Mattarella intercettato al Quirinale da una mosca

Sono una mosca, fastidiosa e impertinente come tutte le mosche, per giunta fuori stagione, ma fortunata a tal punto da essermi capitata l’avventura di infilarmi nel palazzo del Quirinale da una finestra aperta da qualche salutista. E volando di qua e di là mi sono trovata addirittura nello studio del presidente della Repubblica. Dove mi sono sfacciatamente adagiata sullo scrittoio senza esserne scacciata, come di solito fanno tutti questi impazienti di umani ben vestiti e con la puzza sotto il naso.

Ho potuto perciò sentire ben bene una telefonata di Sergio Mattarella. Con chi esattamente, non l’ho ben capito perché il presidente si limitava a chiamare di tanto in tanto il suo interlocutore Piero. Piero, e basta. Ma doveva essere un amico fidato, per la delicatezza degli argomenti trattati. Fidato e anche ben incensurato, al di sopra di ogni sospetto, senza il timore quindi di finire intercettato in via indiretta e sfortunata, avendo dall’altra parte del filo qualcuno finito a sua insaputa sotto sorveglianza di un magistrato e relativo maresciallo di polizia giudiziaria. Sennò, poverino, il presidente ha rischiato la disavventura di un anziano predecessore, costretto a chiamare in soccorso la Corte Costituzionale, non bastandogli per legge quegli imponenti Corazzieri a sua disposizione, pronti a intervenire già davanti all’ufficio

Il presidente si compiaceva con Piero della rielezione di “Matteo” alla segreteria del Pd e della fine ch’essa comporterebbe dell’”argomento o pretesto” accampato “da Pietro e Laura”, ma soprattutto “Laura” a giustificazione del ritardo delle Camere sulla strada di “riforma o riformetta elettorale”: giusto quello che occorre per “armonizzare” le leggi in vigore e rinnovare in modo ordinato le assemblee parlamentari. Leggi adesso tanto poco omogenee che in caso di crisi, da lui temuta specie in autunno, quando si dovrà predisporre il bilancio, non lo metteranno in grado di mandare gli italiani alle urne per sbrogliare la matassa. Verrebbero elette, con le regole in vigore, non una Camera accanto all’altra ma una Camera contro l’altra. E io allora che dovrei fare, Piero? Scioglierle daccapo? E quante altre volte ancora?, chiedeva il presidente all’amico.

Con tutta la fretta che Le ho messa, Laura che mi fa, una volta tornata a Montecitorio dopo avere pranzato con “me e Pietro” e riunita la conferenza dei capigruppo? Mi chiama -racconta sempre Mattarella a Piero- e mi dice che la legge arriverà in aula il 29 maggio. E questa sarebbe rapidità? Non fra una settimana, ma dopo un mese, quando già immagino il poco tempo che tutti diranno di avere a disposizione a causa degli impegni della campagna elettorale delle amministrative dell’11 giugno e dei ballottaggi di due settimane dopo. Campa cavallo che l’erba cresce, specie quando l’erba diventerà quella del Senato, dove i numeri sono quelli che sono ed è facile avere più gramigna che erba.

A questo punto io, povera mosca, rischio di perdere la mia postazione d’ascolto perché il presidente allunga una mano verso di me. Ma si ferma ad afferrare un tagliacarte solo per giocarvi, non per scacciarmi via. E così posso godermi e raccontarvi la prosecuzione dello sfogo del presidente con l’amico Piero.

Questa volta non è più’ Laura il bersaglio, ma diventa la Corte Costituzionale. Non posso parlarne e, al limite, non potrei neppure pensarlo, dice il presidente, sia per il ruolo che ho sia per averne fatto parte come giudice. Ne sarei diventato prima o poi anche presidente, visto che finiscono per esserlo tutti, con l’abitudine che hanno preso di eleggere quello più vicino alla scadenza del mandato, quindi anche per pochi mesi. Sarei ancora lì, in attesa del mio turno, se a Matteo non fosse venuta in testa due anni fa l’idea di mettermi qui, facendomi semplicemente attraversare la piazza, dalla Consulta al Quirinale. Ma di questo pasticcio della legge elettorale debbo riconoscere la responsabilità anche della Corte, che ha dichiarato immediatamente applicabili sia il Porcellum per il Senato sia l’Italicum per la Camera, pur avendoli entrambi amputati di parti importanti.

Eppure, specie quando sono intervenuti sull’Italicum, a febbraio, i miei ex colleghi -dice il presidente all’amico- avrebbero dovuto rendersi conto che il combinato disposto delle due leggi avrebbe prodotto non più un Parlamento ma un mostro, fatto di due corpi contrapposti, inconciliabili. Bontà loro, hanno detto che le Camere avrebbero potuto tornare a legiferare sulla materia, se avessero voluto. Ma, appunto, lo vogliono? E pure se lo volessero, lo potrebbero, con tutti i contrasti che ci sono fra e nei partiti che vi sono rappresentati? In che pianeta pensano di vivere i miei ex colleghi?

Non so se stimolato da chissà quale osservazione dell’amico, il presidente ha detto che quello combinato dalla Corte Costituzionale è stato solo l’ultimo “pasticcio in ordine di tempo”, risalendo tutto all’ordinanza con cui permise nel 1991 il primo referendum abrogativo in materia di legge elettorale. Abrogativo, poi, un corno, non potendosi concepire l’abolizione pura e semplice di una legge elettorale senza condannare il Paese al caos, cioè allaimpossibilità di rinnovare in qualsiasi momento, per scadenza ordinaria o straordinaria, all’occorrenza valutata dal presidente della Repubblica, la sua rappresentanza parlamentare.

La Corte decise, allora per le preferenze e due anni dopo per il sistema proporzionale, che l’abrogazione “parziale” di una legge, compresa quella elettorale, potesse avvenire usando le forbici o il bisturi, togliendo una parola qua e un’altra la’, una virgola sopra e un punto sotto, cioè modificando le norme sino a farle diventare altre, del tutto diverse, se non opposte al senso voluto originariamente dal legislatore.

