggi in vigore per il rinnovo della Camera e del Senato. Due leggi delle quali il Parlamento nega giustamente la paternità dopo i tagli apportati a entrambe dalla Corte Costituzionale lasciandone in vigore, immediatamente applicabile, ciò che ne è rimasto. Un Parlamento che rivendica legittimamente, spinto un giorno sì e l’altro pure dal presidente della Repubblica, il diritto di intervenire, ma non riesce a farlo proprio per le divisioni che lo attraversano.

In questa situazione di per sé già caotica e allarmante, visto che siamo ormai a meno di un anno dalla scadenza ordinaria della legislatura, per cui in ogni caso si dovrà pur votare, a meno che non si prolunghi il mandato delle Camere elette nel 2013 dichiarando guerra a qualcuno, magari alla Repubblica di San Marino, per ricorrere con apposita legge alla proroga prevista dal secondo e ultimo comma dell’articolo 60 della Costituzione; in questa situazione, dicevo, già così caotica e allarmante, oltre alle verifiche costituite dalle elezioni amministrative, il cui prossimo turno, a giugno, riguarderà circa dieci milioni di elettori, da nord a sud, ci permettiamo il lusso, chiamiamolo così, anche di una lunghissima campagna elettorale di livello nazionale.

Questa campagna elettorale nazionale, che condiziona tutto e tutti, dal governo ai partiti, e alle stesse istituzioni, è cominciata all’indomani della bocciatura referendaria della riforma costituzionale, il 5 dicembre scorso. Allora il presidente del Consiglio e insieme segretario del maggiore partito italiano, valutati i risultati del voto del 4 dicembre, dichiarò senza mezzi termini di considerare politicamente esaurita la legislatura e propose al suo stesso partito e naturalmente al capo dello Stato, unico titolare del potere di sciogliere le Camere, le elezioni anticipate. Ma fu trattato da qualcuno come un pazzo, da qualche altro come un provocatore, da qualche altro ancora come un terrorista, per quanto disarmato, o armato solo di giocattoli. E non se ne fece nulla un po’ col pretesto di quelle due leggi elettorali troppo diverse tra loro e bisognose quanto meno di un’armonizzazione, per ripetere la parola magica usata dal capo dello Stato, e un po’ per una questione che non saprei dire se più morale o igienica sollevata con vigore dal presidente emerito, cioè ex, della Repubblica Giorgio Napolitano. Che non considera “normale” un Paese in cui si ricorra allo scioglimento anticipato delle Camere, pur avendolo lui stesso fatto disposto una volta, al pari dei suoi predecessori, qualcuno dei quali anche più volte, come la buonanima di Oscar Luigi Scalfaro.

 

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In questo contesto politico e istituzionale, oltre a quella o quel + sottrattoci da Fitch, non deve sorprendere neppure la notizia che ho letto da qualche parte di una buona metà del proprio tempo dedicata per telefono dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, in missione tra gli Stati Uniti e il Canada, alla questione sollevata dall’amico magistrato Raffaele Cantone. Che si è visto sottratto da un decreto delegato del governo il diritto di sorveglianza preventiva sulle gare d’appalto ed ha avvertito manine e manone di quanti non gradiscono l’Autorità Anticorruzione da lui presieduta con grande visibilità.

Gli uffici dove è avvenuto il pasticcio sono stati individuati nel Dipartimento degli affari legali di Palazzo Chigi, dove l’aggiornamento del codice degli appalti è arrivato in un modo ed è uscito in un altro, il 13 aprile, per essere esaminato ed approvato dal Consiglio dei Ministri.

A indurre in errore i funzionari del Dipartimento, senza che se ne accorgesse peraltro la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, che dovrebbe sovrintendere al lavoro del direttore Roberto Cerreto, sarebbe stato un parere del Consiglio di Stato. Secondo il quale Cantone dovrebbe limitarsi ad investire l’autorità giudiziaria di eventuali irregolarità scoperte nell’esame preventivo delle gare di appalto.

Il Consiglio di Stato è fatto naturalmente di magistrati, sia pure amministrativi. Magistrati sono anche quelli delle Procure cui Cantone dovrebbe limitarsi, secondo il nuovo decreto, a segnalare le sue scoperte. Magistrato, ma in aspettativa, è lo stesso Cantone, la cui Autorità però è stata recentemente definita inutile da un altro magistrato che era in quel momento anche presidente dell’associazione dei suoi colleghi: Piercamillo Davigo. Troppi magistrati, forse. E, come dice un vecchio proverbio inglese, troppi galli a cantare non fa mai giorno.

 

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Ma la sorpresa più grande, di questo pasticcio di cui si è lamentato in più sedi Cantone e cui Gentiloni prima ancora di rientrare in Italia si è preoccupato dall’estero di disporre un rapido rimedio, viene dalla lettura della norma soppressa dal nuovo codice degli appalti.

Ciò che risulta tolto a Raffaele Cantone e all’Autorità che presiede è il diritto di rivolgere alla stazione appaltante incorsa in errore o violazione di legge una “raccomandazione vincolante”.

Adesso, con tutta la buona volontà di questo mondo, e con tutta la stima e la simpatia che merita il dottor Cantone, riesce francamente difficile capire come possa o debba risultare “vincolante” una “raccomandazione”.

Dizionario della lingua italiana alla mano, raccomandazione significa “esortazione o consiglio improntati a motivi affettivi, professionali o di autorità, reale o presunta”, o ancora “segnalazione”. Sono tutte parole o concetti alquanto diversi dalla perentorietà di un aggettivo come “vincolante”. Che, sempre dizionario della lingua italiana alla mano, comporta o “costituisce un obbligo morale o giuridico”.

A questo punto non so francamente se la cantonata -è proprio il caso di chiamarla così- sia più il contenuto della norma soppressa o la soppressione della norma.

 

 

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Le attrazioni fatali fra Grillo e Salvini

 

         A dispetto delle previsioni o sensazioni di Marco Travaglio, che pure di Grillo e grillini se ne intende anche perché ha più occasioni di altri di frequentarli, godendo di una loro quasi istintiva fiducia per disporre di comuni antipatie, c’è qualcosa che sempre di più avvicina pentastellati e leghisti. Qualcosa che potrebbe anche indurli ad alleanze post-elettorali per il governo, se la somma dei loro seggi parlamentari, e magari anche di quelli di destra dei Fratelli d’Italia, dovessero bastare a fare maggioranza.

         Grillini e leghisti hanno una crescente e comune diffidenza, a dir poco, di fronte al fenomeno dell’immigrazione. Che è destinato ad avere un peso sempre più grande nella valutazione dei programmi delle forze politiche e delle loro compatibilità.

