Lunga vita e protezione al procuratore Zuccaro

         E va bene. Prima o dopo poteva o doveva capitare di condividere qualcosa dei “portavoce” pentastellati, pur al netto dei loro toni esagitati e dei loro errori di geografia, di grammatica e di sintassi. Con la faccenda del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, e della sua denuncia del rischio concreto che ci siano organizzazioni non governative che lucrano sul traffico degli immigrati, facendo da sponda con le loro navi agli squali travestiti da uomini che in Libia mettono su gommoni fatiscenti centinaia e centinaia di disperati, derubati di tutto e mandati verso i soccorsi di volontari più o meno presunti in grado di portarli nei porti italiani, sono d’accordo con Luigi Di Maio e gli altri grillini. Che sono desiderosi di saperne di più e di aiutare in tutti i modi il magistrato coraggiosamente espostosi ai dubbi e al sarcasmo dei soliti buonisti. Ai quali basta una sigla ong per togliersi il cappello e fare i salamelecchi. Dimentichi, costoro, delle intercettazioni delle indagini sulla cosiddetta Mafia Capitale in cui si parlava di guadagni con gli immigrati uguali, se non superiori a quelli con la droga.

         Lunga vita quindi a Carmelo Zuccaro. A tutela del quale doveva essere lo stesso comitato di presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura a disporre l’apertura di una “pratica”, non lasciandola chiedere soltanto al solito consigliere laico forzista già trattato con insofferenza per avere chiesto un’indagine sulle Procure di Napoli e di Roma in conflitto a loro insaputa -pensate un pò- nella gestione della polizia giudiziaria e, più in generale, nelle indagini sugli appalti miliardari, in euro, della Consip. Che è la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione.

         Lunga vita non solo a Carmelo Zuccaro, ma anche ai responsabili dei servizi segreti stranieri, ma si spera anche italiani, che gli hanno fornito gli elementi per lanciare l’allarme sulle speculazioni di cui sono capaci dei lupi travestiti da agnelli. E ciò a dimostrazione dell’aforisma, attribuito a torto o a ragione a Karl Marx, delle buone intenzioni di cui sono lastricate le vie verso l’inferno: non quello dantesco, ma quello vero.

         Intanto non sarebbe male assicurare una scorta di protezione al procuratore di Catania, o rafforzare quella di cui dovesse già disporre.

Improbabile il ritorno di Renzi a Palazzo Chigi

Peccato che Matteo Renzi, pur sicuro ormai di vincere le primarie di domenica prossima e di tornare quindi ad essere a tutti gli effetti il segretario del Pd, continui a porre ogni tanto il problema quanto meno prematuro di un suo ritorno anche a Palazzo Chigi. E vi pasticci pure un bel po’, fornendo argomenti davvero gratuiti ai tanti nemici che ha fuori ma anche dentro il suo partito, pur dopo la scissione consumatasi a sinistra.

A proposito di nemici o avversari interni, non parlo tanto di Michele Emiliano, tutto sommato inoffensivo per quel tono sempre sopra le righe che usa, per le troppe capacità che si attribuisce, persino quella di dimezzare, o quasi, il bacino elettorale di Beppe Grillo e insieme di poterselo fare alleato in un governo dopo le elezioni. E infine per quel segno beffardo della sorte che lo ha incidentato durante un ballo dal quale si sarebbe dovuto astenere con quella ingombrante stazza fisica che ha.

Parlo piuttosto dell’altro concorrente di Renzi: il flemmatico, per niente gradasso, ma astuto ministro della Giustizia Andrea Orlando. Che, consapevole di avere ormai perduto, a dispetto del “non si sa mai” di stampo un po’ propagandistico e un po’ scaramantico, ha già sistemato una trappola sul percorso del segretario adombrando o minacciando, come preferite, la proposta di un referendum nel Pd se Renzi dopo le elezioni preferisse come interlocutore di governo Silvio Berlusconi a Giuliano Pisapia, e alla relativa galassia del centrosinistra cosiddetto ampio. Un centrosinistra cioè comprensivo non solo di Pier Luigi Bersani, che forse l’ex presidente del Consiglio accetterebbe pure, facendosi una risata sulle sue crozzate ironiche, ma anche di quel Massimo D’Alema che Renzi non vuole neppure sentir nominare. Lui stesso, d’altronde, evita di farne nome, cognome o soprannome -“Baffino”- quando ne attacca la linea e il vero o presunto livore, preferendo alludervi soltanto. Tanto, l’uditorio renziano capisce a volo e procede ai fischi di ordinanza. Altro che risate.

Ebbene, un referendum interno al Pd, fra gli iscritti, sul rapporto con Berlusconi come alleato di governo, per quanto obbligato nel quadro di un risultato elettorale prevedibilmente sterile per un partito che non disporrà da solo della maggioranza dei seggi parlamentari, potrebbe risultare molto meno facile e scontato di quanto lo stesso Renzi non ritenga dopo una pur così netta vittoria congressuale.

 

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Non è poi detto che, una volta vinto il referendum interno al partito per preferire Berlusconi a Pisapia e compagni per la formazione di una maggioranza parlamentare, magari dopo il giro di prova di un incarico conferito ai grillini da Mattarella se dovessero raccogliere nelle urne più voti degli altri, il capo di Forza Italia accetti che a guidare il nuovo governo sia Renzi. Al quale un monito in questa direzione è stato appena lanciato giustamente in una intervista dal compagno di partito Goffredo Bettini, sostenitore di Orlando nella corsa alla segreteria ma abbastanza esperto di politica per sapere analizzare bene una situazione al di là della propria collocazione nello schieramento di cui fa parte.

I rapporti fra Renzi e Berlusconi, o viceversa, non sono più quelli di reciproca e non nascosta simpatia della fase iniziale del famoso “Patto del Nazareno”: quando l’allora segretario del Pd sdoganò in qualche modo, come partner delle riforme costituzionali, un Berlusconi appena decaduto da senatore per la condanna definitiva per frode fiscale, in applicazione retroattiva della cosiddetta legge Severino. E lo stesso Berlusconi, dal canto suo, pur di tornare così presto sulla scena dei protagonisti, dimenticò o finse di dimenticare il contributo dato dietro le quinte dall’allora sindaco di Firenze alla gestione della sua decadenza dal Senato, cui si giunse addirittura con voto palese nell’aula di Palazzo Madama, e nonostante esponenti qualificati del Pd, fra i quali l’ex presidente della Camera Luciano Violante, avessero sapientemente suggerito di rimettere la controversa legge Severino all’esame della Corte Costituzionale.

Pur trattenuto da ambasciatori un po’ soporifori come Gianni Letta e persino Denis Verdini, al di là delle sue esuberanze verbali e fisiche, Berlusconi fu colto progressivamente da dubbi su Renzi. Che lo costringeva continuamente a concessioni indesiderate o sulla legge elettorale chiamata Italicum o sulla riforma costituzionale. Poi arrivò l’incidente finale e irreparabile della rottura sull’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica, scelto personalmente da Renzi dicendo praticamente a Berlusconi: o prendi o lasci.