Non contento di questa licenza permessa ai promotori dei referendum con quesiti lunghi e complicatissimi, da addetti ai lavori e non certo da elettori comuni, com’è la grandissima maggioranza della gente chiamata alle urne, la Corte Costituzionale -ha proseguito all’incirca il presidente, scusandomi dell’approssimazione con la quale forse ve ne riferisco- quella licenza se l’è presa anche lei direttamente, quando ha deciso di accogliere i ricorsi della magistratura ordinaria e si è messa a trattare la legge impugnata davanti alla Consulta con le forbici, il filo e il gesso di una sartoria. E meno male che la riforma costituzionale di Matteo, pur da me votata il 4 dicembre, e anche da te su mio consiglio, nonostante tutti i dubbi confessatimi, è stata bocciata. Essa infatti prevedeva addirittura il passaggio obbligatorio di ogni nuova legge elettorale per l’esame della Corte prima di potere essere applicata. Una concessione semplicemente folle, denunciata inutilmente in Parlamento solo da Roberto Giachetti, vice presidente della Camera, uno dei pochi, se non l’unico a intendersi davvero di legge elettorale da quelle parti.

Ci deve essere stata a questo punto un’altra osservazione dell’amico Piero se il presidente ha detto che “aveva certamente ragione la buonanima di Giulio Andreotti” a contestare il “pasticcio originario”, avvenuto nel 1947 all’Assemblea Costituente. Dove fu approvato un emendamento che includeva le leggi elettorali fra quelle precluse al referendum abrogativo, come le tasse e i trattati internazionali. Ma per una dannata svista degli uffici la modifica scomparve dal testo promulgato con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica. Un errore dannatamente irrecuperabile.

           Pubblicato su Il Dubbio

 

 

 

 

 

 

 

 

La puntualità svizzera dei soccorsi ai migranti

Chiusa, almeno per ora, la partita del Pd con la rielezione di Matteo Renzi, e con le solite contestazioni degli sconfitti sui decimali, che danno da soli la misura della loro qualità politica, come quella dei fuoriusciti, rimane aperta, anzi si aggrava il giallo del Mediterraneo. Nelle cui acque non si è solo consumata a lungo la tragedia di troppi immigrati annegati con i loro sogni di fuga dalle guerre e dalla miserie, ma si sta celebrando la festa ipocrita di almeno una parte del volontariato. Che non accetta controlli e discussioni sui suoi ingenti mezzi e su come li usa, sostenendo che il salvataggio delle vite messe in pericolo dai trafficanti di carne umana debba bastare e avanzare per coprire tutto il resto, anche eventuali complicità con quei mascalzoni, raccogliendone i segnali prima delle vittime, e così aiutandoli a spendere meno, usando imbarcazioni fatiscenti, e guadagnando di più.

E’ severamente vietato, e comunque disdicevole, criticare o dubitare del volontariato come una volta accadeva con i sindacati, che potevano pure dissestare con la loro sostanziale cogestione le aziende pubbliche, dalle ferrovie in su o in giù, indifferentemente, ma non potevano essere contestate senza che gli incauti censori si beccassero l’accusa di attentato alla libertà, alla democrazia, alla Costituzione e via blaterando.

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Le ultime dal fronte del volontariato offeso dai sospetti, dai ragionamenti e dalle segnalazioni del capo della Procura di Catania Carmine Zuccaro, convocato dal Consiglio Superiore della Magistratura con una tempestività che da sola lo fa apparire come un imputato, provengono dalla Commissione Difesa del Senato. Dove, con una deformazione delle notizie che farebbe morire d’invidia il Ministero della cosiddetta cultura popolare di qualsiasi dittatura, è stata annunciata la smentita, o sconfessione, di Zuccaro ad opera del collega capo della Procura di Siracusa, Francesco Paolo Giordano. Il quale, gestendo un territorio portuale più affollato di immigrati rispetto a quello di Zuccaro, sarebbe doppiamente attendibile nella presunta esclusione di complicità, connivenza e quant’altro, voluta o solo casuale, fra i soccorritori privati e i trafficanti che operano sulle coste africane.

Ma si è trattato e si tratta di una esclusione, appunto, presunta perché Giordano ha detto anche altro. Che per fortuna si è potuto ascoltare, sia pure in differita, nei pur pochi minuti dedicati da qualche telegiornale all’audizione del magistrato davanti alla commissione parlamentare: telegiornali di cui ora si spera che i direttori non finiscano sotto processo politico e cacciati su due piedi.

Il capo della Procura di Siracusa, dopo gli apprezzamenti doverosi -non si sa mai- per la presenza delle venti e più organizzazioni di volontari in attività nel Mediterraneo con le loro imbarcazioni, le loro attrezzature ricetrasmittenti, il loro personale e la loro disponibilità a soccorrere più naufraghi possibile, ha detto ai senatori che non tutte collaborano allo stesso modo con chi è chiamato a controllarle, o vi tenta. Già, perché pure il volontariato ha regole e leggi da rispettare, anche quando si avventura fuori dalle acque cosiddette territoriali. Alcune collaborano di più e altre di meno -ha raccontato Giordano- per farsi identificare in tutti i sensi. E altre forse non collaborano per niente.

E’ perfettamente inutile quindi che i signori di queste organizzazioni, in barba o senza, in giubbotto di servizio o in abito civile, si mettano a pontificare sui loro meriti e sui demeriti di chi osa occuparsene senza trattarli da santi. Cerchino piuttosto di convincere i loro colleghi, soci o come altro debbano o possano essere chiamati, a collaborare con chi giustamente vorrebbe capire provenienze di mezzi, ragioni e modalità di tanti puntuali appuntamenti fra trafficanti e soccorritori.

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Un’altra notizia sbandierata dai detrattori del capo della Procura di Catania è la smentita dell’esistenza di un fascicolo, o qualcosa di simile, dei servizi segreti sulle operazioni di soccorso dei volontari. Sarebbe una smentita anch’essa del sapore e valore doppio, provenendo dal presidente del comitato parlamentare di sicurezza, e di vigilanza sugli stessi servizi segreti: il leghista Giacomo Stucchi, dello stesso partito guidato da Matteo Salvini, che dispone evidentemente di notizie diverse perchè, insieme con i grillini e altri esponenti politici sprovvisti di anello al naso, ha ripetutamente chiesto notizie su intercettazioni eseguite da servizi segreti stranieri e forse anche italiani. Di esse d’altronde ha parlato, o vi ha accennato, il procuratore di Catania lamentandone l’inutilizzabilità ai fini inquirenti perché non disposte e non gestite dall’autorità giudiziaria, secondo le modalità del codice di procedura penale.