         E’ significativa la luce che Grillo sta accendendo sulle indagini giudiziarie dalle quali è tentata la Procura di Catania sulla presenza sempre più numerosa di associazioni non governative, cioè di volontariato, provviste di navi e naturalmente di soldi, per il soccorso in mare dei migranti già al largo delle coste libiche. Che sono quelle dalle quali proviene la maggior parte dell’immigrazione destinata verso le coste italiane ma imbarcata su mezzi sfacciatamente inadatti a coprire le distanze fra i due paesi.

         C’è il sospetto sempre più fondato e inquietante di affari su un fenomeno che ormai costa all’Italia più di quattro miliardi e mezzo di euro l’anno.

         La denuncia di simili affari è da tempo una costante della Lega guidata da Matteo Salvini. Dal cui elettorato peraltro i grillini hanno giù avuto consistenti soccorsi nelle elezioni amministrative per la vittoria dei loro candidati a sindaci nei ballottaggi con esponenti del Pd.

         Travaglio, ospite sempre più abituale del salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7, ha dubitato che gli elettori grillini, particolarmente numerosi nel Sud, gradiscano aiuti dai leghisti. Ma gli aiuti, si sa, si possono prendere e guadagnare anche quando non sono graditi. Basta che siano utili.

         Ciò avvenne durante la cosiddetta prima Repubblica quando Indro Montanelli invitò i suoi lettori, prevalentemente laici, a votare la Dc turandosi il naso pur di non farla sorpassare dal Pci, allora, di Enrico Berlinguer.

         Quel naso turato diede fastidio grandissimo ai dirigenti e a molti elettori tradizionali dello scudo crociato. Ma altrettanto grande fu il beneficio che ne ricavarono nelle elezioni anticipate del 1976, quando la Dc non solo non fu sorpassata dal Pci ma aumentò le distanze che li avevano separati nelle elezioni regionali dell’anno prima. Con l’effetto, poi poco gradito da Montanelli, che democristiani e comunisti si accordarono dopo le elezioni in nome della “solidarietà nazionale”: gli uni realizzando un governo “monocolore” presieduto da Giulio Andreotti e gli altri appoggiandolo dall’esterno.

         Chissà se non potrà accadere lo stesso con grillini e leghisti nella nuova legislatura, in nome del comune interesse ad evitare il fallimento del paese per gli oneri dell’immigrazione.

Un Nunzio per niente galantino

           

            Al monsignore Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, non sono evidentemente bastate le precisazioni con le quali Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, ha cercato di contenere i danni delle proprie aperture a Beppe Grillo. Che egli ha compiuto prima mettendo il comico a suo agio con una lunga intervista allo stesso Avvenire e poi dichiarando al Corriere della Sera una convergenza al 75 per cento sui “grandi temi” col movimento delle 5 stelle, di cui l’amico è capo, garante e quant’altro.

            Il monsignore, reduce da una riunione, dove era già sbottato, è andato su tutte le furie davanti a tutti, giornalisti compresi. Qualcuno lo ha visto opporre segni di insofferenza alla notizia del direttore di Avvenire deciso a precisare il carattere strettamente personale della sua condivisione con i tre quarti delle posizioni pentastellate. E ciò mentre alla Camera grillini e piddini troppo “adulti”, per usare un aggettivo che a suo tempo costo’ a Romano Prodi l’amicizia, o quasi, del potente cardinale Camillo Ruini, approvavano la legge sul bio testamento, o fine vita.

            Chi conosce monsignor Galantino, e non dispera di vederlo succedere ad Angelo Bagnasco ormai in scadenza alla presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, è sicuro che il prelato pugliese la farà pagare carissima a Tarquinio, considerato anche il fatto che l’anno della Misericordia, con là maiuscola, proclamato da Papa Francesco è passato.

            Il segretario generale della Cei sarà insomma pure Nunzio, in tutti i sensi, anche in quello di prelato di fiducia del Pontefice felicemente regnante, ma risulterà probabilmente nei riguardi del direttore di Avvenire neppure un po’ galante, come il suo cognome dovrebbe invece portarlo ad essere.

 

 

Severamente vietato chiedere scusa

Fra i tanti divieti in vigore in Italia c’è anche quello delle scuse, scambiate per qualcosa di poco dignitoso, d’indegno, di pusillanime, di infamante. Non te le chiede nessuno, le scuse. Neppure quando, investendoti sulle strisce, uno ti riduce in fin di vita. E gli viene anche la voglia di mandarti a quel paese perché sei tu che non hai saputo fermarti in tempo, e non lui.

In politica le cose non vanno meglio. Ed è naturale, perché la politica non è né migliore né peggiore del posto dove la si pratica. Ne è più semplicemente e banalmente lo specchio. Ciò vale anche per i giornali, le cui redazioni sono sempre più affollate di energumeni della parola e dei sentimenti.

Vi ricordate le reazioni indignate della stampa del non lontano 14 marzo scorso, con quelle foto dell’aula quasi deserta di Montecitorio scattate il giorno prima, all’apertura della discussione sulla legge del cosiddetto biotestamento? In quelle immagini fu indicata la prova del degrado del Parlamento, della sua indifferenza di fronte ai problemi del Paese. Una indifferenza aggravata dalla recentissima morte di un paziente accompagnato in una clinica svizzera dal radicale Marco Cappato a finire volontariamente e dignitosamente i suoi giorni tanto privi di luce quanto pieni di sofferenze.

Si disse e si scrisse che da un Parlamento capace di mobilitarsi solo per difendere i vitalizi, o come altro si chiamano, dei suoi membri non ci sarebbe stato altro da aspettarsi. E quei pochi, pochissimi che ci sforzammo di spiegare come e perché di lunedì mattina non ci si potesse attendere un’aula parlamentare affollata, se non di comparse per qualche film, fummo scambiati e liquidati per i soliti fessi o, peggio ancora, prezzolati.

Ebbene, la legge sul cosiddetto biotestamento, fra le più delicate e difficili per i suoi contenuti e risvolti morali, trattandosi della fine di un paziente, è stata appena approvata, in poco più di un mese d’aula, comprensivo delle sospensioni dei lavori di fine settimana e di Pasqua, con 326 sì e “soli” 37 no, come ha lamentato il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire: lo stesso incautamente avventuratosi proprio alla vigilia di quel voto a ospitare sulle proprie pagine, mettendolo il più possibile a suo agio, il “garante” del movimento 5 Stelle, senza il cui concorso il provvedimento non sarebbe di certo uscito dall’aula di Montecitorio per passare al Senato.