Che poi Berlusconi abbia scoperto tutte le qualità del nuovo capo dello Stato dimenticando trascorsi alquanto burrascosi, come le dimissioni di Mattarella da ministro, negli anni Novanta, contro la legittimazione delle tre reti televisive dell’allora Fininvest, è un altro discorso. Che appartiene alle opportunità o convenienze politiche.

 

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Ora Berlusconi, peraltro ancora privo della piena agibilità politica, in attesa e nella speranza che la Corte Europea di Strasburgo gli restituisca la candidabilità perduta con la condanna penale e con la decadenza da parlamentare, ha interesse certamente a rientrare comunque in gioco ma anche a proteggersi da una eccessiva esposizione e concorrenza elettorale di Renzi sul versante moderato.

Preferire a Renzi un altro esponente del Pd per la guida del governo, magari confermando a Palazzo Chigi il conte Gentiloni, potrebbe inoltre aiutare Berlusconi a ridurre la portata e gli effetti di una divaricazione nel centrodestra. Dove il segretario della Lega Matteo Salvini tratta Renzi come un nemico, rifiuta rapporti con chi ne ha avuti e ne ha col segretario uscente e rientrante del Pd, tipo Angelino Alfano, e tuttavia rimane per Berlusconi un alleato utile, se non necessario, per continuare a governare regioni importanti come la Lombardia, il Veneto e la Liguria, per non parlare delle città che già leghisti e forzisti amministrano insieme, o di quelle che potrebbero conquistare nelle elezioni comunali dell’11 giugno, ed eventuali ballottaggi dopo due settimane.

Ma anche sul versante di sinistra, se mai il Pd fosse costretto a cercare alleanze di governo in quella direzione dopo le elezioni, con o senza il referendum proposto o minacciato da Orlando, un ritorno di Renzi a Palazzo Chigi potrebbe risultare difficile, o addirittura impossibile. Lo stesso Orlando si è un po’ offerto al posto suo, dicendo, sia pure con troppa enfasi, che “solo” lui potrà unire, al punto in cui sono giunti i contrasti di natura anche personale, le componenti del centrosinistra, con o senza trattino.

E Renzi che farebbe? Condannerebbe il paese all’ingovernabilità pur di impuntarsi sulla propria candidatura ad una carica che peraltro è nella disponibilità, quanto a nomina, solo del presidente della Repubblica? E’ un’altra ragione, questa, per la quale trovo irrazionale, se non anche imprudente, il periodico ritorno di Renzi all’argomento e all’obiettivo di Palazzo Chigi, non accontentandosi della segreteria del partito.

 

 

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Mattarella ha fretta ma i presidenti delle Camere no

Altro che un altolà, l’ennesimo, alle elezioni anticipate, come i contrari a questa prospettiva hanno voluto interpretare con disarmante ingenuità, o eccessiva e disdicevole malizia, il pranzo improvvisato al Quirinale dal capo dello Stato con i presidenti delle Camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini. Cui Sergio Mattarella ha deciso di sollecitare a quattr’occhi, senza perdere tempo con un messaggio al Parlamento, che tuttavia non è da escludere, l’approvazione della riforma o riformina elettorale da lui giustamente ritenuta indispensabile dopo i tagli apportati dalla Corte Costituzionale alle leggi che disciplinano il rinnovo del Senato e della Camera. Leggi che, pur essendo immediatamente applicabili, secondo una specie di certificazione rilasciata dalla stessa Corte decidendone le amputazioni, produrrebbero risultati elettorali da far mettere le mani nei capelli, almeno a chi li ha. E Mattarella ne ha.

Già questo la dice lunga sui criteri ben poco logici con i quali si è presa l’abitudine di lavorare nel Palazzo della Consulta, peraltro dirimpettaio del Quirinale. Ma questo è un altro discorso, peraltro inutile perché per porvi rimedio bisognerebbe rimettere mano alla Costituzione e disciplinare diversamente competenze e funzionamento della Corte. Figuratevi se è immaginabile qualcosa del genere dopo la miseranda fine riservata a stragrande maggioranza dagli elettori, nel referendum del 4 dicembre, scorso alla riforma targata Renzi, peraltro dopo la bocciatura di un’altra riforma costituzionale: quella del 2005 varata dalla maggioranza di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi.

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Se Mattarella ha sentito il bisogno e l’urgenza di convocare i presidenti delle Camere per sollecitare un intervento legislativo sulle regole elettorali, pur scadendo tra febbraio e marzo dell’anno prossimo la legislatura cominciata nel 2013, vuol dire ch’egli sente dalla postazione del Quirinale puzza di bruciato. Egli avverte cioè il rischio, di fronte ai tanti problemi che si accavallano e alle tensioni politiche che aumentano, di trovarsi ben prima della scadenza ordinaria della legislatura alle prese con una crisi governativa di tale gravità da non lasciargli altra via d’uscita che le elezioni anticipate, appunto. Con la conseguente certezza di trovarsi dopo il voto in una situazione ancora peggiore, determinata dall’impossibilità di conciliare la maggioranza di una Camera con quella dell’altra. Sarebbe un manicomio, cui tornando ancora a votare ne seguirebbe un altro. E via di seguito sino al fallimento della democrazia, cui sopravviverebbero, ma neppure a lungo, solo i giudici costituzionali. Che scadrebbero pure loro, uno dopo l’altro, al compimento del nono anno del proprio mandato.

Il guaio del povero Mattarella, a meno che a tempo debito non si spazientisca a tal punto da autorizzare il governo del conte Gentiloni a intervenire clamorosamente sulla materia elettorale con un decreto legge, immediatamente applicabie, è che i presidenti delle Camere da lui invitati a pranzo non sono gli interlocutori ideali per la fretta che egli ha di rimediare ai pasticci combinati dalla Corte nella illusione che vi potesse provvedere un Parlamento solerte e, direi, assennato.

Gli interlocutori di Mattarella in un processo normale sarebbero giudici ricusabili perché sul problema delle elezioni anticipate si sono entrambi già pronunciati, e nello stesso modo. Spalleggiati anche dal presidente emerito della Repubblica e senatore a vita Giorgio Napolitano, tanto Grasso quanto la Boldrini si sono dichiarati non contrari ma contrarissimi allo scioglimento anticipato delle Camere, ritenendo che esse abbiano ancora tante cose da fare che sarebbe una specie di delitto interromperne la durata, neppure se scoppiasse una crisi di governo e non si riuscisse a formarne un altro. O per formarlo occorresse tanto di quel tempo da esaurire solo per questo la parte residua della legislatura, e ad attività parlamentare naturalmente bloccata, e ricorso obbligatorio al cosiddetto esercizio provvisorio del bilancio. Siamo ad un altro pasticcio, politico e istituzionale, non meno anacronistico di quello prodotto dagli illustrissimi giudici del Palazzo della Consulta.