Il Copasir, acronimo del comitato parlamentare presieduto dal legista Stucchi, è più volte incorso in passato in errori, paradossalmente imposti proprio dalla segretezza del lavoro proprio e dei servizi relativi. Ne fu vittima persino qualche presidente del Consiglio, che non nascose il proprio disappunto per avere dovuto incorrere alla Camera o al Senato, o in risposte scritte a interrogazioni, in figuracce: per esempio, a proposito dell’identità di informatori e quant’altri dei servizi. Figuriamoci, poi, del contenuto delle loro operazioni.

D’altronde, a ben pensarci, solo il concetto del controllo parlamentare dei servizi segreti è un ossimoro, per non dire un’ipocrisia. Non se l’abbia a male -perchè non c’è nulla di personale contro di lui in questa opinione- il senatore bergamasco Stucchi, diplomato di un istituto tecnico commerciale, già consulente aziendale e giornalista, come dice la sua biografia ufficiale. Che ne fa quindi in qualche modo persino un collega.

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Addio all’amico Valentino Parlato

Addio, Valentino. Te ne sei andato pure tu, in punta di piedi, secondo le tue abitudini. L’ultima volta che ti ho visto è stata purtroppo solo in foto, grazie al comune amico Umberto Pizzi, che ti aveva ripreso in un incontro, presente anche Giorgio Napolitano, per la presentazione di un libro del comune e vecchio amico Emanuele Macaluso.

         Ti avevo visto, in verità, affaticato e curvo. E poi, in un’altra foto, seduto con una mano appoggiata ad un bastone. E mi era venuta una stretta al cuore. Che ora si è trasformata in un rimorso per avere disertato quell’incontro. Avrei avuto l’occasione di riabbracciarti per l’ultima volta e di scambiare con te le ultime impressioni, sconsolate con la stessa intensità, sia pure su versanti opposti: tu per lo stato in cui si è ridotta la tua sinistra, io per lo stato in cui si è ridotto da solo, più ancora che per la feroce irruzione del giustizialismo in politica, il riformismo liberalsocialista. Che ha rappresentato l’ultimo stadio della mia evoluzione di moderato, come tu ti divertivi a dirmi sfottendomi con l’amicizia e la signorilità che ti distinguevano.

         Quanti congressi della Democrazia Cristiana abbiamo seguito insieme, tu per il tuo Manifesto e io, allora, per il Giornale di Indro Montanelli. Di cui ti divertivi a dire, non ho mai capito se per sfottermi ancora o per convinzione, che disponesse dei pezzi meglio informati su quel partito: i miei. E mi raccontavi anche di avere a questo proposito discussioni in redazione con i tuoi compagni, che diffidavano di un giornalista dichiaratamente anticomunista come me. Tu mi dicevi di rispondere loro che sì, ero anticomunista, ma i racconti che facevo delle intricate vicende democristiane, da cui dipendevano poi gli sviluppi della situazione politica, erano “esatti”.

         Grazie, Valentino. Anche delle tante discussioni avute in quel bar di via Tomacelli, a Roma, di fronte al palazzo dove lavoravi. Discussioni in cui non ti ho sentito mai esprimere un parere più che rispettoso sui tuoi “compagni”, come continuavi a chiamarli, che pure ti avevano fatto il torto di espellerti dal Pci, con altri “eretici”, illusi che si potessero conciliare la democrazia e il comunismo. Ne dovevano passare di anni perché a quella speranza, o illusione, arrivassero nel partito comunista italiano anche altri, incapaci però di riconoscere davvero, e in tempo, i loro torti passati e le vostre ragioni.

         Un abbraccio forte, Valentino. E aspettami, se veramente si può,  perché prima o poi dovrò raggiungerti.

 

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Il curioso modo di Renzi di praticare la serenità

Matteo Renzi ci sorride sopra, o cerca di sorriderci, se gli rimproverano il danno ormai irreversibile procurato al dizionario della lingua italiana quando, ancora fresco della prima elezione a segretario del Pd, liquidò il governo di Enrico Letta dopo un hashtag in cui lo aveva esortato a stare “sereno”. Cioè, a non avere preoccupazioni.

D’altronde, il suo collega di partito aveva cercato a Palazzo Chigi di mettersi al riparo da pericoli non intromettendosi minimamente nella lunga e travolgente scalata congressuale dell’allora sindaco di Firenze alla guida del Pd. E ciò sino a subirne l’intimazione -diciamo la verità- a non correre dietro a Silvio Berlusconi, che tra l’estate e l’autunno del 2013 aveva minacciato la crisi della maggioranza delle cosiddette larghe intese se il governo avesse continuato a fare il Pilato della situazione, come fece, di fronte alla pratica della sua decadenza da senatore. Che fu decisa in applicazione retroattiva della cosiddetta legge Severino, dopo una condanna definitiva per frode fiscale.

Eppure fu poi proprio Renzi, una volta segretario del partito, a ridare un ruolo politico a Berlusconi ricevendolo nella sede del Pd per negoziare e stringere il famoso Patto del Nazareno sulle riforme costituzionale ed elettorale, che dovevano essere parte rilevante del suo governo, pur rimanendo per il resto all’opposizione il partito del senatore decaduto. L’intesa durò poco più di un anno, sino a quando Renzi non tornò a giocare con l’aggettivo “sereno” e rifilò a Berlusconi la fregatura -intesa naturalmente in senso politico- della scelta solitaria di Sergio Mattarella come candidato blindato al Quirinale per la sostituzione dello stanco e dimissionario Giorgio Napolitano.

Non parliamo poi della serenità avvertita da Massimo D’Alema dopo un incontro a Firenze col non ancora segretario del Pd, al quale aveva fatto capire quanto ci tenesse, per la competenza che riteneva di avere acquisito nella sua azione di governo, ad occuparsi solo di Europa, magari entrando nella commissione di Bruxelles che sarebbe stata nominata dopo il rinnovo primaverile del Parlamento di Strasburgo, nella primavera del 2014.