C’è stato un giornale, fra i tanti che dedicarono le loro prime pagine del 14 marzo all’aula “scandalosamente” vuota della Camera, o un giornalista o un politico, fra i tanti che presero a male parole gli assenti, e diedero degli ipocriti ai pochi presenti, che si sia scusato per la tempestività e serietà con cui invece gli uni e gli altri hanno alla fine legiferato? No. Nessuno.

 

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Poco più di un mese è passato anche dal famoso -e per molti scandaloso- salvataggio di Augusto Minzolini dalla decadenza da senatore proposta dalla competente giunta di Palazzo Madama, in applicazione della cosiddetta legge Severino, per una condanna definitiva rimediata quasi un anno e mezzo prima dall’ex direttore del Tg1 per peculato. Un salvataggio avvenuto con voto non segreto ma palese, grazie a 19 senatori del Pd convinti che quella condanna fosse stata ingiusta o quanto meno anomala non per una ma per una serie di ragioni: per esempio, per il contributo dato alla sentenza da un magistrato reduce da una lunga esperienza politica dalla parte opposta a quella dell’imputato, o per essere stato quest’ultimo assolto per la stessa questione in sede civile.

Oltre agli insulti a Minzolini e a quanti lo avevano “salvato”, partì una campagna ad opera del solito Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, con l’altrettanto solito sostegno di grillini e simili, contro lo stesso Minzolini per inadempienza della promessa fatta, prima del voto, di dimettersi in ogni caso da senatore. Cominciarono a contargli i giorni, le ore, i minuti e i secondi che trascorrevano inesorabilmente dalla promessa senza che lui si decidesse a scrivere e a consegnare la lettera di dimissioni agli uffici del Senato.

Una volta presentate, le dimissioni vennero però bollate come una manfrina, essendo destinate, secondo le previsioni e valutazioni dell’espertissimo Travaglio, a rimanere in qualche cassetto sino alla fine ordinaria, e non lontana, della legislatura. O ad arrivare in aula solo per essere respinte, a scrutinio obbligatoriamente segreto, con la scusa della consuetudine consolidata del no in prima battuta ad una rinuncia spontanea al seggio. Seguivano gli immancabili conti delle indennità e altre entrate senatoriali di Minzolini già riscosse dopo la condanna definitiva, e la mancata decadenza immediata, e di quelle che il mascalzone forzista avrebbe continuato a percepire sino all’epilogo della legislatura. Non parliamo poi degli inviti più o meno minacciosi al presidente del Senato, e persino a quello della Repubblica, perché venisse impedita una simile vergogna.

Ebbene, le dimissioni di Minzolini, una volta presentate, registrate e timbrate, sono arrivate in aula in meno di un mese. E a scrutinio rigorosamente segreto, nonostante il tentativo del capogruppo del Pd Luigi Zanda di strappare al presidente del Senato una deroga per il voto palese che avrebbe, a mio modestissimo avviso, semplicemente disonorato il Parlamento, le dimissioni sono state accolte con 142 sì e 106 no.

In un paese civile il giornale di Travaglio ne avrebbe preso atto scusandosi con il pur “pregiudicato” Minzolini, come l’ex senatore viene definito abitualmente dal direttore del Fatto Quotidiano. Che ha dato la notizia titolando così, sopra la stessa testata del giornale: “16 mesi dopo la condanna definitiva e l’interdizione Minzolini finalmente lascia il Senato e dà la colpa al Fatto. Grazie di cuore, per noi è una medaglia”. Sempre in prima pagina sono dedicate al caso Minzolini cinque, dico cinque, righette in corsivo di una rubrica il cui titolo basta e avanza per capire di che cosa si tratti: La cattiveria.

 

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         Poche parole infine per dirvi delle scuse che non riceverà mai Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità Anticorruzione al quale un decreto del Consiglio dei Ministri di aggiornamento del cosiddetto codice degli appalti, per delega ricevuta dal Parlamento, ha tolto il controllo preventivo delle gare. Rimedieremo all’errore, è stato annunciato dal ministro cosiddetto competente, Graziano Delrio.

Ma chi materialmente abbia potuto o voluto commettere lo sbaglio, di quale livello e per quale motivo, naturalmente non si saprà mai. Anche questa è un’abitudine tutta italiana.

 

 

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Quei capretti pasquali di Berlinguer e Cossiga

Ho la sensazione, da un’indagine artigianale di mercato che ho fatto personalmente girando per macellerie e supermercati, che i pastori abbiano vinto alla grande la loro campagna di Pasqua. Eppure hanno dovuto fare quest’anno i conti con una potenza mediatica come quella di Silvio Berlusconi, lasciatosi riprendere mentre proteggeva un agnello allattandolo.

Gli italiani non si sono privati dell’abbacchio, come spicciativamente i romani   chiamano anche l’agnello non proprio di latte, o svezzato da poco.

D’altronde, non solo il consumatore comune, ma anche la politica ha una certa dimestichezza col capretto nobilitato da Enrico Berlinguer come il piatto della tradizione pasquale per eccellenza. Era esattamente il 1980.

Due anni dopo il colpo più clamoroso compiuto dalle brigate rosse col sequestro di Aldo Moro, la strage della scorta in via Fani e l’uccisione anche dell’ostaggio, a conclusione di una prigionia durata 55 giorni, la lotta al terrorismo subì una svolta decisiva con la cattura di Patrizio Peci. Da cui Carlo Alberto dalla Chiesa, trattandolo astutamente da militare a militare, riuscì ad ottenere preziose informazioni, e infine il pentimento, per spirito di ritorsione contro i capi che – gli dimostrò il generale dei Carabinieri- non ne avevano saputo o voluto proteggere la clandestinità.

Fra le rivelazioni di Peci, verbalizzate ad opera della magistratura di Torino, vi fu la militanza terroristica, nell’organizzazione “Prima Linea”, di Marco Donat-Cattin, figlio dell’ex ministro Carlo, allora vice segretario unico della Dc. Lo era diventato da poco, messo a guardia, diciamo così, della segreteria di Flaminio Piccoli scaturita da un congresso di partito che aveva archiviato la fase politica della “solidarietà nazionale”.

Peci raccontò di avere saputo di Marco Donat-Cattin dall’amico e compagno di lotta Roberto Sandalo. Che al primo interrogatorio parlò così tanto da scampare lì per lì alle manette, e da vedersi poi coperte col perdono giudiziario una lista di ben 110 capi d’imputazione.