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Una ulteriore prova del fatto che gli interlocutori pur naturali di Mattarella sul tema quanto meno dei tempi della riforma o riformina elettorale siano i meno indicati o adatti all’urgenza responsabilmente avvertita dal capo dello Stato è arrivata con l’annuncio, successivo al pranzo svoltosi al Quirinale, della data scelta per portare in aula, alla Camera, l’argomento. Cioè, la discussione della proposta di legge con la quale cercare almeno di “armonizzare”, come dice lo stesso Mattarella, le regole per il rinnovo dei due rami del Parlamento.

Se ne parlerà non domani, né dopodomani, né martedì prossimo, essendo lunedì la festa del lavoro, ma lunedì 29 maggio. Quindi, con calma. Con molta, anzi moltissima calma. Destinata ad aumentare perché nel mese di giugno i parlamentari reclameranno prevedibilmente le solite pause per partecipare nei loro collegi alle elezioni amministrative dell’11 giugno e ai ballottaggi di due settimane dopo. Si tratta di un test elettorale tanto diffuso, da nord a sud, da essere avvertito da tutti i partiti come una scadenza politicamente decisiva.

Se fossi stato nei panni del presidente della Repubblica, all’annuncio della data del 29 maggio avrei sbattuto il telefono in faccia al pur autorevole interlocutore, o interlocutrice. E avrei dato in escandescenze in tutto il palazzo del Quirinale, annessi e connessi, compreso il terrazzo che si affaccia sulla piazza omonima. Ma per fortuna Mattarella ha un sistema nervoso che mi sembra solidissimo. E io, modestamente, non sono nessuno. E magari rischio, per ciò che ho osato scrivere, una considerazione peggiore di quella che mi sono permesso di esprimere, o far capire, nei riguardi dei giudici costituzionali.

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Travaglio mena Renzi per accoppiarlo a Grillo

Se non ci fosse, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio bisognerebbe inventarselo sia per la sua indubbia versatilità sia per le sorprese che è capace di riservare a chi lo segue abitualmente, un po’ per diletto e un po’ per mestiere.

Lo avevo lasciato poche sere fa, collegato con Lilli Gruber a la 7, ma in una circostanza diversa da quella su carceri e dintorni commentata da Piero Sansonetti, su un piano di disponibilità insolita verso il Pd che sta tornando sotto la guida di Matteo Renzi. Se davvero ne è mai uscito con le dimissioni presentate dal segretario per anticipare almeno il congresso, visto che non gli era riuscito di avviare il ricorso alle elezioni anticipate dopo la “strasconfitta” – parola sua- nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale.

Incoraggiato anche da un ragionamento appena sviluppato dal presidente assai emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky proprio sul Fatto Quotidiano, Travaglio aveva esortato a non escludere la possibilità di qualche convergenza post-elettorale fra gli apparentemente incompatibili Grillo e Renzi. Che insieme, d’altronde, pur dicendosene e dandosele di tutti i colori e di santa ragione, qualcosa l’hanno già fatta in questa accidentatissima legislatura: per esempio, sbloccando la paralisi del Parlamento, pur non essendone partecipi ne’ l’uno né l’altro, quando si sono dovuti coprire i vuoti creatisi nel Consiglio Superiore della Magistratura e nella Corte Costituzionale. Dove proprio per effetto di quella paralisi non siede adesso un candidato del Pd che aveva francamente tutti i requisiti per accedervi: l’ex presidente della Camera e docente universitario, oltre che magistrato in pensione, Luciano Violante.

Il buon Travaglio quella sera si era spinto anche a spiegare come e perché una convergenza di Grillo con Renzi fosse più possibile, o meno difficile, di una con Matteo Salvini, per quanto grillini e leghisti abbiano spesso approcci simili, per esempio, sul terreno scivoloso dell’immigrazione continua, e derivati.

Figuratevi -aveva detto Travaglio con l’aria di conoscere bene cose e persone- se gli elettori 5 stelle, più numerosi al sud che al nord, potranno mai tollerare un accordo con Salvini, visto tutto quello che gli capita ogni volta che si affaccia da quelle parti.

Grande pertanto è stata la mia sorpresa ieri mattina, quando ho visto sferrare sulla prima pagina del Fatto Quotidiano un colpo durissimo contro Renzi su un terreno politico e istituzionale delicato come quello dei rapporti con la magistratura e col ministro della Giustizia, nonché suo concorrente alla segreteria del Pd, Andrea Orlando. Un colpo, poi, inferto con l’aiuto gridato dello stesso Orlando in un titolone così: “Intervista del Fatto a Orlando: “Contro i pm Renzi si scelga un altro ministro”. A pagina 6 replica del titolo e del concetto, cioè di un Renzi sconsideratamente espostosi a reclamare contro i magistrati che hanno accusato il padre di traffico d’influenze illecite, peraltro dopo un’intercettazione manipolata, una tempestiva ispezione ministeriale. Che può pure passare se auspicata da un giornale, non certo dal Fatto in questo caso, o da un amico o sostenitore di Renzi, ma diventa uno strafalcione politico e istituzionale in bocca allo stesso ex presidente del Consiglio di Orlando, che è rimasto guardasigilli anche nel governo di Paolo Gentiloni.

Si dà però il caso che il virgolettato dei titoli è risultato quanto meno posticcio rispetto al testo dell’intervista diligentemente raccolta da Fabrizio D’Esposito. Al quale Orlando ha detto che Renzi non gli ha chiesto nulla. E l’intervistatore, dal canto suo, ha scritto della posizione assunta da “qualcuno dei renziani”. “L’ultimo – ha scrupolosamente notato l’intervistatore- è Franco Vazio, vice presidente della Commissione Giustizia della Camera”, responsabile di avere detto, testualmente, che “Orlando non ha saputo fermare gli attacchi dei magistrati contro Renzi”. “Sono parole che mi addolorano e mi feriscono profondamente”, ha commentato giustamente il guardasigilli riferendosi però a Vazio, appunto, o a “qualche renziano”, ha poi “precisato”, non a Renzi. Nei riguardi del quale al ministro basta e avanza essere concorrente alla segreteria del partito, senza bisogno di attribuirgli anche un’indebita interferenza o pretesa come quella che il direttore del Fatto ha voluto o ha consentito al titolista di attribuire a Renzi in persona.

L’episodio, o l’infortunio, non è la fine del mondo, per carità. Ne accadono di simili nei giornali, magari per la fretta o solo per rendere più appetibile un titolo o un richiamo, ma nei giornali comuni, non in un quotidiano in qualche modo di scuola come si considera quello del buon Travaglio, sempre pronto a dare i voti agli altri, e a coglierli in fallo di omissione o di malizia, specie quando a farne le spese possono essere magistrati e grillini, o viceversa.