In fiduciosa attesa l’aspirante commissario scrisse anche un libro sui problemi europei presentato pure da Renzi a pochi passi da Montecitorio e da Palazzo Chigi, in un triangolo che doveva essere della felicità ma fu invece della delusione. A Bruxelles Renzi volle o riuscì solo a mandare la giovane ex funzionaria di partito e sua ministra degli Esteri Federica Mogherini, ora sempre più orgogliosa del ruolo pur figurativo, più che reale, di commissaria della politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, visto che le diplomazie nazionali sono le meno discrete nella difesa delle loro prerogative.

 

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Oltre che sorriderci, o tentare di sorriderci sopra, Renzi ha di tanto in tanto lamentato di essere stato frainteso nell’approccio disinvolto alla serenità. Ed ha persino promesso di riscattare quanto meno la sua buona fede in un libro autobiografico di ormai imminente pubblicazione, per il quale ha già riscosso dalla casa editrice Feltrinelli un grosso anticipo che gli ha permesso di contribuire dignitosamente, con la moglie insegnante Agnese, a mantenere la famiglia dopo avere perduto la paga prima di sindaco di Firenze e poi di presidente del Consiglio. Dei compensi come segretario del partito che è appena tornato ad essere, non so. E francamente neppure mi interessa perché sono fortunatamente e orgogliosamente vaccinato dalle ossessive curiosità dei falsi moralisti, pronti a indignarsi solo dei compensi e dei cosiddetti privilegi altrui, considerando inezie i propri, compresa spesso l’abitudine all’evasone fiscale.

Temo tuttavia, per lui, che Renzi si porterà appresso una certa diffidenza anche con i chiarimenti che dovesse fornire nel libro in uscita. Lo dimostra la mano che metaforicamente hanno appena portato in tanti sulla pistola sentendosi sceriffi, tenuti alla difesa del governo del conte Paolo Gentiloni dalle ripercussioni del ritorno di Renzi alla segreteria del Pd. Eppure egli per prima accusa gli ha assicurato l’appoggio. E mercoledì scorso, in una lunga telefonata a Eugenio Scalfari, che ne ha riferito domenica ai lettori di Repubblica, aveva previsto e sostenuto elezioni alla scadenza ordinaria della legislatura, nella primavera dell’anno prossimo.

Fra gli sceriffi del governo Gentiloni, come li ho scherzosamente chiamati sapendo bene che le loro pistole sono cariche solo di parole, c’è stato il mio amico, e direttore di formiche.net, Michele Arnese, giustamente allarmato dai tanti segnali da tutti avvertiti da qualche tempo di contrasti tra Renzi e i ministri tecnici dell’Economia, Pietro Carlo Padoan, e dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, su problemi vecchi e nuovi del governo: ultimo, in ordine di tempo, il quasi fallimento di Alitalia. Contrasti in ordine ai quali Arnese ha ragioni da vendere a chiedersi se essi sono destinati a crescere, ora che il potere contrattuale di Renzi è aumentato con la riassunzione formale della segreteria del partito, se l’ha veramente mai dismessa nelle more del congresso e delle primarie. Che alla fine ha stravinte col 70 per cento dei voti, contro il circa 20 per cento del concorrente Andrea Orlando e il 10 di Michele Emiliano, stando ai dati più aggiornati di quelli noti lunedì mattina, e comunque contestati dal guardasigilli per qualche punto che gli sarebbe stato sottratto a torto.

 

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Assicurazioni, promesse, dichiarazioni, confessioni, progetti e quant’altro del ri-segretario del Pd attendono naturalmente la verifica con gli sviluppi della situazione politica, cioè con i fatti. Che sono e saranno gli unici ai quali doversi attenere, a cominciare dalla sorte che avrà il tentativo sollecitato al Parlamento dall’ormai insofferente presidente della Repubblica di “omogeneizzare” le due leggi in vigore per il rinnovo delle Camere, in modo da essere in grado di gestire con la pienezza delle sue funzioni e prerogative, compresa la possibilità di rimandare gli italiani alle urne anticipatamente, se dovesse sopraggiungere una crisi di governo. Che evidentemente il capo dello Stato non esclude anche perché conosce l’uso che Renzi fa del concetto di serenità.

Se le Camere dovessero riuscire nel miracolo di rimediare alla situazione quanto meno paradossale in cui il sistema politico è stato messo dalla certificazione di immediata applicabilità rilasciata dalla Corte Costituzionale ad entrambe le leggi elettorali, per quanto non omogenee, da essa modificate con parziali amputazioni, bisognerà vederne le ripercussioni sul clima politico. E ciò specie quando, in autunno, si dovrà procedere alla stesura della legge finanziaria del 2018. Che tanto più corrisponderà alle attese rigoriste di Bruxelles, Berlino e forse anche di Parigi, come capiremo domenica da chi andrà all’Eliseo, tanto più renderà rischiose per il Pd e il suo segretario le elezioni alla scadenza ordinaria. Ignorare questa realtà sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia.

 

 

 

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La volpe di Berlusconi e l’uva di Matteo Renzi

            In attesa, mentre scrivo, delle reazioni a sinistra, da parte soprattutto dei fuoriusciti dal Pd, alle affollate primarie -con due milioni di votanti- che hanno restituito a Matteo Renzi la segreteria del partito, bisogna accontentarsi della reazioni a destra. Che sono state, al solito, di sufficienza, essendo viste da quelle parti, soprattutto da Silvio Berlusconi e amici, le primarie come un esercizio inutile, adatto a misurare più gli imbrogli di cui è capace chi vi partecipa o le organizza che il consenso vero attorno ai candidati alle cariche di turno.

         Ogni volta che vi ha dovuto cedere a parole, per l’insistenza degli alleati e di alcuni rompiscatole del suo stesso partito, Berlusconi si è tirato indietro all’ultimo momento con molti pretesti e una sola ragione. I pretesti sono la mancanza di una legge che le disciplini, il momento sempre inopportuno, la sua temporaneamente ridotta agibilità politica e altro ancora, L’unica ragione è il rifiuto quasi antropologico di vedere messa in discussione la propria leadership, ritenendo offensiva solo l’idea che possa misurarsi con qualche aspirante alla successione.