Venuto a conoscenza della posizione del figlio con una lettera anonima che dichiarò di avere strappato immediatamente, Carlo Donat-Cattin chiese un appuntamento al presidente del Consiglio in carica, Francesco Cossiga, già ministro dell’Interno all’epoca del sequestro Moro. Secondo altre versioni fu invece Cossiga a chiamare l’amico di partito nel proprio ufficio privato, vicino a Piazza San Silvestro, per avvertirlo dei guai del figlio e consigliargli, se fosse mai riuscito a mettersi in qualche modo in contatto con lui, di costituirsi per chiarire la situazione con la magistratura, pur non essendovi ancora nei suoi riguardi contestazioni di singoli fatti di sangue, oltre all’appartenenza ad un’organizzazione terroristica. Solo in seguito il giovane sarebbe stato accusato di avere partecipato i29 gennaio 1979 all’agguato mortale al giudice Emilio Alessandrini, a Milano.

Già l’indomani mattina Carlo Donat-Cattin, ancora in pigiama, ricevette a casa sua, a Torino, Roberto Sandalo, chiamato con urgenza dalla consorte dell’ex ministro, che lo sapeva amico del figlio Marco. Ma probabilmente Sandalo era pedinato per ordine della magistratura, che fu pertanto in grado di concatenare poi gli eventi e, reinterrogandolo di nuovo, allestire un fascicolo da mandare al Parlamento a carico del presidente del Consiglio.

Per i reati ministeriali c’era ancora in quel periodo la competenza della Corte Costituzionale, alla quale si accedeva con la messa in stato di accusa da parte delle Camere in seduta congiunta, dopo l’esame in un’apposita commissione inquirente.

Carlo Donat-Cattin raccontò a Sandalo dell’incontro avuto la sera prima con Cossiga e chiese di rintracciare il figlio Marco, col quale lui aveva perso da mesi ogni contatto, perché chiamasse la sorella Maria Pia e si facesse aiutare ad evitare la cattura riparando all’estero. Consiglio, questo, che poi a torto o a ragione fu attribuito allo stesso Cossiga, aggravandone la posizione davanti alla commissione inquirente. Che discusse la vicenda nel mese di maggio, convocando e interrogando separatamente lo stesso Sandalo, Carlo Donat-Cattin e il presidente del Consiglio.

La tensione politica salì naturalmente alle stelle e finì per coinvolgere il Quirinale, dove il presidente Sandro Pertini seguiva la vicenda con crescente insofferenza. Egli sbottò però all’estero, durante una visita ufficiale a Madrid, dove disse al suo portavoce Antonio Ghirelli, comprensibilmente pressato dagli inviati alla caccia di reazioni ai fatti di Roma, che le dimissioni del capo del governo gli sembravano inevitabili se la commissione inquirente non avesse chiuso la faccenda con un proscioglimento a così larga maggioranza da non lasciare dubbi.

Il povero Ghirelli si sentì autorizzato a riferirne ai giornalisti al seguito del capo dello Stato. Ma a Roma il segretario della Dc non gradì e minacciò iniziative parlamentari contro Pertini, che a distanza schivò il colpo prendendosela con Ghirelli, sino a licenziarlo seduta stante. Gli inviati chiesero clemenza per il collega -un simpaticissimo collega- al presidente che usciva dall’albergo. Ma ricevettero come risposta il pollice verso della mano destra del capo dello Stato, come un imperatore romano dei tempi antichi. Poi Pertini se ne sarebbe pentito, a tal punto da consentire, se non addirittura da consigliare, a Bettino Craxi nel 1983, quando il leader socialista formò il suo primo governo, di prendere Girelli come capo ufficio stampa a Palazzo Chigi. Pertini, per fortuna, era fatto così.

La commissione parlamentare inquirente chiuse il suo lavoro sulla vicenda Cossiga proprio come il presidente della Repubblica aveva temuto: col proscioglimento senza la larga maggioranza necessaria per evitare un passaggio nell’aula di Montecitorio, a Camere riunite congiuntamente su richiesta di una qualificata minoranza.

La palla a quel punto passò nelle mani di Enrico Berlinguer, alle cui indicazioni i parlamentari del Pci si sarebbero attenuti nella raccolta delle firme.

Cossiga, per quanto parente del segretario comunista da parte di madre, era troppo orgoglioso per chiamarlo di persona. Lasciò che lo facessero altri, del suo partito e di quello comunista, dove il più sensibile e aperto alla posizione personale del presidente del Consiglio fu Gerardo Chiaromonte, un parlamentare napoletano dal tratto molto umano. Che già nel 1978 aveva inutilmente tentato di evitare all’amico Giovanni Leone l’umiliazione delle dimissioni da presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza del mandato. Erano state allora invocate ragioni di presunta opportunità morale, oltre che politica, rivelatesi poi inconsistenti. E che era toccato allo stesso Chiaromonte, alla fine, di spiegare al povero Leone per conto del proprio partito.

Chiaromonte toccò con Berlinguer anche il tasto dei rapporti di parentela tra le famiglie sarde del segretario del Pci e del presidente del Consiglio. Ma Berlinguer, irremovibile, gli disse che i vincoli di parentela potevano e dovevano esaurirsi con la tradizione di mangiare insieme il capretto a Pasqua.

Informato della risposta, Cossiga non si arrese. Chiese a Chiaromonte un altro piacere ancora: un incontro conviviale con Berlinguer per spiegargli di persona la sua posizione. La cena si svolse con la partecipazione anche di Ugo Pecchioli: un torinese rigorosissimo fra un napoletano pacioso come Chiaromonte e due sardi che più diversi fra loro non potevano essere. Cossiga parlò fluvialmente. Berlinguer stette a sentirlo senza proferire parola se non alla fine, mentre prendeva il gelato, solo per dire al cugino che all’indomani i parlamentari del suo partito avrebbero votato contro di lui.

Il “processo” a Cossiga nell’aula di Montecitorio si svolse dal 23 al 27 luglio. La posizione dei comunisti fu illustrata da Luciano Violante con la richiesta di un supplemento di istruttoria in commissione. Che fu respinta con 507 voti contro 416. Prevalse così l’archiviazione.

Dopo qualche mese il governo Cossiga sarebbe tuttavia caduto lo stesso per i soliti “franchi tiratori” esercitatisi contro un provvedimento economico. E il mio amico Francesco tornò per un po’ nell’ombra. Ma, appunto, per un po’. Dopo soli tre anni sarebbe diventato presidente del Senato per succedere a Pertini, nel 1985, al Quirinale. Enrico Berlinguer nel frattempo era morto in circostanze drammatiche, consumando generosamente le sue ultime energie in un comizio a Padova. Ma vi giuro che Cossiga aveva già smesso di serbargli rancore per quel no freddo come il gelato che consumava e per quella storia del capretto pasquale che poteva e doveva bastare a segnarne la parentela. Un capretto però -raccontò a Bettino Craxi, che me ne riferì ad Hammamet autorizzandomi anche a scriverne- che spesso Cossiga da ragazzo fu costretto a consumare non con i parenti, tutti raccolti attorno alla stessa tavola, ma in cucina con i domestici.