Diciamo così per scherzare, o per sfotterci professionalmente a vicenda, che Travaglio è stato un po’ tradito dalla voglia di partecipare alle primarie del Pd senza scomodarsi sino al gazebo di turno, domenica prossima. E con quel titolo ha voluto mettere a modo suo, e gratuitamente, senza l’obolo dei due euro, una scheda contro Renzi.

Tutto questo, giusto per cercare di ridurre la vittoria del segretario rientrante del Pd, e con la vittoria anche le pretese di Renzi nelle trattative post-elettorali con Grillo, se davvero vi si dovesse arrivare. Come Travaglio, sempre lui, prudentemente non esclude dopo averne ragionato col già ricordato presidente assai emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky.

 

 

          Pubblicato su Il Dubbio

Beppe Grillo beato fra tonache e toghe

Un po’ distratti anche dal ponte festivo della Liberazione -l’unico tipo di ponte esente in Italia dal rischio di crolli- non ci siamo accorti della crescente corte del mondo giudiziario a Beppe Grillo e al suo movimento. Altro che, in senso inverso, la corte che Grillo ha tentato di fare alla Chiesa tramite il direttore di Avvenire ottenendo l’effetto contrario grazie -una volta tanto- all’altolà di monsignore Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiano. Che ha avuto il buon senso -una volta tanto, ripeto- e la tempestività di contestare non solo o non tanto lo spazio messo a disposizione di Grillo dal giornale, sino a prova contraria, dei vescovi italiani con una lunga intervista, quanto il commento fattone su un altro quotidiano –il Corriere della Sera-dal direttore dello stesso Avvenire, Marco Tarquinio. Il quale si era spinto, benedett’uomo, in uno slancio di vocazione missionaria, a riconoscersi nei tre quarti, addirittura, delle posizioni grilline sulle più importanti questioni italiane, e forse anche mondiali.

Già comparso al recente convegno di Ivrea in memoria di Gianroberto Casaleggio, e d’incoraggiamento per le ambizioni del figlio Davide, con un magistrato in servizio fra i relatori, Sebastiano Ardita, e con l’ex magistrato Antonio Di Pietro fra il pubblico, accorso ad annusare l’aria di un movimento che aveva saputo raccogliere più consensi di lui con l’allora sua Italia dei Valori, il mondo giudiziario ha appena annunciato un contributo d’idee e di proposte proprio ai grillini. Che sono stati esplicitamente indicati come possibili suoi interlocutori da Antonio Ingroia, un altro ex magistrato che ha tentato con ancora minore fortuna del suo amico e collega Di Pietro di investire in politica, con la sua fallimentare Azione Civile nelle elezioni del 2013, la notorietà, il successo, il credito e quant’altro guadagnatosi con la toga addosso. Penso, per esempio, a quando il pubblico ministero Ingroia si scontrava addirittura col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la gestione delle indagini e dello stesso processo sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia stragista di 25 anni fa. Uno scontro tuttavia finito davanti alla Corte Costituzionale a vantaggio del capo dello Stato, pur fra le critiche e lo stupore dell’illuminatissimo presidente emerito della Consulta Gustavo Zagrebelsky. Che avrebbe forse dato ragione a Ingroia e, più in generale, alla Procura palermitana.

 

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Ingroia, ora felicemente avvocato e meno felicemente amministratore, indagato, di un ente siciliano affidatogli a suo tempo dal governatore Rosario Crocetta, ha elaborato con Nino Di Matteo, succedutogli alla guida dell’accusa nel lunghissimo processone in corso a Palermo sulle già ricordate e presunte trattative fra lo Stato e la mafia, una proposta di legge anticorruzione che il presidente dell’omonima Autorità, Raffaele Cantone, neppure se la sogna. E’ una proposta chiamata “La Torre bis” in onore di Pio La Torre, il dirigente comunista siciliano ucciso dalla mafia nel 1982, che intende applicare agli indagati per corruzione e concussione il sequestro preventivo dei beni già in vigore per gli indagati di mafia, se non riescono a dimostrare -con un’inversione quindi della ricerca delle prove- la liceità dei loro soldi e delle altre loro proprietà.

La proposta è forte, di certo. E Ingroia, che la illustrerà di persona con Di Matteo venerdì a Palermo, e dove sennò?, ha tutte le ragioni, come vedremo, per considerarla fatta su misura per piacere ai grillini e farla portare avanti da loro nelle aule parlamentari, specie se questa legislatura ormai in esaurimento ordinario, per non parlare del logoramento straordinario del clima politico, dovesse prolungarsi ben oltre la scadenza di febbraio o marzo del 2018 grazie ad una guerra dichiarata apposta, e per niente dispendiosa, alla Repubblica di San Marino.

Con questo tipo di proposta di Ingroia, Di Matteo, Grillo e altri volenterosi si potrebbero eseguire sequestri di valore pari a chissà quali e quante leggi finanziarie. Risolveremmo d’incanto il problema del nostro mastodontico debito pubblico e tutte le complicazioni ch’esso ci procura nei rapporti con Bruxelles e Berlino. L’Italia diventerebbe -tenetevi forte- il paese più virtuoso di tutta l’Unione Europea.

Se si facesse il censimento patrimoniale, diretto e indiretto, delle famiglie di tutti i dirigenti pubblici, amministratori di enti, nazionali e locali, e si inondassero le Procure di segnalazioni di corruzione o concussione a loro carico, non basterebbero i forzieri della Banca d’Italia a tenere in custodia soldi e documenti sequestrati in via preventiva. E magari vendibili e spendibili grazie a qualche comma infilato nella prima legge finanziaria di passaggio per fronteggiare le emergenze, salvo rimborsi a babbo morto, con i tempi ordinari dei nostri processi. Un’idea formidabile. Pensate un po’ quanto dovremmo e potremmo essere grati ad Ingroia per la decisione presa a suo tempo di lasciare la magistratura per mettere meglio a frutto la sua sapienza e, soprattutto, fantasia.

 

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Che questa trovata di Ingroia formidabile -ripeto- sia fatta apposta per calzare perfettamente ai piedi, alle mani e alla testa di Grillo lo ha scoperto lo stesso ex magistrato siciliano consultando -credo di aver capito- gli archivi elettronici del movimento delle 5 stelle. Dove egli ha scovato la proposta non so di quale deputato o senatore eletto nelle liste grilline, ma temo poi uscitone per una delle tante e ormai usuali beghe interne al movimento, in cui si propone di applicare già agli indagati per abuso d’ufficio il sequestro preventivo dei beni consentito oggi ai danni dei mafiosi.

Immagino la faccia del povero Pier Luigi Bersani. Che non sa cosa si sia perso all’inizio di questa diciassettesima legislatura inseguendo un aiutino dei grillini per allestire il suo governo “di minoranza e di combattimento”, presentarsi alle Camere e strappare ai parlamentari pentastellati non dico un vero e proprio voto di fiducia, ma almeno l’astensione, anzi l’assenza dall’aula del Senato nel momento di dire sì o no.