         Così anche le primarie di fine aprile volute e vinte da Renzi per chiudere la partita apertasi con la sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale, e sviluppatasi con la scissione del Pd, sono state liquidate dal Giornale di famiglia dell’ex presidente del Consiglio come tempo perso. O come -peggio ancora- l’annuncio di pericolo o di morte del governo Gentiloni, di cui pure il partito di Berlusconi è all’opposizione, per cui una sua crisi dovrebbe essere salutata come una buona notizia dai forzisti, non come una sciagura, o quasi.

            Il meno che si possa dire, di fronte a simili contraddizioni, è che Berlusconi è un po’ la volpe della famosa favola di Fedro. E la capacità di un partito e di un leader di affrontare il giudizio degli elettori e dei simpatizzanti, in un gioco in cui qualcuno accetta di rischiare anche di perdere, come vorrebbe una vera democrazia, è l’uva, sempre della famosa favola di Fedro. Un’uva troppo alta per essere colta con un balzo e perciò tanto acerba da potersi risparmiare la fatica impossibile di coglierla

La taglia di Renzi passa da extra small a extra large

Matteo Renzi è dunque passato dall’extra small del 4 dicembre, quando la sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale ne ridimensionò molto la figura politica, all’extra large del 30 aprile: con quei due milioni di partecipanti alle primarie, di cui oltre il 70 per cento favorevole al suo ritorno alla segreteria del Pd, il 21 per cento al guardasigilli Andrea Orlando e meno dell’8 per cento al governatore pugliese Michele Emiliano.

Ci saranno rimasti un po’ male non tanto i due concorrenti sconfitti, che Renzi ha assennatamente ringraziato per avere contribuito alla mobilitazione dei simpatizzanti ed elettori del partito, quanto i fuoriusciti dal Pd. Penso ai vari Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, che pensavano di avere procurato all’odiato avversario con la scissione un danno irreparabile.

I due- Bersani e D’Alema, in ordine naturalmente alfabetico, anche se il secondo può vantarsi di essersi trascinato appresso l’altro nella lotta senza quartiere all’”intruso”- sono stati per un po’ indecisi se continuare a fargli la guerra, fuori dal Pd, per interposta persona mandando i loro compagni ai gazebo per sostenere Orlando ed Emiliano, o tenerli rigorosamente lontani per fare scendere il livello della partecipazione alle primarie di tanto da delegittimare la vittoria di Renzi, considerandola scontata.

Alla fine i due ex Pd, ora Dp, debbono avere optato per il boicottaggio delle primarie, pensandosi magari favoriti dal solidissimo ponte festivo del primo maggio -altro che quelli che crollano di tanto in tanto sulle strade- e dalle buone previsioni del tempo. Ma hanno fallito anche in questo.

Così il buon Antonio Padellaro, che sul Fatto Quotidiano da lui fondato ma ora diretto da Marco Travaglio ha un po’ la parola e la penna più educate e umane, può tirare un sospiro di sollievo. Egli aveva temuto un tale flop ai gazebo da evocare per la successiva edizione delle primarie la famosissima frase pronunciata da uno sprezzante Giancarlo Pajetta per commentare una deludente, per lui, seduta della Camera: “L’ultimo che esce, spenga la luce”.

Padellaro, come molti altri, prevedeva “addirittura il dimezzamento” dell’affluenza alle primarie rispetto ai due milioni e ottocentomila voti dell’altra vittoria di Renzi, nel 2013. E lo stesso Renzi prudentemente si era detto soddisfatto se solo i partecipanti fossero stati superiori al milione, visto che la disaffezione è un fenomeno generale, figuriamoci poi quando viene fomentata e diventa strumento di lotta politica, come si è cercato di fare contro di lui.

 

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Prima di tornare a Renzi e alle sue prospettive, spendo ancora due parole sui suoi due concorrenti sconfitti. Che contavano entrambi su risultati migliori, cioè su una distanza minore dal segretario.

Orlando, con tutta la vecchia nomenklatura post-comunista rimasta nel Pd e schieratasi a suo favore, a cominciare dal presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano per finire al simpatico tesoriere rosso Ugo Sposetti, aveva accarezzato il sogno del 30 per cento dei voti. Che avrebbe potuto consentirgli, nella pur improbabile ipotesi di una ricostituzione del centrosinistra “ampio” auspicato da Giuliano Pisapia, di aspirare alla presidenza del Consiglio, come “l’unico -aveva detto lui stesso- capace di unire” i separati.

Il guardasigilli è stato sicuramente danneggiato dal mancato soccorso dei fuoriusciti, che avrebbero potuto presentarsi ugualmente ai gazebo dichiarandosi ancora potenziali elettorali del Pd e continuando così con altri mezzi -ripeto- la guerra a Renzi. Ma ancor più gli ha nuociuto forse quella curiosa partecipazione alla campagna contro il capo della Procura della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro. Che lui ha contribuito ad incolpare di avere voluto infangare tutto indistintamente il volontariato operante nel Mediterraneo con l’allarme sul rischio che una parte di esso colluda con gli scafisti accorrendo in tempo, su chiamata, a soccorrere in acque libiche gli sventurati imbarcati a forza dai trafficanti su natanti fatiscenti, utili solo a ridurre le spese e aumentare i guadagni.

Nella foga della sua partecipazione al discredito del procuratore di Catania il guardasigilli ha persino rotto la solidarietà di governo attaccando il ministro degli Esteri, accusato per la sua fiducia “al cento per cento” nel magistrato catanese di avere voluto indifferentemente -pensate un pò- arruolarsi con i grillini per spirito masochistico o tornare a farsi piacere a destra, riscattandosi dal tradimento rinfacciatogli sia dai leghisti sia dai forzisti per essere rimasto al Viminale nell’autunno del 2013, dopo l’ordine di Berlusconi di lasciarlo.

Un guardasigilli che si comporta in questo modo, banalizzando a livello di lavanderia o osteria un problema enorme come il rischio di strumentalizzazione politica ed economica del fenomeno drammatico dell’immigrazione, non può essere francamente attendibile come aspirante né alla segreteria di un partito considerato centrale per gli equilibri del Paese né alla guida di un governo di coalizione di centrosinistra miracolosamente più solido di quelli autoaffondatisi, tutti, negli ultimi vent’anni e più della storia italiana.