Il fatto è che Francesco era irrequieto sin da piccolo. Faceva dispetti e capricci, di cui veniva punito proprio in quel modo, mangiando in cucina, anziché in sala da pranzo con i “grandi” e i coetanei disciplinati, com’era sicuramente Enrico, almeno in famiglia.

A dire il vero, Cossiga raccontò a Craxi anche di avere avuto spesso il sospetto che quelle punizioni col capretto da mangiare in cucina fossero anche il frutto dell’insofferenza dei Berlinguer per la decisione presa dalla mamma del futuro capo dello Stato di sposare un uomo degnissimo, per carità, ma un borghese non all’altezza del loro lignaggio. Sarà stato vero?, chiesi a Bettino. “Beh, i Berlinguer erano a loro modo degli aristocratici”, mi rispose.

 

Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

Grillo stordisce i monsignori e inguaia Tarquinio

         Dal “contrordine, compagni” , come si diceva ai tempi del vecchio Pci, dove le direttive potevano cambiare disinvoltamente, siamo dunque passati al “contrordine, monsignori”, intesi come vescovi: in particolare, i vescovi italiani spiazzati da una lunga intervista di Beppe Grillo al loro giornale, Avvenire. Cui peraltro il comico genovese sembra che avesse collaborato qualche volta, prima di investire la sua notorietà in politica fondando con l’amico Gianroberto Casaleggio il MoVimento 5 Stelle e diventandone il “Garante”, con la maiuscola.

         Parecchi monsignori, fra i quali il presidente uscente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, e persino il segretario generale Nunzio Galantino, del quale non si può proprio dire che sia un conservatore, sono saltati sulla sedia, e magari si sono anche fatti il segno della croce alla rovescia, vedendo il tanto e comodo spazio concesso dal loro quotidiano a un leader politico così imprevedibile e divisivo come Grillo. Di cui i vescovi non sanno se temere di più i vaffanculo che grida sulle piazze d’Italia, molte volte di fronte a qualche Chiesa, visto che sono poche le piazze italiane che ne sono prive, o le imprecazioni contro le troppe esenzioni fiscali che, secondo lui, sono concesse alla Chiesa nel territorio nazionale.

         C’è stato addirittura un momento, di recente, in cui Grillo ha dato l’impressione di considerare abusiva anche la proprietà vaticana degli omonimi musei, per cui riteneva che una parte degli incassi dovesse essere destinata quanto meno al Comune di Roma, da meno di un anno guidato da una sindaca pentastellata che non sa dove trovare i soldi per proteggere in città le immondizie da topi, maiali, cinghiali e uccellacci.

         Ma già sorpresi dallo spazio così generosamente concesso dal loro giornale a Grillo, comprensibilmente interessato a pescare voti fra i cattolici per vincere davvero le elezioni, i monsignori ancor di più hanno strabuzzato gli occhi leggendo sul Corriere della Sera un’intervista del direttore del loro giornale, Marco Tarquinio. Che si era lasciato andare ad una confessione di questo tipo sulle posizioni del movimento grillino: “Sui grandi tempi, nei tre quarti dei casi abbiamo sensibilità comuni”. Una specie insomma, questo Tarquinio, di Pier Luigi Bersani o di Michele Emiliano in salsa cattolica, essendo notoriamente l’uno e l’altro convinti che Grillo sia una costola della sinistra, come a suo tempo Massimo D’Alema disse di Umberto Bossi e della sua Lega per sottrarli alla corte che Silvio Berlusconi aveva deciso di tornare a far loro, una volta passatagli l’arrabbiatura per lo sgambetto ricevuto dopo soli sei mesi di governo, alla fine del 1994.

         I reverendi monsignori, non contenti della premura con la quale il settimanale Famiglia Cristiana aveva già sfottuto “il Vangelo secondo Grillo” e denunciato “le pulsioni anticlericali e laiciste” dei seguaci del comico genovese, debbono avere tirato ben bene le orecchie al direttore del loro quotidiano se questi ha dovuto precisare il carattere personale, anzi personalissimo delle sue “opinioni” su Grillo, che non intendevano “impegnare in alcun modo” il proprio “editore”.

         Grillo quindi è riuscito a inguaiare il povero Tarquinio più ancora di quanto non avesse già inguaiato se stesso confessando all’Avvenire che nel suo movimento “non esiste una strategia” per arrivare da padrone dentro Palazzo Chigi, e non fermarsi davanti per la solita protesta di giornata.

         A questo punto il problema dei vescovi italiani non è più tanto Grillo quanto il direttore del loro giornale.

Ponzio Pilato richiamato a Roma per Consip

Sia pure sul piano metaforico, pasticciando con due millenni di storia, Pilato è tornato a Roma dopo il fallimento della missione offertagli da eccezionali circostanze in Palestina. Dove, se avesse avuto coraggio, e non la rassegnazione o addirittura la voglia ostentata di lavarsene le mani, avrebbe potuto salvare la vita a Gesù, anche a costo di smentire le sacre scritture. Alle quali d’altronde lui non credeva. Era scritto un corno che Gesù dovesse fare quella fine, avrebbe detto un laico. Figuriamoci un pagano.

Una volta a Roma, con i tempi veloci garantiti un po’ dalla modernità e un po’ dalla natura, il fantasma di Pilato dove altro poteva rifugiarsi se non a due passi dalla Stazione ferroviaria Termini, in Piazza Indipendenza, e più in particolare nel cosiddetto Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio Superiore della Magistratura ? Che per dettato costituzionale è presieduto dal capo dello Stato, ma nei fatti dal vice presidente obbligatoriamente scelto fra i membri cosiddetti laici, cioè non togati, eletti dal Parlamento: nel nostro caso dall’ex sottosegretario piddino Giovanni Legnini.

Si tratta di una persona degnissima, per carità, ed anche esperta per la sua lunga professione di avvocato, che ha alternato con l’attività politica prima nella sua terra d’Abruzzo e poi a livello nazionale. Ma di fronte all’affare giudiziario Consip, del quale il meno che si possa dire è “pasticciato”, Legnini ha mostrato forse un po’ troppa prudenza, non so se del tutto di testa sua o, magari inconsapevolmente, per l’influenza dei due altissimi magistrati che lo affiancano nel comitato di presidenza dell’organo di autogoverno delle toghe, e forse dello stesso presidente della Repubblica.