Poi, dovendo guadagnarsi l’appoggio dei grillini giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, secondo per secondo, Bersani avrebbe potuto o dovuto ingoiare persino il sequestro preventivo dei beni per gli indagati di abuso d’ufficio. Che è un reato declassato una volta dallo stesso Bersani, in difesa di un sindaco dell’allora sua “ditta”, il Pd, incorso nell’avviso di garanzia della Procura di turno, ad un banale incidente di percorso per un amministratore locale. Un incidente, anzi, che lui paragonò, e forse non a torto, lo riconosco, ad un sovraccarico contestato dalla Polizia Stradale o dai Vigili Urbani all’autista di un camion.

Bei tempi, quelli in cui Bersani riusciva ancora a ragionare così e non prendeva cappello per qualsiasi cosa di storto gli toccasse di vedere o avvertire, sino a cambiare ditta rovesciandone le insegne.

 

 

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Marine Le Pen fa perdere la testa a Matteo Salvini

Scusate se insisto. Consideratemi pure un fissato, ma continuo a invidiare i francesi, reduci dal primo turno delle elezioni presidenziali e incamminati verso il ballottaggio del 7 maggio fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, nell’ordine in cui hanno preso i voti. E che credo sarà anche quello finale, con una distanza maggiore fra i due.

Invidio i francesi ancora più di ieri per la rapidità con la quale, pur avendo a disposizione due settimane per maturare una scelta, i maggiori esponenti dei partiti battuti al primo turno si sono già pronunciati: tutti praticamente a favore di Macron, eccetto Jean-Luc Mèlenchon, una specie di Fausto Bertinotti d’oltralpe. Che, almeno fino al momento in cui scrivo, non sa che pesci prendere o mangiare, nonostante l’appello fattogli in Italia da Matteo Salvini di preferire Le Pen a Macron. Un appello, condiviso in Francia dal padre di Marine, su cui tornerò più avanti per dirvi tutto il male che ne penso.

Invidio i francesi anche se mi scopro in compagnia di Marco Travaglio, dal quale Dio solo sa quanto di solito dissenta, specie sul tema dei magistrati e dei loro rapporti non solo con la politica ma con tutti i cittadini in genere ai quali capiti la disgrazia di avere a che fare con loro. Ne sapeva qualcosa quel quasi ottantenne appena morto a Roma dopo una caduta in carcere, dove si trovava perché ladro di biciclette. Sì, avete letto bene: ladro di biciclette. Uno che nel dizionario di Travaglio, codice penale alla mano, quindi al riparo da ogni denuncia di familiare o altro, poteva e doveva essere definito “pregiudicato”. Cosa che mi verrebbe voglia di definire, a mia volta, da spregiudicato, ma che mi trattengo dal fare davvero perché, coi tempi che corrono, e coi magistrati che trattano questa materia, potrebbe costare cara a me e all’incolpevole Michele Arnese, direttore di questa testata.

Me ne astengo, preferendo il termine “disinvolto” o “eccentrico”, anche se il dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli in mio possesso, a pagina 1869, dà allo “spregiudicato” un significato per niente offensivo: “che ostenta un’assoluta indipendenza e libertà di modi e di atteggiamenti” o, al massimo, “privo di scrupoli e condizionamenti”. Che pure mi sembrerebbero logici, o umani, per un quasi ottantenne ladro di biciclette, peraltro solo per mania, o malattia, non per vendersele. Sembra che lo abbiano ammesso anche i derubati.

Comunque, per quanto dissenta da lui per queste ed altre questioni, debbo dirvi che non mi sento per niente a disagio a trovarmi d’accordo con Travaglio sul voto e sul dopo-voto francese. Il direttore del Fatto Quotidiano non può avere necessariamente torto, ci mancherebbe.

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E veniamo a Matteo Salvini, come vi dicevo, con la sua reazione al voto francese, cioè con l’auspicio che al ballottaggio del 7 maggio votino per la sua amica e ispiratrice Marine Le Pen il signor Jean-Luc Mélenchon e compagni.

Eppure il segretario della Lega in Italia è di gusti e tendenze assai diverse. Per molto meno di Mèlenchon e compagni i poveri Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Pier Ferdinando Casini, Denis Verdini e tanti altri, partecipi in passato del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, sono stati condannati da Salvini all’inferno politico. Essi hanno osato accordarsi negli ultimi anni col Pd di Matteo Renzi. Che non mi sembra francamente una edizione giovanile del pur simpatico Bertinotti. E che non più tardi di due mesi fa è stato malamente abbandonato da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni non essendo ritenuto abbastanza, anzi per niente di sinistra: una specie di intruso, di cavallo di Troia, oltre che un prepotente, un aspirante dittatore, uno stupratore della democrazia e via fantasticando.

Quella di avere collaborato con Renzi è quindi una colpa imperdonabile agli occhi e alla coscienza di Salvini, Che tuttavia sarebbe disposto a rifare il centrodestra con Berlusconi, che pure è andato per un bel po’ d’accordo col Pd di Renzi, e prima ancora col Pd di Guglielmo Epifani, mettendo propri ministri nel governo di Enrico Letta, cui la Lega si opponeva. A Berlusconi per emendarsi di questa colpa vengono poste da Salvini solo due condizioni: la rinuncia alla pretesa di guidare daccapo una coalizione di centrodestra senza sottoporsi preventivamente al rito delle primarie, che il segretario leghista pensa di poter vincere, e l’impegno a non fare più accordi con Renzi dopo le elezioni. Come invece Berlusconi ragionevolmente sarebbe tentato di fare se il centrodestra non vincesse le elezioni e Renzi gli chiedesse un aiuto per non far fare il governo ai grillini, magari con l’appoggio proprio dei leghisti. Che peraltro hanno già contribuito, insieme con qualche sfumatura bertinottiana, alla Mèlanchon, a far eleggere nella scorsa primavera sindache pentastellate in città come Roma e Torino.

Tutto questo dovrebbe bastarvi ed avanzarvi per farvi un’idea della lega salviniana e dei suoi progetti: anche di quelli riguardanti l’Europa e l’immigrazione, che sono i suoi cavalli di battaglia. Se manca la chiarezza a monte, figuriamoci a valle.

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Naturalmente nell’ottica di Salvini il probabile nuovo presidente della Repubblica francese è un diabolico agente delle centrali finanziarie e dell’Europa dei burocrati che ne dipende.