Sulle difficoltà fisiche, poi, che avrebbero danneggiato Emiliano, azzoppatosi durante un ballo al di sopra delle sue capacità, non vorrei calcare troppo la mano esprimendo l’opinione che proprio quell’incidente gli abbia garantito un’esposizione mediatica superiore ai suoi presunti meriti politici.

 

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Ed ora veniamo a ciò che si è scritto e si potrebbe ancora scrivere su come Renzi intenda o possa investire il successo del suo ritorno effettivo alla guida del Pd.

Più delle congetture e dei retroscena, come spesso si chiamano enfaticamente le fantasie di cronisti, analisti e quant’altro, voglio rimanere al resoconto che Eugenio Scalfari ha fatto, proprio nel giorno delle primarie, di una “lunga conversazione telefonica” avuta mercoledì scorso con l’ormai amico Renzi. Che, arcisicuro di vincere la partita, gli ha garantito o promesso, come preferite, che lascerà a Palazzo Chigi l’amico e conte Paolo Gentiloni sino alla fine “ordinaria” della legislatura, cioè sino alla primavera dell’anno prossimo.

Renzi è inoltre riuscito a convincere “purtroppo”- parola dello stesso Scalfari- il suo interlocutore, che in precedenza gli aveva consigliato il contrario, dell’opportunità di tornare dopo le elezioni a Palazzo Chigi, conservando anche la carica di segretario. E ciò- gli ha spiegato- per meglio portare avanti la missione che più di tutte proprio Scalfari gli ha in qualche modo affidato, pur non avendolo voluto votare alle primarie per non fargli “montare troppo la testa”. E’ la missione di una riforma davvero federale e sovranazionale dell’Europa, visto che -potrei aggiungere con qualche ironia- non gli è riuscito di riformare la Costituzione italiana.

Sulla praticabilità, oltre che utilità, di un ritorno di Renzi anche a Palazzo Chigi è forse bene fermarsi a dire che chi vivrà vedrà.

 

 

 

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Gazebo del Pd affollati. Per favore, non ditelo a D’Alema

         Sono passato verso le 15 accanto al gazebo del Pd di Vigna Stelluti, a Roma. Ho visto una bella fila, a quell’ora poi, sotto un sole da estate, ma soprattutto ho visto e sentito una giovane che telefonava non so a chi per avvertire che stavano finendo le schede delle primarie per scegliere fra i tre candidati alla segreteria: nell’ordine, da sinistra a destra, Andrea Orlando, Michele Emiliano e Matteo Renzi. E ho sentito un signore che, in fila, avvertiva il vicino che gli risultavano andate alle urne poco dopo mezzogiorno, in tutta Italia, già ottocentomila persone.

         Qualcuno lo avrà detto a quell’ora a Massimo D’Alema, dovunque si trovasse, rovinandogli la digestione?

Troppe le zucche contro Zuccaro

Non so se e quanti voti in più potrebbe procurare oggi nelle primarie del Pd per l’elezione del segretario al ministro della Giustizia Andrea Orlando, surclassato da Matteo Renzi nei circoli, la polemica a freddo che ha voluto fare, fuori dal partito, ma sempre in campagna congressuale, col collega di governo Angelino Alfano. Al quale ha dato del distratto, ma un po’ anche dello smemorato, per avere difeso “al cento per cento” -ha puntualizzato il ministro degli Esteri- il capo della Procura di Catania Carmelo Zuccaro. Che sta rischiando il posto per avere segnalato i rapporti non proprio chiari, se non addirittura collaborativi, fra la terraferma africana e alcune delle organizzazioni non governative che raccolgono con le loro navi i migranti e gli sciagurati che in Libia li derubano e li seviziano prima di imbarcarli a forza su pescherecci e gommoni fatiscenti, a volte persino sprovvisti di motore. E ciò contando appunto da parte dei trafficanti, sul soccorso dei volontari che si spingono sino alle vicinanze con le coste della Libia per raccogliere i malandati e portarli nei porti italiani.

I contatti telefonici tra i trafficanti di carne umana e i soccorritori, prevalentemente non italiani, risultano da intercettazioni di servizi segreti stranieri e nazionali note al capo della Procura di Catania, ma forse anche di altre località dove vengono sbarcati i migranti, e tuttavia inutilizzabili per l’apertura e la conduzione di indagini perché non disposte ne’ gestite dalla competente autorità giudiziaria italiana. Sarebbero sei, delle circa venti organizzazioni volontarie operanti nel Mediterraneo, quelle sospettate di traffico nel traffico dei profughi.

È a dir poco curioso che un procuratore della Repubblica espostosi nella denuncia di una simile situazione, che potrebbe tradursi in una versione marittima della speculazione economica che è stata

 

scoperta sulla terraferma italiana nella gestione dell’immigrazione, capace -ha detto Salvatore Buzzi, imputato di Mafia Capitale– di far guadagnare più della droga, venga soccorso nelle polemiche non dal ministro della Giustizia ma da quello degli Esteri.

Ancora più curioso è che il ministro della Giustizia non solo eviti di soccorrere il procuratore ma contesti il soccorso del collega di governo. E lo accusi, essendo stato fino a quattro mesi fa ministro dell’Interno, di non essersi accorto di nulla. O di essersene accorto e di avere rimosso tutto dalla testa. E comunque di non essersi adoperato per porvi rimedio.

Eppure il procuratore di Catania prima di parlarne in pubblico, con interviste e incontri con più giornalisti insieme, si presume che ne avesse parlato nel suo ambiente di lavoro, che è lo stesso del guardasigilli. Di sicuro, comunque, ne aveva parlato ad una commissione parlamentare, con tanto di resoconti accessibili a tutti ma sfuggiti evidentemente all’attenzione pur dovuta del Ministero guidato da Orlando. Che pertanto dovrebbe quanto meno per questo evitare battute ironiche come quelle sfuggitegli davanti alle telecamere che lo hanno ripreso nel suo giro elettorale alla vigilia delle primarie.

