Addio all’amico Valentino Parlato

Addio, Valentino. Te ne sei andato pure tu, in punta di piedi, secondo le tue abitudini. L’ultima volta che ti ho visto è stata purtroppo solo in foto, grazie al comune amico Umberto Pizzi, che ti aveva ripreso in un incontro, presente anche Giorgio Napolitano, per la presentazione di un libro del comune e vecchio amico Emanuele Macaluso.

         Ti avevo visto, in verità, affaticato e curvo. E poi, in un’altra foto, seduto con una mano appoggiata ad un bastone. E mi era venuta una stretta al cuore. Che ora si è trasformata in un rimorso per avere disertato quell’incontro. Avrei avuto l’occasione di riabbracciarti per l’ultima volta e di scambiare con te le ultime impressioni, sconsolate con la stessa intensità, sia pure su versanti opposti: tu per lo stato in cui si è ridotta la tua sinistra, io per lo stato in cui si è ridotto da solo, più ancora che per la feroce irruzione del giustizialismo in politica, il riformismo liberalsocialista. Che ha rappresentato l’ultimo stadio della mia evoluzione di moderato, come tu ti divertivi a dirmi sfottendomi con l’amicizia e la signorilità che ti distinguevano.

         Quanti congressi della Democrazia Cristiana abbiamo seguito insieme, tu per il tuo Manifesto e io, allora, per il Giornale di Indro Montanelli. Di cui ti divertivi a dire, non ho mai capito se per sfottermi ancora o per convinzione, che disponesse dei pezzi meglio informati su quel partito: i miei. E mi raccontavi anche di avere a questo proposito discussioni in redazione con i tuoi compagni, che diffidavano di un giornalista dichiaratamente anticomunista come me. Tu mi dicevi di rispondere loro che sì, ero anticomunista, ma i racconti che facevo delle intricate vicende democristiane, da cui dipendevano poi gli sviluppi della situazione politica, erano “esatti”.

         Grazie, Valentino. Anche delle tante discussioni avute in quel bar di via Tomacelli, a Roma, di fronte al palazzo dove lavoravi. Discussioni in cui non ti ho sentito mai esprimere un parere più che rispettoso sui tuoi “compagni”, come continuavi a chiamarli, che pure ti avevano fatto il torto di espellerti dal Pci, con altri “eretici”, illusi che si potessero conciliare la democrazia e il comunismo. Ne dovevano passare di anni perché a quella speranza, o illusione, arrivassero nel partito comunista italiano anche altri, incapaci però di riconoscere davvero, e in tempo, i loro torti passati e le vostre ragioni.

         Un abbraccio forte, Valentino. E aspettami, se veramente si può,  perché prima o poi dovrò raggiungerti.

 

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