Più articolato ma ugualmente negativo è il giudizio del direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, su Macron. Che egli ha difeso dal tentativo di Matteo Renzi di sentirsene emulo, anzi ispiratore, pur non mancando testimonianze autorevoli della grande attenzione riservata da Macron all’allora segretario del Pd e presidente del Consiglio italiano, sino a trarne spunto per lasciare i socialisti francesi e improvvisare un suo movimento chiamato “in marcia”, naturalmente verso il centro. E ciò perché è al centro che si gioca la partita politica in Europa, e non solo in Italia, come ha appena dichiarato proprio Renzi, in una intervista ai giornali del gruppo Monti-Riffeser, compiacendosi del successo di Macron, anzi avendovi scommesso.

Questa storia di Renzi macronizzato o di Macron renzizzato non va proprio giù a Sallusti, convinto che Macron debba piuttosto sentirsi emulo di Silvio Berlusconi. Ma il francese temo, per Berlusconi, che non ci pensi proprio, e non solo perché ad una fidanzata giovanissima ha preferito nella sua vita una moglie che ha più di un terzo della sua età. Del resto, se ci pensasse, e fosse ricambiato, si aggraverebbero per Berlusconi i rapporti con Salvini.

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L’astuta scommessa di Scalfari su Renzi e Orlando

Qualcuno sarà’ rimasto a prima vista sconcertato domenica mattina leggendo prima su Repubblica e poi sull’Espresso, fermandosi però al titolo della sua fortunata rubrica del Vetro soffiato, il decano ormai del giornalismo italiano Eugenio Scalfari. Al quale cerca di tenere encomiabilmente testa, per assiduità di attenzione e di interventi sulla complicatissima politica italiana, il quasi coetaneo, ed ex dirigente del Pci, Emanuele Macaluso.

Su Repubblica Scalfari ha tinto di intenso azzurro europeo, il suo colore preferito, in tutti i sensi, il segretario uscente e ormai rientrante del Pd Matteo Renzi, collocandolo in una specie di Olimpo con Romano Prodi, Mario Draghi e Walter Vetroni, non più quindi Enrico Letta, altre volte da lui indicato, per quanto giovane, nella riserva onorevole della Repubblica: quella vera, non di carta come un giornale che ne ha fatto pur felicemente la propria testata.

Di Renzi, in particolare, Scalfari ha apprezzato prima l’idea, da lui peraltro suggeritagli, di sposare la proposta di Draghi di un ministro unico delle Finanze nell’Unione Europea, e poi il progetto di una riforma dei trattati per l’elezione diretta del presidente della Commissione di Bruxelles, probabilmente insieme col Parlamento, e comunque con tanto di primarie a livello nazionale per definirne la candidatura. Smetteremmo così di avere, per la presidenza della Commissione, da unificare con quella dell’attuale Consiglio Europeo, le solite condizionanti trattative fra i governi, condotte sempre dietro le quinte, nel modo cioè meno trasparente possibile, con veti più o meno odiosamente nascosti.

L ‘europeismo è notoriamente per Scalfari la nuova discriminante politica, come una volta fra destra e sinistra. Oggi per lui si è a sinistra se si condivide il progetto dell’unità europea, si è a destra se non lo si condivide, preferendo il cosiddetto sovranismo e le sue varianti.

Ebbene, letti gli elogi di Renzi su Repubblica, si potrà essere rimasti sorpresi sfogliando l’annesso numero dell’Espresso e vedendo, nel titolo e sommario della rubrica settimanale di Scalfari, l’annuncio ch’egli parteciperà alle primarie del Pd di domenica prossima per non votare Renzi ma uno dei suoi due concorrenti.

Scalfari non ne ha fatto il nome, ma ho motivo di credere ch’egli abbia deciso di votare per l’attuale guardasigilli Andrea Orlando. Non mi pare proprio che l’altro candidato ancora, l’irruente governatore pugliese Michele Emiliano, sotto procedimento al Consiglio Superiore della Magistratura per non volere dismettere la toga dopo tanti anni di attività politica, sino a iscriversi al Pd e a scalarne la segreteria nazionale, corrisponda umanamente e, direi, filosoficamente allo schema scalfariano di un leader.

A leggere poi per intero il Vetro soffiato del fondatore di Repubblica si capisce, e personalmente condivido anche, la logica con la quale egli concilia Renzi, di cui da’ per scontata la rielezione a segretario del partito, con Orlando.

Nello scenario ormai proporzionale della nuova legislatura, dopo i colpi inferti dalla Corte Costituzionale agli aspetti più maggioritari delle leggi elettorali della Camera e del Senato, note rispettivamente come Italicum e Porcellum, e considerata la debolezza o addirittura impotenza del Parlamento in via di scadenza, Scalfari vede realisticamente futuri governi di coalizione. Ma di coalizioni destinate a formarsi dopo le elezioni, in base ai rapporti di forza fra i partiti che saranno usciti dalle urne, oltre che in base alle loro affinità programmatiche.

In questa ottica Scalfari non sbaglia a ritenere prevalente il ruolo di segretario del partito di maggioranza relativa rispetto a quello di presidente  del Consiglio. Che dovrà fare più da mediatore che da propulsore. E Dio solo sa quanto Renzi ne abbia bisogno,dopo le prove date nei più di mille giorni trascorsi a Palazzo Chigi, sino a trasformare rovinosamente la campagna referendaria sulla riforma costituzionale in un plebiscito su di lui. Cioè, contro di lui.

Scalfari evidentemente immagina e persegue un Renzi daccapo segretario del Pd ma senza le vertigini di una vittoria troppo forte. E perciò meglio predisposto ad affidare la guida di un governo di coalizione con i centristi, sino ad un Berlusconi staccatosi dai leghisti, ad uno come il presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni. E la guida invece di un governo di centrosinistra “largo” o “ampio”, come dice l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ad uno come Orlando. Che per ora Scalfari può aiutare solo votandolo per la segreteria nel gazebo dove si recherà volenterosamente ed encomiabilmente, alla sua bella età, domenica prossima.

 

            Pubblicato su Il Dubbio

Gli italiani condannati a invidiare inglesi e francesi

Di fronte ai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia, e dopo l’imbocco della strada delle elezioni anticipate in Gran Bretagna col semplice annuncio, in pratica, della prima ministra Theresa May che gli inglesi voteranno giovedì 8 giugno, mi chiedo perché mai i moderati in Italia, al netto delle arrabbiature procurate loro da chi li dovrebbe rappresentare in Parlamento, debbano essere condannati all’invidia. Sì, all’invidia.

Nel nostro caso, l’invidia è per come all’estero le regole della partita politica e istituzionale funzionino grazie alla loro semplicità e razionalità: cose che in Italia non sembrano avere diritto di cittadinanza. E non ce l’hanno sia per l’incapacità della politica di camminare al passo con i tempi, sia per la sovranità -diciamolo francamente- ch’essa anche in materia di legge elettorale ha ceduto alla magistratura. Sia pure ad una magistratura di livello superiore e atipico com’è quella della Corte Costituzionale, fatta di cinque toghe vere e proprie e di dieci consiglieri “laici”, in quanto nominati per metà dal presidente della Repubblica ed eletti per l’altra metà dalle Camere in seduta congiunta, e con criteri inevitabilmente politici. Che tali rimangono per la natura di chi li deve pur scegliere, secondo l’articolo 135 della Costituzione, “fra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrativa, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio”. Anni, peraltro, che non sempre sono stati valutati con criteri unanimemente condivisi, visto che furono contestati, per esempio, quelli attribuiti a Fernanda Contri, giudice costituzionale dal 1996 al 2005 e infine anche vice presidente.