 

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Non migliore della prova del ministro della Giustizia è quella che ha dato il presidente del Senato, ed ex magistrato, Pietro Grasso. Che si è messo a dare in pubblico, col solito sorriso, lezioni di deontologia e di codice di procedura penale a Zuccaro scordandosi di presiedere un’assemblea che, a conti fatti sommariamente, è per quasi la metà convinta, fra grillini, forzisti, centristi e destra, che il procuratore di Catania non sia un mitomane o uno sprovveduto.

 

 

Non parlo, o riparlo, del Consiglio Superiore della Magistratura, che continua a dare o a lasciarsi attribuire segnali di diffidenza, se non di ostilità, verso un procuratore capo non dico fresco, ma quasi, di nomina. Nel cosiddetto palazzo dei marescialli, non dei caporali, si parla della possibilità di predisporre una pratica non a difesa del procuratore di Catania, attaccato da varie parti per il fango che avrebbe sparso sui soccorsi dei volontari ai migranti, ma contro di lui per presunta incompatibilità ambientale. Ma incompatibilità con chi? Con quale ambiente? Quello forse che, all’ombra del dovere dell’accoglienza e di tante altre buone cose, non ha interesse, diciamo così, ad approfondire il problema sollevato dal procuratore per andare sino in fondo, senza riguardi per nessuno, in Italia e fuori.

La stampa, infine, non è da meno. È bastato, per esempio, che anche il ministro Alfano ne prendesse le difese perché il Fatto Quotidiano con la penna o la tastiera del direttore in persona si dimenticasse del sostegno a Zuccaro ben argomentato il giorno prima, sino a farmelo quasi invidiare, pur di tornare ad attaccare e deridere il ministro. Che non gli deve essere simpatico nè come esponente del governo, nè come esponente politico, nè -temo- come persona, per cui qualsiasi cosa pensi o dica ha torto, anche quando ripete l’ora esatta appresa componendo l’apposito numero telefonico o sbirciando la videata del computer. Potenza della passione politica e umana, alla rovescia naturalmente.

Più che il Falso Quotidiano, come di recente gli è capitato di dire imitando Travaglio nell’abitudine di storpiare i nomi di persone e cose non gradite, Matteo Renzi avrebbe potuto dire il Pregiudizio Quotidiano, senza esporsi all’accusa dell'”insulto” guadagnatosi dal direttore. Il pregiudizio può essere talmente radicato in una persona a prescindere a volte dalla malizia, o dal dolo. Si può finire per avere un pregiudizio persino a propria insaputa.

 

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Inconsapevole, sia pure a fin di bene, cioè per ingenuità, deve essere stata anche la difesa pregiudiziale di tutte le organizzazioni di volontariato operanti nel Mediterraneo che ha fatto nello studio televisivo di Lilli Gruber, a la 7, il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, che ha voluto dare così il suo contributo alla campagna contro Zuccaro.

Forse il buon Tarquinio ha pensato di riconquistare in questo modo anche la fiducia di monsignore Nunzio Galantino e, più in generale, della Conferenza Episcopale Italiana, recentemente compromessa per essersi riconosciuto nei “tre quarti” delle posizioni dell’amico Beppe Grillo. Ma nella Chiesa, dopo una posizione iniziale tutta favorevole alle organizzazioni del volontariato presenti sin nelle acque libiche, è sopraggiunta una più cauta riflessione sfuggita forse allo sfortunato direttore di Avvenire. Che potrebbe pertanto rischiare un’altra tirata d’orecchie da parte di Galantino.

 

 

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Salviamo il soldato Zuccaro, trattato peggio di uno scafista

Dio mio, che cosa mi è successo? Ho bevuto troppo vino? No, sono quasi astemio. Mi sono drogato? No. In vita mia, vi giuro, non ho mai provato neppure uno spinello, che pure vedo evocare nei ricordi di tanti amici che ne parlano come di un’esperienza quasi obbligata, perché era di moda ai tempi della loro giovinezza. Ho preso qualche botta in testa? Non ancora, anche se ogni tanto temo che qualcuno me la dia, specie quando mi capita di discutere con qualche grillino nella ostinata speranza di riuscire a farlo ragionare, lasciando le stelle al loro posto e rimanendo con i piedi sulla terra.

Eppure, è proprio con i grillini, o con alcuni di essi, e persino con quel malato di congiuntivite di nome Luigi e di cognome Di Maio che mi sono trovato d’accordo nelle ultime 48 ore, da quando è esploso il caso di Carmelo Zuccaro. Che è il procuratore capo di Catania, al quale sembrano ormai mancare solo le manette e l’espulsione dalla magistratura per avere sospettato che non sia solo generosità tutto quello che luccica sulle acque del Mediterraneo nelle operazioni di soccorso ai migranti messi in mare, spesso a forza, da odiosi trafficanti di carne umana.

Il rifiuto di scambiare Zuccaro per un pazzo, per un irresponsabile, per un mitomane, per un magistrato che non parla per atti ma con la voce, peraltro come se fosse l’unico in Italia a non parlare solo per atti, specie in considerazione di quello che -come vi dirò più avanti- è appena avvenuto nella solita Palermo alla presenza silenziosa dell’altrettanto solito magistrato regolarmente in servizio attivo, mi ha fatto improvvisamente trovare dall’altra parte del bancone frequentato da una vita professionale. Da garantista come credo di essere sempre stato, anche quando si rischiavano denunce di collusione e favoreggiamento di criminali più o meno “incalliti” come i compianti Bettino Craxi, Severino Citaristi, Gabriele Cagliari, Sergio Moroni, Renato Altissimo e Giulio Andreotti, per non parlare dei sopravvissuti Arnaldo Forlani, Paolo Cirino Pomicino, Ottaviano Del Turco, Rino Formica ed altri ancora, mi sono improvvisamente ritrovato in compagnia di giustizialisti a prova di bronzo. Giustizialisti che si vantano di esserlo, lo gridano nei titoli dei loro libri, tutti regolarmente recensiti e messi in bella mostra per facilitarne la vendita. Giustizialisti che considerano i garantisti alla stregua di delinquenti che l’hanno fatta franca, per ripetere parole e immagini di un noto magistrato che solo a vederlo e a sentirlo parlare mi fa una paura da morire.