Immagino infatti che il vice presidente sia solito consultare preventivamente, e giustamente, il presidente quando il comitato di presidenza, appunto, deve affrontare questioni di particolare importanza o esposizione mediatica com’è sicuramente la vicenda della Consip e dei suoi appalti per gli acquisti della pubblica amministrazione. Su cui indagano due Procure della Repubblica, di Napoli e di Roma, distanti fisicamente circa duecento chilometri, ma forse dieci o cento volte tanto per l’impressione che hanno dato ai giornali, anche a quelli meglio disposti, più comprensivi verso la magistratura. Ne cito uno per tutti: naturalmente Il Fatto Quotidiano.

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Ebbene, il comitato di presidenza del Csm, acronimo del Consiglio Superiore della Magistratura, non ha ritenuto di dovere aprire una “pratica” d’indagine, proposta invece dal consigliere laico forzista Pierantonio Zanettin, sulla manipolazione di una intercettazione addebitata dalla Procura di Roma a un capitano dei Carabinieri operante presso la Procura di Napoli. Intercettazione dal cui “brogliaccio”, cioè sunto, i magistrati romani avevano ricavato elementi tali da accusare il padre di Matteo Renzi, Tiziano, di traffico di influenze illecite, prima di accorgersi della manipolazione, appunto, e di accusare l’ufficiale dell’Arma di falso ideologico e materiale.

Secondo il comitato di presidenza del Csm si tratta di una vicenda non di propria competenza perché non le risulta -sentite, sentite- alcun conflitto fra le due Procure. Solo in questo caso di conflitto il comitato avrebbe sentito l’obbligo di promuovere un accertamento.

In effetti, le due Procure negano di essere in conflitto, è vero. Evidentemente, come mi è già capitato di scrivere qui, lo sono a loro curiosissima, stravagante insaputa. E mi pare sconcertante che il comitato di presidenza del Csm non si sia posto nessun problema considerando il fatto, per esempio, che il capitano indagato a Roma faccia parte di un reparto dei Carabinieri -quello ecologico- che la locale Procura ha estromesso dall’inchiesta non fidandosi della sua tenuta stagno, chiamiamola così, nella difesa del segreto istruttorio. Ma lo stesso nucleo continua ad essere adoperato dalla Procura di Napoli, che gli ha insomma confermato fiducia.

Lo stesso capitano indagato a Roma avrebbe potuto continuare a svolgere atti istruttori come ufficiale di polizia giudiziaria a Napoli se non avesse deciso autonomamente, senza che i magistrati campani glielo chiedessero, di astenersene dopo l’incriminazione.

Va poi detto che questo benedetto capitano è in forza come Carabiniere a Roma, ma ha lavorato e potrebbe ancora lavorare, se rinunciasse all’astensione, in quel di Napoli.

La faccenda è risultata così strana anche al ministro della Giustizia Andrea Orlando da avere fatto chiedere formalmente dai suoi uffici alla Procura Generale di Napoli un rapporto sull’uso e sul funzionamento della polizia giudiziaria in quel distretto. Neppure questa circostanza, che non mi pare secondaria, per quanto esistessero, secondo il mio modesto avviso, elementi anche per disporre un’ispezione diretta del Ministero, ha indotto il comitato di presidenza del Csm a porsi e a porre una questione aprendo quanto meno un fascicolo, come chiesto appunto dal consigliere Zanettin, considerato evidentemente troppo curioso e intempestivo.

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In compenso, nel Palazzo dei Marescialli si sono posti il problema, che ha sicuramente la sua valenza, della compatibilità fra la tutela del segreto istruttorio e la dipendenza della polizia giudiziaria, nelle cui mani c’è gran parte se non tutto quel segreto, non solo dai magistrati con i quali collabora ma anche dai comandi militari da cui dipende. E cui deve riferire sul proprio lavoro in base ad una norma curiosamente introdotta l’anno scorso in occasione -chissà perché, poi- del passaggio della Guardia Forestale all’Arma dei Carabinieri.

E’ chiaro che una simile norma allarga e non stringe la rete di protezione del segreto istruttorio o d’ufficio. E andrebbe perciò abolita o modificata.

Ma la vicenda Consip non è più solo questione di segreti istruttori e d’ufficio violati, e su cui risultano tuttora indagati un ministro della Repubblica, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e un altro generale della stessa arma. C’è anche o soprattutto, adesso, il problema di sapere e scoprire com’è potuto accadere che di una intercettazione abbia potuto contare più un brogliaccio sbagliato che un testo esatto di trascrizione integrale. Perché ciò che si è scoperto a Roma, confrontando l’uno con l’altro, e sentendo anche materialmente la registrazione, non si è scoperto prima a Napoli? Ci volete dare una risposta, signori inquirenti, di qualsiasi livello e località ?

Non si può onestamente scambiare questa curiosità per interesse politico a fare da spalla, diciamo così, alle richieste di verità avanzate e appena ribadite, peraltro legittimamente, da Matteo Renzi sia in veste di politico, danneggiato dal cosiddetto processo mediatico sull’affare Consip, sia in veste di figlio di un indagato per effetto anche di quel brogliaccio.

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Un Grillo amletico si confessa all’Avvenire

         Già collaboratore dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, Beppe Grillo gli si è confessato con una intervista che mi ha felicemente sorpreso, una volta tanto.

         “Io -ha detto- non uso il mio mestiere per convincere. Sono semplicemente Beppe Grillo con le mie passioni, con i miei limiti, con le mie intuizioni. Lascio che tutto traspaia ed emerga per com’è, evitando di vivere nell’enorme vergogna di ciò che ero prima di essere un politico. Un comico può permettersi di fingere, un politico no”.

         E’ un Beppe Grillo di sapore un pò amletico, shakesperiano. Essere o non essere un comico? Essere o non essere un politico? E a propria insaputa, in un caso o nell’altro.

         Se fossi un suo “portavoce”, mi sentirei un po’ perduto. E diventerei afono.

Renzi invidia giustamente la May, Brexit a parte

Immagino quanto Matteo Renzi abbia invidiato la premier inglese Theresa May, che ha potuto decidere da sola, dalla sera alla mattina, pur smentendo precedenti affermazioni, di mandare gli elettori alle urne prima della scadenza del mandato della parte elettiva del Parlamento, cioè la Camera dei Comuni. E i cittadini britannici sanno già la data in cui andranno a votare: giovedì 8 giugno. Tutto il resto ormai è formalità: la convalida parlamentare della decisione della signora May e la firma dell’anziana regina Elisabetta.

La sovrana al massimo avrà ricevuto dalla prima ministra la cortesia di una telefonata prima dell’annuncio ufficiale della sua decisione, motivata con le difficoltà di portare avanti i negoziati con Bruxelles per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea fra i contrasti che dividono le forze politiche inglesi. E nella convinzione di cogliere l’opposizione laburista nel momento della sua maggiore debolezza, per cui la signora leader dei conservatori avverte già la vittoria in tasca.