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Ebbene, questa nostra Corte Costituzionale, che taluni esperti ritengono addirittura un modello a livello mondiale, prima ha permesso, con una interpretazione alquanto estensiva dell’articolo 75 sul carattere anche “parziale” di un’abrogazione, che le leggi elettorali venissero manipolate dagli elettori con i referendum. Ai cui promotori è stato consentito, in particolare, di predisporre quesiti, comprensibili solo agli addetti alla materia, in cui certe norme venivano tagliate e cucite, fra parole soppresse e virgole spostate: il tutto studiato apposta non per abolire ma per modificare la legge per l’elezione del Senato, o della Camera, o di entrambe.

Poi, evidentemente non contenta di questo, la stessa Corte si è arrogato il diritto, su ricorso della magistratura ordinaria, di intervenire anch’essa sulle leggi elettorali col metodo del taglia e cuci, per cui la Consulta, come si chiama il Palazzo dove lavorano i giudici costituzionali, è diventata una sartoria elettorale. Dove nei mesi scorsi, per esempio, è stato tagliato dal cosiddetto Italicum, non ancora applicato peraltro all’elezione della Camera, il ballottaggio. Che è il sistema grazie al quale fra meno di quindici giorni, domenica 7 maggio, i francesi potranno eleggere -beati loro- il presidente della Repubblica scegliendo fra i due più votati nel primo turno del 23 aprile: Emmanuel Macron e Marine Le Pen, distanziati di soli due punti.

Da noi il ballottaggio, pur felicemente sperimentato a livello locale con l’elezione dei sindaci, è stato precluso dagli illustrissimi giudici della Corte Costituzionale a livello nazionale.

Sì, lo so, il mio buon amico Giuliano Amato, giudice della Consulta, noto anche come “dottor Sottile” per la sua coscienza e conoscenza, e per la finezza con la quale sa mostrare l’una e l’altra, scelto proprio per questo dal compianto Bettino Craxi come principale collaboratore nei quattro anni del suo governo, in veste di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha spiegato che la Corte non ha bocciato il ballottaggio in sé, ma solo quello previsto dal benedetto o maledetto Italicum. Per cui basterebbe che il Parlamento, in quel poco ormai che resta della legislatura in corso, approvasse una nuova legge con un ballottaggio diversamente prescritto, con soglie di accesso ben o meglio definite, ed equilibrate, per potervi ricorrere già alle prossime elezioni.

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Dice bene -ripeto- il mio buon amico Giuliano. Eppure lui è stato due volte presidente del Consiglio e più volte ministro, dopo l’esperienza di sottosegretario con Craxi. Pertanto sa bene, anzi benissimo, che né queste Camere ormai moribonde né probabilmente quelle successive, destinate a segnare il sostanziale ritorno al sistema elettorale proporzionale proprio dopo l’intervento della Corte Costituzionale prima sul cosiddetto Porcellum e poi sull’Italicum, non avranno mai la forza e la voglia di concedere agli italiani il ballottaggio nazionale, il presidenzialismo e qualsiasi altra forma di sistema istituzionale o legge elettorale improntati alla semplicità, alla logica e alla rapidità. Noi in questo dobbiamo continuare, come dicevo all’inizio, a invidiare gli altri.

D’altronde, quelle volte in cui si è riusciti in Parlamento, con la complicata procedura della doppia lettura, a varare riforme costituzionali -nel 2005 con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi e l’anno scorso con Matteo Renzi, entrambi ostinatisi a volerle approvare a maggioranza assoluta, e non con i due terzi dei voti che avrebbero evitato il passaggio referendario- gli elettori non ne hanno voluto sapere. Cioè, noi non ne abbiamo voluto sapere, per cui sarebbe forse anche il caso di dire che ce lo siamo cercato e ce lo meritiamo il sentiment d’invidia che proviamo nei riguardi dei francesi e, per altro verso, degli inglesi.

Debbo aggiungere, paradossalmente, che proprio sotto l’aspetto di quella che considero la perniciosa invadenza della Corte Costituzionale in materia elettorale, sono contento che la riforma della Costituzione targata Renzi sia stata bocciata nel referendum del 4 dicembre. Fra i suoi inconvenienti c’era il divieto di applicazione di una nuova legge elettorale senza il preventivo giudizio, cioè assenso, dei giudici costituzionali. Ai quali, a quel punto, non restava solo che trasferirsi nel dirimpettaio Palazzo del Quirinale e sostituirsi collegialmente, al capo dello Stato, magari a turno, come si sono già abituati a fare con i loro presidenti scegliendo quello più vicino alla scadenza. Una prospettiva, formale o sostanziale che fosse, semplicemente da pazzi.

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Scalfari aiuta Renzi a modo suo. Berlusca preferisce gli agnelli ai centristi

Grazie anche al contributo non certo disinteressato del terrorismo islamista, e chissà poi se soltanto islamista, le elezioni francesi sono diventate l’epicentro d’Europa. Più ancora di quanto l’anno scorso non fosse avvenuto col referendum inglese, sfociato in quella che tutti ora chiamiamo Brexit.

I fatti, solo i fatti, come sempre del resto, potranno dire se tanta attenzione attorno ai seggi elettorali di Francia sia giustificata. E se non scopriremo invece alla fine che, salvo l’elezione di Marine Le Pen, una campionessa della destra sovranista e un po’ anche razzista nata quasi a dispetto nel 1968, l’anno della contestazione destinata a travolgere nel 1969 anche uno come il presidente e generale Charles De Gaulle; salvo, dicevo, l’elezione eventuale di Marine Le Pen, tutto rimarrà come prima in Francia, e dintorni.

I fatti francesi hanno oscurato in Italia anche l’ultima e decisiva settimana delle primarie del Pd, per ravvivare le quali Eugenio Scalfari ha tinto di azzurro quanto più poteva Matteo Renzi. Che, pur avendolo deluso con le dimissioni da presidente del Consiglio dopo la scoppola referendaria del 4 dicembre scorso, ma anche con qualche ambiguità sul tema di un suo ritorno a Palazzo Chigi, sconsigliatogli per diverse ragioni politiche, e forse temperamentali, è rimasto nel cuore del fondatore di Repubblica. Se ne faranno una ragione fuori dal Pd i vari Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, andati via perché non sopportavano più Renzi neppure fisicamente, e dentro i concorrenti alla segreteria, compreso il guardasigilli Andrea Orlando. Col quale si è schierato alla fine anche pubblicamente Romano Prodi, che pure è un altro rimasto nel cuore di Scalfari, con Mario Draghi e Walter Veltroni, come gli europeisti più convinti. E l’europeismo è considerato da Scalfari come il nuovo discrimine politico e persino ideologico. Come una volta era con la destra e la sinistra.