 

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A Zuccaro si contesta, fra l’altro, di avere buttato fango su tutte le ong, chiamiamole pure associazioni private di volontariato, che soccorrono i migranti sin dalle acque libiche, ma il magistrato ha parlato del rischio che solo alcune di esse possano avere non soccorso ma contribuito a trafficare col fenomeno dell’immigrazione clandestina.

Al procuratore di Catania si contesta inoltre di avere lanciato l’allarme disponendo solo di intercettazioni o altre prove non utilizzabili in un processo perché raccolte da servizi segreti stranieri, ma anche italiani, senza la necessaria copertura o richiesta dell’autorità giudiziaria. Beh, allora si faccia come ha chiesto Di Maio: si cambi la legge e si consenta, con tutte le garanzie del caso, l’uso anche di questi strumenti, che in ogni caso sono stati adoperati da organismi statali e non criminali.

Il magistrato siciliano ha in fondo lanciato solo un allarme, ha chiesto maggiore attenzione, trovando ascolto persino nella Chiesa misericordiosa di Papa Francesco, almeno nelle ultime 24 ore. Non ha aperto alcuna inchiesta formale né chiesto e ottenuto l’arresto di qualcuno. Di che cosa stiamo parlando? Di che cosa parlano anche al Consiglio Superiore della Magistratura, dove si mobilitano, o quasi, contro il procuratore di Catania e mostrano di prendere ancora per buona la rappresentazione di due Procure della Repubblica, quelle di Napoli e di Roma, per nulla scontratesi, o scontratesi a loro insaputa, nella gestione della polizia giudiziaria a supporto delle indagini sugli appalti della concessionaria degli acquisti della pubblica amministrazione: la famosa Consip.

Improvvisamente si è diventati rigorosissimi nella valutazione delle prove o degli indizi usabili non in un processo ma in un dibattito pubblico, qual è quello che Zuccaro ha aperto assumendosene la responsabilità, dopo che in questo paese, e nei suoi tribunali, se ne sono viste di tutti i colori quanto a raccolta di prove. Si è arrivati persino alla manipolazione di intercettazioni regolarmente disposte dall’autorità giudiziaria -ne vogliamo riparlare?- o alla intercettazione di un capo dello Stato. Che ha dovuto ricorrere davanti alla Corte Costituzionale per vedersi riconoscere il diritto alla riservatezza nelle conversazioni telefoniche ricevute non da un indagato qualsiasi, ma da uno che era stato, fra l’altro, presidente del Senato e per un po’ anche il suo vice presidente al Consiglio Superiore della Magistratura. Ma di che cosa stiamo parlando, per favore? Di quale nefandezza deve rispondere Zuccaro? Al quale offro sin d’ora ospitalità e aiuto, se dovesse perdere il posto.

 

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A proposito delle intercettazioni al Quirinale, mi riferivo naturalmente a quelle in cui incorse l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, e gestite dalla Procura di Palermo, in particolare dall’allora procuratore aggiunto Antonio Ingroia. Che ora non è più magistrato, ma è tornato a parlarne in un incontro con la stampa alla presenza, secondo alcune cronache, del suo ex collega Nino Di Matteo. Vi avevo genericamente accennato prima. Ora entro nel merito.

Ingroia è tornato imperterrito ad accusare Napolitano di avere cercato di ostacolare dalla sua posizione di presidente della Repubblica il processo, ancora in corso a Palermo, sulle presunte trattative di 25 anni fra lo Stato e la mafia delle stragi. E, visto che si trovava, per non farsi mancare niente, il conferenziere gli ha anche dato la colpa del proprio insuccesso politico nelle elezioni del 2013, alle quali l’allora magistrato in aspettativa partecipò candidandosi alla guida del governo con un movimento chiamato “Rivoluzione civile”, prima di diventare più semplicemente “Azione civile”, una volta mancata appunto la rivoluzione con un risultato da prefisso telefonico, come si dice comunemente quando esso è assai modesto.

Ebbene, secondo Ingroia ben altro sarebbe stato l’esito della sua campagna elettorale solo se il Pd guidato da Pier Luigi Bersani avesse accettato l’apparentamento con le liste ingroiane. Non è minimamente saltata nella testa dell’ex magistrato l’idea che il Pd apparentandosi con lui avrebbe potuto prendere ancora meno voti. Ma la cosa per Ingroia più rilevante sarebbe il veto posto da Napolitano al Pd per quell’operazione, in odio evidentemente a lui, che aveva osato sfidarlo da magistrato.

Anche per Napolitano e familiari, naturalmente, male che vada, c’è un posto a tavola a casa mia.

 

 

 

 

 

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Auguri all’Unità che sciopera

         A guastare la festa della prevista, direi scontata vittoria di Matteo Renzi nelle primarie di domani, 30 aprile, che gli restituiranno la segreteria del Pd, sarà l’assenza dalle edicole, proprio quel giorno, de l’Unità. Che è il quotidiano storico della sinistra italiana, fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, di cui è stato celebrato giovedì scorso l’ottantesimo anniversario della morte, avvenuta in una clinica romana dopo una lunga detenzione sospesa per disposizione personale di Mussolini solo quando l’interessato stava ormai spegnendosi. Tutto di quella detenzione fu atroce e vergognoso, a cominciare dall’arresto, eseguito quando Gramsci era deputato.

         Non foss’altro per queste circostanze evocative, e non solo per la coincidenza con le primarie congressuali di un partito che ne è ancora il punto di riferimento politico, gli amministratori dell’Unità avrebbero potuto, anzi dovuto scegliere un altro momento per l’ennesimo scontro con la redazione obbligandola allo sciopero. Che è stato proclamato appena dopo che era stato deposto il nuovo direttore, Bucciantini, succeduto al dimissionario Sergio Staino. Una rimozione motivata dal dissenso da un piano di ristrutturazione e insieme di rilancio, o tentativo di rilancio, che il nuovo direttore si accingeva ad esporre ad una redazione sotto minaccia di licenziamento quasi collettivo, essendo in pericolo 20 dei 28 redattori.

         I fatti parlano da soli. Ogni commento a questo punto è davvero superfluo. Tanti auguri all’Unità. La cui testata avrebbe potuto e dovuto essere o diventare -ma è augurabile che riesca ancora a diventare- l’unico posto o momento di ritrovo di una sinistra ancora una volta troppo divisa.

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