Tutto a Londra è stato ed è semplice, chiaro, rapido e trasparente. E’ l’opposto di quello che accade a Roma quando un governo si trova nelle stesse condizioni in cui si è messo o è stato messo quello inglese in questa incipiente primavera 2017.

Eppure l’Inghilterra non è la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, né l’Egitto di Abd al-Fattah al-Sisi, né la Libia di non so neppure chi. E’ la culla della democrazia moderna. E’ il Paese di Westminster e dell’annessa, maestosa torre dell’orologio. E’ il Paese al quale basta e avanza il canale della Manica per dire che il Continente è isolato quando vi cala la nebbia. Ah, che Paese, che Nazione, che Comunità, deve avere pensato il nostro giovane ex presidente del Consiglio. Egli vi si potrebbe trovare bene, raggiungendo amici che già vi risiedono, lavorano e guadagnano benissimo, se solo avesse meno ambizioni nazionali e sapesse naturalmente parlare l’inglese un po’ meno approssimativamente di quanto non lo parli, sia pure con la stessa disinvoltura con la quale indossa quei pantaloni che non raggiungono neppure le caviglie e quelle giacche che superano di poco la lunghezza di un gilè di taglia britannica.

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Al povero, italiano, toscano Matteo Renzi, figlio di Tiziano, bastò pensare alle elezioni anticipate la sera del 4 dicembre scorso, quando prese la sventola del referendum costituzionale ad opera di un’”accozzaglia” -l’aveva chiamata- di forze incapace di progettare insieme e di realizzare un canile, altro che un governo; bastò pensare alle elezioni, dicevo, per rischiare il mandato di cattura di qualche volenteroso magistrato in servizio permanente effettivo di “partigiano della Costituzione”, come una volta si vantò di essere Antonio Ingroia con la toga ancora addosso.

Bastò il 5 dicembre, o qualche giorno più avanti, che Renzi mandasse in avanscoperta il suo ancora ministro dell’Interno Angelino Alfano a dire che si potevano rinnovare le Camere già a febbraio, perché l’arresto del presidente del Consiglio dimissionario fosse eseguito e la chiave della cella buttata in qualche scarico del carcere. Tanto, il giovanotto non era e non è neppure coperto da quel poco che è rimasto delle vecchie immunità parlamentari, non essendo né deputato, né senatore né europarlamentare. E’ un giovanotto vulnerabilissimo, nonostante l’onnipotenza attribuitagli ossessivamente nella redazione del Fatto Quotidiano guidata con mano ferma da Marco Travaglio: il pubblico ministero -credo- più mancato d’Italia. Se ci fosse stato lui al posto del già impetuoso Antonio Di Pietro alla Procura di Milano nel 1992, ne avremmo viste di ancora più grosse e clamorose durante la stagione del terrore di Mani pulite.

Bastò, sempre dopo la sventola del referendum costituzionale del 4 dicembre, che Renzi dimettendosi da presidente del Consiglio accennasse al presidente della Repubblica l’idea delle elezioni anticipate per rischiare di perdere il saluto di Sergio Mattarella, che pure era arrivato al Quirinale meno di due anni prima grazie a lui. Che aveva preferito rompere il famoso Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, e prenotare così anche la sconfitta referendaria, piuttosto che trattare su un altro nome per la successione a Giorgio Napolitano. E perdere il saluto di Mattarella era pure poco, perché c’era anche il rischio che il presidente facesse chiamare un’ambulanza per favi infilare dentro l’ospite e mandarlo in qualche reparto di neurologia.

Non sto qui a ricordarvi quello che successe all’interno del Pd ancora popolato dai vari Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema quando sentirono gli amici di Renzi parlare di elezioni anticipate. Per poco non lo cacciarono via, prima di decidere di andarsene loro quando lui dalle elezioni ripiegò sul congresso anticipato.

A sentir parlare di elezioni prima della scadenza ordinaria delle Camere perse le staffe pure il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, spintosi a definire anormale un Paese dove si pensasse una cosa del genere. Ma dove i ricorsi anticipati alle urne si erano letteralmente sprecati, visto che a memoria posso elencare gli scioglimenti anticipati delle Camere del 1972, del 1976, del 1979, del 1983, del 1987, del 1994, del 1996, e del 2008: scioglimento, quest’ultimo, disposto proprio da Napolitano solo due anni dopo le elezioni ordinarie del 2006, vinte da un Romano Prodi travolto poi dall’arresto della moglie del suo ministro della Giustizia Clemente Mastella. Questo, giusto per rinfrescarsi la memoria.

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Allo scioglimento anticipato del 2016, visto il colpo inferto dal referendum costituzionale ad una legislatura già entrata in camera di rianimazione alla nascita, si è preferito questa lunga, tormentata, logorante campagna elettorale in corso ormai da più di un anno. Che, già calda di suo, si arroventerà con le elezioni amministrative dell’11 giugno e, in autunno, con la preparazione e il cammino parlamentare della legge finanziaria di lacrime e sangue attesa a Bruxelles.

Il fatto che non si vada alle elezioni anticipate perché non piacciono per varie ragioni ai partiti maggiori, ma anche minori, le leggi cucite nella sartoria della Corte Costituzionale per rinnovare la Camera e il Senato, e che proprio per ritardare al massimo il voto si faccia melina a Montecitorio sulla riforma o riformetta elettorale reclamata dal presidente della Repubblica per rassegnarsi allo scioglimento anticipato, non attenua ma aggrava la situazione. E dà la misura dello stato di paralisi al quale un Paese si può condannare da solo, sia pure per la paura di una paralisi peggiore dopo il voto.

Ma sì, lasciatemi dire con Renzi, che tuttavia temo non avrà il coraggio di gridarlo pubblicamente per non giocarsi il ritorno ormai vicinissimo alla segreteria del Pd: beati gli inglesi, Brexit a parte naturalmente.

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Montanelli e Ottone, due campioni del giornalismo

Diavolo di un uomo e di un giornale. L’uomo è Beppe Grillo. il giornale è il Fatto Quotidiano, il solo al quale il “garante” del Movimento 5 Stelle si rivolge quando si stufa del suo blog.

Per quanto diffida dell’uno e dell’altro per la mania che hanno di liquidare gli altri come infedeli, debbo riconoscere loro il merito di avere celebrato la Pasqua denunciando un’assurdità vera, non inventata o esagerata. E’ quella di un intero palazzo di proprietà del Comune di Roma, davanti ai Fiori Imperiali, affittato ai Cavalieri di Malta al prezzo simbolico di 14 euro e 40 centesimi l’anno. Di cui Grillo si è divertito a proporre un aumento di 2 euro e 88 centesimi per tenersi alla misura del 20 per cento, come simbolico contributo di quel di più che basterebbe perché ciascuno desse una mano al dissestato Campidoglio.