 

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         Renzi, pur non ottenendone il voto nel gazebo di fine mese perchè la vittoria non risulti tanto forte da fargli perdere la testa,  si è guadagnato la fiducia di un uomo pur esigente e diffidente come Scalfari con un corteggiamento lungo e paziente, trasformando i loro incontri e le loro telefonate in lezioni dove naturalmente lui è l’allievo e l’altro il maestro, con tanto di libri da leggere fra un appuntamento e l’altro e su cui poi riferire e lasciarsi interrogare. Libri che spaziano dichiaratamente, secondo le rivelazioni dello stesso Scalfari, dalla storia, antica e recente, alla filosofia. Ma credo anche alla psicologia.

Il punto decisivo alla cucitura dei loro rapporti credo che Renzi l’abbia dato con la proposta delle primarie e poi dell’elezione diretta del presidente della Commissione Europea, sottraendone quindi la scelta ai negoziati fra i governi dei paesi dell’Unione e ai relativi condizionamenti. Un tema, questo, che mi sembra obiettivamente lontano dalla sensibilità, per esempio, di un Michele Emiliano, il concorrente di Renzi alla segreteria del Pd tutto preso adesso più dalle decine di alberi d’ulivo pugliesi da espiantare e rimettere al loro posto dopo che vi scorreranno sotto i tubi del gasdotto che credo si chiami Tap. Ma neppure il ministro della Giustizia mi sembra tanto preso dal problema dell’elezione diretta del presidente europeo, interessandogli di più le prospettive di un governo di centrosinistra, senza o con trattino, abbastanza “largo”, come dice anche Giuliano Pisapia, perché possa cadere solo per lo starnuto di un ministro o di un segretario dei tanti partiti e partitini della coalizione. Accadde già nel 1998 e nel 2008.

Un simile scenario prescinde naturalmente dall’ipotesi di un governo grillino “di minoranza e combattimento”, alla rovescia di quello perseguito penosamente nel 2013 dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani puntando sulla fiducia iniziale di Grillo, col quale poi lui avrebbe negoziato giorno per giorno, ora per ora, qualsiasi provvedimento, dichiarazione o semplice accesso al gabinetto per i bisogni corporali. Non se ne fece per fortuna nulla grazie allo stesso Grillo e soprattutto all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che da quel momento cominciò ad usare il bastone un po’ per aiutarsi a camminare, alla sua età, ma un po’ forse anche per allontanare malintenzionati.

Questa volta i grillini potrebbero chiedere aiuto, per un loro governo minoritario e combattivo, ai leghisti di Matteo Salvini e ai fratelli di Giorgia Meloni grazie alle affinità sul terreno non certamente secondario dell’immigrazione, specie se dovesse prendere corpo l’ipotesi su cui sta indagando la Procura di Catania. Dove sono incuriositi, diciamo così, dalle navi di facoltose organizzazioni non governative che si spingono sino alle acque libiche per soccorrere e trasportare in Italia, a chiamata, migranti imbarcati dai trafficanti su gommoni fatiscenti.

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Sì, lo so. C’è anche la prospettiva di un ritorno vittorioso di quello che fu il centrodestra, accarezzata dal signore degli agnelli, come Silvio Berlusconi viene chiamato da quando ne ha salvati cinque dalla strage stagionale di Pasqua e li allatta personalmente sui suoi prati di Arcore. Ma permettetemi di non crederci perché vedo quell’area ancora più confusa e pasticciata della sinistra, con un intreccio rovinoso di rivalità personali, rancori, ambizioni e persino frustrazioni.

Ho invidiato la capacità che hanno appena avuto il direttore di formiche.net Michele Arnese e Andrea Picardi di esplorare le zone, chiamiamole così, di confine del vecchio centrodestra costituite dai centristi, letteralmente immolatisi nel mantenimento in vita di questa diciassettesima legislatura.

Arnese e Picardi hanno raccolto nel loro salvagente mediatico -Berlusconi, Salvini e Meloni a parte, naturalmente- Angelino Alfano, Pierferdinando Casini, Enrico Zanetti, Flavio Tosi, Stefano Parisi, Alberto Bombassei, Giovanni Monchiero, Gabriele Albertini, Lorenzo Cesa, Raffaele Fitto, Gaetano Quagliariello e Denis Verdini. Hanno inoltre sfiorato il ministro Carlo Calenda, che Renzi teme sia ormai più di là che di qua. E non sono caduti nella trappola della Santa, intesa come Daniela Santanchè, che ha annunciato la nascita di una sua associazione –Noi repubblicani- per potere contribuire non so se più alla composizione o scomposizione dell’area di centrodestra.

Ma che fine ha fatto Corrado Passera? Ne ho perse personalmente le tracce, per cui comprendo e condivido il silenzio riservatogli degli ottimi Arnese e Picardi

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Soccorso di Grillo al direttore di Avvenire

         Chissà se Beppe Grillo ruscirà a salvare la sedia di direttore di Avvenire al suo amico Marco Tarquinio con l’attacco a freddo che ha fatto sul suo blog ai radicali, contestandone le battaglie per il divorzio, l’eutanasia ed altro ancora. E ciò appena dopo avere contribuito con i “portavoce” del suo movimento politico all’approvazione, alla Camera, della legge sul cosiddetto biotestamento. Che certamente non è la legge voluta dai radicali, ma viene in qualche modo incontro alla loro posizione sul fine vita.

         Accusato dal segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Nunzio Galantino, di avere dato troppo credito proprio a Grillo con una lunga intervista commissionata nei giorni scorsi a due giornalisti del quotidiano dei vescovi, e di avere rincarato la dose con una propria intervista al Corriere della Sera in cui dichiarava di riconoscersi nel tre quarti delle posizioni pentastellate sui grandi problemi, Tarquinio può ora dire al suo “editore” e censore che in fondo il comico genovese un po’ di attenzione e di comprensione se la merita da parte dei cattolici.

         Un attacco ai radicali dovrebbe essere in effetti musica per le orecchie dei prelati, anche se la buonanima di Marco Pannella non aveva rapporti proprio cattivi con i Pontefici di Santa Romana Chiesa. Ed ancora di recente i radicali si sono sentiti di casa con i preti, e questi con loro, reclamando amnistia e migliore trattamento dei carcerati.

         Il direttore di Avvenire si è affrettato naturalmente a registrare e valorizzare l’attacco di Grillo ai radicali, dedicandogli spazio all’interno e un richiamo in prima pagina, con piccola ma visibile foto dell’amico.

         A questo punto non resta che augurare buon avvenire, con la minuscola, al direttore dell’Avvenire, con la maiuscola.

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