Il palazzo affittato dal Comune di Roma ad una rappresentanza del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta ha attirato l’attenzione del comico genovese per due motivi. Innanzitutto, perché ne porta casualmente il nome, essendo noto come il Palazzo del Grillo, inteso però come l’omonimo marchese pontificio immortalato da Alberto Sordi nel famoso film di Mario Monicelli, del 1981, in cui la guardia nobile del Papa riassume il suo stato dicendo agli astanti: “Io so io e voi non siete un cazzo”. Scusate la parolaccia, ma non è mia.

Non ditelo, per favore, all’insegnante genovese ripudiata come candidata a sindaco della sua città dal capo dei 5 stelle perché quella potrebbe credere che il Grillo da lei denunciato sia un discendente davvero del personaggio recitato dal grandissimo attore romano. Quella di fare il prepotente e il villano è un’abitudine di famiglia, può pensare la signora.

Un’altra ragione per la quale quel palazzo si è guadagnato l’interesse del “garante” pentastellato sta nella sua collocazione: a due passi, e perciò a vista, dall’albergo dove egli alloggia quando viene a Roma, nell’omonima Salita del Grillo. Informarsi negli uffici della sindaca grillina di Roma e scoprire, scandalizzato, l’arcano dell’affitto virtuale, per quanto motivato dal fatto che i Cavalieri di Malta si sono assunti l’onere della manutenzione dell’edificio, è stato tutt’uno. Non lo ha aiutato a consolarsi il sospetto che,   lasciato sfitto nelle mani dei custodi capitolini, il palazzo avrebbe fatto probabilmente la fine dei ruderi dirimpettai. Giustamente il comico ha pensato che si potesse quanto meno tentare di trovare un altro inquilino.

Bravi. Chapeau questa volta a Grillo e al Fatto. I signori di Malta scendano pure da cavallo e si passino la mano sulle loro insegne per chiedersi se non hanno esagerato, non si sa se più della munificenza o della dabbenaggine degli amministratori capitolini di ogni colore succedutisi da quando è cominciata questa storia incredibile.

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A proposito di giornali e giornalisti, mi preme di tornare sulla scomparsa di Piero Ottone e sugli elogi che ho fatto della sua signorilità quasi aristocratica, perché dalle reazioni mi sono accorto di avere sorpreso e persino irritato amici e lettori. Che non mi perdonano di avere dimenticato due cose del collega appena scomparso: la lettera di licenziamento a Indro Montanelli, di cui sono stato collaboratore al Giornale come notista politico per ben dieci anni, e la censura applicata al suo nome sulla prima pagina del Corriere della Sera a direzione ottonista quando egli fu gambizzato dalle brigate rosse, il 2 giugno 1977.

Ebbene, pur con tutta l’amicizia, la stima e la mia riconoscenza che merita la buonanima di Indro Montanelli, debbo onestamente riconoscere e ricordare ai suoi estimatori che quella lettera di licenziamento lui se l’era cercata. Nel senso che l’aveva in qualche modo provocata, avendo già in mente l’idea di lasciare il Corriere, dopo l’allontanamento dell’amico Giovanni Spadolini e la nomina di Ottone a direttore. Se l’era cercata con una intervista ad un settimanale nella quale, pur editorialista ancora in forza in via Solferino, aveva invitato la borghesia milanese a boicottare il Corriere nelle edicole, e anche fuori, appartenendo a quella borghesia anche molti inserzionisti pubblicitari della storica testata italiana.

Dopo quell’intervista la principale editrice del quotidiano, Giulia Maria Crespi, che già per conto suo si era invaghita del sessantottismo, non prevedendone le potenzialità anche eversive emerse negli anni di piombo, pretese o le scuse di Montanelli o il licenziamento. Che, mancando le scuse, Ottone fu ragionevolmente costretto a promuovere anche per evitare una rivolta, a quel punto, di mezza redazione del Corriere, specie quella più giovane, che si era pur’essa risentita dell’intervista montanelliana.

Montanelli purtroppo non c’è più e la mia potrebbe sembrare una rivelazione temeraria perché postuma e indimostrabile. Ma vi assicuro che una volta, mentre lo accompagnavo a piedi dalla redazione romana alla vicina Piazza Navona, dov’era la sua abitazione con vista mozzafiato, Montanelli mi disse che ormai non riusciva a sopportare più “fisicamente” Ottone, per quante gentilezze il suo nuovo direttore avesse cercato di fargli. L’incompatibilità da politica si era fatta anche personale, e perciò irrimediabile.

D’altronde, Montanelli era stato abituato dai precedenti direttori ad essere quello che lui si definiva “il regolo” del Corriere. Ad un certo punto o ne diventava il direttore davvero o doveva andar via e accasarsi altrove, come accadde prima accettando l’ospitalità della Stampa della famiglia Agnelli e poi fondando Il Giornale con l’aiuto di Eugenio Cefis e, politicamente, dell’allora segretario della Dc Amintore Fanfani.

 

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Per quanto riguarda l’episodio indubbiamente grave del titolo della prima pagina del Corriere in cui mancò il nome di Montanelli quando fu gambizzato dalle brigate rosse, seppi anni dopo la mia uscita dal Giornale da fonti dello stesso Corriere che non era stata colpa di Ottone, in quei giorni in vacanza sulla sua barca e non raggiungibile per telefono e radio, ma dei suoi collaboratori. Ai quali, una volta a terra e informato dell’accaduto, contestò ruvidamente l’errore, assumendosene tuttavia la responsabilità.

Sono stato particolarmente lieto quando il collega ed amico Gennaro Malgieri, un ex deputato e un intellettuale tra i più fini e onesti della migliore destra italiana, legato da stima e amicizia con Ottone per la comune frequentazione ideale e letteraria del tedesco Oswald Spengler, autore già nel 1914 del celeberrimo “Tramonto dell’Occidente” pubblicato dopo quattro anni, mi ha confermato in una lunga chiacchierata telefonica la versione di quei fatti a mia conoscenza. E mi ha aggiunto dei particolari personali che mi hanno accreditato ulteriormente Ottone come un grande signore del nostro giornalismo. Un signore che nei drammatici anni Settanta, più che tradire, rappresentò una borghesia lombarda che per un misto di opportunismo, vigliaccheria e incultura prese politicamente fischi per fiaschi, senza neppure adottare, nei riguardi degli avvenimenti, il distacco anglosassone di Piero Ottone, già Mignanego, qual era il suo primo e vero cognome.

 

 

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